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La frustrazione delle seconde generazioni*

Anche in Italia si avvertono segnali di disagio delle Seconde Generazioni di immigrati, anche se non (ancora) paragonabili a quelle osservati in paesi come la Francia e il Regno Unito. Stefano Allievi mostra come alcuni fatti – largamente prevedibili – siano il frutto di un’integrazione mancata.

Era già successo: se ne era parlato a proposito del Capodanno milanese. E succederà ancora, fino a che le (s)ragioni del fenomeno resteranno presenti nella società: magari sopite, interpretate come un lieve stato di malessere, ma pronte a risvegliarsi all’occasione, come accaduto nelle violenze di spiaggia e sui treni da Gardaland nei giorni scorsi. La fermezza è utile, ma non sarà la minaccia di più galera, pene più severe o punibilità dai 12 anni a risolvere il problema. È una pseudosoluzione comoda elettoralmente, ma non risolve alcunché, precisamente perché arriva quando tutto è già accaduto. Soprattutto, non risolve le situazioni che si sono lasciate incancrenire perché nessuno se ne vuole occupare, anche se precisamente questo dovrebbe essere il compito della (buona) politica. Purtroppo, esattamente come si fa notare di più, perché fa notizia ed è ovvio così, la mala movida e la mancata integrazione – anche se sono il proverbiale albero che cade, che fa più rumore della foresta che cresce, che invece non vediamo e non sentiamo – così anche le risposte che vanno per la maggiore sono quelle della mala politica, tutte slogan e mancanza di azioni preventive.

Integrazione mancata

L’integrazione è come un matrimonio: funziona solo se a volerlo sono entrambi i partner. Mentre spesso prevale il rifiuto: attribuito agli immigrati che non vorrebbero integrarsi, ma spesso praticato dagli autoctoni. Per questo bisogna investire e spendere per la sua buona riuscita. Sapendo che le seconde generazioni vivono problemi specifici, che si sommano. In quanto immigrati (seppure lo sono i loro genitori, non loro): la percentuale di famiglie sotto la soglia di povertà, tra gli immigrati, è quattro volte tanto quella presente tra gli autoctoni; e il livello salariale, a parità di mansione e di settore, più basso di diverse migliaia di euro l’anno rispetto agli italiani. E in quanto giovani: diversi dai loro genitori, con cui spesso è arduo avere un linguaggio comune (perché loro sono proiettati in avanti, qui, mentre i genitori sono sovente voltati all’indietro, verso i luoghi da cui provengono, là); ma anche diversi dai loro coetanei, perché privi di cittadinanza, e obiettivamente con prospettive peggiori.

Rabbia

La rabbia c’è. E se di per sé non giustifica nulla (e niente va giustificato, del resto), qualcosa può aiutare a spiegare. È infatti la rabbia e la voglia perversa di emergere delle seconde generazioni di tutti i tempi, e di tutte le latitudini, se il percorso che fanno non è quello del successo personale, dell’elevamento della posizione sociale, del riconoscimento. Gang etniche, sottoculture criminali, ci sono e sono pericolose (anche qui niente di nuovo, se ricordate West Side Story). Ad esse si sommano forme nuove di socializzazione al di fuori delle regole, di divertimento incapace di trovare altri sfoghi, che cominciamo a sperimentare sempre più spesso, come i rave party e i raduni autoorganizzati (ieri via Facebook, oggi, con età sempre più bassa, su TikTok). Che tuttavia prescindono dall’etnia: per uscire da troppo facili generalizzazioni è sufficiente ricordare che è stato un ragazzo anche lui di colore a salvare le ragazze di ritorno da Gardaland. E poi c’è la logica del branco, e branco maschile (anche se pure le baby gang femminili si fanno sentire, quanto a violenza: meno, rispetto alla sua forma sessualizzata, che fa parte di un immaginario virile – che non distingue tra autoctoni e immigrati, anche se tra questi può avere risvolti specifici – che solo l’evoluzione dei modelli culturali sarà capace di scalfire). Infine, c’è l’odio razziale. Che, sì, può avere forme e capri espiatori diversi, e andrebbe sanzionato più severamente, anche sul piano morale: a cominciare dagli stadi e dal tifo delle curve organizzate e politicizzate, che andrebbe bandito anziché blandito come avviene oggi, fino ai ragazzi del Garda autodefinitisi “africani” che in Africa peraltro non saprebbero e non vorrebbero vivere.

Segnali di nuove possibilità

C’è da lavorare per tutti. Scuola, associazionismo, sport, quartieri, città, regioni, stato. E c’è un ruolo anche per le comunità immigrate: che vanno coinvolte e responsabilizzate, e messe di fronte alle proprie contraddizioni, ma non demonizzate e marginalizzate semplicemente perché tali. Perché possono giocare un ruolo prezioso. Faccio un esempio sul come: che riguarda l’Islam, che negli eventi di questi giorni non è in questione. L’UCOII, l’Unione delle comunità islamiche in Italia, presieduta da un ex-ragazzo di seconda generazione, a sua volta padre della terza, si è costituita parte civile nel processo per l’assassinio di Saman Abbas, la giovane pakistana diciottenne di Novellara (RE) che si opponeva al matrimonio combinato dai parenti. Contro la sua famiglia, in un tipico scontro generazionale e culturale. Un segnale da cogliere.

* Rielaborazione di un editoriale pubblicato sul Corriere del Veneto” dell’8 giugno 2022

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