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Ancora una cultura piena di stereotipi sulle donne

Maria Giuseppina Muratore

Nella popolazione italiana i pregiudizi sui ruoli di genere sono ancora molto radicati e sono spesso alla base di comportamenti violenti verso le donne. È quello che emerge dai principali risultati dell’Indagine Istat sugli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza, condotta dall’Istituto Nazionale di Statistica nel 2018 presentati in questo articolo da Maria Giuseppina Muratore.

La violenza contro le donne ha le sue basi più profonde nella cultura di genere. Non è un caso che un fattore che espone al rischio di subire violenza fisica o sessuale nella coppia sia la denigrazione della donna da parte del partner. Anche la trasmissione intergenerazionale della violenza è la manifestazione di quanto pesino i condizionamenti appresi. I bambini che assistono alla violenza del padre sulla propria madre o che la subiscono direttamente tendono a riproporla da adulti. In questi casi, i tassi di violenza da parte del partner quadruplicano e le bambine che ne sono testimoni o che la subiscono, tendono a tollerala tre volte più delle altre (Indagine Istat sulla sicurezza delle donne, 2014).

Gli stereotipi sui ruoli di genere

Il quadro che emerge dai dati statistici¹mostra come siano ancora diffusi gli stereotipi sui ruoli di genere in Italia, così come quelli che tendono ad attribuire alla donna la responsabilità della violenza sessuale subita. Relativamente ai primi, poco meno di un terzo della popolazione nel 2018 ritiene che “per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro” (32,5%), “gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche” (31,5%), “è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia” (27,9%) (Figura 1).

Nel complesso, la percentuale di chi si ritrova in almeno uno di questi stereotipi è pari al 58,8%, senza particolari differenze tra uomini e donne. Gli stereotipi sono più diffusi al crescere dell’età (dal 45,3% dei giovani al 65,7% dei 60-74enni) e tra i meno istruiti (dal 79,6% di coloro senza titolo di studio o con licenza elementare al 45% dei laureati) nonché al Mezzogiorno (il valore massimo si stima in Campania con il 71,6% mentre il minimo in Friuli Venezia Giulia con il 49,2%). A livello regionale emergono inoltre alcune differenze tra donne e uomini. A Bolzano, in Lombardia e in Basilicata le donne rivelano opinioni meno aperte rispetto agli uomini della stessa area geografica; al contrario sono gli uomini dell’Abruzzo, della Calabria, della Liguria, del Veneto, della Puglia e del Molise ad avere più pregiudizi rispetto alle donne.

L’immagine sociale della violenza sessuale

In maniera simile, ben il 54,6% della popolazione è molto o abbastanza d’accordo con almeno uno degli stereotipi sulla violenza sessuale considerati nell’indagine² (Figura 2). Anche in questo caso, gli stereotipi risultano maggiori tra le generazioni adulte (dal 47,6% di chi ha 18-29 anni al 61,8% dei 60-74enni) e tra chi ha i titoli di studio più bassi (64,1% contro 42,4% dei laureati). Uomini e donne in questo caso si differenziano maggiormente (57,5% per i primi e 51,7% per le seconde), sebbene il loro modo di vedere sia lo stesso tende ad essere simile su alcune affermazioni quali, ad esempio, pensare che le donne possano provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire o che siano almeno in parte responsabili se subiscono violenza sessuale quando sono ubriache o sotto l’effetto di droghe. 

In Basilicata quasi il 70% della popolazione condivide almeno uno stereotipo sulla violenza sessuale (79,8% degli uomini e 60% delle donne), seguita a distanza di circa 10 punti percentuali, ma sempre sopra la media, da Campania, Puglia, provincia di Bolzano, Friuli Venezia Giulia, Marche e Veneto. Fortemente sotto la media, invece, la Liguria, in cui solo il 40,4% della popolazione è d’accordo con almeno un’affermazione (42,1% degli uomini e 38,7% delle donne).

