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Per una demografia dell’omosessualità

L’accettazione dell’omosessualità come “variante naturale del comportamento umano” è uno degli aspetti più importanti dell’ultimo trentennio di rivoluzione sessuale. Vittorio Filippi tratteggia le grandi differenze territoriali e i nuovi sviluppi di questo importante cambiamento.

Proprio trent’anni fa l’Organizzazione mondiale della sanità (WHO) cancellava l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali per definirla semplicemente come “una variante naturale del comportamento umano”. E la data – il 17 maggio 1990 – è divenuta quella della giornata mondiale contro l’omofobia.

Uno stigma duro a morire

Tuttavia sull’omosessualità pesa ancora lo stigma. Addirittura in ben 68 paesi del mondo l’omosessualità è un vero e proprio reato, in cui la pena di morte è prevista o possibile in 11 paesi. Il discorso non è solo giuridico ma soprattutto di accettazione sociale o meno. Su questo tema il Pew Research Center ha prodotto un report in cui fa una mappatura globale (sono 34 i paesi rilevati) sul cosiddetto “divide on homosexuality”1. Rilevando essenzialmente due cose.

La prima è che questo “divide” culturale esiste e persiste. Spacca il pianeta tra le aree dell’Europa occidentale e delle Americhe il cui l’omosessualità è generalmente accettata e quelle dell’Europa orientale, dello spazio post-sovietico, del Medio oriente e dell’Africa sub-sahariana in cui i livelli di accettazione sociale sono decisamente minoritari, se non proprio all’insegna dell’intolleranza anche violenta. Mentre in Asia e nell’area del Pacifico gli atteggiamenti e i giudizi nei confronti dell’omosessualità si divaricano notevolmente. Le grandi variabili socioculturali che entrano in gioco sono le religioni, le visioni politiche (destre e populisti sono meno aperti all’omosessualità: il caso americano docet, dato che l’85% dei Democratici accetta l’omosessualità contro il 58 dei Repubblicani) e i livelli di sviluppo economico, oltre che ai fattori età, reddito, formazione e, talvolta, il genere. In particolare un elevato e diffuso benessere economico si correla ad una elevata accettazione dei comportamenti omosessuali: ad esempio in Svezia, Olanda e Germania, in cui il Pil pro capite supera i 50 mila dollari, l’accettazione pone questi tre paesi in testa alla ricerca del Pew Research Center. Viceversa in Nigeria, Kenya ed Ucraina, in cui il Pil pro capite scende sotto i 10 mila dollari, meno del 20% pensa che l’omosessualità dovrebbe essere socialmente accolta. Si oscilla quindi ampiamente tra paesi come Svezia ed Olanda in cui più del 90% della popolazione accetta tranquillamente l’omosessualità a paesi come Indonesia, Tunisia, Nigeria in cui la percentuale precipita sotto il 10 rivelando quindi una cultura diffusamente omofobica. Non molto distante la situazione di paesi post sovietici come Russia ed Ucraina (in cui machismo, omofobia, ortodossia si fondono col nazionalismo panslavo contro la cosiddetta Gayropa)2, mentre anche nei paesi dell’ex Europa comunista (con l’eccezione della Cechia) l’accettazione (e la tolleranza) risulta contenuta se non addirittura minoritaria (come in Lituania, Bulgaria, Slovacchia).

Verso una omosessualità accettata

Il secondo aspetto è che quasi ovunque – nel confronto temporale con le indagini precedenti, a partire dal 2002 – l’accettazione sociale dell’omosessualità sta comunque crescendo, talvolta con percentuali importanti come in Sud Africa ed in India. E perfino in Nigeria l’apertura all’omosessualità cresce di alcuni punti, pur persistendo – come s’è detto – una cultura decisamente omofobica. Ma c’è anche chi nel tempo riduce il proprio sentimento di apertura, come avviene in Cechia (soprattutto), in Libano, in Russia ed in Grecia. Comunque in due terzi dei paesi rilevati sono i giovani ad avere la maggiore apertura all’omosessualità rispetto alle generazioni più mature: questo perfino in Russia ed in Nigeria.

Fluidità sessuale

Tuttavia sempre più appare insufficiente e culturalmente semplicistico l’approccio dicotomico eterosessualità versus omosessualità. In realtà, proprio tra le giovani generazioni – come i Millennial e la cosiddetta Generazione Z americani – emerge una vasta area, pari al 43% del campione, che non si considera né eterosessuale né omosessuale e piuttosto riflette la propria sessualità in uno spettro ampio e variegato di opzioni che rimandano alla famosa scala a sette punti di Alfred Kinsey (come scrisse nella sua pioneristica ricerca sessuologica del 1948, “Il mondo vivente è un continuum in ogni suo aspetto. Prima apprenderemo questo a proposito del comportamento sessuale umano, prima arriveremo ad una profonda comprensione delle realtà del sesso”) 3. Non è un caso che oggi Tinder, per la sua app europea di dating, vada oltre la logica binaria della sessualità offrendo la scelta di ben 29 generi e di nove orientamenti sessuali; venendo appunto incontro a quella ampia richiesta giovanile di “fluidità sessuale” come modo complesso, provvisorio ed articolato di definire la propria identità. Una fluidità che risente ovviamente della liberalizzazione sessuale degli anni settanta e che conferma quanto sia davvero “liquida” la società attuale anche nei suoi sentimenti. Rendendo quindi possibile – anche in Italia – parlare ormai di “società post-familiare” e naturalmente facendo divenire sempre più arduo ogni approccio in termini di una nuova demografia dell’orientamento sessuale 4.

Note

1Per Pew Research Center, The Global Divide on Homosexuality Persists, by J. Poushter and N. Kent, June 25, 2020;

2“L’omofobia russa è un’eredità (anche) sovietica”, di A. Zoller, East Journal, 11 febbraio 2020;

3“Is sexuality a spectrum? Americans aren’t sure”, by J. Ballard, YouGov, June 1, 2020; D. Dettore, E. Lambiase, La fluidità sessuale. La varianza dell’orientamento e del comportamento sessuale, Alpes 2011;

4Z. Bauman, Amore liquido. Sulla fragilità dei legami affettivi, Laterza 2006; CISF, La famiglia nella società post-familiare, San P

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