Essere “clandestini” nell’America di Trump

Andrea Stuppini, Enrico Di Pasquale, Chiara Tronchin

I primi atti della nuova amministrazione Trump, finora caratterizzati da un massiccio ricorso agli “executive orders” (provvedimenti che indirizzano le politiche esecutive delle agenzie del Governo americano), sembrano coerenti con gli impegni assunti in campagna elettorale, in particolare in materia di immigrazione: dal completamento del muro al confine con il Messico, al divieto di ingresso per gli immigrati di 7 paesi musulmani.

Tuttavia, se si vuole interpretare correttamente l’attuale dibattito americano sui temi dell’immigrazione, occorre tenere presenti alcune distinzioni rispetto alla situazione europea.

Storicamente l’immigrazione ha sempre avuto dimensioni maggiori negli Stati Uniti rispetto all’Unione Europea, in particolare per l’immigrazione irregolare (impropriamente detta “clandestina”, in realtà fa riferimento a tre tipologie di immigrato: entrato in un paese evitando i controlli di frontiera; entrato regolarmente, ma rimasto anche quando il visto è scaduto; non ha lasciato il paese di arrivo anche dopo che questo ha ordinato il suo allontanamento dal territorio nazionale). Nell’Unione Europea, la dimensione della immigrazione irregolare è sicuramente minore (in nessuna stima essa supera 3/4 milioni di unità complessive).

Il mondo del lavoro

L’Hispanic Trend del “Pew Research Center” di Washington (un autorevole centro studi con un apposito osservatorio sulla materia) documenta come la forza lavoro irregolare sia rimasta stabile negli anni dopo la grande recessione, mentre le componenti legali hanno ripreso a crescere in maniera significativa.

Nel 2014 le statistiche ufficiali parlavano di 43,6 milioni di residenti nati all’estero, dei quali 11,1 milioni di illegali (“unauthorized” immigrants) pari al 26% del totale (cfr. Pew Research Centre, 2016). La popolazione nata all’estero includeva dunque 19 milioni di cittadini naturalizzati, 11,7 milioni di residenti permanenti legali (quelli che noi definiremmo immigrati in senso stretto) e 1,7 milioni di residenti legali temporanei (come studenti, diplomatici e “lavoratori ospiti” soprattutto nel settore tecnologico). In totale queste diverse categorie di immigrati rappresentavano il 13,6% della popolazione americana nel 2014.

L’aspetto che forse si distingue maggiormente dalla situazione europea è che ben 8 milioni degli 11 milioni di immigrati illegali lavorano, mentre in Europa sono generalmente confinati nell’ambito del lavoro nero, completamente illegale. Negli Usa, invece, nel 2014 il mercato del lavoro era composto da 133 milioni di lavoratori nati negli USA (83% del totale), 19,5 milioni di immigrati legali (12%) ed 8 milioni di immigrati illegali (5%).

In ambito lavorativo occorre considerare che i trascorsi storici dell’immigrazione, in particolare messicana, hanno radici molto profonde negli USA: ad esempio il “Bracero program” fu varato nel 1942 per consentire a lavoratori messicani di sostituire la forza lavoro americana impegnata nella leva militare, soprattutto nel settore agricolo, ma si protrasse ininterrottamente fino al 1964, consentendo un ingresso legale ad un totale di 5 milioni di lavoratori, con una punta massima di 445.000 ingressi nel 1956.

In tempi recenti l’amministrazione Obama ha promosso due programmi che consentono permessi temporanei e possibilità di lavorare a circa il 10% degli irregolari presenti negli USA: il primo (DACA: “Deferred Actions for Childhood Arrivals”) riguarda più di 730.000 giovani adulti che devono essere stati portati negli USA prima dei 16 anni di età, non devono aver compiuto 30 anni alla data del 15 giugno 2012 e devono aver vissuto continuativamente negli Stati Uniti dal 15 giugno 2007.

Il secondo programma ha garantito una protezione temporanea a circa 326.000 migranti, in maggioranza dall’America Centrale a causa di malattie, disastri naturali o conflitti nei loro paesi di origine.

Gli scenari nell’era Trump

E’ probabile che, sotto la nuova amministrazione Trump, non vedremo altre iniziative volte a sanare precedenti situazioni di irregolarità (i DACA scadono dopo 2 anni), ma è altresì improbabile una azione decisa di contrasto all’immigrazione irregolare che non sia limitata a fasce specifiche (ad esempio verso i trecentomila che hanno precedenti penali). Non a caso, nelle prime dichiarazioni, il nuovo presidente ha fatto riferimento solamente ai tre milioni che non lavorano, ma ha taciuto sugli otto milioni presenti sul mercato del lavoro.

E’ bene ricordare che l’ingresso illegale negli USA è un reato federale e che 4 stati, 39 città e 364 contee (le cosiddette “zone santuario”) hanno approvato ordinanze che non li obbligano a collaborare con le autorità federali nella ricerca degli irregolari. In uno dei primi “executive orders” Trump ha già avviato la stretta contro queste realtà, ordinando un blocco delle sovvenzioni federali e chiedendo alle agenzie di governo di intensificare le espulsioni.

Peraltro, l’amministrazione Obama aveva proceduto, tra il 2009 ed il 2015, a circa 360.000 espulsioni l’anno: risultati maggiori sarebbero possibili solo a fronte di maggiori investimenti nell’ambito delle forze dell’ordine.

Un provvedimento legato al finanziamento del muro al confine meridionale potrebbe essere una forma di tassazione delle rimesse dei lavoratori messicani presenti negli USA: sarebbe questa sicuramente una decisione gravida di conseguenze politiche ed economiche nelle relazioni tra i due Stati.

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