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Family Act e piano Colao: le politiche familiari per la rinascita del paese

Dopo il crollo continuo delle nascite nello scorso decennio, quello appena iniziato si è aperto con un’emergenza sanitaria che rischia di deprimere ulteriormente le scelte riproduttive. A partire dai contenuti del “Piano Colao” e dal “Family Act”, Alessandro Rosina sviluppa alcune considerazioni sull’approccio necessario per politiche familiari efficaci.

La demografia italiana, come ben noto, è in grave sofferenza da molto prima dell’emergenza sanitaria. In particolare, le nascite nell’ultimo decennio hanno subito una diminuzione tra le più accentuate in Europa e con entità maggiore rispetto alle stesse previsioni Istat. Diventa quindi cruciale non solo ridurre l’impatto negativo dovuto alle conseguenze del contenimento della diffusione del virus, ma agire con rinnovata determinazione sui fattori che da troppo tempo vincolano al ribasso le scelte riproduttive degli italiani.

Un solido piano di ridefinizione e rilancio delle politiche familiari va costruito su tre cardini. Il primo è quello di riconoscere gli squilibri demografici come una delle principali fragilità italiane. Il secondo è favorire un cambiamento culturale che porti a considerare l’avere figli non solo come un costo individuale a carico delle famiglie ma un valore colllettivo che rende più solido il futuro comune. A questo si associa un’impostazione che porti a considerare le politiche familiari come parte integrante delle politiche di sviluppo (per le ricadute sull’intreccio tra natalità, occupazione femminile, sviluppo umano di qualità a partire dall’infanzia). Il terzo è l’impegno a mettere in campo un sistema di misure integrate con obiiettivi chiari, impegno a realizzarle e valutazione dell’impatto.

Il “Piano Colao”

Il maggior sforzo finora compiuto sulla definizione del quadro d’insieme rispetto alla sfida posta dall’emergenza sanitaria e sulle azioni necessarie per il rilancio del Paese, è rappresentato dal cosidetto “Piano Colao”. Il rapporto finale pubblicato dal Comitato di esperti nominati dal Governo e guidati da Vittorio Colao si compone di 102 proposte organizzate in 6 sezioni.

Si tratta di un lavoro di grande rilievo, svolto da riconosciuti esperti e contenente misure largamente condivisibili. Di fatto è una attenta selezione di proposte già da tempo presenti e discusse, opportunamente arricchita in funzione del momento particolare del paese e della sua esigenza di ripartire mettendosi sui giusti binari.

Risulta però un documento concettualmente debole sul versante demografico. Il termine “demografia” appare una sola volta in 52 pagine. Del tutto assenti sono termini chiave che rimandano a sfide cruciali per il nostro paese (come “invecchiamento”, “immigrazione”, “natalità”).

Ma, soprattutto, i tre cardini sopra indicati sono in buona parte disattesi. Rispetto al terzo cardine, alcue misure importanti sul tema della natalità, da tempo indicate dai demografi, sono presenti, ma riportate come elenco di interventi indipendenti, senza una esplicitazione della loro azione integrata sul processo di formazione delle famiglie e sulle scelte riproduttive. Non c’è alcuna indicazione di quali siano le misure più urgenti e su come possano concorrere in modo interdipendente su obiettivi predefiniti su cui misurare poi l’impatto. Questo limite deriva in parte anche dalla debolezza del secondo cardine. Le politiche familiari nel documento Colao sono ridotte al ruolo (pur importante, ma limitato) di insieme di interventi per ridurre gli squilibri di genere. Sono concentrate nel punto 97, all’interno della sottosezione XXIII (“Promuovere la parità di genere”) della sezione “Individui e famiglie”.

