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La popolazione del Mediterraneo all’orizzonte del 2050: le previsioni sollevano molti interrogativi

L’area del Bacino Mediterraneo identifica da sempre un interessante aggregato geografico in cui si osservano ancora oggi profondi divari. Mostrando gli scenari previsivi delle Nazioni Unite, Gil Bellis, Maria Carella, Jean-François Léger e Alain Parant inducono a riflettere sulle implicazioni dei persistenti squilibri demografici tra le rive del Mediterraneo.

Nel 2020 la popolazione dei 22 paesi affacciati sul Mediterraneo ha raggiunto i 522 milioni di individui risultando 2,5 volte più numerosa rispetto a quella rilevata nel 1950 (206 milioni)1. Tuttavia, l’evoluzione demografica che ha interessato tali paesi è stata contrassegnata da andamenti e ritmi differenziati tra le rive. Gli eterogenei regimi demografici delle rive Nord (europea), Est (asiatica) e Sud (africana) hanno profondamente modificato il peso demografico delle loro popolazioni: allo stato attuale i paesi della sponda africana identificano l’area maggiormente popolata del Bacino mediterraneo (39% contro 38% per i paesi della sponda europea), mentre nel 1950 la riva settentrionale raggruppava i due terzi della popolazione totale.

Il trend evolutivo che ha riconfigurato la geografia del popolamento in questa macroregione sembrerebbe irreversibile: secondo le ultime proiezioni delle Nazioni Unite (variante media), entro il 2050, quasi la metà (46%) dei 635 milioni di abitanti attesi nel Bacino del Mediterraneo dovrebbero risiedere sulla sponda meridionale.

Questa inversione nella gerarchia demografica è imputabile sostanzialmente ad “un doppio movimento”: mentre la riva settentrionale nella sua globalità ha completato il processo di transizione demografica dalla fine degli anni ’60, diversamente, alcuni paesi delle rive meridionale e orientale stanno ancora transitando verso lo stadio finale. Di conseguenza, la crescita naturale della popolazione nei paesi della riva settentrionale è stata molto contenuta per diversi decenni (in alcuni casi si è avuta perfino una flessione per saldo naturale negativo, come in Italia) mentre i paesi della riva meridionale e orientale hanno continuato a beneficiare di un incremento demografico ancora considerevole nonostante la forte riduzione della fecondità.

Squilibri generazionali sulle rive del Mediterraneo: giovani al sud e anziani al nord

Le dinamiche fin qui descritte hanno altresì influito sulla composizione per classi di età modificandone la loro incidenza: la popolazione della riva settentrionale sta inesorabilmente invecchiando, al contrario quella delle rive meridionale e orientale è rimasta molto giovane nonostante l’aumento della speranza di vita. Di fatto nel 2020 il 47% degli individui della riva meridionale e il 42% di quelli della riva orientale hanno meno di 25 anni; mentre nella riva nord gli under 25 rappresentano poco più di un quarto della popolazione (26%). Tale struttura per età, unitamente ai più elevati livelli di fecondità osservati nei paesi delle rive meridionale e orientale, spiegherebbe dunque il carattere ineluttabile del processo di affermazione della loro preminenza demografica a svantaggio di quelli della sponda europea. E se anche la fecondità dovesse scendere sotto la soglia del ricambio generazionale, l’attuale composizione per età di queste due rive garantirebbe la loro crescita demografica per altri decenni. D’altra parte, è altrettanto inevitabile che la popolazione della riva nord perda abitanti entro il 2050, anche se la fecondità dovesse aumentare leggermente

Secondo le previsioni delle Nazioni Unite (variante media) la riva meridionale con 289 milioni di individui attesi entro il 2050 (87 milioni in più rispetto al 2020) si imporrà per consistenza demografica nel Bacino Mediterraneo, posizionandosi molto più avanti rispetto alla riva europea (188 milioni, 10 milioni in meno rispetto al 2020) che sarà seguita da vicino dalla riva orientale (158 milioni, 36 milioni in più rispetto al 2020). Questo atteso squilibrio demografico ne richiama un secondo altrettanto importante, vale a dire la disuguale distribuzione per età che ne conseguirà da un lato e dall’altro del Mediterraneo (figura 1). Nel 2050, infatti, i paesi della riva africana dovrebbero contare un numero di under 25 superiore a quello delle altre due rive congiunte: secondo lo scenario previsivo, 111 milioni di giovani di età inferiore a 25 anni abiteranno nei paesi della riva africana contro i 50 milioni di quelli della parte asiatica e i 42 milioni di quella europea. Più del 50% della “gioventù mediterranea” risulterà concentrata in soli cinque paesi: Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto. Al contempo, le previsioni stimano che quasi una persona su due di età pari o superiore a 65 anni risiederà nei paesi della riva nord (61 milioni contro 37 milioni nei paesi della sponda sud e 29 milioni in quelli della sponda orientale).

