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Rumeni in Italia

Massimo Livi Bacci

Una questione rumena?
Esiste una questione "rumena" all’interno della questione migratoria che agita la politica e trasforma la società italiana? Non più di quanto esista, o siano esistite, una questione albanese, una marocchina o una cinese – di volta in volta sospinte in primo piano da eventi contingenti che poi coinvolgono l’intera comunità nazionale di appartenenza. La questione "rumena" si lega soprattutto al fatto che si tratta della nazionalità più numerosa non italiana sul territorio (bisognerà abituarsi a chiamare "comunitari" i non italiani appartenenti agli altri 26 paesi della UE, e "stranieri" i provenienti da paesi non UE). Secondo le ultime stime, all’inizio del 2008 avrebbero superato il milione, cifra che probabilmente eccede il reale numero (ci sono rientri in patria non registrati, duplicazioni di archivi ecc) ma che – anche ridimensionata – ci dice che almeno un immigrato su cinque è rumeno. Tra il 2002 e il 2008, il loro numero si è moltiplicato per otto, da 100.000 ad almeno 800.000, se vogliamo stare ad una cifra prudenziale.

L’entrata in Europa ha coinciso con un’accelerazione dell’immigrazione e con l’emersione – nelle anagrafi – di tanti cittadini rumeni già presenti in Italia. Che il nostro paese sia una destinazione privilegiata non sorprende; la strada è stata aperta dalla fitta trama di rapporti economici avviati da migliaia di imprenditori italiani fin dagli anni ’90; i divari salariali ancora fortissimi rappresentano un incentivo potente per spostarsi; i contatti terrestri e aerei sono relativamente agevoli. E, soprattutto, la facilità di apprendimento della lingua e l’affinità di molteplici tratti culturali, abbassano il costo, per l’emigrante, del trasferimento in un altro paese. La diaspora rumena, pari a circa due milioni di persone (il 10 per cento della popolazione residente in Romania), è superiore a quella di ogni altro paese dell’Europa centro-orientale dopo la fine del comunismo, a eccezione della piccola Albania.

 

Un serbatoio che si svuota

Fa parte della questione rumena il timore che la diaspora continui al passo degli ultimi anni. Questo timore è infondato: la Romania è un paese in piena depressione demografica, con una natalità bassissima, con forte declino della popolazione giovane, accentuato dall’emigrazione. Con un’economia in buon progresso, le aziende che operano in Romania sono a corto di manodopera e cominciano a richiamare immigrazione dall’oriente. Nel medio-lungo periodo, la forza congiunta di salari crescenti e leve di lavoro in diminuzione, non può non produrre l’esaurirsi della spinta migratoria. Allora la comunità rumena che avrà messo radici in Italia continuerà ad alimentare un flusso di entrata (e di rientri) di natura fisiologica legata, soprattutto, a motivi familiari. Nel breve periodo l’immigrazione continuerà, con intensità decrescente, ma con numeri rilevanti. Stiamo dunque osservando una transizione unica, irripetibile e straordinaria: un gruppo nazionale di rilevanti dimensione che nel giro di una manciata di anni si trasferisce permanentemente in un altro paese. Perché di questo si tratta: i rumeni sono qui per restare; sono un innesto permanente alla nostra società. Questa transizione e questo innesto vanno governati con attenzione ed è evidente che le politiche dell’integrazione saranno di un’importanza strategica. Di queste nessuno parla, perché il governo ha deciso di spingere sul pedale del controllo, della repressione e della sicurezza: come se la sicurezza non dipendesse proprio dal cammino – più o meno irto di difficoltà – che prepariamo per gli immigrati. Si noterà che i 100 milioni destinati dalla Finanziaria 2008 al fondo per l’inclusione degli immigrati sono stati prosciugati per permettere l’abolizione dell’ICI sulla prima casa. Così avremo meno mediatori culturali, meno insegnamento della lingua, meno abitazioni, meno servizi: cioè quelle condizioni elementari che sono la base dell’integrazione e, per conseguenza, della sicurezza.

 

I Rom: una questione europea

Nella questione rumena, un posto a parte lo ha l’immigrazione rom, che nessuno è riuscito, per ora, a valutare; del resto anche la consistenza dei rom in Romania oscilla tra poco più di mezzo milione del censimento ufficiale e un milione e mezzo. Quel che è certo è che le loro condizioni di vita sono diversi gradini sotto quello medio della popolazione e che la loro propensione ad emigrare dovrebbe essere assai più alta. La tentazione (e la pericolosità) di trattare la questione rom con gli attrezzi del controllo-repressione è elevatissima, anche perché sono facilmente identificabili e localizzabili sul territorio. Il tema va risolto a livello europeo, aiutando la Romania in un’opera di sviluppo della comunità; pianificando e guidando l’emigrazione e i rientri, ponendo con intelligenza il problema della convivenza (per qualche generazione ancora) del mondo sviluppato con una comunità sulla quale la modernità rischia di depositare i suoi peggiori detriti.

 

Per saperne di più

Franco Pittau, Antonio Ricci e Alessandro Silj (a cura di) Romania, immigrazioni e lavoro in Italia, Caritas Italiana, Roma, 2008

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