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La demografia debole del gigante russo

Massimo Livi Bacci

I fatti della Georgia – lo scontro tra un nano e un gigante quaranta volte più popoloso – hanno riportato all’attualità qualcosa che si tende a dimenticare: la frammentazione dell’Unione Sovietica genera ancora pericolosi ed inquietanti conflitti. La Federazione Russa è emersa dall’amputazione di quasi 100 dei 250 milioni di abitanti dell’URSS, distribuiti in 13 stati sovrani estesi dal Baltico all’Asia centrale, molti dei quali abitati da consistenti comunità russe. Riacquistata compattezza, valorizzate le grandi ricchezze naturali, la Russia è tornata ad occupare un posto di primo piano sulla scena mondiale. Ma con una debolezza preoccupante: la sua demografia.

Le preoccupazioni di Putin e Medvedev

Ricca di spazio, di terre, di minerali, di fonti energetiche, la Russia è povera di risorse umane: di donne e, soprattutto, di uomini, falcidiati da una mortalità che non ha confronti nel nord del mondo. La demografia è ritornata ad essere un problema prioritario del paese. “Una priorità nazionale”, come hanno più volte ripetuto Putin e Medvedev negli ultimi due anni, “una minaccia per lo sviluppo e per la sicurezza del paese”. I pessimisti possono ritrovare, in queste preoccupazioni, echi delle ideologie di potenza che hanno afflitto il mondo nella prima parte del ‘900. Ma a sguardi più attenti e informati balza evidente il fatto che il paese si sta accorgendo, con grande ritardo, di una situazione di crisi che coinvolge la società intera e che è rispecchiata imparzialmente dalla demografia. A partire dal 1993, le morti hanno superato le nascite per valori compresi tra 700.000 e un milione all’anno; solo l’immigrazione – in gran parte composta da russi rientrati dagli stati emersi dal dissolvimento dell’Unione Sovietica – ha permesso di frenare il declino della popolazione, scesa da 148 (1993) a 142 milioni (2007). Se l’immigrazione cessasse (come è possibile), la discesa continuerebbe: 131 milioni nel 2025, 111 nel 2050. La popolazione, che era la metà di quella degli Stati Uniti alla caduta di Gorbaciov, si ridurrebbe ad un quarto di questa alla metà del secolo (fig. 1).

Crisi demografiche e politiche di popolazione
Le preoccupazioni di Putin e Medvedev hanno, dunque, seri fondamenti e radici profonde nel passato. La Russia del ‘700 promosse il popolamento del Sud del paese, verso il Mar Nero ed il Caucaso, per sbarrare il passo a turchi e tartari, e la Grande Caterina (1762-1796) organizzò la migrazione di contadini prussiani verso le terre fertili e vuote della regione del Volga. Nell’800, l’Impero Zarista favorì l’emigrazione oltre gli Urali e verso la Siberia, e furono milioni gli emigrati dalla Russia europea tra gli anni ’90, quando venne completata la Transiberiana, e il 1914. Negli anni ’30, la catastrofe umana provocata dalla collettivizzazione forzata, dalla “liquidazione” dei kulaki (i proprietari ricchi) e dalla grande carestia del 1931-32, costò dieci milioni di morti, ma fu occultata al mondo. Stalin inaugurò allora una politica natalista, affermò solennemente che “l’uomo è la risorsa più preziosa” e proclamò, alla vigilia del censimento del 1937, che il paese aveva raggiunto i 170 milioni di abitanti. Quando il censimento mostrò che la popolazione era di quasi dieci milioni inferiore, impedì la pubblicazione dei dati e liquidò l’equipe che l’aveva diretto (“spazzò via il nido di vipere dei traditori nell’apparato statistico sovietico” scrisse la Prava nel febbraio del 1937).
La crisi demografica attuale è assai diversa da quelle del passato. E’ vero che c’è anche oggi una preoccupazione strategica: gli insediamenti dell’inospitale grande Nord, non più sostenuti dagli incentivi (come avveniva in epoca sovietica) si desertificano; così avviene in Siberia e nelle estreme terre orientali; l’infiltrazione cinese è forte nelle regioni di confine, poco presidiate da uno sparso popolamento. L’immigrazione dovuta al “rientro” dei russi residenti nei paesi baltici, in Ucraina, nelle repubbliche caucasiche e dell’Asia centrale, si è fortemente ridotta a partire dalla fine degli anni ’90: il serbatoio si sta prosciugando. Verso l’immigrazione di non-russi permangono le forti resistenze opposte da un radicato “nativismo”, dallo spirito nazionalista, dalla crescita della componente islamica.
 
Politiche per la natalità
Il nucleo profondo della crisi ha però due componenti. La prima attiene alla bassa natalità, all’incirca pari a quella italiana, e quindi tra le più basse del continente: rispetto agli anni ‘80 il declino delle nascite è stato superiore a un terzo. La transizione all’economia di mercato, l’impoverimento degli anni ’90, la polverizzazione del sostegno pubblico di epoca sovietica, hanno accresciuto fortemente il costo relativo dell’allevamento dei figli. Il governo tenta di correre ai ripari: nel maggio del 2006 gli assegni familiari sono stati raddoppiati per il primo figlio e quadruplicati per i figli successivi. Dopo la nascita del secondo figlio, c’è un versamento cospicuo (pari a circa 10.000 dollari) a favore della famiglia, che può attingervi quando il figlio compie i 3 anni e solo per determinate finalità di spesa, legate ai costi di allevamento e di istruzione. Si dubita però che questo possa bastare a modificare un bilancio costi-benefici profondamente squilibrato ed una scala di priorità e di preferenze delle famiglie oramai omologata a quella del mondo occidentale.
 
La catastrofe sanitaria
L’altra componente della crisi si chiama salute precaria. La Russia è l’unico paese al mondo privo di analfabetismo, con alto livello scientifico ed un’economia oggi in crescita, nel quale la speranza di vita sia regredita durante l’ultimo mezzo secolo. Solo nell’Africa martoriata dall’AIDS è avvenuto un simile regresso. Nel 1960 la speranza di vita alla nascita era di 62 anni per gli uomini e 72 per le donne; nel 2005 quella degli uomini è scesa a 59 anni (18 anni meno che in Italia) e quella delle donne è rimasta invariata (12 anni meno). Per gli uomini, si tratta di livelli inferiori a quelli dell’India e del mondo in via di sviluppo  (fig. 2).La crisi del sistema di protezione della salute, delineatasi già nell’era di Breznhev, accelera negli anni ’90. Alcolismo, fumo, inquinamento, cattiva alimentazione, fattori di stress legati alla transizione, inefficienza del sistema sanitario si combinano nel determinare un’altissima mortalità per malattie vascolari e cardiocircolatorie, per incidenti stradali e sul lavoro, per suicidi e omicidi. Una catastrofe, sintomo delle debolezze del sistema, che il paese ha cominciato a percepire con grande ritardo.
 

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