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Nascite e politiche familiari in Italia: cosa ci aspetta nel 2021?

La pandemia non ha fretta nel fornire il riscontro del suo impatto sulle nascite. Ma, come evidenziano Rosina e Caltabiano, ben noto è l’andamento negativo senza soluzione di continuità tra l’apice della recessione precedente e la crisi attuale, oltre che il tempo che stiamo perdendo nel dare effettiva applicazione al Family act.

Un impatto atteso ma non scontato

Il 2020 sarà un anno ben individuabile nella serie storica degli indicatori demografici. Su decessi, matrimoni, spostamenti sul territorio esistono solide evidenze di un marcato impatto da parte della pandemia di Covid-19. Dati certi tutt’ora mancano invece sul versante delle nascite. L’Italia è stato il primo paese a prevedere restrizioni di movimento, interruzioni delle attività di lavoro e sociali, confinamento in casa. Ciò è avvenuto nel corso di marzo 2020 con una serie di misure adottate dal Governo che sono via via diventate più severe e progressivamente estese dal Nord Italia a tutto il territorio nazionale.

L’impatto sui concepimenti in tale mese, il cui esito sono le nascite a dicembre 2020, potrebbe essere quindi ancora contenuto e non in grado di rappresentare l’effettiva misura dell’impatto della crisi sanitaria sui comportamenti riproduttivi. Sono interessanti i dati del resoconto provvisorio forniti dall’Istat su quindici grandi città per le quali è disponibile l’informazione anagrafica completa per l’intero 2020. Va però considerato che le prime settimane di marzo sono state solo parzialmente interessate dai provvedimenti di confinamento. Le misure più stringenti su tutto il territorio nazionale vengono annunciate in diretta nazionale dal Presidente del Consiglio la tarda sera del 21 marzo. Possiamo considerare quest’ultima come la data di acquisizione collettiva di piena consapevolezza della gravità della pandemia e del fatto che non sarebbe stata di breve durata.

Inoltre, se nelle prime settimane di lockdown una parte delle coppie (soprattutto quelle in forte sintonia affettiva ma con intensi impegni lavorativi) può essersi trovata in condizione più favorevole nel realizzare un concepimento desiderato, è con l’estendersi della durata che si consolida l’azione dei fattori negativi sulla scelta di avere un figlio. Pesano nel tempo sempre di più la percezione dell’aggravarsi della crisi, il clima di crescente incertezza, le difficoltà della convivenza e dell’organizzazione domestica, le ricadute sul lavoro sui redditi di molte famiglie e complessivamente sull’economia del paese. In particolare i dati negativi sull’occupazione giovanile in prospettiva non possono che essere legati ad un ulteriore rinvio delle scelte di formazione di un proprio nucleo, incidendo in particolare sul primo figlio. Così come quelli sull’occupazione femminile e sul sovraccarico sperimentato soprattutto dalle madri con figli minori durante il lockdown tendono a non favorire la scelta di avere altri figli. E’ quindi il mix di consapevolezza della gravità, di incertezza sulla durata e sul dopo, di peggioramento delle condizioni oggettive sul versante economico e organizzativo, che porta a indebolire i progetti riproduttivi.

Le evidenze più solide le avremo verosimilmente con i concepimenti da aprile in poi, quindi con le nascite nel primo trimestre del 2021. Sarà però anche interessante capire cosa è poi cambiato nei mesi estivi quando le restrizioni sono state tolte e si è creato un clima di normalità da riconquistare in fretta. Ancor più pesanti della prima ondata potrebbero essere le conseguenze della seconda ondata, che ha costretto a fare marcia indietro, sovrapponendo disagio economico e psicologico alle fragilità prodotte dalla prima.

Se guardiamo alla recessione del 2008-2013 (molto diversa da vari punti di vista) l’impatto sulla fecondità non si è sentito nei primissimi anni, ma quando la durata ha cominciato ad estendersi ed è arrivata la fase acuta che ha coinciso con il Governo Monti. Il numero medio di figli per donna (pari a 1,46 nel 2010) è iniziato a scendere dal 2011 in poi, ma tale calo non si è fermato con l’uscita dalla recessione, è proseguito senza sosta per tutto il decennio fino all’arrivo della nuova crisi prodotta dalla pandemia (1,27 figli in media nel 2019). Ancor più accentuato è stato il calo delle nascite per la concomitante riduzione del numero di donne al centro della vita feconda.

Poco di nuovo nel 2020 ma sul dopo si gioca tutto

In Figura 1 è riportata la curva delle nascite dal 2010 al 2020 per i mesi da gennaio a novembre, quindi valori comparabili con la fase che precede l’effetto della pandemia. E’ evidente come il 2020 si inserisca in modo coerente nell’andamento negativo del decennio precedente.

Possiamo anche misurare il numero medio di figli avuto dalle donne nate in un certo anno, come indicatore del ricambio generazionale. Questo si può fare però solo per quelle coorti di donne che hanno concluso la loro vita riproduttiva. Dato il basso numero di nati da madri con più di 40 anni è possibile avere già oggi una stima attendibile anche per le nate nel 1980. Ebbene questo indicatore è passato dal già basso 1,72 figli avuti in media dalle nate nel 1960 nel corso della loro vita a 1,44 per le nate nel 1980, con una quota di donne rimaste senza figli cresciuta dal 13% al 24% (di fatto 1 su 4) tra queste due generazioni. La situazione è ancora più negativa in alcune regioni, destinate ad un rapido e inesorabile spopolamento: in Sardegna il numero medio di figli per donna tra le nate nel 1980 è stimato essere intorno a 1,1 e la quota di donne senza figli poco sotto il 40% (in Molise 1,25 e 35%, in Basilicata 1,30 e 34%).

Più che la crisi sanitaria in sé, quello che pesa sugli squilibri italiani è questo andamento e sono le sue cause. E’ da escludere che la pandemia migliori questo quadro. Ed è anche certo che la diminuzione dell’occupazione giovanile e l’accentuazione delle difficoltà nei percorsi di vita femminili sperimentate nel 2020 non sono segnali che anticipano un’inversione di tendenza sulla natalità.

La risposta alle dinamiche negative precedenti e al possibile impatto peggiorativo della crisi sanitaria non può, allora, che arrivare da come reagirà il paese e dalle politiche messe in campo per sostenere una nuova vitalità delle nuove generazioni e delle giovani coppie. Una risposta che deve essere diversa da quella fornita durante e dopo la recessione del 2008-13, caratterizzata da deboli e insoddisfacenti politiche familiari, sia da inefficaci misure a favore del ruolo attivo delle nuove generazioni. Lo mostrano i dati sulla percentuale dei NEET, rimasta la peggiore in Europa, e la continua diminuzione della fecondità sotto i 35 anni.

Avremmo avuto bisogno di un Family act avviato in modo sistemico prima della pandemia o almeno una sua accelerazione durante la crisi sanitaria. Ed invece stiamo ancora aspettando di capire come verrà implementata la prima misura lanciata, quella dell’assegno unico universale. Rischiamo così di aggiungere all’incertezza della pandemia anche quella della politica su tempi e modi per sostenere chi sceglie di avere figli.

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