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Giovani nel labirinto. La strada smarrita verso il futuro

Alessandro Rosina

Mai generazione nata sotto la Repubblica italiana si è trovata con tassi di disoccupazione in fase giovanile tanto elevati quanto quelli che sta sperimentando chi si appresta ad entrare oggi in età adulta. Il dato più aggiornato fornito dall’Istat è pari a 43,3%. Non consoli il fatto che riguarda gli under 25 perché anche la quota di Neet (i giovani che non studiano e non lavorano) in età 18-29 è tra le più alte in Europa (Figura 1) e particolarmente basso risulta anche, secondo l’Eurostat, il tasso di occupazione dei laureati in età 25-34 anni.

Bloccati in panchina
Anziché essere protagonisti attivi di un’Italia che cresce, i giovani italiani si trovano sempre più nella condizione di spettatori passivi in un paese che arranca.
Già prima della crisi avevamo dimostrato di essere una delle economie avanzate meno in grado di immettere i membri delle nuove generazioni in un percorso virtuoso di arricchimento delle proprie vite e di produzione di benessere per il Paese. La recessione, non sorprendentemente, ha accentuato questa caratteristica: frenando l’ingresso dei giovani sul mercato del lavoro è diventata un  moltiplicatore di fragilità, e varie ricerche sulla povertà dell’Ocse e di Bankitalia concordano nel mostrare come negli ultimi anni l’impatto maggiore sia stato subito dai giovani e dalle giovani coppie. Le conseguenze delle difficoltà a costruire solidi progetti di vita si vedono anche sulla demografia, tanto che il 2013 è stato l’anno in cui si è toccato il punto più basso delle nascite nella storia italiana (vedi anche “Come può uno scoglio arginare il mare?” La recessione delle nascite e gli effetti del bonus bebè, Neodemos, 2014).
I dati di una ricerca appena pubblicata dall’Istituto Toniolo (“La condizione giovanile in Italia, Rapporto giovani 2014”, ed. il Mulino) aiutano ad andare oltre gli indicatori ufficiali e rivelano come nelle nuove generazioni rimanga complessivamente alta la volontà di non rassegnarsi, ma come crescente sia anche la frustrazione per il sottoutilizzo delle proprie potenzialità. Sempre più complicato è trovare la propria strada.
Una condizione che, complessivamente, rende il percorso di transizione alla vita adulta simile ad un labirinto nel quale alto è il rischio di girare a vuoto nonostante gli sforzi e, se non ci si perde, fa diventare più contorto e più lungo il percorso di perseguimento di qualsiasi obiettivo importante.
In dati evidenziano come oltre la metà degli intervistati sia convinta che oggi in Italia le opportunità lavorative per un giovane con la propria formazione siano scarse. Per un rispondente su tre sono limitate. Molto ridotta è la percentuale di chi le considera adeguate.
Se l’impressione di scarsa valorizzazione è trasversale, purtuttavia le differenze sociali risultano marcate. La percezione di trovarsi in un contesto di opportunità scarse è di venti punti percentuali più bassa tra chi ha almeno un genitore laureato rispetto a chi ha sia madre che padre con solo scuola dell’obbligo.

O vincolati a giocare in difesa
Disoccupazione e impieghi precari stanno incentivando sempre di più i giovani ad essere concreti e pragmatici. Se fino a qualche anno fa il lavoro era ancora considerato più un luogo di autorealizzazione che un mezzo per procurare guadagno, il protrarsi della crisi ha reso sempre meno chiare le  prospettive di miglioramento facendo aumentare nei giovani l’attenzione al reddito immediato. Ora si punta prima di tutto all’obiettivo primario di un lavoro adeguatamente remunerato rinviando nel medio-lungo periodo il raggiungimento di un lavoro nel quale realizzarsi pienamente. Questo riguarda sia chi ha un contratto alle dipendenze che chi lavora in proprio ma con una accentuazione maggiore tra i titoli più bassi.

Questo pragmatismo risulta coerente con le aspettative rispetto al reddito che si pensa si arriverà a percepire a 35 anni, età in cui l’entrata nella vita adulta dovrebbe risultare pienamente compiuta.
La remunerazione che si  pensa che una persona con propria formazione dovrebbe arrivare a percepire risulta compresa per circa il 70% dei casi tra i 1000 e i 2000 euro, e cioè sensibilmente più bassa rispetto a quanto si pensa che in realtà si riuscirà davvero a percepire: oltre la metà dei rispondenti  pensa che sarà inferiore ai 1500 euro. Valori che si abbassano notevolmente per le categorie più svantaggiate nel mercato del lavoro, ovvero per le donne del Sud con titolo di studio basso (Tab. 1).
Insomma i giovani sono in panchina o stanno giocando in difesa. Finché non troveranno spazi e opportunità per mettersi alla prova in attacco difficilmente questo paese potrà tornare a pensare positivamente al proprio futuro. Nell’attesa che qualcosa cambi davvero cresce in quantità e qualità il numero di coloro che decidono di andarsi a costruire un futuro altrove (vedi anche: Rassegnarsi o andarsene? La fin troppo facile scelta dei giovani italiani Neodemos 2014). I dati Istat sulle migrazioni internazionali appena rilasciati confermano come i trasferimenti verso l’estero siano in continua ascesa e al loro interno la componente dei laureati sia quella in maggior crescita.
Accade così sempre più spesso che la via d’uscita dal labirinto per i giovani italiani si trovi oltre confine.

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