Il necessario ricorso alla lungimiranza per meglio comprendere le dinamiche future

I dati appena commentati inducono a molti interrogativi. Lato riva europea: una popolazione in cui gli over 65 sono significativamente più numerosi dei giovani di età inferiore ai 25 anni (33% contro 22%) è economicamente e socialmente sostenibile? Quali conseguenze possono e potranno prodursi sul finanziamento pubblico dei sistemi sanitari e/o pensionistici?

Dal lato delle rive meridionale e orientale si pone il problema delle prospettive future che i paesi possono offrire alle giovani generazioni. Una delle determinanti della “Primavera araba” fu proprio l’incapacità delle economie locali di integrare i giovani tra i quali una parte rilevante possedeva la laurea. Da allora la situazione in questi paesi non è migliorata, anzi, in alcuni casi è peggiorata in modo drammatico, come in Libia o in Siria. Questi paesi, già in difficoltà, disporranno in futuro di risorse adeguate a consentire l’accesso all’istruzione secondaria e superiore ad una quota crescente di giovani?

E quali sono le prospettive per la popolazione potenzialmente attiva il cui numero aumenterà notevolmente nei prossimi 30 anni? Nel 2020, si contano 95 milioni di adulti in età compresa tra i 25 e 64 anni nella riva africana e 60 milioni nella riva asiatica; i medesimi dovrebbero essere rispettivamente 141 e 79 milioni nel 2050, mentre tale classe di età perderà contestualmente 20 milioni di individui nei paesi della riva europea (da 105 milioni a 85 milioni).

Questi squilibri implicheranno un maggior numero di migrazioni? Non è questo lo scenario che i demografi delle Nazioni Unite prevedono; al contrario secondo le loro previsioni, anche se le popolazioni della sponda meridionale e orientale dovessero continuare a crescere, i deficit migratori di queste due rive del Mediterraneo dovrebbero diminuire entro il 2050 (figura 2). Dall’altra parte, sulla riva europea, l’invecchiamento della popolazione non porterebbe ad alcun aumento del surplus migratorio sebbene con una popolazione più anziana, che evidentemente emigra meno, si dovrebbe prefigurare, nell’ ipotesi di immigrazione costante, un aumento del saldo migratorio.

Queste previsioni, inoltre, non tengono conto dei vincoli spaziali che molte popolazioni delle sponde meridionali e orientali fronteggiano sempre più frequentemente. Il caso dell’Egitto è il più emblematico: in questo paese solo il 5% del suolo è abitabile. Tale problematica è accentuata dalla crescente concentrazione di popolazioni nelle aree urbane e in particolare nelle città molto estese2. Nei paesi a sud e ad est del Mediterraneo, queste ultime sono situate spesso sui litorali che devono affrontare rilevanti minacce ecologiche, in particolare il potenziale aumento del livello dell’acqua in reazione al riscaldamento globale. In altri termini, considerando le zone desertiche dell’entroterra e il processo di contrazione della costa mediterranea, le superfici abitabili delle rive meridionale e orientale rischiano di ridursi, mentre il numero dei loro abitanti dovrebbe aumentare. Le dissimili prospettive demografiche che interessano le rive così come i vincoli spaziali richiederanno necessariamente risposte demografiche (in termini di salute, riproduzione, distribuzione geografica) che si spera possano ricondursi a scelte libere ma che potrebbero anche essere fortemente condizionate, inducendo in questo caso ad un forte rischio di crisi. Le previsioni delle Nazioni Unite restano dunque interessanti anche per i loro limiti e per le riserve che si possono manifestare. Tuttavia, le medesime richiedono di essere ampliate nell’ottica di un approccio lungimirante (di prospettiva) per poter discutere le sfide non solo demografiche ma anche sociali, educative, sanitarie, economiche connesse alle attuali dinamiche di popolazione nel Mediterraneo, dinamiche la cui inerzia consente di anticipare alcune delle maggiori tendenze a venire3.


Note

1 Intendiamo qui per paesi del Mediterraneo quelli che hanno un accesso riconosciuto su questo mare. Si tratta di 22 paesi distribuiti su tre rive: la riva settentrionale o europea include, da ovest a est, Spagna, Francia, Principato di Monaco, Italia, Malta, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Montenegro, Albania e Grecia; la riva orientale o asiatica comprende, da nord a sud, Turchia, Cipro, Repubblica araba di Siria, Libano, Israele e Stato di Palestina; Infine, la riva meridionale o africana è costituita, da est a ovest, da Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco.

2 Le Plan Bleu et ses missions

3 Bellis, G., Carella, M., Léger, J.-F., Parant, A. (2021). Populations et crises en Méditerranée. Milano, Edizioni Franco Angeli.

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