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Prima stranieri e poi italiani … ma non tutti

Oggi in Italia vivono stabilmente oltre 5 milioni di stranieri che potenzialmente potrebbero diventare italiani nei prossimi (dieci) anni. Sulla base di dati originali, Salvatore Strozza, Cinzia Conti ed Enrico Tucci ci mostrano alcune loro caratteristiche segnalandoci quanti avrebbero già le condizioni (di durata della residenza) per essere italiani. Informazioni utili per alimentare una discussione meno ideologica sulla riforma della legge sulla cittadinanza.

Un dibattito al buio

Il dibattito sulla riforma della legge sulla cittadinanza si è sviluppato prevalentemente su un piano ideologico senza porre molta attenzione ai diretti interessati: gli stranieri che studiano, lavorano e vivono stabilmente sul territorio italiano. Sostenitori e contrari ad una legge più aperta all’accesso al passaporto italiano solo raramente hanno fatto riferimento alla numerosità delle persone potenzialmente interessate dai cambiamenti proposti. Questa scarsa attenzione alle cifre è dipesa anche dalla mancanza di informazioni correntemente disponibili su quelle caratteristiche degli stranieri residenti in Italia che risultano essenziali per dare dimensione numerica alla platea dei potenziali italiani. Gli stranieri residenti sono distinti per sesso ed età e tali statistiche sono accessibili a livello comunale, ma solo di rado (agli ultimi censimenti demografici decennali) i dati sono diffusi per paese di nascita, distinguendo i nati in Italia dai nati all’estero (immigrati). L’informazione sulla durata della residenza in Italia generalmente non è disponibile e quindi non è possibile sapere quante persone hanno maturato i requisiti temporali necessari per richiedere la cittadinanza italiana. Finora il dibattito si è svolto quindi al buio, senza la possibilità di capire chi sono e quanti sono i potenziali nuovi italiani, gli archivi disponibili consentono di accendere i riflettori su questo collettivo.

Usare i dati disponibili

Oggi l’Istat grazie all’integrazione di informazioni provenienti da fonti diverse è in grado di fornire statistiche dettagliate sulla popolazione straniera con maggiore tempestività rispetto al passato. L’integrazione di archivi amministrativi ha inoltre aperto la possibilità di seguire nel tempo gli stranieri che arrivano nel nostro paese permettendo finalmente di studiare i percorsi di inclusione nella società italiana anche in base alla durata della presenza sul territorio italiano. Queste nuove statistiche, in parte ancora in via sperimentale, stanno consentendo di gettare luce su alcuni fenomeni meno conosciuti e sono sicuramente preziose per capire meglio chi sarebbe interessato da eventuali mutamenti normativi sull’accesso alla cittadinanza. Nel caso specifico le informazioni utilizzate vengono dall’integrazione di numerose e diverse fonti: il censimento della popolazione del 2011, le acquisizioni di cittadinanza e altri dati di fonte anagrafica (in particolare quelli sugli eventi demografici naturali e migratori). 

Nascere in Italia, ma stranieri

Un primo aspetto sul quale vale la pena soffermarsi è quello degli stranieri nati in Italia. Diverse proposte di riforma della legge sulla cittadinanza prevedono un’apertura – più o meno ampia – dell’accesso alla cittadinanza a coloro che nascono in Italia da cittadini stranieri. Se il diritto di accesso alla cittadinanza venisse esteso a tutti i nati in Italia – con efficacia retroattiva –, attualmente ne avrebbero diritto oltre 860 mila stranieri residenti. Nel 95% dei casi si tratta di giovanissimi, bambini e ragazzi con un’età inferiore ai 18 anni che costituiscono oltre i tre quarti (per l’esattezza il 76%) dei minori stranieri residenti. Come si può vedere dalla figura 1 la struttura per età degli stranieri nati in Italia assume, diversamente da quella degli stranieri tout court, la forma di una piramide. Questo principalmente perché nel tempo chi nasce in Italia riesce ad accedere alla cittadinanza italiana. In molti casi per trasmissione del diritto dai genitori, in altri per elezione della cittadinanza italiana al diciottesimo anno di età. Dopo questa età coloro che restano stranieri sono una minoranza. Tra questi ci sono senz’altro persone che per le strettoie della legge magari non sono riuscite a diventare italiane, pur desiderandolo, ed è doveroso tutelare (anche) i loro diritti. Tuttavia è evidente che, per la maggior parte di coloro che nascono in Italia, nel tempo si apre la strada per divenire italiani. 

