Dopo aver mostrato che la doppia appartenenza culturale si associa a migliori condizioni occupazionali per gli immigrati in Toscana, Odo Barsotti e Moreno Toigo si chiedono ora quale profilo identitario favorisca la propensione a inviare rimesse nei paesi di origine. L’analisi, basata sulla stessa indagine del 2024, rivela che integrati e separati hanno, a parità di condizioni, una propensione analoga, ma che sono gli integrati – per stabilità economica, fiducia nelle istituzioni e capacità di muoversi tra due mondi culturali – i soggetti più idonei a partecipare a progetti di cooperazione decentrata capaci di indirizzare le rimesse verso impieghi produttivi e investimenti in capitale umano.
Doppia appartenenza, integrazione e sviluppo
Il nesso tra rimesse dei migranti e sviluppo dei paesi di origine è al centro di un ampio dibattito internazionale. La ricerca ha mostrato che le rimesse possono alimentare sia consumi improduttivi sia investimenti in capitale umano, e che l’esito dipende in larga misura dal grado di inserimento dei migranti nella società ospitante e dalla qualità dei legami che mantengono con le comunità di provenienza.
In un precedente articolo (Barsotti e Toigo, 2026), abbiamo osservato come la doppia appartenenza sia l’identità culturale degli immigrati associata a migliori opportunità occupazionali (lavori stabili e regolari).
Questo articolo, che ne costituisce la naturale continuazione, esplora quale profilo di identità culturale favorisca la propensione a fare rimesse e, dunque, la possibilità di coinvolgere i migranti in progetti di cooperazione decentrata.
Riteniamo infatti che combinando gli esiti delle due analisi, si possano offrire utili spunti di riflessione per orientare la politica migratoria e di inserimento degli immigrati nel contesto socio-culturale di accoglimento e insieme promuovere progetti di cooperazione decentrata e partecipativa che indirizzino le rimesse verso impieghi produttivi e di crescita del capitale umano e sociale nelle regioni di origine.
Anche in questo articolo ci avvaliamo dell’indagine “Integrazione dei cittadini di origine straniera in Toscana”, promossa dall’Osservatorio sociale della Regione Toscana e condotta dalla Società Simurg nel periodo agosto-settembre 2024, che ha raccolto 1.325 interviste di soggetti in età tra 16 e 64 anni.
Identità culturale: l’effetto sulla probabilità di fare rimesse
Il profilo identitario, in particolare quello che si identifica con maggiori legami con il paese di origine e scarsi o nulli con quello di accoglienza, influisce sulla propensione a fare rimesse. La Figura 1 mostra le percentuali grezze di intervistati che inviano rimesse per i tre profili identitari che abbiamo utilizzato nel precedente articolo1. Come si osserva, la percentuale di chi invia rimesse è più elevata tra i Separati/Marginalizzati (62,6%), più bassa tra gli Assimilati (51,6%), con gli Integrati in posizione intermedia (57,6%).

Queste differenze, tuttavia, riflettono anche l’effetto di altre caratteristiche degli intervistati (condizione economica, legami familiari, progetto migratorio) che occorre tenere sotto controllo per isolare il ruolo specifico dell’identità culturale.
Abbiamo, perciò, ritenuto appropriato affidarci a un modello di regressione logistica, nel quale la variabile dipendente (dicotomica) “invio di denaro nel paese di origine” viene espressa in funzione di variabili proxy delle caratteristiche individuali degli immigrati, della loro condizione economica, del radicamento nell’ambiente di accoglienza, dei legami con il paese di origine. Tra le variabili espressione del radicamento abbiamo incluso naturalmente l’identità culturale percepita, distinta nei tre profili: integrati, assimilati, separati/marginalizzati, quest’ultimo assunto come riferimento per il confronto con gli altri due.
Nella Tabella 1, si riportano solo i risultati riferiti alle variabili predittive i cui coefficienti sono significativi a un livello di significatività inferiore al 10% (otto lo sono a un livello inferiore al 5%), con l’aggiunta, però, della modalità integrati della variabile tricotomica “identità culturale,” con coefficiente non significativo. Le altre nove variabili sono tutte dicotomiche e per ciascuna di esse è indicata la categoria di riferimento per il confronto.

In questa sede, per i fini che ci siamo proposti, ci soffermiamo ad analizzare nel dettaglio gli effetti netti della variabile “identità culturale”, per verificare in particolare se e come essi si modifichino rispetto agli esiti dei tassi grezzi riportati nella Figura 1.
Ci limitiamo solo a osservare come, ceteris paribus, le variabili significative che rappresentano aspetti della condizione economica (occupazione e reddito) aumentino la probabilità di fare rimesse (rispetto a non farle); come, invece la riducano le variabili espressione del radicamento nell’ambiente di accoglienza (convivenza con la famiglia, figli in Italia, cittadinanza, assimilati); come infine la probabilità di fare rimesse sia associata positivamente con differenti modalità di trasferimento di risorse nel paese di origine (portare denaro e beni in occasione dei ritorni).
Il segno negativo del coefficiente Beta riferito agli assimilati, indica che tra gli immigrati che si auto-percepiscono appartenenti solo alla cultura italiana la probabilità di fare rimesse, rispetto a non farle, è significativamente più bassa dell’analoga probabilità tra i separati/marginalizzati (ExpBeta=0,629), ossia tra coloro che si auto-percepiscono come appartenenti solo alla cultura di origine o non appartenenti né all’una né all’altra. Questo sottintende un riequilibrio delle loro priorità economiche verso l’Italia, oppure, ma meno probabilmente, trasferimenti di altro tipo (rimesse informali e immateriali) che però non siamo in grado di identificare.
