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Aggiorniamo (e depotenziamo) l’invecchiamento demografico

Che ci si riferisca ai singoli individui, oppure ad una popolazione, il termine invecchiamento ha un suono inquietante. Gian Carlo Blangiardo ci spiega come, usando criteri di misura diversi, il grado e la velocità dell’invecchiamento del nostro paese assuma contorni diversi con conseguenze non irrilevanti per l’immagine che abbiamo di questo fenomeno centrale della nostra epoca. 

Nel volume italiano del Dizionario Demografico Multilingue, con il quale alla fine degli anni ’50 Bernardo Colombo metteva a disposizione degli studiosi un importante e utile strumento di lavoro, si definivano vecchi “ […] coloro che sono entrati nell’età senile, o vecchiaia, il cui inizio si fa coincidere spesso, convenzionalmente, coll’età delle quiescenza o età della pensione (60 o 65 anni di solito “(Colombo, 1959, p.45). A quel tempo l’aspettativa di vita di un sessantacinquenne, secondo le tavole Istat 1960-62, era di 13,4 anni per i maschi e 15,3 per le femmine. Da allora sono passati più di sessant’anni e la vita residua attesa al 65° compleanno è salita a 18,9 e 21,9 anni, rispettivamente per maschi e femmine, ma il confine statistico dell’età senile non ha subìto alcuna modifica, nonostante il costante allungamento di quella che formalmente è la stagione della senilità.

Misure alternative dell’invecchiamento

A ben vedere, una interessante proposta per rendere “mobile” la soglia di accesso alle età anziane, così da tenere conto delle conquiste sul fronte della durata della vita, è stata avanzata già quasi mezzo secolo fa. L’idea consisteva nel sostituire la classica definizione di anziano, inteso come colui che “ha vissuto per un certo numero di anni”, con quella più elastica che considera tale “chi ha ancora (mediamente) da vivere per non più di un certo numero di anni” (Rayder, 1975; Di Comite, 1977). In tal modo, se anche solo si adottassero quindici anni come intervallo di vita residua per segnare il passaggio alle età anziane, il confine anagrafico sarebbe oggi tra i 71 e i 72 anni – misurato senza distinzione di genere – e gli anziani al 1° gennaio 2023 sarebbero 9,3 milioni, il 15,7% del totale, invece dei 14,2 milioni di ultrasessantacinquenni (il 24%).

Se poi invece di ragionare in termini di un prefissato numero di anni di aspettativa di vita si definisse come età confine di ingresso nell’universo degli anziani quella in cui si è consumata una prefissata frazione di durata della vita stessa, ad esempio è anziano “chi ha speso almeno l’85% della propria esistenza (tra anni vissuti e anni residui mediamente attesi)”, stando ai livelli di sopravvivenza del 2022 – sempre senza distinzione di genere – la soglia anagrafica si collocherebbe tra 74 e 75 anni e il corrispondente numero di anziani al 1° gennaio 2023 scenderebbe a 7,3 milioni: il 12,3% del totale di residenti.

In realtà, quale che sia l’approccio definitorio con cui attestare la componente anziana, va preso atto che il fenomeno dell’invecchiamento nel nostro Paese si manifesta con una dinamica crescente che viene da lontano e sembra destinata a proseguire, con maggiore intensità, per almeno altri 3-4 decenni. Secondo le previsioni più recenti (Istat, 2023) il numero di ultrasessantacinquenni potrebbe accrescersi di 5 milioni nel prossimo ventennio; ed anche mettendo in conto i guadagni di sopravvivenza – che influenzerebbero le due definizioni “flessibili” di cui si è detto – la crescita assoluta del numero di anziani persisterebbe sino a metà secolo (Figura 1).

L’invecchiamento è mobile!

Gli effetti dei diversi approcci definitori paiono comunque alquanto significativi, specie se si considera nel tempo la quota di anziani rispetto al totale di residenti. Mentre quarant’anni fa le differenze erano relativamente contenute e tale percentuale poteva variare da un minimo del 7,8%, adottando quella che si è proposta come seconda definizione flessibile (il superamento di una data frazione di vita), a un massimo del 13,2%, applicando il concetto “standard” dei 65 anni e oltre, nel 2022 il divario tra gli estremi è arrivato ad essere nell’ordine di dodici punti percentuali (12,1% vs. 23,8%) e fra altri quarant’anni potrebbe attestarsi sui quindici punti (Figura 2). 

In sostanza, se si ritiene che il fenomeno dell’invecchiamento demografico consista – come sta scritto nei manuali di demografia – nella crescita della quota di popolazione anziana, si deve anche mettere in conto come un ipotetico (e giustificabile) cambio nel definire la soglie di ingresso nel collettivo degli anziani possa portare con sé un consistente sgonfiamento dell’intensità dell’invecchiamento stesso. Non a caso, i valori di massimo che si incontrerebbero a metà secolo, misurando il fenomeno con l’approccio definitorio “flessibile” (attorno al 20% di anziani in entrambi i casi di flessibilità), ripropongono percentuali che, nella logica “standard” del riferimento agli ultrasessantacinquenni, si erano raggiunte in Italia già dieci anni fa (20,8% nel 2012).

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