Il punto fondamentale è proprio quel “nel tempo”. Ci possono essere infatti situazioni in cui avere la cittadinanza italiana è importante anche da minori. Se si considera la proposta che prevede i cinque anni di residenza di almeno uno dei genitori per essere italiani al momento della nascita, si può stimare che nel 2018 e nel 2019 una percentuale intorno all’80% dei nati stranieri avrebbe avuto la possibilità di accedere alla cittadinanza: circa 50 mila bambini per ciascun anno. 

Bambini che ad esempio non avrebbero più problemi a scendere in campo per giocare con i loro coetanei una partita di basket. Purtroppo, infatti, nel mondo dello sport, che pure ha un ruolo così importante nel favorire l’inclusione, esistono ancora degli sbarramenti per il numero di giocatori non comunitari che possono prendere parte agli incontri ufficiali. È stato emblematico il caso di una squadra di basket (la Tam Tam Basketball di Castel Volturno: ) all’inizio esclusa dal campionato perché composta da ragazzi non comunitari. 

Al di là di specifici contesti e casi particolari, si deve riflettere inoltre sul fatto che un più rapido accesso alla cittadinanza potrebbe giocare un ruolo positivo sul senso di appartenenza e sul radicamento sul territorio italiano dei giovani nati in Italia. Elementi che dovrebbero di per sé essere sufficienti a sollecitare la revisione della normativa sulla cittadinanza. Senza contare che questi ragazzi rappresentano, in un paese vecchio come l’Italia, una risorsa preziosa, da non perdere. Anche per questo è importante offrire loro la possibilità di essere pienamente italiani prima del compimento del diciottesimo anno di età. In questo modo si alimenta un senso di appartenenza che potrà radicare questi giovani in Italia una volta divenuti adulti.

Non tutti vogliono diventare italiani

Molto spesso i dibattiti televisivi sul tema della cittadinanza partono dal presupposto che tutti gli stranieri vogliano diventare italiani. Se per molti la cittadinanza del nostro Paese può essere un obiettivo, i dati dimostrano che per altri non è così. Sono diversi i motivi per i quali gli stranieri possono preferire non diventare italiani. Senz’altro ha un peso molto rilevante il fatto che alcuni Paesi di origine non riconoscano la doppia cittadinanza. Per i cittadini comunitari, invece, è soprattutto un calcolo costi-benefici che sembra scoraggiare molti dall’accesso alla cittadinanza. 

A inizio 2020 gli immigrati stranieri residenti da cinque-nove anni sono poco meno di un milione e 250 mila, di cui oltre 400 mila cittadini di un altro paese dell’Ue o di un paese a sviluppo avanzato. Pertanto, possiamo concludere che alla data considerata ridurre la durata della residenza da dieci a cinque anni amplierebbe la platea degli stranieri con i requisiti temporali necessari per richiedere la naturalizzazione ordinaria di circa 850 mila persone, visto che i comunitari hanno già condizioni più favorevoli senza contare il loro minore interesse a diventare italiani. 

Si tratta di una cifra importante ma probabilmente meno ampia di quanto si potrebbe immaginare senza fare riferimento ai dati. Va segnalato infatti che con il passare degli anni anche i residenti da meno di cinque anni acquisirebbero i requisiti temporali necessari prima di quanto previsto con la legislazione vigente. Inoltre, come si evince dalla tabella 1, non tutti coloro che hanno il requisito di base della durata della presenza accedono effettivamente alla cittadinanza italiana. Ci sono in Italia oltre un milione e 100 mila stranieri (più del 26% del totale della popolazione straniera) residenti da almeno 15 anni che continuano ad essere stranieri. Per alcuni potrebbero esserci dei problemi burocratico-amministrativi, ma, visto il numero, per molti potrebbe proprio non esserci interesse a diventare italiani. 

Verso un dibattito informato

Quello che auspichiamo è, quindi, un dibattito il più possibile informato sul tema dell’acquisizione di cittadinanza. Sicuramente il dibattito politico per sua natura non può non essere orientato da scelte anche di tipo ideologico, specie su un argomento fondante come quello della cittadinanza. Riteniamo, tuttavia, che fare riferimento ai numeri possa aiutare tutte le diverse parti politiche a comprendere le reali “dimensioni” della popolazione coinvolta da determinate scelte, liberando il campo dalle incertezze che molto spesso possono ingenerare infondati timori.

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