Con lo jus soli nasce la nuova categoria dei minori “scompagnati”

Gian Carlo Blangiardo
jus soli: ragazzi che parlano tra di loro

Attribuire ai minori stranieri la cittadinanza italiana è indubbiamente un segno di attenzione verso le nuove generazioni che arricchiscono il patrimonio demografico italiano, ma non sembra essenziale al fine di garantire quella parità di diritti che, pur con tutti i limiti di una società imperfetta, già esiste del nostro Paese. Al tempo stesso le nuove norme, destinate ad intervenire su una legge – la n.91 del 1992 – che per altro sta dando ottimi risultati anche sul fronte dei minori, rischiano di modificarne l’impostazione “familiare”, introducendo situazioni di disparità, potenzialmente problematiche, tra i membri di una stessa famiglia.

Oggi il bambino cambia “status”

Da tempo si sta sviluppando nelle aule parlamentari e nella società italiana un vivace dibattito attorno al progetto di realizzare, in aggiunta alla nota realtà dei minori stranieri il cui tutore familiare è fisicamente assente, i c.d. “minori non accompagnati”, una nuova categoria di minori, questa volta italiani, destinati ad assumere uno status giuridico che si distacca da quello di coloro che ne hanno la potestà legale.

Ciò accadrebbe in forza della norma, meglio nota come legge sullo jus soli/jus culturae, che mira ad attribuire la cittadinanza italiana ai minori stranieri che siano nati nel nostro Paese o che, giunti da piccoli, vi abbiano studiato, lasciando tuttavia invariato lo status di tutti gli altri membri della loro stessa famiglia: dai genitori, agli eventuali fratelli che non abbiano avuto la fortuna, o la possibilità (magari solo per motivi anagrafici), di condividere la nascita in Italia o l’esperienza di formazione nel nostro sistema scolastico.

Alcuni sostengono che si sia in presenza di una misura atta a favore dell’integrazione della popolazione straniera operando “dal basso”: la generazione dei più giovani recepisce i valori positivi legati al senso di appartenenza al Paese e li dissemina contaminando i membri più maturi del nucleo familiare. Una prospettiva che ribalterebbe l’idea, piuttosto condivisa, secondo cui i trasferimenti di conoscenze, di valori e di esperienze circa le regole della vita sociale vanno normalmente lungo una direttrice esattamente contraria: dall’adulto al bambino, non viceversa.

Non a caso, condividendo l’idea che spetti all’adulto/tutore il dovere e la responsabilità di trasmettere ai minori della sua famiglia esperienze e condizioni di vita, che la norma attualmente in vigore aveva a suo tempo previsto la trasmissione automatica “dall’alto” della cittadinanza italiana tra generazioni. Detto in altri termini: riconoscendo nella medesima appartenenza familiare un destino che accomuna i figli ai genitori – quanto meno fino alla maggiore età dei primi – fu stabilito che “i figli minori di chi acquista o riacquista la cittadinanza italiana, se convivono con esso, acquistano – a loro volta – la cittadinanza italiana –pur potendovi rinunciare quando maggiorenni (art.14 Legge 91/1992)”.

Le performance della normativa vigente

Certamente si tratta di una legge che risale ad un’epoca in cui la popolazione straniera residente in Italia era inferiore a 400 mila unità, mentre oggi supera i 5 milioni, ma per quanto le attuali norme siano datate, i loro effetti sono tutt’altro che scarsi. Il più recente resoconto Istat ci informa che sono stati 202 mila gli stranieri divenuti italiani nel corso del 2016 e in circa 4 casi su 10 si tratta di minori che hanno acquisito la cittadinanza “dall’alto”: per trasmissione dai genitori (art.14), oppure, se nati in Italia e residenti continuativamente, per opzione una volta divenuti maggiorenni.

