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LA QUESTIONE CATALANA: le tentazioni e i rischi dell’indipendenza

A Barcellona, anche quest’anno, l’11 settembre (Festa Nazionale della Catalogna, in cui si commemora la caduta della città e l’annessione della regione al regno spagnolo, nel 1714) centinaia di migliaia di persone sono scese in strada, avvolte in bandiere stellate (la estelada), per chiedere l’indipendenza della Catalogna. Per quest’anno l’attivissima “Assemblea Nacional”, ANC, ha organizzato una spettacolare catena umana di 400 km, lungo tutto il litorale che va dalla Francia fino al delta del fiume Ebro, che ha coinvolto, secondo le stime, più di un milione di persone.

Quali sono le ragioni e le chiavi del rinnovato sentimento indipendentista in questa regione? Si potrà convocare un referendum sulla questione catalana, proprio come succederà in Scozia nel 2014? Come reagirà l’Europa? Come reagiranno il mondo della cultura, i grandi gruppi economici e quella metà della regione che non desidera l’indipendenza?

La spinta all’indipendenza

Oriol Junqueras, storico di professione, presidente di ERC, la formazione politica più indipendentista con rappresentanza nel Parlament catalano, descrive il nocciolo della questione: «La Catalogna, con una popolazione di 7,5 milioni, ha più abitanti della Slovacchia, della Norvegia, della Lettonia o della Lituania, e ha un PIL più alto. E allora come è possibile che questi Paesi possano essere indipendenti con meno abitanti e meno PIL e la Catalogna no? L’Europa ha 500 milioni di abitanti, più o meno, distribuiti in 27 Stati. Gli USA hanno la metà degli abitanti e il doppio di Stati. Perché l’Europa non può avere 28 o 29 Stati? Perché 27 è un numero migliore di 28?»

Dai sondaggi e dai risultati delle elezioni anticipate del 25 novembre 2012 emerge una crescente voglia di “divorziare dalla Spagna”: in alcuni studi si stima che più della metà voterebbe senza dubbio “sì” in un eventuale referendum sull’indipendenza. E più del 70% dei catalani sostiene la necessità di recarsi alle urne per modificare l’attuale assetto istituzionale della Catalogna e la sua relazione con la Spagna e con il resto dei Paesi europei.

Ma sarà possibile anche solo indire un referendum che attualmente andrebbe contro la carta costituzionale spagnola? La via del federalismo, sostenuta dai socialisti e da uno dei partiti che governano la Catalogna, è diventata del tutto impercorribile? E ancora, il dibattito sull’indipendenza può essere solo un bluff, come alcuni opinionisti sostengono? Il processo “soberanista” potrebbe essere una scusa per deviare l’attenzione della popolazione e non parlare delle politiche di austerità applicate dal governo regionale? 

I rischi della separazione

Le risposte alle decine di domande che ruotano attorno alla questione catalana hanno a che fare soprattutto con la volontà politica degli attori principali (il presidente spagnolo Mariano Rajoy e il suo omologo catalano, Artur Mas). Ma anche, forse soprattutto, con la situazione economica, delicata, in cui si trovano la Spagna in generale e la Catalogna in particolare, visto che questa regione, una delle più produttive del Paese, ha attualmente il debito pubblico più alto tra le comunità autonome spagnole. Una cifra che si avvicina ai 50 miliardi di euro, equivalenti a quasi il 26% del suo PIL. E i soci europei, con grandi interessi nel debito spagnolo, non staranno certamente solo a guardare.

Uno dei principali nodi da sciogliere in caso di “secessione” riguarderà, infatti, la misura su cui si calcolerà la spartizione del debito pubblico. Tre sono per ora le variabili proposte: la percentuale di produzione della Catalogna sul PIL nazionale (attualmente il 18%), la percentuale della popolazione (16%), o la percentuale di spesa che la Catalogna rappresenta per lo Stato spagnolo (14%).

 

Per saperne di più:

Angelo Attanasio e Claudia Cucchiarato (2013), “La questione catalana. Independència? ”, ebook goWare.

 

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