L’accettabilità della violenza fisica presenta percentuali molto basse: più del 90% delle persone di 18-74 anni ritiene che non sia mai accettabile che “un ragazzo schiaffeggi la sua fidanzata perché ha civettato/flirtato con un altro uomo” o che in una coppia ci scappi uno schiaffo ogni tanto. Tuttavia, questa quota diminuisce all’80,6% quando si tratta dell’accettabilità del controllo del cellulare e/o dell’attività sui social network della propria moglie/compagna: il 16,8% ritiene accettabile il controllo in alcune circostanze ed è preoccupante in questo caso l’adesione dei più giovani (30,3% dei ragazzi di 18-29 anni e 27,1% delle ragazze della stessa fascia d’età).

Alla domanda sul perché alcuni uomini sono violenti con le proprie compagne e mogli, il 77,7% degli intervistati risponde perché le donne sono considerate oggetti di proprietà, il 75,5% per il bisogno degli uomini di ribadire la loro superiorità, il 62,6% perché alcuni uomini non sopportano l’emancipazione della donna. Il 51,3% della popolazione le indica tutte e tre, con una prevalenza delle donne (60,7%) rispetto agli uomini (41,1%). Diffusa è anche l’opinione che gli uomini siano violenti perché a causa dell’abuso di sostanze stupefacenti o di alcol (75,5%) o per le esperienze negative di violenza subita o assistita in famiglia da bambini (63,7%).

Solo l’1,1%, infatti, non darebbe consigli a una donna che ha subito violenza dal proprio compagno/marito per non intromettersi in questioni familiari che non li riguardano e il 2,6% non saprebbe cosa fare o consigliare (Figura 3). Questa, in una certa misura, sfaterebbe il pregiudizio che la violenza in famiglia sia un fatto esclusivamente privato.

I dati presentati in questo articolo confermano l’utilità delle indagini statistiche nella conoscenza della violenza di genere e delle sue radici, come auspicato dalla Convenzione di Istanbul³ che fonda sulla prevenzione il contrasto alla violenza contro le donne. L’analisi degli stereotipi nel tempo è essenziale quindi per monitorare le politiche messe in atto nel campo della prevenzione, della educazione, della formazione, e verificare così se la nostra società sia capace di modificarsi.

Note

¹ Il modulo sugli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza è realizzata dall’Istat all’interno di un Accordo di collaborazione con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio. I quesiti che rilevano gli stereotipi sui ruoli di genere, e per la prima volta le opinioni sull’accettabilità della violenza, sulla sua diffusione e sulle sue cause, nonché sugli stereotipi in merito alla violenza sessuale sono stati rivolti agli individui dai 18 ai 74 anni di età nel 2018. Il report del 25 novembre 2019 è disponibile on line .

² Sono state sopposte sette affermazioni per ognuna delle quali è stato chiesto il grado di accordo: le donne possono provocare la violenza sessuale con il loro modo di vestire; le donne che non vogliono un rapporto sessuale riescono ad evitarlo; le donne serie non vengono violentate; se un marito/compagno obbliga la moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà, non è una violenza; di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono no ma in realtà intendono sì; se una donna subisce una violenza sessuale quando è ubriaca o è sotto l’effetto di droghe è almeno in parte responsabile; spesso le accuse di violenza sessuale sono false.

³La Convenzione di Istanbul del Consiglio di Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica del 2011 ha posto l’attenzione in modo esplicito per la prima volta in Europa sulla violenza contro le donne in quanto donne, sulle cause della violenza radicate nella cultura dei Paesi, sulla necessità di creare un nuovo framework per combattere e prevenire la violenza. Inoltre la convezione sancisce in un modo del tutto nuovo l’importanza dei dati statistici finalizzati a conoscere la diffusione del fenomeno, ma anche delle cause che lo determinano, così come della risposta dello Stato rispetto agli autori della stessa.

 

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