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I numeri provvisori della regolarizzazione dei rapporti di lavoro: la situazione a 45 giorni dal via e a 30 dalla scadenza

Il rapporto quindicinale del Ministero dell’Interno consente a Salvatore Strozza di fare il punto sull’andamento della regolarizzazione prevista dal Decreto Rilancio a metà del suo percorso.

Dati provvisori e dati attesi: la regolarizzazione è un flop?

In base al terzo rapporto quindicinale del Ministero dell’Interno, le domande di emersione dei rapporti di lavoro (art. 103 del D.L. n. 34/2020 noto come decreto rilancio) con dipendente un cittadino extracomunitario impiegato in agricoltura, nell’assistenza alle persone o nel lavoro domestico sono più di 110 mila al 15 luglio scorso (per l’esattezza 112.328 alle ore 19:00), cioè a 45 giorni dall’avvio della regolarizzazione. Dopo i primi 15 giorni erano poco oltre le 26 mila domande e sfioravano le 70 mila allo scadere del trentesimo giorno. Poiché rimane ancora un mese (l’art. 3 del D.L. n. 52/2020 ha infatti posticipato al 15 agosto il termine ultimo di presentazione delle istanze) si può presumere che il numero totale delle richieste avanzate dai datori di lavoro possa arrivare, nel caso di un numero medio di domande giornaliere pari a quello dei primi 45 giorni, a 190 mila o a quasi 210 mila, se il numero medio fosse pari a quello registrato nelle ultime due settimane piene di regolarizzazione (dal 29 giugno al 12 luglio). Si tratterebbe di cifre non troppo distanti da quelle preventivate: 220 mila era difatti la stima ipotetica contenuta nella relazione tecnica del decreto rilancio, secondo il quale potevano essere 176 mila le domande dei datori di lavoro per l’emersione del lavoro nero e 44 mila quelle dei cittadini stranieri con permesso di soggiorno scaduto. A ben guardare, le due cifre qui prospettate (190 mila e 210 mila) sarebbero entrambe maggiori di quella ipotizzata nella relazione tecnica (176 mila). Queste supposizioni vanno però prese per quel che valgono: se le domande si concentrassero principalmente nell’ultima settimana, come successo ad esempio nella regolarizzazione del 2012, si supererebbero le 210 mila, mentre se fossero prevalentemente presentate nelle settimane precedenti il periodo delle ferie, si resterebbe chiaramente sotto le 190 mila. In ogni caso, sembra evidente che difficilmente si possa pensare che la regolarizzazione è stata un flop, visto che nella peggiore delle situazioni le cifre sarebbero superiori a quelle dell’ultima procedura, quella del 2012, e della prima procedura di una certa rilevanza statistica, quella lanciata alla fine del 1986 (si veda Bonifazi e Strozza, 2020).

Il bacino dell’irregolarità: quanto sarà intaccato dalla regolarizzazione?

