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Vi presento la mia famiglia …

Gustavo De Santis
Ma forse oggi, nel 2011, la seconda strofa del ritornello andrebbe cambiata in “… è la più disgraziata dell’OCSE” – il che non è proprio vero, ma quasi. L’OCSE, Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha infatti appena pubblicato un rapporto dal titolo Fare meglio per le famiglie (Doing better for families). Qui ci limiteremo a dare un’occhiata all’Italia, che, in rapporto alla media del gruppo, non ne esce molto bene.
I principali ritardi dell’Italia
L’OCSE stesso, concentrandosi sugli aspetti ritenuti più importanti, segnala i punti di forza e di debolezza di ogni paese membro. L’Italia nel periodo 2007-2009 si caratterizza, in negativo, per:
1) bassa partecipazione femminile al mercato del lavoro, nella fascia di età “classica”, tra i 15 e i 64 anni: 46%, contro una media OCSE del 60% – che, incidentalmente, è anche uno dei famosi “obiettivi di Lisbona” per il 2010,
2) bassa fecondità: 1,41 figli per donna, contro una media OCSE  di 1,74, nel 2009,
3) alta quota di bambini (0-17anni) che vivono in povertà: 15,3% contro 12,7% in media OCSE
4) scarsa considerazione per le famiglie nella spesa pubblica: alle famiglie va infatti solo l’1,4% del PIL, contro il 2,2% della media OCSE.
Certo, si potrebbe obiettare che indicatori costruiti per essere comparabili tra tutti i 34 paesi OCSE finiscono con l’essere un po’ approssimativi, e quindi col non cogliere bene la realtà di nessuno di essi. Ma poiché si riferiscono a tante dimensioni diverse, e poiché l’Italia è indietro su quasi tutti i fronti, ecco che ciò che dovrebbe preoccuparci non è tanto il dettaglio di ogni singola misura, quanto il fatto che da noi qualcosa effettivamente non funziona come all’estero.
Altri ritardi
Il database del rapporto consente di vedere le cose più in dettaglio. Si scopre così che l’Italia è indietro non solo sui quattro punti sopra evidenziati, ma anche su molti altri. Cito un po’ alla rinfusa:
a) il reddito medio delle famiglie è in lieve, ma costante, calo relativo: dal 91% della media OECD nel 1985 all’88% oggi;
b) la quota di teen-agers che sono “NEET” (Not in Employment, Education or Training; cioè ragazzi di 15-19 anni che non studiano, non lavorano e non partecipano a corsi di formazione professionale[1]), al 2007 era stimata al 10%. Meglio dell’anno 2000, d’accordo, quando il valore era più alto (15%), ma peggio della media OECD (8%);
c) il rendimento scolastico dei nostri 15enni non è brillante: il punteggio PISA (scala internazionale per la valutazione dei risultati scolastici)[2], per la parte relativa alla capacità di comprensione di un testo scritto, è 486, contro 494 della media OCSE.
d) gli uomini lavorano poco in casa (100 minuti al giorno in Italia, 140 nell’OCSE), e le donne tanto (330 minuti al giorno, contro i 280 nell’OECD).
Alla ricerca di un perché
Il rapporto OCSE, naturalmente, non si avventura alla ricerca delle cause della situazione che sta fotografando, e lascia quindi il campo libero all’interpretazione. Operazione non facile, ovviamente, anche perché le spiegazioni sono certamente molte.
Provo a proporne una: la fine della famiglia forte tradizionale. Tale fine, non ancora riconosciuta però dalla collettività e dallo stato (e quindi dal mercato del lavoro, dall’organizzazione dei servizi alle famiglie, ecc.), crea una situazione di tensione, le cui conseguenze ricadono soprattutto sui giovani e sulle donne.
Una volta ci si sposava presto, quasi tutti, e per sempre: ora non più. Nelle età centrali della vita la vedovanza è praticamente scomparsa, ma il divorzio colpisce il 40-50% delle coppie in Europa. Da noi un po’ meno, almeno formalmente, perché, appunto, non ci si vuole rassegnare all’idea che il matrimonio si possa sciogliere, e se ne rallenta il processo (3 anni di separazione), rendendolo spiacevole e costoso. Ma le separazioni (definitive) interessano ormai circa il 30% dei matrimoni, che peraltro avvengono sempre più tardi (lei si sposa per la prima volta mediamente a 30 anni, e lui a 33) e sempre più raramente[3].
Le convivenze aumentano, ma poco (in Italia coabita solo il 2% della popolazione di 20 anni o più; nell’Ocse il 7%), e le scarse tutele dei giovani scoraggiano le scelte di lungo periodo in questa fase, ad esempio la fecondità: i nati fuori dal matrimonio, sebbene in crescita in Italia (quasi il 21% nel 2007, dal 4% del 1980) sono però pochi contro il 33% dell’OCSE). E, una volta nati, i bambini devono essere accuditi, ma solo pochi vanno ai nidi (v. Chiara Saraceno, “Perché è così difficile avere dati certi sui nidi in Italia?”): l’idea è che ci pensi la mamma (a loro e agli altri membri deboli o malati della famiglia e del parentado). Questo spiega i dati visti sopra sulla scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, e sul loro elevato numero di ore di lavoro in casa. Ma se il matrimonio non è più “per sempre”, e quindi non garantisce per il futuro, le donne, giustamente, pensano di doversi conquistare un posto nella società, e, in assenza di servizi pubblici (e di aiuti privati, ad es. da parte dei partner), i figli costituiscono un potente ostacolo.
Ma a chi giova questo stato di cose? In fondo, donne che non lavorano significano minor reddito, meno tasse per ripianare il debito pubblico, minor crescita economica. Fino a poco tempo fa, ci si poteva almeno cullare nell’illusione che questo sacrificio individuale (femminile, soprattutto), questa adesione ai ruoli tradizionali portasse beneficio ai figli. Ma oggi è lecito dubitarne. Delle prestazioni scolastiche negative si è già detto – che si accompagnano poi a un ritardo in tutto: nel finire gli studi, nel trovare lavoro, nell’uscire di casa, nel formare famiglia, ecc. Ma adesso l’OCSE aggiunge un altro tassellino: a 11-15 anni (prima quindi, di doversi “scontrare” con la società), la quota di bambini che dà un giudizio complessivamente favorevole della propria esistenza (attribuendo un punteggio di 6 o più, su una scala da 0 a 10), è pari all’85%, contro l’86% della media OCSE. Non significativamente peggiore degli altri, d’accordo, ma certamente non migliore, mentre sugli altri indicatori mostriamo la corda.
Non è forse giunto il momento di pensare a una nuova organizzazione della società, centrata su un’idea diversa, forse anche molto diversa, di famiglia?

[1] V. ad es.  Simone De Angelis & Simona Mastroluca, “I ‘Neet’ italiani al Censimento generale della popolazione del 2001”.

 

[2] The OECD Programme for International Student Assessment
Per approfondimenti
OCSE, Doing better for families, 2011
–         sintesi per paese: http://www.oecd.org/dataoecd/61/49/47701018.pdf
–         sintesi per punti: http://www.oecd.org/dataoecd/8/10/47710686.pdf
–         database: http://www.oecd.org/document/49/0,3746,en_21571361_44315115_47654961_1_1_1_1,00.html (bisogna “cliccare” il Family data browser, e si apre un file di EXCEL, con i dati di dettaglio, paese per paese).
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