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Alcune proposte per la rivoluzione dei cognomi

La questione della trasmissione del cognome ai figli è stata riaperta dalla recente sentenza della Corte Costituzionale. Ce ne parla Gianpiero Dalla Zuanna che propone alcuni criteri cui dovrebbe attenersi una riforma legislativa della materia auspicata dall’alta Corte.

La comparsa dei cognomi

I cognomi apparvero in Europa dopo l’anno Mille quando – per motivi religiosi e sociali – i genitori iniziarono a dare ai nuovi nati gli stessi nomi. Ancora a fine ‘700, nella parrocchia di San Marco a Venezia, il 16% dei maschietti venne chiamato Giovanni e il 17% delle femminucce Maria; i primi cinque nomi coprivano da soli il 50% dei bambini (Giovanni, Antonio, Giuseppe, Francesco e Pietro) e il 43% delle bambine (Maria, Teresa, Angela, Anna, Caterina). I cognomi furono necessari per distinguere in modo univoco le persone, semplificando così la loro identificazione, in società sempre più mobili e complesse. Spesso furono derivati da un mestiere (in Veneto Marangon: falegname; Callegaro: calzolaio; Favaro: Fabbro), da una caratteristica fisica (in Veneto Sanco: zoppo o mancino; in tutta Italia Rosso: dal colore dei capelli) dal luogo di provenienza (Furlan, Emiliano, Toscani), dal nome del capostipite (ad esempio tutta una serie di cognomi deriva da Giovanni: in Veneto Zanon, Zuanon, Zane, Zanovello, Dalla Zuanna… in giro per l’Italia Di Giovanni, De Giovanni e così via). A poco a poco, il cognome divenne elemento familiare identitario, oltre che elemento ineludibile per identificare con precisione un individuo, divenendo anche parte del codice fiscale.

Una rivoluzione da completare con ragionevolezza

In Italia il cognome si trasmetteva per linea maschile. Ora una sentenza della Corte Costituzionale ha deciso che ai bambini nati in Italia vadano assegnati – di regola – i cognomi o parte dei cognomi di entrambi i genitori, secondo l’ordine da loro stabilito, permettendo tuttavia scelte diverse (solo il cognome del padre o quello della madre), purché condivise. In caso di contrasto fra i genitori, interviene il giudice. La Corte ha chiesto al Parlamento di fare una legge per regolamentare i dettagli, premettendo però che il faro della norma dev’essere la parità di genere nella trasmissione del cognome, perché a detta della suprema Corte, nella Costituzione e nel Diritto di Famiglia del 1975 non si trova alcun motivo per privilegiare la linea paterna. Provo a dettagliare alcuni criteri che, rispettando la parità fra i genitori, garantiscano semplicità, identità familiare, riduzione dei rischi di conflitti, garanzia per i neonati e le famiglie fragili.

1) Per ridurre i possibili conflitti fra i genitori e fra le loro famiglie, andrebbe individuato un criterio automatico. Questo criterio potrebbe essere l’assunzione per il neonato del primo cognome del padre e della madre, secondo un ordine casuale, che non può però essere quello alfabetico, altrimenti nel giro di qualche generazione avremmo la concentrazione su pochi cognomi inizianti per le prime lettere dell’alfabeto. Ad esempio, il primo cognome potrebbe essere quello del genitore con il giorno (non il mese né l’anno) di nascita più basso. Per i genitori sono nati lo stesso giorno, lo stesso criterio potrebbe essere applicato al mese, se nati anche nello stesso mese, all’anno. Per i (pochissimi) genitori nati lo stesso giorno, mese e anno si potrebbe lanciare una moneta…

2) Le modalità di scostamento da questo criterio automatico dovrebbero essere semplici e immediate, e tutte risolte al momento della registrazione della nuova nascita. In particolare, i genitori di comune accordo dovrebbero poter dare solo il cognome del padre o quello della madre, con il vincolo però di assegnare ai figli solo i loro cognomi o parti di essi. La fantasia dovrebbe continuare a sbrigliarsi solo sull’assegnazione del nome proprio, mentre il cognome dovrebbe continuare a essere un segno della continuità familiare. 

3) La scelta del cognome del primogenito andrebbe mantenuta anche per i nati di ordine successivo, in modo che i fratelli dei medesimi genitori abbiano tutti lo stesso cognome, sempre per mantenere la sovrapposizione fra cognome e famiglia.

4) Nelle generazioni successive, al bambino andrebbe mantenuto un solo cognome di ognuno dei due genitori (di regola il primo), per evitare che il cognome – nato per semplificare – diventi all’opposto fonte di complicazione.

5) Ai bambini non riconosciuti dal padre andrebbe dato di regola il cognome doppio della madre e, se la madre ha un cognome singolo, le andrebbe permesso di aggiungere un cognome dei nonni. In questo modo si eviterebbero discriminazioni simili a quelle patite nei secoli passati dai trovatelli, cui venivano assegnati cognomi che spesso li rendevano stigmatizzabili (Esposito a Napoli, Scala a Siena, Innocenti a Firenze, Diotallevi in tutta Italia, e così via). Anche ai bambini non riconosciuti dai genitori andrebbe assegnato il doppio cognome.

6) Infine, andrebbe semplificata, per i maggiorenni, la possibilità di cambiare il cognome, oggi in Italia soggetta a non poche complicazioni burocratiche. Quest’ultimo punto sarebbe importante specialmente per chi ha cognomi di origine straniera, difficili da pronunciare e scrivere in italiano, e difficili da ricordare per un italiano. Come già accade nei paesi di antica tradizione immigratoria, il nuovo cognome potrebbe diventare anche in Italia importante elemento di integrazione.

Dalla rivoluzione dei nomi a quella dei cognomi

Ai bambini nati in Italia e in Europa fino alla fine dell’Ottocento veniva assegnato quasi invariabilmente il nome del padrino di battesimo, di uno dei nonni, oppure della madre di Dio o di uno dei santi più venerati nel loro luogo di nascita. Solo una piccola minoranza di bambini sfuggiva a queste regole, malgrado l’alto numero di figli “costringesse” i genitori con molti figli viventi a trovare nomi seguendo criteri alternativi. Con il XIX secolo in Italia e in Europa queste regole iniziarono a cambiare, iniziando dalla borghesia urbana. I genitori si sentirono sempre meno vincolati da regole secolari di tipo religioso e sociale. Fu una vera e propria rivoluzione silenziosa, non meno importante rispetto ai cambiamenti che interessarono, più o meno nello stesso periodo, tanti aspetti della vita sociale e della vita intima. In pieno XXI secolo, grazie alla Corte Costituzionale, in Italia è iniziata all’improvviso la rivoluzione dei cognomi, sulla spinta della ricerca – speriamo non solo formale – della parità fra i due coniugi. Sarebbe sbagliato sottovalutare questo aspetto della vita sociale, perché il cognome è un elemento importante dell’identità di un individuo e di una famiglia. C’è da sperare che il Parlamento – presto e bene – trasformi questo importante criterio di parità in regole certe, rispettose di tutti e di facile applicazione.

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