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Sulla (non) partecipazione politica dei giovani italiani: un mito da sfatare? *

Non è infrequente sentire nel dibattito pubblico nazionale ed internazionale che i giovani sono distanti dalla politica, disinteressati, o addirittura alienati. Questa visione pessimista sembra essere diffusa e si rafforza ogni qualvolta, ad esempio, si analizzano dati riguardanti il rapporto tra i giovani e la politica. I giovani Italiani non sembrano rappresentare un’eccezione in questo quadro dalle tinte fosche. Infatti, solo il 4,2% e il 4,6% dei giovani tra i 15 e i 24 anni dichiara di avere, rispettivamente, fiducia nei partiti e nel parlamento. Poco cambia se si guarda ai giovani tra i 25 e i 34 anni (rispettivamente 4,5% e 5,6%). Più della metà di essi pensa che la democrazia possa funzionare senza i partiti politici. I giovani Italiani dichiarano anche che le loro scelte politiche, in particolare di voto, non avvengono per fiducia nei confronti di un leader o di un partito, ma per sfiducia nei confronti di alcuni di questi¹. A parziale discolpa dei nostri giovani c’è da dire che l’Italia è stata spesso descritta come un paese poco “civico”, con bassi livelli di fiducia nelle istituzioni, soddisfazione per la politica e coinvolgimento politico. La visione comune del rapporto tra giovani e politica non è tra le più positive, dunque, ma ci sono motivi per credere che i giovani Italiani non siano poi così distanti dalla politica, pur se interessati e vicini ad “altre” forme di fare politica. Questo argomento si basa sul cambiamento delle preferenze e comportamenti politici tra le diverse generazioni.

Generazioni e partecipazione politica

Un fattore importante riguarda le esperienze politiche che i giovani hanno durante i cosiddetti “anni formativi”. Alcuni eventi o epoche hanno un impatto sulla socializzazione dei giovani alla politica, influenzando i loro modi di fare o vivere la politica. Brevemente, la partecipazione politica può dipendere dal “contesto” della socializzazione politica. Osservando il caso Italiano, possiamo notare due processi speculari. Da una parte c’è una generazione, quella entrata nel mondo politico negli anni ‘50 e ‘60, formata in un’epoca dominata dai grandi partiti di massa, che erano i principali attori in grado di politicizzare la società civile. I giovani che hanno vissuto le prime esperienze politiche in questi anni hanno anche avuto esperienza dei primi movimenti di protesta e di alcune nuove forme di partecipazione.

Dall’altra ci sono le generazioni successive, quelle cosiddette “pragmatiche”, socializzate in un’epoca post-ideologica, la cui attenzione è rivolta verso nuovi temi come l’ambiente o i diritti civili. Le generazioni più recenti, infatti, hanno vissuto un periodo di grande sfiducia nei confronti della politica “istituzionale”, e di maggiore interesse verso l’associazionismo e nuove pratiche di partecipazione. Inoltre, nel tempo sono cambiati anche i valori e le culture politiche. Le giovani generazioni sono maggiormente interessate alle libertà individuali, all’eguaglianza, o alla qualità della vita, che si sposano a un rifiuto della politica tradizionale e a una preferenza per nuove forme di coinvolgimento politico.

Una breve analisi

Schermata 2016-03-04 a 11.16.02Questa premessa ci spinge a credere che le diverse generazioni abbiano stili di partecipazione differenti. Seguendo questo ragionamento, si può ipotizzare che le pratiche di partecipazione generazioni dei giovani siano cambiate nel corso del tempo: le generazioni più giovani non sono lontane dalla politica, sono probabilmente lontane dalla politica dei propri genitori, che non è l’unico termine di paragone. Per analizzare come le diverse generazioni partecipano in politica, si può utilizzare un modello età-coorte-periodo per tenere sotto controllo questi tre aspetti e separare, per quanto possibile, un effetto coorte dagli altri due effetti concorrenti, insieme ad altri fattori potenzialmente confondenti. Utilizzando un’armonizzazione dei dati ISTAT dell’Indagine Multiscopo – Aspetti della Vita Quotidiana dal 1993 al 2012, ho stimato la probabilità di alcune coorti di 5 anni ‒ riportate nella Figura 1 ‒ di aver partecipato a riunioni di partiti politici, di aver dato soldi a un partito (per sottoscrizione, iscrizione, sostegno), di aver partecipato a riunioni di associazioni ecologiche, per i diritti civili, per la pace, e di aver partecipato a un corteo. Sebbene le forme analizzate non rappresentino l’intero spettro della partecipazione politica, un risultato sembra evidente: la partecipazione cambia tra le coorti. Forme di partecipazione convenzionale o rappresentativa, le prime due della Figura 1, diventano progressivamente meno popolari con il susseguirsi delle coorti; mentre forme non-convenzionali o extra-rappresentative, le seconde due, sono sempre più incluse nel repertorio partecipativo delle coorti più giovani. Se osserviamo la partecipazione a riunioni di partiti politici, per esempio, vediamo che la probabilità è pari a circa il 4% per la coorte dei nati tra il 1946 e il 1950, ma scende all’1% circa per la coorte dei nati dopo il 1995. La probabilità di partecipare a cortei si aggira intorno al 5% per i nati tra il 1946 e il 1970, e aumenta considerevolmente per i nati negli anni successivi, fino al 20% per la coorte dei nati tra il 1991 e il 1995.

Quale partecipazione?

L’analisi mostra un quadro leggermente diverso da quello che spesso viene dipinto. Le giovani generazioni partecipano, ma non come quelle precedenti. Certamente, il maggiore coinvolgimento dei giovani nella partecipazione non-convenzionale è una nota positiva, e mostra che un certo pessimismo riguardo il loro (presunto) distacco dalla politica andrebbe attenuato. C’è tuttavia un elemento da sottolineare. La debole presenza delle giovani generazioni nelle forme rappresentative di partecipazione, come ad esempio i partiti, potrebbe spiegare lo scarso peso politico che i giovani hanno in Italia. Infatti, questa non-partecipazione dei giovani può aver indebolito la loro influenza nell’arena politica, con conseguenze sulle politiche a loro indirizzate, vista la loro marginalità nella politica che “conta”. Le forme di partecipazione non-convenzionale, quelle preferite dai giovani, sono forme cosiddette espressive, con un impatto relativamente piccolo sul processo politico, che quindi si prestano meno a rappresentare i loro interessi.

per saperne di più

* Questo articolo è basato su Quaranta, M. (2016). “An Apathetic Generation? Cohorts’ Patterns of Political Participation in Italy.” Social Indicators Research 125(3): 793-812.

¹Diamanti, I., “Giovani e politica, una generazione altrove”. La Repubblica, 17 Aprile 2013.

Figura 1. Probabilità di aver partecipato a riunioni di partiti politici, di aver dato soldi a un partito (per sottoscrizione, iscrizione, sostegno), di aver partecipato a riunioni di associazioni ecologiche, per i diritti civili, per la pace, e di aver partecipato a un corteo, per coorti di nascita.

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