Tutto questo è coerente con il non aver posto gli squilibri demografici tra le principali fragilità del Paese (pg. 4) e il non considerare il loro superamento (o almento contenimento) come uno degli obiettivi strategici del rilancio dell’Italia (p. 45), disattendendo così il primo cardine. Rimane in ogni caso la raccolta ragionata più ricca e aggiornata di interventi di cui complessivamente ha bisogno il Paese.

Il “Family Act”

Qualche giorno dopo la pubblicazione del Piano Colao il Governo ha fatto un passo importante sul tema delle politiche familiari approvando il “Family Act”. Vedremo come verrà poi nel concreto realizzato e l’effettiva entità delle risorse destinate. Per ora possiamo risconoscere vari elementi positivi che nel passato sono stati carenti, non solo come misure ma anche come approccio.

Un primo aspetto è l’essere un pacchetto di azioni che in modo sistemico è volto a rafforzare tutte e tre le dimensioni delle poltiche familiari: il sostegno economico, i servizi, il tempo. In secondo luogo si tratta di misure non estemporanee ma durature, con riduzione anche della frammentarietà e disomogeneità. In particolare l’assegno unico universale va a tutti i bambini (in quanto tali, indipendentemente dalle caratteristiche dei genitori) e si estende dalla nascita all diciottesimo compleanno. Questo strumento (evoluzione di una proposta lasciata per anni nei cassetti del Senato ), non consente solo un riordino e una semplificazione dell’esistente, ma migliora anche efficienza ed equità del sostegno economico (riducendo gli effetti scoordinati e distorsivi dell’eterogeneità delle condizioni di accesso). Anche altre misure – si pensi al rafforzamento dei servizi per l’infanzia sul territorio (a partire dal Sud) e all’estensione del congedo di paternità a 10 giorni, conformandosi alla direttiva europea – sono durature e impostate in modo da ridurre la disomogeneità (territoriale e tra categorie di lavoratori).

Un terzo elemento di rilievo è che si rende eplicito che le politiche familiari non possono essere limitate al contrasto della povertà. L’assegno universale ha una parte legata al reddito delle famiglie, ma risulta efficace se viene percepito come concreto, non simbolico, dal ceto medio (si vedano, a proposito, anche le osservazioni dell’Alleanza per l’infanzia). Un quarto aspetto è il fatto di promuovere un cambiamento culturale. L’assegno con il suo carattere di universalità è coerente con l’idea che la scelta di avere un figlio non possa essere considerata solo un costo privato a carico dei genitori ma vada ad arricchire un bene collettivo – ovvero le nuove generazioni – che consente a tutta la società di mettere basi più solide al proprio futuro. Inoltre l’incentivo all’utilizzo del congedo parentale da parte dei padri promuove una miglior condivisione del ruolo di cura all’interno della coppia.

Un quinto punto di rilievo è che costituisce un segnale di incoraggiamento verso le famiglie, che arriva in un momento di particolare difficoltà. Rispetto all’avere un figlio la percezione di un clima positivo a sostegno di tale scelta è importante quanto le misure oggettive in sè. Ed è ciò che è mancato con la Recessione economica del 2008-2013, con la conseguenza di un forte crescita del senso di sfiducia.

Rimangono comunque questioni aperte che troveranno definizione con l’effettiva implementazione delle misure indicate nel Family Act, a partire dall’istituzione dell’assegno universale che avverrà attraverso un decreto legislativo da adottare entro il 30 novembre, in modo da prevedere una entrata in vigore a parire da inizio 2021. Quante saranno le risorse effettivamente destinate? A quanto ammonterà il livello di base dell’importo dell’assegno? Ma sarà importante anche valutare l’impatto economico che avrà sul ceto medio e come agirà sulle scelte riproduttive. Una seria valutazione va disegnata nella stessa implementazione della misura.

Il Family Act potrà determinare la svolta attesa nelle politiche familiari italiane solo se non sarà considerato un punto di arrivo ma l’avvio di un solido processo che le porti progressivamente al centro delle politiche di sviluppo e produzione di benessere del paese.

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