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Sbarchi di immigrati in Italia: una modesta proposta

Gustavo De Santis

Non passa giorno senza che si parli del boom degli sbarchi di immigranti sulle coste della Sicilia, con storie toccanti di salvataggi, gesti eroici, perdite di vite umane, separazioni tra componenti di una stessa famiglia. E in effetti nel 2014 il numero degli arrivi è stato alto e in crescita: nei primi 5 mesi si sono raggiunti circa 43 mila sbarchi, cioè tanti quanti in tutto il 2013, pur se la contabilità andrebbe aggiornata di continuo ed è per giunta molto imprecisa, visto che, oltre a chi sbarca clandestinamente (e quindi per definizione non è rilevato), ci sono anche quelli che arrivano scortati delle autorità italiane, ma che spariscono una volta arrivati a terra, con o senza il passaggio dai tristemente famosi CIE (Centri di Identificazione e Espulsione), occupati ormai ben oltre la loro capienza.

Il soccorso in mare
I trafficanti di persone e gli scafisti hanno sempre adottato la pratica di usare barconi vecchi e totalmente inadatti, di sovraccaricarli di persone, e di abbandonarli poi al loro destino una volta arrivati vicino alle coste italiane (o anche di altri paesi, a dire il vero). Dall’ottobre 2013, però, è scattata l’operazione Mare Nostrum, seguita dalla Marina militare , e qualcosa sembra essere cambiato. Ricordiamo intanto che la decisione di pattugliare il mare Mediterraneo è stata presa sull’onda dell’emozione per gli oltre 350 migranti morti a poche centinaia di metri da Lampedusa, il 3 ottobre 2013, nel naufragio del barcone che li trasportava in Italia dalla Libia – un momento veramente tragico, ricordato anche da Neodemos (v. Le migrazioni internazionali ai tempi della crisi, A cura di Corrado Bonifazi e Massimo Livi Bacci ). E rammentiamo, già che ci siamo, il duplice obiettivo di Mare Nostrum: salvaguardare vite umane, ma anche catturare i trafficanti.

Le intenzioni sono lodevoli e l’investimento economico ingente (si parla di 9 milioni di euro al mese), ma i risultati non sembrano essere quelli sperati. Le disgrazie del mare sono diminuite, certo, ma, come detto, lo stesso non si può dire degli arrivi, e l’obiettivo di catturare più scafisti non è stato raggiunto. Questo perché i trafficanti sembrano aver adattato le loro strategie alle mutate condizioni: anziché abbandonare i barconi nei pressi delle coste adesso li abbandonano molto prima, in mare aperto, lasciando che dell’ultima parte del viaggio si occupino le navi della nostra marina militare.

Due conti, cinici ma non poi troppo
Interrogati, questi immigrati rivelano che per attraversare il mare Mediterraneo devono pagare, e pagare caro: tra i 1200 e i 1500 dollari a testa – facciamo 1000 euro, in cifra tonda. Sono tutti soldi che vanno nelle tasche della malavita, a fronte dei quali per le autorità italiane e europee ci sono solo costi: pattugliamento, assistenza in mare e a terra, controlli vari, ecc.

Il bilancio per “i buoni”, che poi saremmo noi, è tragicamente in rosso. Eppure una soluzione forse c’è: immaginiamo di mandare noi navi attrezzate nei porti libici, e di offrire passaggi per l’Italia anche a chi è sprovvisto di documenti – immigrazione clandestina legalizzata quindi – a condizione però di indirizzare tutti gli imbarcati nei CIE (si potrebbe fare anche meglio, a dire il vero meglio – ma per ora poniamoci obiettivi limitati). Immaginiamo di chiedere 500 euro a testa per questo servizio: i 43.000 sbarchi diventano ora oltre 20 milioni di euro di incassi per lo Stato, cui vanno aggiunti i risparmi sul pattugliamento, ora quasi inutile, perché i viaggi diventano totalmente sicuri. Sempre in termini di soldi, non sottovaluterei il fatto che vengono così sottratte ingenti risorse alla malavita. Non è tutto guadagno, beninteso: ci sono i costi del trasporto, che dovrebbero però nel complesso essere nel complesso contenuti: attualmente, per avere un’idea, un passaggio ponte da Tunisi a Palermo lo si può trovare a circa 60 euro.