Il risultato della regressione associa invece al coefficiente Beta (-0,042) della modalità Integrati della variabile “Identità culturale”, cioè l’appartenenza a entrambe le culture italiana e di origine, una significatività (0,823) lontanissima dal livello del 10%, che si è convenuto non debba essere raggiunto per considerare significativi i coefficienti stimati dal modello. Si può dunque affermare (ExpBeta=0,959, in pratica uguale a 1) che, quando si tengono sotto controllo gli effetti di tutti gli altri predittori inseriti nel modello, la differenza osservata tra le propensioni lorde (Figura 1) viene meno, ossia la probabilità di fare rimesse degli integrati è sostanzialmente uguale a quella dei separati/marginalizzati.
E allora se la maggiore attitudine “netta” a fare rimesse è considerata la concreta manifestazione degli interessi e degli obblighi che l’immigrato intende mantenere con il proprio ambiente di origine, possiamo dire che sembrerebbe indifferente fare più affidamento sugli immigrati dell’una o dell’altra identità culturale (integrati o separati) per farli partecipi a iniziative di cooperazione decentrata che indirizzino le rimesse verso attività produttive e verso investimenti in capitale umano.
A parità di propensione, perché puntare sugli integrati?
A parità di propensione a fare rimesse, sono però le condizioni materiali e relazionali a fare la differenza. E queste appaiono meno favorevoli per i separati. In primo luogo, perché essi sperimentano uno status socio-economico meno buono rispetto agli integrati: sono più spesso occupati in modo precario o privi di occupazione (oltre la metà contro un terzo degli integrati). Con più difficoltà, anche se lo volessero, riuscirebbero perciò a sostenere progetti di cooperazione decentrata che richiedono risorse finanziarie stabili e per durate non brevi. Ma soprattutto sono meno idonei perché sono progetti che esigono, per la loro stessa natura, fiducia nel sistema politico, sociale e culturale italiano, che più difficilmente si prova se in quel contesto ci si sente estranei.
A questo proposito è interessante osservare (Tabella 1) che tra coloro che hanno manifestato “interesse verso iniziative rivolte agli immigrati della Regione Toscana”2, e implicitamente fiducia nell’Istituzione, la probabilità di fare rimesse, rispetto a non farle, è molto maggiore dell’analoga probabilità tra coloro che non si sono espressi (aumenta l’Odds di quasi 3 volte). Questa forte associazione, seppure non possa essere interpretata come una relazione diretta di causa-effetto, ha evidenti implicazioni pratiche perché offre alla Regione soggetti che si percepiscono come interlocutori legittimi delle istituzioni e non in senso astratto, ma concretamente, potrebbero essere disponibili ad agire dentro reti e progetti comunitari.
Infine la doppia appartenenza fa degli integrati soggetti con un profilo identitario transnazionale, che consente loro “di muoversi con più facilità tra due mondi culturali” (Buonomo et al., 2025). Di mantenere e sviluppare, quindi, una rete di rapporti tra gli ambienti di accoglienza e di origine di natura non solo economica ma anche sociale e culturale. Questa è una condizione fondamentale nell’architettura dei progetti di cooperazione decentrata, per la cui descrizione si rimanda a un nostro precedente articolo (Barsotti e Toigo, 2024) e in particolare alla Figura 1.
Ma il sogno potrebbe diventare realtà?
Le tendenze rilevate paiono evidenti e plausibili. Suggeriscono che le autorità politiche e le istituzionali in generale dovrebbero promuovere la doppia appartenenza perché il mantenimento della cultura di origine non ostacola affatto, anzi favorisce la stabilità occupazionale e l’inclusione nella società di accoglienza, e contestualmente è la condizione più favorevole per sostenere e realizzare progetti di cooperazione decentrata individuali e comunitari nei quali gli immigrati partecipino attivamente come agenti di sviluppo delle loro regioni di origine.
Perché la doppia appartenenza diventi un effettivo motore di crescita e cooperazione, occorre che si verifichino alcune condizioni: politiche migratorie che promuovano attivamente l’integrazione senza richiedere la rinuncia alla cultura di origine; percorsi di inserimento lavorativo stabile che consentano ai migranti di risparmiare e progettare; un quadro istituzionale – a livello regionale e locale – capace di intercettare la disponibilità degli immigrati a partecipare, trasformandola in progetti concreti di cooperazione decentrata. Solo così il migrante può essere riconosciuto come ponte tra due società e agente di uno sviluppo che produce benefici sia nelle aree di origine che in quelle di adozione.
Avevamo concluso l’articolo richiamato sopra, domandandoci se questa “filosofia” fosse soltanto un sogno. Ora abbiamo qualche speranza in più che il sogno possa diventare realtà.
Confidiamo che il Governo regionale toscano, da poco eletto, rifletta sui risultati dell’indagine promossa dal suo stesso Osservatorio sociale in collaborazione con l’ANCI toscana, consideri che poco meno di un quinto degli immigrati intervistati, nonostante il questionario fosse anonimo, ha lasciato il proprio recapito, mostrando interesse a essere coinvolto in future iniziative regionali rivolte agli immigrati e magari …
Note
1Come nel precedente articolo (Barsotti e Toigo, 2026), i profili dei separati e dei marginalizzati sono stati accorpati per la scarsa numerosità dei secondi.
2Nel questionario è stata posta agli intervistati questa domanda: “Sei interessato ad essere informato e coinvolto dalla Regione Toscana in progetti che riguardano i cittadini stranieri?”