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La mobilità territoriale dei laureati italiani

Nazareno Panichella
Recentemente c’è stata una rinnovata attenzione verso le migrazioni interne poiché, a partire dagli anni Novanta, è stato registrato un innalzamento consistente degli indici di movimento della popolazione dalle province meridionali verso quelle del Centro-nord (v. Corrado Bonifazi, Le migrazioni interne meridionali: vecchi e nuovi ritardi; Gustavo De Santis, La donna è mobile (e l’uomo anche)). Di conseguenza, la letteratura sul tema ha iniziato a respingere la tesi del progressivo declino della mobilità interna e a mostrare, piuttosto, come vi sia stata una modifica radicale delle sue caratteristiche: gli spostamenti hanno iniziato a essere più brevi, spesso con progetti a termine, e la porzione di migranti giovani con alti livelli di scolarizzazione è diventata man mano più consistente. Pertanto, secondo questo nuovo filone di ricerca, gli anni Novanta non sono considerati il momento conclusivo del processo di esodo dalle regioni meridionali, ma uno snodo temporale che ripropone il tema, con forza.
Chi sono i nuovi migranti meridionali?
Un elemento sembra essere ben chiaro: negli ultimi decenni le regioni meridionali non hanno esportato migranti destinati al lavoro operaio nelle grandi fabbriche del Nord, come avveniva all’epoca delle grandi migrazioni degli anni Cinquanta e Sessanta, bensì capitale umano altamente qualificato. Tuttavia, a dispetto di questo importante cambiamento, il tema dei movimenti territoriali dei laureati meridionali è stato oggetto di pochi e isolati studi. Si sa soltanto che i dottori del Sud non navigano in buone acque: nonostante il loro elevato numero, tre anni dopo la laurea la maggior parte di questi non è valorizzata dall’economia locale, o perché senza occupazione o perché impiegata in attività poco professionalizzati o non idonee al titolo di studio ottenuto. E nemmeno il trasferimento al Nord sembra essere in grado di risolvere questi problemi: Ciriaci (2005) ha mostrato come i laureati meridionali trasferiti nel Centro-nord siano quelli che si dichiarano maggiormente insoddisfatti del lavoro svolto, non solo rispetto al trattamento economico e all’utilizzo delle conoscenze universitarie, ma soprattutto rispetto alla sicurezza della propria occupazione.
Tuttavia l’universo dei laureati meridionali è assai diversificato al suo interno. Chi sono veramente i protagonisti di questa nuova migrazione interna? Intuitivamente si potrebbe pensare che siano quelli che hanno maggiori difficoltà di inserimento nel mercato del lavoro meridionale, ovvero le donne e coloro che hanno una bassa origine sociale. Invece, le probabilità di emigrare sembrano dipendere più dai costi economici del trasferimento territoriale che dalle opportunità occupazionali nel mercato del lavoro del Sud. Più precisamente, analizzando la probabilità di emigrare secondo la classe sociale, emerge una chiara differenziazione tra due strategie migratorie: da un lato, i laureati con più risorse sono più inclini ad attuare la strategia migratoria più onerosa, ovvero quella di trasferirsi per frequentare un ateneo del Centro-nord; dall’altro, coloro che hanno una bassa origine sociale sono più propensi a emigrare solo dopo aver finito gli studi nella regione di origine[1] (tab.1).
Tab. 1. Mobilità territoriale dei laureati meridionali per genere, origine sociale e gruppo di laurea frequentato (valori percentuali)
Statici

 

Mobili ante-lauream

 

Mobili
post-lauream
Totale

 

(N)

 

Tornati

 

Non tornati

 

Genere

 

Maschio

 

46,3

 

37,2

 

7,3

 

9,2

 

100

 

(4.628)

 

Femmina

 

47,7

 

39,2

 

6,4

 

6,8

 

100

 

(4.935)

 

Origine sociale

 

Imprenditori

 

42,9

 

41,7

 

10,3

 

5,2

 

100

 

(593)

 

Liberi professionisti

 

42,0

 

45,6

 

7,0

 

5,5

 

100

 

(733)

 

Dirigenti

 

42,9

 

41,3

 

8,0

 

7,7

 

100

 

(2.585)

 

Classe media impiegatizia

 

49,1

 

35,1

 

5,8

 

10,0

 

100

 

(2.913)

 

Piccola borghesia

 

47,7

 

39,7

 

6,8

 

5,8

 

100

 

(1.224)

 

Classe operaia

 

53,2

 

34,1

 

5,1

 

7,6

 

100

 

(1.728)

 

Gruppo di laurea

 

Scienze

 

52,7

 

36,2

 

4,0

 

7,1

 

100

 

(1.823)

 

Medicina

 

49,6

 

40,3

 

6,1

 

4,0

 

100

 

(1.646)

 

Tecnico

 

45,6

 

37,5

 

5,8

 

11,1

 

