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I paradossi degli asili-nido italiani

Gli asili nido hanno un duplice ruolo, educativo per il bambino e di sostegno al lavoro per i genitori. Ma i nidi pubblici sono molto costosi, sia per le famiglie sia per l’erario. Gianpiero Dalla Zuanna ci spiega che per incrementare rapidamente la proporzione di bambini che frequentano un nido, è conveniente – sia dal punto di vista economico che da quello sociale – favorire la stipola di convenzioni con i nidi privati convenzionati, sostenendo i costi per le famiglie meno abbienti. Tanto più che il loro gradimento da parte delle famiglie è pari a quello dei nidi pubblici.

Gli asili nido sono fra i servizi alle famiglie più importanti che i Comuni organizzano e – in larga misura – finanziano. Se ne parla in questi mesi, perché il Recovery Plan ha stanziato somme ingenti per la costruzione di nuovi nidi, con l’obiettivo di favorire l’educazione dei bambini e la conciliazione fra famiglia e lavoro. Vale quindi la pena di analizzarne con un certo dettaglio gli aspetti economici, grazie ai dati resi gentilmente disponibili dal Comune di Padova e dalle gestrici del nido privato Grillo Parlante di Montà – Sant’Ignazio in Padova. I dati qui presentati sono comunque estendibili a gran parte dei Comuni del Centro-Nord Italia che erogano questo tipo di servizi, mentre nelle regioni del Sud il servizio è meno diffuso e i costi sono generalmente un po’ più bassi1.

Aggiornando i dati di una ricerca di qualche anno fa, si può stimare che nella città di Padova la proporzione dei bambini di età 6-36 mesi che frequentano i nidi pubblici o privati, o le sezioni primavera delle scuole per l’infanzia non sia lontana dal 40%. Gli altri bambini sono affidati a baby sitter o – specialmente – ai nonni o ai genitori (quasi sempre alla mamma). Nel quinquennio 2015-19, i nidi pubblici comunali padovani hanno ospitato in media 866 bambini, ossia il 22% dei residenti a Padova in età 6-35 mesi, coprendo quindi poco più di metà dell’utenza che ricorre a questo tipo di servizio.

Un servizio molto costoso per i Comuni

Sempre nel quinquennio 2015-19, la spesa complessiva media annua per i nidi pubblici comunali è stata di 8 milioni e 150 mila euro, ossia 9 mila 400 euro annui pro-capite. Questo costo è stato coperto per il 19% dalle rette (1.786 euro l’anno per utente, ossia 162 euro al mese su 11 mesi), per il 9% da contributi regionali e statali, per il 72% dal Comune (6.788 euro pro capite, ossia 617 euro al mese su 11 mesi). Questi dati sono vicini a quelli medi nazionali: secondo una recente ricerca dell’Istat, nel 2018 in Italia la spesa media per un bambino per i nidi pubblici comunali a gestione diretta è stato di 10.672 euro, coperto per 19% dalle famiglie.

Nel corso del ventennio 2000-19 il costo pro-capite per utente ai nidi del Comune di Padova è rimasto stabile, ma il costo complessivo del servizio è aumentato, perché i bambini ospitati ai nidi comunali sono passati da 693 a 866, grazie anche alla costruzione di nuovi plessi. Anche la quota coperta dalle rette è rimasta pressoché costante (attorno al 20% del costo complessivo), mentre l’onere per il Comune è aumentato, poiché sono diminuiti i contributi annui regionali (da 1.300 euro a bambino nel 2000-04 a 800 euro nel 2015-19), solo in piccola parte integrati da contributi statali una tantum. Se nel 2000-04 i nidi pesavano sul bilancio comunale per 4,5 milioni di euro, oggi pesano per quasi 6 milioni di euro (+30%).

Di fatto, un servizio rivolto ai meno abbienti

A Padova come in quasi tutti i Comuni italiani, reddito e ISEE non sono criteri utilizzati per definire le graduatorie di accesso ai nidi: contano altre cose, come il fatto che entrambi i genitori lavorino, il numero di figli minori, la presenza in famiglia di disabilità… Gli oneri per le famiglie per l’accesso ai nidi pubblici comunali  sono invece ovunque fortemente differenziati secondo i mezzi disponibili. A Padova la tariffa per le famiglie è distribuita in 10 fasce, da 50 euro mensili (prima fascia con ISEE bassissimo, compreso fra 0 e 4.000 euro) a 473 euro mensili (decima fascia, con ISEE superiore a 40 mila euro). La retta mensile media, che abbiamo visto essere di 162 euro, è una via di mezzo fra terza e quarta fascia ISEE (fra 6.000 e 11.000 euro). Quindi, si determina un primo paradosso: anche se ISEE e reddito non sono criteri di accesso al nido, nei nidi padovani sono fortemente sovra-rappresentati i bambini di famiglie con basso ISEE.