Rimane aperta la questione su quanta parte della presenza e dell’occupazione irregolare possa emergere a seguito di una regolarizzazione circoscritta ai cittadini dei Paesi Terzi con permesso di soggiorno scaduto dal 31 ottobre 2019 e ai lavoratori dipendenti di (soli) tre settori economici (agricoltura, assistenza alle persone e lavoro domestico), escludendo ad esempio gli addetti all’edilizia e agli alberghi e ristorazione. Ma per varie ragioni a questa domanda non è facile rispondere. Sono circa 600 mila gli stranieri irregolari presenti sul territorio italiano. Tale cifra è da tempo sulla bocca di tutti, tanto da essere ritenuta largamente attendibile. Si tratta in vero del risultato di quello che gli studiosi nordamericani considerano l’esercizio di (provare a) contare l’incontabile (a count of uncountable): gli stranieri irregolari hanno generalmente tutti gli interessi a non farsi rintracciare e quindi a non essere conteggiati nelle statistiche ufficiali. Una parte lascia comunque tracce della propria presenza che possono servire, introducendo alcune ipotesi, ad arrivare a possibili valutazioni. È difficile essere assolutamente sicuri sull’origine della stima puntuale di circa 600 mila irregolari ma è altamente probabile che scaturisca da un arrotondamento per eccesso dell’ultima valutazione (562 mila unità) fornita dalla Fondazione ISMU nel suo rapporto annuale uscito poco più di sei mesi fa. Se così fosse la stima proposta si riferirebbe alla situazione ad inizio 2019, cioè a circa 18 mesi fa. Alcuni commentatori porterebbero la cifra dell’irregolarità oltre 600 mila tenendo conto delle novità intervenute nell’ultimo anno e mezzo. Le valutazioni proposte annualmente dalla Fondazione ISMU comprendono tutti gli stranieri presenti in condizione di irregolarità sul territorio italiano, lavoratori e non lavoratori, occupati e disoccupati. È difficile dire quanta parte risulterebbe occupata e, soprattutto, quanta lo sarebbe nei settori previsti dalla regolarizzazione. Va poi segnalato che una parte delle domande di regolarizzazione riguarda stranieri dei Paesi Terzi presenti in modo regolare ma con permessi di soggiorno che non consentono di lavorare. Tale componente non andrebbe ad intaccare il serbatoio delle presenze irregolari, anche se inciderebbe su quello degli occupati in modo regolare. Non si dispone dei dati sulle richieste avanzate alle Questure per il rilascio di un permesso di soggiorno temporaneo della durata di sei mesi per la ricerca di lavoro, ma si può immaginare, sulla base dei dati disponibili e qualche ipotesi ragionevole, che la regolarizzazione nel suo complesso (considerando entrambi i canali previsti) difficilmente riuscirà a dimezzare le presenze irregolari. Secondo la stima ipotetica contenuta nella relazione tecnica del decreto rilancio i regolarizzati dovrebbero essere pari al 37% degli irregolari (supposti pari a 600 mila), probabilmente alcuni punti percentuali in più tenendo conto che forse saranno più numerosi del previsto.

Settori di impiego e paesi di provenienze: quali considerazioni sulla base dei dati provvisori?

Passando dalle riflessioni ipotetiche a quelle ancorate ai dati provvisori del terzo rapporto quindicinale si può notare immediatamente come le 112.328 domande di emersione inviate dai datori di lavoro riguardino in 97.968 casi (87,2%) il lavoro domestico (68.845 nella collaborazione e 29.123 nell’assistenza a persone non autosufficienti) e solo in 14.360 (12,8%) il lavoro subordinato in agricoltura e nella pesca. Immediatamente si ha l’impressione che le domande relative agli addetti al settore primario siano nettamente inferiori alle attese. È così? Anche in questo caso non è possibile dare una risposta certa, per una pluralità di motivi non ultimo quello che si tratta di una procedura ancora in corso di cui non è dato sapere l’esito finale. Nella grande regolarizzazione (oltre 700 mila domande) lanciata con la legge Bossi-Fini del 2002 (e le disposizioni successive) i lavoratori agricoli rappresentavano il 5,3% del totale dei lavoratori dipendenti che avevano avanzato richiesta. Quella regolarizzazione in principio circoscritta ai servizi alle famiglie (collaborazione domestica e attività di sorveglianza e cura) era stata però estesa a tutti i settori economici. Quasi la metà delle richieste riguardava comparti diversi da quelli previsti nell’attuale procedura di emersione. Se consideriamo esclusivamente i tre settori della regolarizzazione in corso l’agricoltura copriva poco più del 10% dei casi, una quota quindi inferiore a quella riscontrata oggi nei dati provvisori. Va però considerato che all’epoca, più di quindici anni fa, le domande furono circa 37 mila e che nel frattempo “i lavoratori stranieri sono ormai divenuti una componente strutturale della nostra agricoltura, di cui non si può e non si potrà fare a meno e che richiede urgenti politiche di integrazione e contrasto al grave sfruttamento lavorativo” (Pisacane, 2018: 60). Le diverse fonti statistiche disponibili – l’indagine campionaria sulle forze di lavoro dell’ISTAT, i database INPS sugli avviati al lavoro e l’indagine annuale dell’Istituto Nazionale di Economia Agraria (INEA), confluito nel Consiglio per la Ricerca in Agricoltura e l’Analisi dell’Economia Agraria (CREA) – sono concordi nel segnalare l’importante crescita registrata negli ultimi 10 anni dall’occupazione straniera in agricoltura in termini sia assoluti che relativi, anche se le dimensioni rilevate o stimate variano sensibilmente da una rilevazione all’altra. Secondo l’indagine sulle forze di lavoro gli stranieri residenti occupati in agricoltura sono nel 2017 poco meno di 150 mila (le stime dell’indagine CREA del 2015 superano le 400 mila unità) pari al 6,1% del totale degli occupati di cittadinanza non italiana. I comunitari sono il 37% (oltre il 50% nei dati dell’indagine CREA), mentre le prime 10 nazionalità dei Paesi Terzi non differiscono di molto da quelle delle 14.360 domande di regolarizzazione pervenute entro il 15 luglio (Fig. 1). Sicuramente una parte importante dei braccianti agricoli non riuscirà ad usufruire della regolarizzazione probabilmente per la estrema temporaneità dell’impiego, che ha il carattere di “ultima scelta” per molta parte dell’offerta di lavoro del settore. Data la situazione specifica di questo comparto, per avere una maggiore emersione sarebbe forse stato necessario quantomeno azzerare gli oneri legati alla domanda a carico del datore di lavoro (la quota forfettaria di 500 euro) che tra l’altro spesso finisce a carico del dipendente. Non va inoltre sottovalutato il fatto che i dati diffusi dal Ministero non considerano i comunitari che costituiscono una parte rilevante (tra un terzo e la metà) dell’occupazione in agricoltura, anche se è probabile che abbiano rispetto ai cittadini dei Paesi terzi un minore interesse per la procedura di emersione visto che godono della libera circolazione e spesso l’impego nel settore è a carattere stagionale.