In valore assoluto nel 2015 (anno per cui si hanno dati comparabili a livello europeo e in Italia si sono registrate 178mila acquisizioni) questi giovani neocittadini sono stati ben 70 mila – quasi equivalenti al totale dei nati stranieri in Italia in quello stesso anno – e nel panorama dell’Unione Europea il nostro paese risultava già essere il primo per numero di acquisizioni di cittadinanza e il secondo, dopo la Francia, per la percentuale di minori coinvolti. C’è da credere che nel 2016, con un ulteriore aumento del 13% del numero di neocittadini, il primato italiano nell’Ue sia andato ulteriormente consolidandosi.

Viene dunque da chiedersi se sia proprio così necessario rivedere radicalmente una legge che sembra funzionare piuttosto bene, per introdurre cambiamenti normativi che possono persino essere controproducenti per la coesione familiare degli stessi potenziali beneficiari. Infatti, sul piatto della bilancia c’è, da un lato, l’obiettivo di garantire una parità di diritti che già esiste sul piano formale e per la quale occorre certamente insistere anche sul piano sostanziale, ma non è mettendo in mano il passaporto a un bambino che ciò potrà realizzarsi pienamente nei fatti e nei comportamenti. Dall’altro lato, c’è l’incognita legata al destino di un bambino che è diventato italiano ma vive con genitori e fratelli di altra nazionalità. Che succede se la famiglia emigra altrove? Che relazione si instaura tra familiari di nazionalità diversa? Ci saranno fratelli di serie A e malcapitati di serie B? Che dire poi delle possibili disparità (o soprusi) di genere, laddove convenga mantenere l’originaria cittadinanza limitatamente a bambine/adolescenti potenzialmente “accasabili” al paese d’origine? Siamo sicuri che i genitori, cui per altro è affidato il compito di attivare la procedura per conto del minore, sia proprio questo che vogliono?

Quali le conseguenze di una sola possibile cittadinanza?

Non va per altro dimenticato che non si tratta di ipotizzare qualche caso isolato di “minori scompagnati” dal resto della famiglia. Sono ben 64 i paesi, sui 196 da cui provengono gli stranieri oggi residenti in Italia, che non ammettono la doppia cittadinanza. Vi sono nazioni importanti nel quadro della presenza straniera in Italia, come Cina, Ucraina, Filippine, India, Pakistan, Sri Lanka, Senegal, Tunisia, Nigeria, le cui famiglie immigrate sarebbero largamente esposte a perdere coesione. Se consideriamo che quasi la metà (il 46%) degli stranieri extracomunitari residenti in Italia al 1° gennaio 2017 appartengono a paesi per i quali non è ammessa la doppia cittadinanza, viene da chiedersi se la conquista di uno status che può rendere un bambino “diverso” da genitori e fratelli non sia una forzatura che, per sventolare una parità che già sussiste, finisce per confliggere con l’interesse degli stessi minori e delle loro famiglie.

Forse sarebbe meglio, e più rispettoso della libertà e dell’unità familiare, lasciare che ogni minore, finché tale, rimanga entro la sfera protettiva ed educativa della propria famiglia Semmai lavorando affinché il principio che già esiste ed è incontestabile, “i bambini sono tutti uguali”, venga anche pienamente perseguito, operando su regolamenti e procedure infarcite di burocrazia. Nel contempo si potrebbe operare qualche intervento correttivo sull’articolo 4 punto 2 della legga 91/1992 – magari attenuando il vincolo di continuità nella residenza per chi è nato in Italia ed equiparando la nascita alla scolarizzazione per chi vi è giunto da piccolo – ma lasciando sempre agli stessi interessati, una volta divenuti maggiorenni, la possibilità di decidere la loro appartenenza.

D’altra parte non va neppure escluso che la norma proposta, quand’anche venisse approvata in via definitiva dal Parlamento, possa poi trasformarsi in un “flop”. Semplicemente per aver avuto un seguito di richieste del tutto irrilevante da parte delle famiglie straniere; o almeno di quelle entro cui potrebbero nascere le anomalie di cui si è detto e in cui verrebbe a configurarsi la nuova problematica categoria dei “minori scompagnati”.

 

image_pdfimage_print