100

 

(1.778)

 

Economico-statistico

 

49,0

 

33,0

 

5,9

 

12,1

 

100

 

(1.317)

 

Scienze sociali

 

26,5

 

57,1

 

9,8

 

6,5

 

100

 

(816)

 

Giuridico

 

51,7

 

35,3

 

9,3

 

3,6

 

100

 

(1.033)

 

Umanistico

 

53,6

 

33,6

 

4,5

 

8,2

 

100

 

(1.325)

 

Totale

 

47,2

 

38,3

 

6,7

 

7,8

 

100

 

(9.563)

 

Fonte: elaborazione su dati Istat, indagine 2004 sull’ inserimento professionale dei laureati del 2001.
Una duplice strategia migratoria
Questo risultato va inserito all’interno del più ampio dibattito sulle recenti migrazioni interne, dove si è sostenuto che il flusso di trasferimento delle risorse tra Nord e Sud si sia invertito negli ultimi decenni: mentre in passato erano gli emigranti a inviare le rimesse ai familiari rimasti nel Meridione, ora sono le famiglie di origine a dover sussidiare i figli che partono per inseguire un progetto di promozione sociale.
Le due strategie di trasferimento territoriale influenzano in modo diverso gli esiti occupazionali dei laureati meridionali: nonostante il fatto che l’interazione con un mercato più prospero come quello del Centro-nord aumenti le possibilità di essere occupati, solo spostarsi al momento della scelta universitaria garantisce maggiori probabilità di essere occupati stabilmente (tab. 2).
Tab. 2. Percentuale di occupati precari, occupati stabilmente e disoccupati per mobilità territoriale
Disoccupati

 

Stabilii

 

Precari

 

Totale

 

(N)

 

Statici

 

22,1

 

42,9

 

35,0

 

100

 

(3.171)

 

Mobili ante-lauream tornati

 

16,3

 

49,7

 

34,0

 

100

 

(541)

 

Mobili ante-lauream non tornati

 

7,9

 

56,0

 

36,0

 

100

 

(3.150)

 

Mobili post-lauream

 

7,1

 

52,8

 

40,1

 

100

 

(651)

 

Fonte: elaborazione su dati Istat, indagine 2004 sull’ inserimento professionale dei laureati del 2001.
Infatti, oltre al maggior tempo disponibile per creare contatti diretti con il mercato del lavoro, i meridionali che si sono trasferiti per studio hanno potuto attuare una strategia di attesa di un lavoro stabile più lunga, hanno avuto la possibilità di tessere una rete di legami con gli studenti settentrionali che ha reso più agevole l’inserimento lavorativo e, infine, hanno potuto sfruttare i legami tra università e mercato del lavoro attraverso stage, tirocini, ecc. Al contrario, coloro che decidono di spostarsi dopo essersi laureati nel Sud, pur avendo maggiori possibilità di calibrare gli spostamenti territoriali sulla base delle offerte lavorative lungo tutto il territorio del Centro-nord, per sfuggire alla mancanza di lavoro nella regione di origine potrebbero essere stati costretti ad accettare qualsiasi tipo di lavoro, indipendentemente dalla qualità e dalle aspirazioni personali. Quindi, se è vero che attraverso il trasferimento al Centro-nord i laureati maggiormente svantaggiati riescono ad aumentare le possibilità di trovare un’occupazione, è altrettanto vero che, almeno nel breve periodo, la difficoltà a far fronte ai costi legati al trasferimento ante-lauream rende meno probabile il loro inserimento nel mercato del lavoro stabile e tutelato.

[1] Chi si trasferisce per frequentare l’università difficilmente può lavorare (o almeno lavorare a tempo pieno) e, in mancanza di finanziamenti o di borse di studio, ai costi legati all’alloggio si sommano quelli dell’iscrizione all’università. Chi si trasferisce dopo la laurea, , invece, ha maggiori possibilità di inserirsi direttamente nel mercato del lavoro Centro-settentrionale e quindi di finanziarsi il progetto migratorio senza troppo gravare sulla famiglia di origine.

Per saperne di più
Ciriaci, D. (2005) La fuga di capitale umano dal Mezzogiorno: un catching-up sempre più difficile, in «Rivista economica del Mezzogiorno», vol. XIX, n. 2-3, pp. 369-403.
Jahnke, H. (2001) Mezzogiorno e Knowledge Society: i rischi di spreco e fuga delle risorse umane, in «Rivista economica del Mezzogiorno», vol. XV, n. 4, pp. 749-763.
Pezzulli, F. (2004) Nota quantitativa di ricerca: l’emigrazione dei laureati dal Mezzogiorno, in «Sociologia e ricerca sociale», vol. 74, pp. 151-160.
Panichella, N. (2009) La mobilità territoriale dei laureati meridionali: vincoli, strategie e opportunità, in «Polis», n. 2, pp. 221-246
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