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Classe sociale e fecondità: conta più la classe “di lei” o “di lui”?

La decisione di avere un figlio è stata spesso studiata in relazione alla condizione socio-economica della coppia, in termini specialmente di istruzione e ricchezza. Poco considerato è invece il ruolo della classe sociale individuale dei due membri della coppia. Marco Albertini, Teodora Maksimovic, Letizia Mencarini e Giorgio Piccitto, per mezzo di un approccio quantitativo, mostrano che la classe sociale “di lei” è determinante nella scelta di avere un figlio, e che questa circostanza è più probabile per le donne in cima alla ‘piramide sociale’. 

Classe sociale e fecondità

Un numero di figli per donna inferiore a quello necessario per avere una popolazione stabile (2,1) ha caratterizzato i trend demografici di gran parte dei paesi Europei negli ultimi tre decenni. Un numero crescente di studi ha analizzato il ruolo delle condizioni socio-economiche nelle scelte riproduttive delle coppie, focalizzandosi per lo più sull’analisi dell’associazione tra istruzione, ricchezza e reddito da lavoro dei due membri della coppia e la probabilità di una nuova nascita. È stata invece poco o per nulla considerata la classe sociale dell’individuo.

L’appartenenza ad una classe sociale piuttosto che ad un’altra si traduce per gli individui non solo in diversi livelli di sicurezza economica, ma anche in differenti opportunità di controllo dell’organizzazione del lavoro e orientamenti valoriali relativi alla famiglia. Inoltre, ciascuna classe sociale è legata anche a una diversa possibilità di gestione del tempo, e dunque alla conciliazione dei compiti di cura della famiglia e attività di lavoro. Questi fattori sono senz’altro importanti nel determinare i comportamenti riproduttivi. Per queste ragioni, ci si può attendere che, a parità di istruzione, ricchezza familiare ed altre caratteristiche demografiche e sociali della coppia, sia la classe sociale possano influenzare la probabilità di avere un figlio.

Tale ipotesi è stata analizzata in un recente studio che, utilizzando la componente longitudinale della European Union Statistics on Income and Living Conditions (EU-SILC), ha stimato il ruolo della classe sociale delle donne e dei loro partner sulla possibilità di avere un figlio in 14 paesi europei nel periodo dal 2005 al 2017. 

L’approccio empirico

In questo studio, sono state definite quattro classi sociali sulla base del tipo di posizione occupata dall’individuo nel mercato del lavoro: (1) la classe di servizio, nella quale la prestazione lavorativa è poco o per nulla codificabile e si basa sulla reciproca fiducia e lealtà tra datore di lavoro e lavoratore, che vengono mantenute attraverso significative prospettive di carriera e relazioni generalmente a lungo termine; inoltre, il lavoratore gode di autorità e ampi margini di flessibilità nella gestione del lavoro; (2) la classe operaia, caratterizzata dal contratto di lavoro che contempla una prestazione piuttosto semplice, chiaramente definita e parcellizzata ben definita in cambio della quale il lavoratore riceve una ricompensa; in questa classe sociale autorità e flessibilità sono molto limitate; (3) la classe intermedia, che combina alcune caratteristiche della relazione di servizio e altre del contratto di lavoro; (4) la classe autonoma, contraddistinta dall’assenza di un rapporto d’impiego tra datore di lavoro e lavoratore; è dunque composta dai lavoratori indipendenti e caratterizzata da alti livelli di insicurezza e volatilità e da un controllo sui tempi dell’organizzazione di lavoro de facto piuttosto labile. Oltre a queste quattro classi vengono poi distinti due ulteriori gruppi, quello dei disoccupati e quello degli inattivi. La variabile dipendente studiata è la probabilità di avere una nuova nascita nel periodo di osservazione (2005-2017). 

I risultati dei modelli statistici adoperati (illustrati in Figura 1) indicano che le donne occupate nella classe di servizio, al netto della loro istruzione, del reddito familiare e della classe sociale del partner – oltre che di altri potenziali fattori di confondimento quali età, numero di figli già presenti all’interno della famiglia, paese di residenza, anno d’intervista – hanno maggiori probabilità di avere un figlio rispetto alle donne appartenenti alle altre classi sociali. Questo vantaggio emerge indipendentemente dal fatto che si consideri la nascita del primo figlio o del secondo figlio. Le donne occupate nella classe autonoma, o quelle in stato di disoccupazione, sono quelle con la probabilità più bassa di avere un figlio. Distinguendo per parità, le donne inattive risultano particolarmente svantaggiate nella transizione al primo figlio, mentre le donne appartenenti alla classe operaia sono soprattutto penalizzate nella probabilità di avere il secondo figlio. 

La classe sociale del partner, invece, sembra influenzare in misura molto minore la probabilità di avere un figlio. L’unica differenza degna di nota emerge tra le donne con partner inattivo o disoccupato, che hanno una probabilità particolarmente bassa di avere una nuova nascita. In ogni caso, quando si considera la classe sociale del partner le differenze tra le classi sociali nella loro associazione con la probabilità di una nascita sono minime. Da analisi supplementari emerge come questa tendenza sia generalmente riscontrabile in tutti i 14 paesi considerati. Un’eccezione è rappresentata dai Paesi Bassi, paese in cui anche la classe sociale del partner influenza la probabilità di avere un figlio; tale risultato potrebbe essere letto alla luce della grande quantità di lavoratori part-time in questo paese.

“Lei” e “lui”: gentrificazione della fecondità?

Lo studio evidenzia come in Europa, quantomeno nei primi due decenni del Ventunesimo secolo, la classe sociale rappresenti un attributo importante nel definire i comportamenti riproduttivi. Diversamente da quanto emerso nella letteratura sulla stratificazione sociale, dove tradizionalmente è la classe sociale dell’uomo che connota la posizione sociale dell’intera famiglia, quando si considera la possibilità di avere un figlio è la classe sociale della donna ad essere maggiormente determinante. Questo è però vero solo a condizione che il partner sia occupato: le probabilità di avere un figlio per quelle donne che vivono con un marito inattivo o disoccupato sono infatti considerevolmente basse, specialmente nel passaggio al secondo figlio. Tale tendenza è particolarmente visibile in paesi come la Francia, il Regno Unito, l’Italia, i Paesi Bassi e la Spagna, mentre in altri paesi appare più sfumata.

In generale, sembrerebbe dunque configurarsi un processo di gentrificazione della fecondità, sempre più appannaggio di donne e coppie appartenenti alla classe di servizio con maggiore sicurezza contrattuale e autonomia organizzativa degli orari e compiti di lavoro. 

Note

Dondena Working Papers • Social classes and recent fertility behaviour in Europe

Per saperne di più

Baizan P (2021). Welfare regime patterns in the social class-fertility relationship: Second births in Austria, France, Norway, and the United Kingdom. Research in Social Stratification and Mobility 73: 100611.

Dribe M and Smith CD (2021). Social class and fertility: A long-run analysis of Southern Sweden, 1922–2015, Population Studies, 75(3), 305-323.

Maksimovic T, Albertini M, Mencarini L and Piccitto, G (2021). Social classes and recent fertility behaviour in Europe, Dondena Working Paper n.141.

Skirbekk V (2008). Fertility trends by social status. Demographic Research, 18(5), 145-180.

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