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L’importante è iniziare. Con l’assegno unico per i figli a carico, il Parlamento italiano batte un colpo verso una demografia più sostenibile

Gianpiero Dalla Zuanna

Il soldi non sono tutto, ma, come ci spiega Gianpiero Dalla Zuanna,  un fisco amico delle famiglie con figli può giovare alla demografia e alla società italiana. Con l’assegno unico per i figli a carico, approvato all’unanimità dalla Camera dei Deputati, il Parlamento italiano ha battuto un colpo.

Con un miracoloso voto unanime, martedì 21 luglio la Camera ha approvato il disegno di legge delega Del Rio – Lepri sull’assegno unico per i figli a carico. L’adesione di tutte le forze politiche lascia ben sperare in una veloce approvazione del Senato, e in una rapida emanazione dei decreti delegati da parte del Governo. Se tutto va per il verso giusto, dall’inizio dell’anno prossimo anche l’Italia – come la Germania, il Regno Unito, il Canada e molti altri paesi – si sarà data di un importante strumento di sostegno al reddito delle famiglie con figli e di contrasto alla bassa natalità.

L’assegno unico sarà per tutti i figli, ma decrescente al crescere dell’Isee o di sue componenti. Sarà erogato mensilmente per ogni figlio a carico, dal settimo mese di gravidanza al 21mo anno di età. Sarà maggiorato per i figli di ordine superiore al secondo, Sarà aumentato del 30-50% per i figli a carico con disabilità, per cui verrà erogato anche dopo il 21mo compleanno. L’assegno assorbirà gli attuali sostegni per i figli a carico (i principali sono gli assegni familiari, i vari bonus bebè, le detrazioni e l’assegno per le famiglie povere con tre o più figli), con l’intenzione di non diminuire per nessuno l’importo attualmente erogato. Sono misure che oggi lasciano senza alcun sussidio categorie particolarmente bisognose, come i disoccupati, e producono inaccettabili sperequazioni fra i lavoratori.

Ragionevoli appaiono anche i requisiti di residenza e cittadinanza: gli stranieri per ricevere l’assegno dovranno essere residenti continuativamente in Italia da almeno due anni, essere titolari di permesso di soggiorno e pagare le tasse in Italia. Con queste limitazioni si eviterà il cosiddetto welfare shopping, ossia il trasferimento in Italia delle coppie straniere con figli per incassare immediatamente l’assegno. Si sono però evitate limitazioni irragionevoli, come i dieci anni di residenza continuativa necessari per accedere al reddito di cittadinanza.

Nei decreti delegati, il Governo dovrà fissare l’importo dell’assegno. Per arrivare a una media di 200 euro per figlio, sarà necessario aggiungere 6-8 miliardi di euro alle risorse derivanti dalle misure attualmente in essere. Si tratta di una cifra cospicua, che tuttavia non porterebbe ancora la spesa italiana per il welfare a favore delle famiglie a livello della media europea. Ed è inferiore a quanto si spende oggi per il reddito di cittadinanza o per quota 100. È possibile che le somme aggiuntive necessarie siano comprese nel Next Generation Europe – Recovery Fund, perché si tratta di una riforma strutturale, di modernizzazione, proiettata sulle nuove generazioni. Infatti, la bassa natalità rischia di accelerare a tal punto l’invecchiamento della popolazione italiana, da minare la possibilità di rimpiazzo della forza lavoro e di sostegno della spesa assistenziale, sanitaria e pensionistica, con drammatiche conseguenze sul reddito e sulla ricchezza dell’Italia e dell’Europa intera. Inoltre, come già accennato, l’assegno unico non farebbe altro che adeguare la legislazione italiana a quella di molti altri paesi europei.

L’assegno unico non è certo la panacea per contrastare la quarantennale bassa fecondità italiana. Per aiutare gli italiani ad avere i figli che desiderano non bastano i soldi, ma ci vogliono anche tempo e minore insicurezza. Serve un accesso meno costoso e più esteso ai nidi e alle scuole per l’infanzia. Bisognerebbe estendere per tutti le scuole elementari e medie fino alle quattro di pomeriggio. Bisognerebbe rendere più flessibili i tempi di lavoro per i genitori con figli, perché non ha senso mettere al mondo un bambino per vederlo solo dopo le sette di sera. Bisognerebbe – prima di tutto – rendere meno incerto il presente e il futuro dei giovani italiani, che spesso conquistano la stabilità lavorativa e residenziale solo dopo il trentesimo compleanno. Ma – al contrario di quanto cantava la grande Mina – in questo caso l’importante è iniziare. Davvero il Parlamento ha battuto un colpo a favore dei bambini e dei genitori italiani.

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