Popolazione mondiale:

Popolazione italiana:

Giovani (0-19 anni):

Anziani (64+ anni)

Si vive di più, si lavora di più

L’allungamento della durata della vita, riflette Michele Tronconi, deve tradursi in un prolungamento della vita lavorativa. Pur se le variabili in gioco sono tante (fecondità, migrazioni, tipologia di sistema previdenziale, margini di crescita della spesa sociale, …), almeno questo collegamento dovrebbe essere un punto fermo, per la politica e per gli elettori.

L’invecchiamento in Italia è fortemente influenzato dal basso e calante numero delle nascite. I giornali ne parlano molto, oggi, ma la bassa fecondità nel nostro Paese era già chiara almeno dagli anni Novanta, a metà dei quali eravamo scesi ad appena 1,19 figli per donna, contro i due teoricamente necessari per il rimpiazzo generazionale. Poiché le cose non sono sostanzialmente cambiate da allora, trent’anni fa, si è ormai innescata una spirale di decrescita e invecchiamento della popolazione1.

Il problema è aggravato dalle regole di un sistema previdenziale troppo generoso per troppo tempo. E anche quando, dal 1996, si abbandonò il sistema di calcolo retributivo delle pensioni, il passaggio al nuovo sistema, contributivo, fu introdotto con troppa timidezza e gradualità. Il calo progressivo della popolazione attiva, che paga i contributi, rispetto all’aumento di quella inattiva, che percepisce la pensione per sempre più anni, mette sotto scacco il nostro Welfare State. Sta succedendo anche in altri Paesi, perfino in Inghilterra dove il termine venne coniato nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale (dall’Arcivescovo di Canterbury, Mons William Temple – Temple, 1942) per distinguere i governi che pensano al benessere dei loro cittadini da quelli che, invece, li usano per i propri fini, ad esempio per sostenere lo sforzo bellico. 

Il welfare, però, costa caro ed è difficile tenere i conti sotto controllo quando la popolazione smette di crescere e invecchia, soprattutto in un contesto in cui le guerre sono tornate alle porte dell’Europa. 

Come sostenere il welfare

In generale, basterebbe crescere, sia come prodotto interno (PIL), sia come produttività, ma ciò è difficile quando la popolazione in età attiva cala e trascina verso il basso gli investimenti innovativi di cui, solitamente, è motore (Tronconi 2025a).

Se la crescita economica non è possibile, o almeno non basta, occorre agire sul fronte delle spese. Per quanto riguarda la spesa previdenziale, le ricette più frequentemente evocate per l’Italia includono, pur se con sfumature varie, tre elementi principali:

1) Rafforzare il secondo pilastro (integrativo ma volontario), rispetto al primo (obbligatorio),

2) Ritardare l’età della pensione, e

3) Passare, almeno in (buona) parte, a un sistema a capitalizzazione. 

Altre due linee d’intervento, per ora in sede teorica, sono la modifica del sistema a ripartizione, senza abbandonarlo (De Santis 2025), e il finanziamento aggiuntivo rispetto ai flussi contributivi del primo pilastro, con risorse da prendere, secondo alcuni, dal valore aggiunto delle imprese grazie all’intelligenza artificiale (Tronconi 2025b), secondo altri dalle piattaforme digitali che usano i nostri dati per alimentare l’AI (Ferraris, 2024).

Le dimensioni del problema

Partiamo dall’indice demografico di dipendenza degli anziani, ovvero quanti anziani (65+ anni) si osservano per ogni 100 persone in età attiva (15-64 anni). Le previsioni dell’Istat, nella fig. 1, suggeriscono un rapido peggioramento, almeno fino al 2050.

Nel prossimo futuro, chi ci pagherà la pensione? La domanda fa pensare solo all’egoismo di chi invecchia, ma il problema ha almeno due facce e si può porre anche in questi termini: come possiamo evitare ai nostri pochi figli un destino di imposte e contributi sempre più alti?

Un’ipotesi, come si è detto, è quella di abbandonare (gradualmente) il sistema a ripartizione, per costituire al suo posto (o accanto a essa) un fondo a capitalizzazione. Ma come regolarsi con coloro che già hanno pagato contributi? Quanti soldi servirebbero per estinguere tutte le promesse pensionistiche assunte fino ad oggi? È il calcolo del cosiddetto debito pensionistico implicito, i cui risultati sono illustrati nella Fig. 2. Il nostro, alla fine del 2021, era più di quattro volte il PIL. Se si aggiunge questo al più classico (ma più piccolo) debito pubblico comunemente considerato, il debito che stiamo lasciando sulle spalle delle future generazioni è circa 5,5 volte il PIL.

Operare questa somma potrebbe non essere del tutto corretto, perché si tratta di due forme di debito differenti: quello pensionistico non comporta rischi di breve periodo connessi al suo rifinanziamento, e può essere oggetto di qualche nuova norma di ricalcolo (Visco 2021). Ma questo, a ben vedere, è forse un motivo di preoccupazione in più, visto che accelera l’entrata in pensione (“per maturare i diritti acquisiti”): una corsa che alimenta il problema. Resta il fatto che con i valori in gioco appare difficile, se non impossibile, passare alla capitalizzazione, che imporrebbe ai giovani un doppio pagamento, per chi è già in pensione (ripartizione) e per la costruzione della propria pensione.

Infine, l’ultima ricetta: se la vita in pensione si allunga – oggi si superano i 20 anni – deve aumentare la somma delle contribuzioni, ovvero il montante che viene diviso per la speranza di vita residua così da ottenere la rata pensionistica. È una questione di equità attuariale che sarebbe sbagliato interpretare solo come un prolungamento della fatica. A certe condizioni, infatti, può persino essere vero il contrario: se si lavora di più, si vive di più. Certo dipende da molte cose: dal tipo di lavoro, dallo stato di salute, dalle condizioni familiari. Difficile, ma non impossibile, e certamente auspicabile.

Non dobbiamo illuderci, però, nessuna società si regge senza giovani, e stimolare una ripresa della fecondità, pur se difficile e con effetti solo nel medio-lungo periodo appare una necessità non più eludibile. Per come agire, rimando i lettori interessati a una mia recente pubblicazione, Demografia e destino (Tronconi 2025a).  

Note

1Con un numero di figli per donna inferiore a 2, si riduce il numero di potenziali genitori il che, circa trent’anni dopo, porta a un calo delle nascite. Il fenomeno è tanto più intenso quanto minore è la fecondità, e tende a riprodursi nel tempo, perdurando per anni anche in caso di successivo recupero della fecondità. 

Per saperne di più

De Santis G. (2025) Nati con la pensione. Il sistema previdenziale in Italia, Il Mulino, Bologna.

Eurostat (2024) Pensions in national accounts – Statistics Explained. Data extracted in February 2024 on 2021.

Ferraris M. (2024) Webfare: A Manifesto for Digital Well-being, Transcript Verlag.

Gronchi S. e Nisticò S. (2023) L’Italia si è davvero dotata di un sistema contributivo? Economia Italiana, 1.

Temple W. (1942) Christianity and Social Order, Penguin Books.

Tronconi M. (2025a) Demografia e destino. Possiamo tornare a crescere? Guerini e Associati, Milano.

Tronconi M. (2025b) La pensione ce la pagherà l’AI, gemello digitale che lavora per noi? Ecco gli scenari, Agenda digitale,

Visco I. (2021) Covid shock, debito pensionistico e debito pubblico, Economia Italiana, 1.

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