Ma non è solo una questione di denaro: non ci sarebbero più morti durante il viaggio: affogati, di disidratazione, di parto, di malattie varie. L’assistenza medica sarebbe garantita già a bordo, come anche l’incolumità fisica, soprattutto di donne e bambini. Non ci sarebbe più bisogno di affollare solo Lampedusa e pochi altri porti vicini all’Africa: la destinazione delle navi la deciderebbero le autorità italiane (comunicandola preventivamente ai viaggiatori), e gli sbarchi potrebbero essere programmati e ben distribuiti un po’ lungo tutta la costa, da Sanremo a Trieste – ammesso e non concesso che ci si voglia limitare all’Italia e non, invece, farne una questione Europea.

Non c’è il rischio che chi è imbarcato sparisca nel nulla (da una nave dove si va?): verrebbe identificato già a bordo, e comunque, anche una volta a terra, la distribuzione e la programmazione degli arrivi renderebbe le fughe molto più difficili e rare.

Certo, molti aspetti andrebbero analizzati più in dettaglio: i necessari accordi con le autorità locali, la protezione dal rischio di attentati da parte della malavita (che non vedrebbe di buon occhio la concorrenza dello stato nella tratta dei migranti), il rischio che un’eventuale operazione di questo tipo possa fungere da richiamo, e attirare quindi ancor più migranti dei tanti che già ci sono … Ma forse vale la pena cominciare a pensare a soluzioni radicalmente diverse da quelle sin qui adottate.

Un problema, una risposta civile, un’opportunità
Il nostro è diventato ormai un paese di immigrazione: 354 mila iscrizioni dall’estero di stranieri nel 2011, calate a 321 mila nel 2012, probabilmente di nuovo in crescita nel 2013 … Ma la parola “emergenza” è impropria in questo caso: sono anni che la situazione è questa, pur se non la abbiamo saputa bene affrontare. I migranti che arrivano per mare, che fanno tanto notizia, sono solo una minoranza degli arrivi complessivi nel nostro paese: il 15% circa. E l’immigrazione non è il dramma che i media dipingono: nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone per bene, che scappano da situazioni disperate (di fame, di guerra, di persecuzione …) e che cercano di costruirsi altrove un futuro migliore, con il proprio lavoro. E ci riuscirebbero molto meglio se non trovassero tutti gli ostacoli che proprio noi frapponiamo.

Gli immigrati giungono in un paese, il nostro, dove le nascite sono da tempo in calo e non danno ancora segni di ripresa: hanno toccato un minimo nel 2013, con poco più di 500 mila, mentre la Francia, con un numero di abitanti comparabile al nostro, ne ha circa 800 mila ogni anno. Non a caso la popolazione Italiana è tra le più vecchie del mondo e, anche per questo, i conti pubblici sono in difficoltà, a cominciare da quelli del sistema previdenziale e sanitario. Gli immigrati invece sono giovani, e per giunta mediamente più sani di noi; benché vivano normalmente in condizioni di maggior disagio (economico e culturale) rispetto agli italiani, gli stranieri godono infatti, in media, di migliori condizioni di salute (fig. 1), e anche per questo, oltre che per la più giovane età, gravano meno sul nostro sistema sanitario, oltre che su quello previdenziale.

Alcuni di questi immigrati non sono interessati a restare in Italia. Ma altri sì, e potranno un giorno diventare nostri concittadini. Se il loro primo impatto con la nostra terra non sarà stato caratterizzato dal terrore, dalle umiliazioni, dalla completa disumanizzazione che prevalgono oggi, ma sarà stato invece di ordinato e decoroso inserimento (sia pure in strutture di per sé poco gradevoli, come i CIE), le speranze che non ci guardino con odio, e che riescano poi a inserirsi meglio nel nostro tessuto sociale crescono considerevolmente. E se tutto questo avviene con un risparmio per loro, e un piccolo introito (o almeno una minore spesa) per noi, forse possiamo tutti essere più contenti. A parte i malavitosi e razzisti, beninteso.
*Fonte: Istat, Cittadini stranieri: condizioni di salute, fattori di rischio, ricorso alle cure e accessibilità dei servizi sanitari, 2014

 

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