Ciò avviene per due motivi. Innanzitutto, fra i criteri di accesso pesano molto alcune caratteristiche spesso associate al disagio e alla povertà, per esempio provenire da una famiglia numerosa o essere a carico di un solo genitore. In secondo luogo, le famiglie delle fasce ISEE più elevate, se iscrivono i bambini ai nidi padovani privati, spendono cifre simili a quelle richieste per i nidi comunali. La retta mensile a tempo pieno (inclusi i pasti) del nido Grillo Parlante è di 480 euro al mese. Più in generale, la retta mensile dei nidi privati padovani, inclusi i pasti e per un orario simile a quello dei nidi pubblici, oscilla fra 450 e 550 euro, cifre simili a quelle dei nidi pubblici dalla fascia ISEE più elevata. Accade spesso che le famiglie più abbienti, pur entrando in graduatoria per un posto nel nido comunale, rinuncino, preferendo un nido privato, magari più vicino a casa o con maggior flessibilità di orario. Di conseguenza, nel 2020 il 40% dei bambini padovani che frequentavano i nidi comunali provenivano da famiglie con ISEE inferiore a 11.000 euro, e pagavano – complessivamente – solo il 22% del monte-rette. Un po’ paradossalmente, abbassando i costi per le fasce ISEE più elevate il Comune di Padova potrebbe incassare di più…

Malgrado i criteri di accesso non siano basati su reddito e ISEE, i nidi comunali sono frequentati in gran parte da famiglie con basso ISEE. Fra nidi pubblici e privati si crea una notevole differenziazione delle famiglie secondo il reddito e l’ISEE, con quelle più povere concentrate nei nidi comunali, quelle più abbienti nei nidi privati. Non è una buona cosa, perché classi ben mescolate per ceto sociale giovano ai bambini provenienti da famiglie ricche, ma ancor più a quelli provenienti da famiglie povere.

Una grande sperequazione

Da un punto di vista della distribuzione delle risorse di welfare,  non va taciuta la sperequazione che viene a determinarsi fra chi frequenta il nido comunale e chi no. Per ogni utente dei nidi comunali pubblici padovani, Comune/Stato/Regione versano più di 7.600 euro l’anno, per ogni utente di nido privato accreditato poco meno di 1.000 euro ogni anno (a fronte però di oneri aggiuntivi per i gestori, per ottenere e mantenere l’accreditamento), per tutti gli altri bambini non versano nulla, se escludiamo i bonus una tantum che negli ultimi anni si sono succeduti in modo poco ordinato, fruibili peraltro anche da chi mandava il figlio ai nidi comunali e privati. Si determina quindi un secondo paradosso: alcune categorie sono praticamente escluse dall’accesso al nido e dal relativo finanziamento, anche se a basso ISEE, ad esempio nel caso di coppie con la madre disoccupata e il padre con basso reddito.

È doverosa anche un’altra riflessione, che rileva un terzo paradosso: il costo globale pro-capite per un nido pubblico comunale (attorno a 10 mila euro l’anno nella media nazionale) è quasi doppio rispetto al costo pro-capite per un nido privato, che spesso – a differenza del Comune – deve anche sostenere l’onere dell’affitto per i locali. Eppure, la già citata ricerca di qualche anno fa sulle madri padovane con bambini in età 6-35 mesi non rilevò alcuna differenza di gradimento – dal punto di vista dei diversi aspetti della cura dei figli – fra nidi pubblici comunali e nidi privati. Costruire nuovi nidi pubblici è costoso, ed ancor più costoso è gestirli, tanto che alcuni Comuni, pur avendone la possibilità, preferiscono rinunciare a mettere in piedi un nido pubblico, spaventati dagli alti futuri costi di gestione. Così, un’alta quota dei bambini italiani non frequentano un nido, ma restano affidati fino al terzo anno di età a una baby sitter (raramente), e molto più spesso ai nonni o alla mamma. Questo non va bene, sia perché per una donna è spesso deleterio ritardare il reingresso nel mondo del lavoro, sia perché il nido, lungi dall’essere un “parcheggio”, ha anche una forte valenza educativa, specialmente per i figli dei ceti sociali più disagiati, come dimostrato dalle ricerche sulle successive performance scolastiche dei bambini.

Una proposta di utilizzo dei fondi del PNRR

Alla luce di queste considerazioni, i contributi pubblici alle famiglie con bambini in età 0-2 destinati alla cura andrebbero profondamente ripensati, per iniziare a risolvere questi tre paradossi. Vanno naturalmente salutate con favore le risorse a tal uopo destinate all’interno del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Tuttavia, in luogo di costruire nuovi asili pubblici comunali (come sembra di capire leggendo le schede del PNRR), sarebbe opportuno e conveniente favorire la moltiplicazione delle convenzioni con i nidi privati accreditati, ovviamente rispettando stringenti criteri di qualità stabiliti dalla legge, come del resto accade già oggi per ottenere un (modesto) contributo pubblico. Le nuove risorse disponibili potrebbero essere impiegate per finanziare in modo strutturale le famiglie più povere che vogliono mandare i figli nei nidi privati convenzionati, estendendo i criteri tariffari già in uso per i nidi pubblici.

Così facendo, si attiverebbero più meccanismi positivi: anche nei nidi privati convenzionati, i costi per le famiglie sarebbero proporzionali all’ISEE; i nuovi posti-nido nascerebbero molto più rapidamente, specialmente nelle regioni del Mezzogiorno ove questo servizio è più carente, sulla spinta dell’imprenditoria privata; il costo pro-capite sostenuto dai Comuni diminuirebbe; nei diversi tipo di nidi (pubblici e privati) sarebbe meno sperequata la distribuzione per reddito e ISEE; infine, come già accennato, questa scelta non sarebbe “di serie B” rispetto alla costruzione e alla gestione di nuovi nidi pubblici, perché la soddisfazione degli utenti per i nidi pubblici e privati è del tutto simile, e molto elevata.

Insomma, l’allineamento dei costi dei servizi privati convenzionati a quelli pubblici potrebbe favorire il rapido incremento della proporzione di bambini 0-2 frequentanti il nido, con effetti benefici sia sulla loro educazione e socializzazione, sia sul rapido reinserimento delle madri nel mondo del lavoro retribuito.


1 Istat: L’offerta comunale di asili nido e altri servizi socio-educativi per la prima infanzia, 27 ottobre 2020.

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