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Ancora su nonni e nipoti

Chiara Saraceno

Nonni e nipoti in Italia vivono più vicini e si vedono più spesso
E’ vero che in Italia pressoché ogni bambino che nasce ha almeno ancora un nonno vivente e quasi il 50% li ha tutti e quattro fino al compimento del quarto anno di età (v. anche Massimo Livi Bacci, Il Welfare Fai-da-te e i nonni). Ma questa non è una eccezione tra i paesi sviluppati: ad esempio, i bambini svedesi, quando nascono, hanno ancora più possibilità di avere tutti e quattro i nonni viventi e di averli per un periodo più lungo, perché i loro genitori, ma anche i loro nonni, sono mediamente più giovani.

L’importanza dei nonni per la vita dei nipoti e per l’organizzazione delle famiglie con bimbi piccoli in Italia, non dipende da una particolare maggiore disponibilità numerica di nonni rispetto agli altri paesi. Dipende piuttosto da tre caratteristiche del nostro paese: la grande vicinanza geografica tra le famiglie giovani e almeno una delle due famiglie di origine; la disponibilità dei nonni (e in particolare delle nonne) ad aiutare nella cura dei piccoli; un sistema dei servizi, ma anche della organizzazione scolastica che sembra ignorare che nella maggior parte delle famiglie con figli piccoli entrambi, o l’unico genitore presente, lavorano. Una ricerca comparativa sulla situazione dei nipoti in Germania e in Italia[1] ha fornito evidenze empiriche più solide su questa specificità italiana di quelle fornite da ricerche con un più ampio numero di paesi, ma con maggiori incertezze sulla qualità e attendibilità di alcune risposte.[2]
In Italia circa due terzi dei nipoti fino a 14 anni vivono nella stessa città di almeno un nonno; ciò vale solo per la metà dei loro coetanei tedeschi. Vivere vicini facilita enormemente i contatti faccia a faccia. In entrambi i paesi, infatti, i contatti sono tanto più frequenti quanto più piccolo è il nipote, e sono privilegiati i rapporti con i nonni materni. Ma vi è una grande differenza tra i due paesi nella intensità dei contatti, che non è spiegabile con la sola distanza geografica. In Italia, nelle famiglie con un bambino fino a 14 anni, i contatti con un nonno sono quotidiani nel 38% dei casi, e settimanali nel 41%. Poco meno del 79%, quindi, vede almeno un nonno almeno una volta alla settimana. I dati corrispondenti per la Germania sono rispettivamente 13% e 40%.
I nonni italiani: uno strumento di conciliazione per le madri lavoratrici?
Queste differenze si riflettono anche sulla frequenza e intensità con cui i nonni accudiscono i nipoti nei due paesi. Come mostra il grafico 1, in Germania solo il 7% dei bambini tra gli 0 e i 7 anni, quando non è a scuola o al nido, è accudito tutti i giorni da una nonna/o e un altro 16% lo è più di una volta alla settimana. E’ viceversa accudito da una nonna/o tutti i giorni o più volte alla settimana rispettivamente il 24% e il 21% dei coetanei italiani.
Inoltre in Italia c’è un nesso statisticamente molto significativo tra occupazione della madre e accudimento da parte di un nonno/a. I nipoti la cui mamma è occupata sono accuditi molto più spesso da un nonno/a dei nipoti la cui mamma non è nel mercato del lavoro. Ciò non è vero in Germania. Dato che non ci sono molte differenze tra i due paesi nel livello di copertura degli asili nido, nonostante forti differenze regionali in entrambi, e neppure nella disponibilità di scuole materne e scuole elementari a tempo pieno, verrebbe da dire che i nonni/e italiani concentrano il proprio aiuto là dove è più necessario.
Le mamme italiane lavoratrici hanno quindi più strumenti di conciliazione di quelle tedesche, non perché fruiscano di un welfare più generoso nei servizi per la prima infanzia, ma perché possono contare sulla risorsa “nonni/e”. Ovvero perché i nonni/e italiani sono insieme più vicini e più disponibili. Ciò può spiegare in parte perché le mamme tedesche abbiano sì tassi di occupazione un po’ più alti delle italiane, ma siano occupate, specie ad Ovest, prevalentemente a tempo parziale. La bassa fecondità di entrambi i paesi tuttavia è una spia dei limiti sia dell’una che dell’altra soluzione. Ma questa è un’altra storia.

[1] Keck W. E C. Saraceno, Grandchildhood in Germany and Italy: an exploration, in A. Leira e C. Saraceno (a cura), Childhood: Changing contexts, Comparative Social Research, vol. 25, Emerald/Jai Press, Billingley, 2008, pp. 144-163

 

[2] Mi riferisco in particolare alla pur importante European Social Survey, in cui oltre il 60% dei genitori italiani di bambini in età prescolare ha risposto che, oltre a loro stessi, sono i nonni ad occuparsi dei bambini, nonostante la domanda prevedesse l’opzione scuola per l’infanzia. Dato che oltre l’80% dei bambini di 3-5 anni in Italia frequenta la scuola per l’infanzia, c’è il sospetto che la domanda non sia stata correttamente intesa.
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