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Io eredito, tu erediti… egli eredita?*

L’accelerazione dei processi di mutamento e di differenziazione sociale, l’emergere di forme familiari non tradizionali e il consolidarsi di principi quali l’uguaglianza delle opportunità e l’attribuzione delle risorse secondo criteri di merito, negli ultimi tempi stanno accendendo i riflettori sull’eredità. Ce ne parla Federica Cornali.

L’eredità è un tema spesso negato. Non si ama parlarne, se non per vaghi rimandi o allusioni. È considerato un fatto privato, la cui attinenza con la morte e le relazioni famigliari ne motiverebbe il confinamento entro la ristretta cerchia parentale. Senz’altro il tema non è di facile approccio. Parlare di eredità non significa semplicemente fare riferimento a norme giuridiche e fiscali, ma significa anche parlare di rapporti di potere, legami affettivi, obblighi e riconoscenza, memoria e morte. 

Parliamo un po’ di eredità

Quando parliamo di eredità generalmente ci riferiamo al flusso di ricchezza che passa dalle mani della generazione anziana a quelle della generazione giovane. Riguardo alla sua entità tuttavia sono state prodotte stime incerte e in contrasto tra loro. Tentare di risalire alla quota parte di ricchezza derivante da lasciti familiari pone di fronte a notevoli difficoltà. Un importante ostacolo emerge nel tentativo di identificare esattamente quanta parte dei risultati economici conseguiti da un individuo sia di origine propria, vale a dire riferibile in maniera esclusiva all’iniziativa e agli sforzi personali, e quanta parte invece sia riferibile a componenti ereditarie, o alla loro interazione. 

Gli anni Ottanta del secolo scorso furono dominati da una controversia: mentre Kotlikoff e Summers (1988) affermavano che tra il 50 e l’80% della ricchezza totale fosse di origine ereditaria, Modigliani (1988), secondo cui la popolazione anziana ha un tasso di risparmio negativo poiché consuma la ricchezza accumulata durante la vita lavorativa, sosteneva invece che tale percentuale, almeno negli Stati Uniti e nel Regno Unito, non fosse superiore al 25%. Cannari e D’Alessio (2008) hanno stimato per l’Italia che tra il 30 e il 55% della ricchezza netta delle famiglie nel 2002 derivasse da eredità. Calcoli più recenti di Piketty (2014) rilevano l’esistenza un’élite, che si attesta intorno al 10%, che beneficerà di un’eredità equivalente al totale del reddito dell’intera vita lavorativa del 50% delle forze di lavoro. 

La contrapposizione di metodi di calcolo e la diversità dei quadri teorici e ideologici di riferimento, inoltre, non producono elementi conclusivi rispetto al fatto che l’eredità sia il principale fattore generativo di disuguaglianza. Per Davies e Shorrocks «the conclusion [is] that, as economists and others have long believed, processes of inheritance play an important part in explaining the distribution of wealth» (2000, p. 657), mentre Wolff afferma: «The most surprising finding is that inheritances and other wealth transfers tend to be equalizing in terms of the distribution of household wealth» (2002, p. 263). 

Ereditare in Italia

L’Italia è tra i paesi che garantiscono maggiori benefici agli eredi, e — in ragione di alcune condizioni quali: bassa natalità, crescita economica stagnante, mobilità sociale bloccata, diffusa propensione al risparmio e alla proprietà — dove, forse più che altrove, la trasmissione ereditaria contribuisce a spiegare l’origine di buona parte dei patrimoni.

Le istituzioni ereditarie originano da un’ampia serie di influenze. Senz’altro riflettono i diversi modelli familiari storicamente consolidati. La lenta evoluzione del diritto di famiglia testimonia, nel nostro paese, la persistenza di norme e ruoli tradizionali. Le pratiche successorie sono legate anche alle specificità dei differenti regimi di welfare: un welfare generoso, che fornisca una valida protezione per le contingenze della vita, rende meno necessaria l’accumulazione di ricchezza privata per motivi precauzionali. In Italia questa protezione presenta invece una distorsione distributiva (tra gruppi di cittadini: garantiti, semi-garantiti e non garantiti) e una distorsione funzionale (tra ripartizioni: le funzioni vecchiaia e superstiti assorbono la maggior parte delle risorse, lasciando risorse limitate per le funzioni famiglia, maternità e infanzia e disoccupazione ed esclusione sociale). Infine, ma non da ultimo, le istituzioni ereditarie sono influenzate e legittimate da schemi valutativi, ancorati culturalmente, espressi nei discorsi sull’eredità. In Italia sono ricorrenti i temi dei diritti, delle obbligazioni e della solidarietà intergenerazionale, articolati secondo un modello centrato sulla famiglia piuttosto che sull’individuo.

