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L’Italia continua a perdere giovani talenti, un problema anche per la sostenibilità del benessere.

Maria Pia Sorvillo, Francesca Licari
mobilità dei giovani laureati

Nell’ultima revisione del Bes – il sistema che misura il benessere equo e sostenibile – è stato inserito un nuovo indicatore sulla mobilità dei giovani laureati. 
Maria Pia Sorvillo e Francesca Licari mostrano come la perdita di giovani talenti non accenni a interrompersi, con un impatto negativo sull’innovazione e la ricerca.

Lo scorso dicembre è stato presentato il V Rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile (Bes)¹ nel quale si analizza l’andamento della qualità della vita dei cittadini e dell’ambiente, considerando i 12 domini che maggiormente influenzano il benessere, misurati da 129 indicatori.

La mobilità dei giovani laureati entra nel framework Bes

Quest’anno, una novità importante riguarda la revisione del dominio dedicato alla ricerca e all’innovazione, nel segno di una maggiore attenzione alla creatività e al capitale umano. Nel set di indicatori Bes è stata dunque introdotta una nuova misura sulla capacità del paese di trattenere i talenti utilizzando, come indicatore di mobilità dei laureati, il tasso migratorio specifico. Si tratta del rapporto tra il saldo migratorio dei laureati e il corrispondente stock di residenti con riferimento ai soli italiani in età 25-39 anni. Si è voluto così portare l’attenzione sul guadagno, o meglio sulla perdita netta di giovani talenti dovuta alle migrazioni, con particolare riferimento ad una classe di età per la quale è ipotizzabile un potenziale innovativo particolarmente elevato.

Il contributo dei giovani stranieri

L’analisi si è limitata ai soli laureati italiani per due motivi: si tratta di persone sulle quali il paese ha investito in misura rilevante, dal momento che la spesa complessiva per l’intero ciclo di istruzione (dalla primaria alla terziaria) è stimata al 4% del PIL (stime OCSE per il 2014²). Esistono poi problemi operativi che sconsigliano per il momento di considerare un indicatore più generale sulla “brain circulation” che includa anche i laureati stranieri, tra i quali la difficoltà di classificare adeguatamente i titoli di studio conseguiti nei paesi extra-europei e il fenomeno della “sovraistruzione”, particolarmente acuto in larghe fasce di popolazione immigrata.

Una dinamica in netta perdita

Nel 2016, il saldo migratorio dei giovani laureati italiani è negativo (-10mila), quasi il doppio di quello registrato nel 2012, e il tasso risulta pari a – 4,5 per mille laureati residenti (era -2,4 per mille). Alla lieve ripresa economica partita nel 2015 e confermata nel 2016 (con un aumento del Pil rispettivamente pari a +0,8 e +0,9%) non corrisponde una inversione nelle tendenze migratorie, e anzi rispetto al 2015 il tasso è in ulteriore diminuzione. Il nostro paese vede così proseguire la perdita di giovani altamente qualificati, con competenze specialistiche e skill avanzati.

Considerando le 3 grandi ripartizioni, e dunque non solo i movimenti con l’estero ma anche quelli interni, si conferma che il Nord è più efficace nell’attrarre e trattenere flussi migratori qualificati, anche a fronte di rilevanti migrazioni con l’estero: il saldo complessivo (+7 per mille nel 2016, in lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti) è il risultato di un saldo interno sensibilmente positivo (+11 per mille) e di un saldo con l’estero pari a -4 per mille. Il Centro presenta invece un saldo negativo e in sensibile peggioramento nel 2016 (-2,4 per mille) poiché le migrazioni con l’interno sono solo lievemente positive; il Mezzogiorno negli ultimi 5 anni è stato costantemente in perdita (tra -20 e -24 per mille) sia rispetto ai movimenti interni che a quelli con l’estero.

Solo due regioni sono nettamente in attivo (Emilia-Romagna e Lombardia con un guadagno tra il 14 e il 15 per mille), ma anche in questo caso il saldo con l’estero è negativo e dunque il guadagno è dovuto unicamente ai movimenti interregionali. In Basilicata, Calabria e Sicilia il quadro è decisamente negativo: alle migrazioni verso l’estero, che comportano un saldo negativo tra -4 e -7 per mille, si sommano quelle verso altre regioni di Italia per portare ad un tasso migratorio tra -26 e -28 per 1000. (fig. 1)

Il confronto con il complesso della popolazione italiana evidenzia una maggiore propensione alla mobilità da parte dei laureati, con un valore del tasso migratorio complessivo che è meno della metà di quello dei laureati (-1,7 per mille nel 2016). Diverse anche le caratteristiche territoriali: solo negli ultimi due anni il tasso complessivo risulta negativo per tutte le ripartizioni, ad indicare un aumento del volume delle emigrazioni degli italiani verso l’estero non controbilanciato dai movimenti interni. I tassi migratori calcolati sul complesso della popolazione diventano negativi dal 2014, segno che negli ultimi anni le migrazioni interne non sono sufficienti a compensare il saldo negativo con l’estero, contrariamente a quanto avviene per i giovani laureati.(fig.2)

Questi dati ci restituiscono il quadro di un paese nel quale il capitale umano maggiormente qualificato, formato grazie a un cospicuo un investimento dello Stato e delle famiglie, che potrebbe essere motore di innovazione e portatore di creatività, viene ad essere in parte perduto. Una maggior disponibilità di dati potrà dire se e in che misura questa perdita è compensata dagli ingressi di laureati stranieri, ma le stime più recenti fornite dall’indagine sulle Forze di lavoro non sembrano confermare tale ipotesi: dopo una lieve crescita, tra il 2015 e il 2016 il numero di giovani laureati stranieri residenti in Italia non ha presentato variazioni significative. Diverse regioni del Nord e del Centro sono caratterizzate da saldi negativi, ma è soprattutto nel Mezzogiorno che la perdita di talenti è particolarmente critica e rischia di influenzare negativamente il benessere e la sua sostenibilità: essa infatti non è solo un sintomo di una carenza strutturale di adeguate opportunità lavorative, ma si traduce a sua volta nel perdurare di uno stentato sviluppo del tessuto produttivo.

¹Per il Rapporto Bes 2017 e la serie storica completa degli indicatori si veda

² Include la spesa sia pubblica sia privata, si veda Education at a Glance 2017, OECD (pag.180).

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