Il confronto tra la struttura per cittadinanza dei lavoratori domestici per i quali è stata avanzata istanza di emersione (97.968 al 15 luglio 2020) e dei residenti extracomunitari occupati nel settore dei servizi alle famiglie (quasi 540 mila nel 2017 in base all’indagine sulle forze di lavoro) mette in evidenza differenze di non poco conto (Fig. 2). Nelle prime 10 posizioni solo sei nazionalità sono in comune ma soprattutto mancano all’appello quattro delle prime sei nazionalità (con l’esclusione di Ucraina e Perù). Compaiono invece tra le richieste di regolarizzazione cittadinanze come quelle del Bangladesh del Pakistan, della Cina e dell’Egitto che non hanno una consolidata presenza in questo comparto. Non si può escludere che soprattutto la componente femminile di queste nazionalità possa negli ultimi anni aver accresciuto la sua presenza nel mercato del lavoro e nel settore dei servizi alle famiglie in cui trova impiego la parte maggioritaria delle lavoratrici straniere, allo stesso tempo è possibile supporre che una parte per quanto contenuta degli occupati in modo irregolare in settori non previsti dalla procedura di emersione abbia trovato impiego almeno temporaneo in un comparto che ne consente la regolarizzazione. Sarà certamente interessante poter seguire nei mesi e negli anni futuri il percorso di inserimento dei futuri regolarizzati per seguire le traiettorie occupazionali oltre che per valutare il loro processo di inclusione nel mercato del lavoro e nella società italiana. Quest’ultimo elemento si aggiunge ad altri già segnalati in precedenza (manca ancora un mese, non sono compresi gli extracomunitari e gli stranieri con permesso scaduto dal 31 ottobre del 2019) a sostegno dell’idea che, almeno in termini di numero di domande, la regolarizzazioni in corso in nessun caso potrà essere considerata un’occasione sprecata, anche se avrebbe potuto essere di dimensioni più ampie riducendo al minimo le condizioni di irregolarità e assicurando una maggiore protezione sanitaria.

Riferimenti bibliografici

Fondazione ISMU (2020), Venticinquesimo rapporto sulle migrazioni 2019, Franco Angeli, Milano.

Pisacane L. (2018), “I lavoratori immigrati nell’agricoltura italiana: fonti e numeri”, in Osservatorio Placido Rizzotto (a cura di), Agromafie e caporalato. Quarto Rapporto, CGIL-FLAI, Bibliotheka Edizioni, Roma: 59-67.

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