L’indagine svolta dalla Banca d’Italia I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 2014, è la principale e più recente fonte per ottenere informazioni sul trasferimento dei beni tramite eredità o donazione nel nostro paese. Il 32,58% delle famiglie del campione intervistato afferma di aver ricevuto almeno il trasferimento di un bene. Riguardo chi lascia non sorprende osservare che i trasferimenti avvengano nella grande maggioranza dei casi (94%) in linea familiare discendente, ovvero da genitori e nonni verso figli e nipoti. In merito al che cosa è utile anzitutto segnalare che, generalmente, si tratta di un singolo bene (nel 66,53% dei casi); sono trasmessi due beni nel 24,45% dei casi; tre beni nel 6,10% dei casi e quattro beni nel 1,91 % dei casi. Facendo riferimento solo al primo bene ricevuto e considerando congiuntamente eredità e donazioni, spiccano gli immobili, (72% dei casi), seguiti da: contanti (18,5%); terreni (7,5%); diritti di godimento di immobili (0,5%); obbligazioni e azioni (0,3%); gioielli e opere d’arte (0,2%). Non stupisce la prevalenza dei beni immobiliari poichè questi da tempo costituiscono il principale strumento di risparmio e investimento delle famiglie italiane. In merito al chi eredita i dati della Banca d’Italia forniscono informazioni a livello familiare (numero di componenti, ricchezza netta, ammontare del reddito, passività finanziarie e risparmi a residuo) e altre a livello individuale (anno di nascita, titolo di studio e condizione professionale del capofamiglia, inteso quale massimo percettore di redditto nel nucleo). 

Qualche risultato

Dalle prime osservazioni pare trovare compiuta realizzazione il cosiddetto Matthew effect (Merton 1968) (dal Vangelo secondo Matteo: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza»), poiché si rileva una maggior probabilità di ricevere un’eredità o una donazione al crescere dei quinti di reddito familiare (fig.1). 

Le famiglie il cui capofamiglia è un disoccupato o un operaio, hanno ricevuto rispettivamente, in media, 254.200 euro e 202.440 in meno delle famiglie in cui il capofamiglia è un imprenditore, un libero professionista o un dirigente (fig.2).

Concentrando l’attenzione sul peso percentuale della ricchezza ereditata sul valore totale della ricchezza posseduta si osserva che nelle famiglie il cui capofamiglia è imprenditore, dirigente o libero professionista, il valore dell’eredità è inferiore di circa 22 punti percentuali al valore della ricchezza familiare netta, nelle famiglie il cui capofamiglia è operaio il valore dell’eredità è superiore di quasi 8 punti percentuali al valore della ricchezza familiare netta (Tab.1). 

Questo risultato si pone sulla scia di risultati analoghi osservati in altri paesi: in valore assoluto il patrimonio ricevuto in eredità dalle famiglie benestanti è maggiore, ma incide in maniera inferiore sulla loro ricchezza netta, mentre il patrimonio ricevuto in eredità dalle famiglie meno abbienti è minore ma incide in maniera superiore sulla loro ricchezza netta.

Per questo motivo, ragionando di trasmissione intergenerazionale della ricchezza, occorre mettere in rilievo quella che Esping-Andersen (2004) chiama eredità sociale, l’opportunità di acquisire un certo livello d’istruzione, occupazione e reddito — includendo in essa sia l’impatto della situazione economica della famiglia di origine sia le risorse culturale disponibili, nonché l’intensità della stimolazione genitoriale 

*L’articolo originale è stato pubblicato con il titolo “Eredità e trasmissione intergenerazionale della ricchezza” in POLIS, XXXIV, 1, 2020, pp. 59-84 doi: 10.1424/96440

Bibliografia

Cornali, F., (2020), Eredità e trasmissione intergenerazionale della ricchezza, in Polis, XXXIV, n. 1, pp. 59-84

Davies, J.B. e Shorrocks, A.F. (2000) The Distribution of Wealth, in Atkinson e Bourguignon (a cura di) Handbook of Income Distribution, Amsterdam, Elsevier North-Holland, vol. 1, pp. 605-675.

Esping-Andersen, G. (2004) Untying the Gordian Knot of Social Inheritance, in Kalleberg, Morgan, Myles e Rosenfeld (a cura di) Inequality: Structures, Dynamics and Mechanisms. Essays in Honor of Aage B. Sorensen, Oxford, Elsevier, pp. 115-139.

Kotlikoff, J. e Summers, L.H (1988) The Contribution of Intergenerational Transfers to Total Wealth: A Reply, in Kessler e Masson (a cura di) Modelling the Accumulation and Distribution on Wealth, Oxford, Oxford University Press, pp. 53-67.

Merton, R.K (1968) The Matthew Effect in Science, in Science, vol. 159, n. 3810, pp. 56-63.

Modigliani, F. (1988) The Role of Intergenerational Transfers and Life Cycle Saving in the Accumulation of Wealtlh, in Journal of Economic Perspectives, vol. 2, n. 2, pp. 15-40.

Piketty, T. (2014) Capital in the Twenty-First Century, Cambridge, Harvard University Press.

Wolff, E.N. (2002) Inheritances and Wealth Inequality, 1989-1998, in American Economic Review, Papers and Proceedings, vol. 92, n. 2, pp. 260-264.

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