MENUMENU
  • i nostri esperti
  • temi trattati
      • Italia

      • geodemos

      • mondo

      • migrazioni e stranieri

      • famiglie fecondità e welfare

      • anziani, salute e mortalità

      • giovani, istruzione e lavoro

  • pubblicazioni
      • Geodemografia 2018. Tredici scritti per meglio comprendere il mondo

      • I suoi primi quarant’anni. L’aborto ai tempi della 194

      • Verso la metà del secolo: un’Italia più piccola?

      • ius soli e ius culturae. Un dibattito sulla cittadinanza dei giovani migranti

      • I tre giganti, Cina India e Stati Uniti

      • tutte le pubblicazioni

Le nuove badanti

Gianpiero Colomba

L’Italia è uno dei paesi con la popolazione più vecchia al mondo, per effetto sia della diminuzione dei giovani, dovuta alla bassa natalità, sia dell’aumento della popolazione anziana, determinato dall’innalzamento della speranza di vita.
Al 1° gennaio 2009, i giovani fino ai 14 anni erano poco più del 14% della popolazione totale (dal 17,8% nel 1985), mentre gli individui con 65 e più anni erano il 20,1% (dal 13,7% nel 1985). E, al 2040, la quota di anziani potrebbe crescere fino al 34% della popolazione totale: un anziano ogni tre persone.
 
Chi si occupa degli anziani?
Anche il rapporto tra anziani non autosufficienti e familiari che danno assistenza è destinato ad aumentare notevolmente nei prossimi decenni. A causa della maggiore occupazione femminile e della minore prossimità abitativa tra genitori e figli adulti (in quanto il mercato del lavoro richiede maggiore mobilità), è prevedibile che diminuirà il numero delle persone disponibili a dedicare tempo ed energie all’assistenza domestica.
In passato, nell’assistenza domiciliare il ruolo più importante veniva svolto dai caregiver familiari, donne (mogli, nuore e figlie) che, all’interno del nucleo, si facevano tradizionalmente carico delle esigenze dei familiari più deboli. Questo “welfare invisibile” risente, però, oggi, della fragilità della configurazione familiare. Negli ultimi decenni, la situazioneè stata fronteggiata grazie all’impiego di immigrati – donne, specialmente – che hanno progressivamente sostituito i familiari in questo ruolo.
Il lavoro di cura s’inserisce a tutti gli effetti in un mercato regolato dalle dinamiche della domanda e dell’offerta, che ha trasformato le famiglie in datori di lavoro e le lavoratrici straniere in membri della famiglia. In tale mercato privato s’incontrano la domanda di forza lavoro delle famiglie e un’offerta lavorativa di donne immigrate che trovano così un primo canale precario d’inserimento, lavorativo e abitativo, sul territorio italiano. Si è andata delineando una relazione che si configura come incontro tra persone fragili: donne straniere generalmente pre-disposte, per esigenza e fattori culturali, a questo tipo di prestazione e anziani in condizione di debolezza e dipendenza.
 
Alcuni dati che rappresentano il settore dell’assistenza domiciliare
È alla fine degli anni Novanta che il numero di assistenti familiari straniere inizia a crescere esponenzialmente. Nelle aree metropolitane, ma anche in provincia, le assistenti domiciliari immigrate sono ormai una componente consolidata del sistema dei servizi alla persona. Già la sanatoria del 2002 aveva rivelato le dimensioni di questo fenomeno nel nostro paese, con più di 340 mila domande di regolarizzazione per collaboratrici familiari e assistenti agli anziani. Secondo il Ministero dell’Interno[1], nell’ultima regolarizzazione del 2009 le domande effettivamente presentate sono state più di 294 mila (180 mila per le colf e 114 mila per le badanti), concentrate soprattutto nelle grandi città di Milano (il 14,7% del totale), Roma (10,9%) e Napoli (8,2%) e presentate prevalentemente da soggetti di nazionalità ucraina (12,6%), marocchina (12,2%) e moldava (8,7%).
Secondo stime del Censis, 2,4 milioni di famiglie italiane (una su dieci) ricorrono ai servizi di collaboratori domestici i quali, nel 2009, hanno raggiunto la cifra record di 1,5 milioni di soggetti (il 42% in più rispetto al 2001). In prevalenza si tratta di donne (82,6%) e stranieri (71,6%) provenienti dall’Europa dell’Est; di questi, il 49,5% accudisce anziani, il 32,4% assiste una persona non autosufficiente, il 28,8% fornisce specifica assistenza medica a uno o più membri della famiglia.
Sempre secondo stime del Censis, l’irregolarità contrattuale nel settore, continua a rappresentare una condizione molto diffusa: solo il 38% di colf e badanti è regolarmente registrata e assicurata.
 
Uno sguardo in prospettiva
I dati confermano un aumento costante di assistenti familiari che in parte si aggiungono allo stock esistente e in parte sostituiscono chi si dedica a un altro lavoro. Più giovane e meno segregata, potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il profilo della nuova badante. Tra le nuove arrivate aumenta la quota di chi vuole insediarsi in modo stabile nella società italiana, ma si riduce la volontà di continuare a fare la badante a lungo termine. Sale, infatti, dal 24% al 28 % la quota di chi intende rimanere in Italia per sempre e aumenta da un terzo a due terzi chi intende cambiare lavoro.
Prospettive di insediamento più stabile, si uniscono a una aspettativa di lavoro più transitoria. L’aspirazione di cambiamento non riguarda solo il tipo di lavoro, ma anche le relative modalità e intensità. Chi vuole cambiare è soprattutto interessata a lavorare per un minor numero di ore, abbandonando la coresidenza. L’obiettivo, in questo caso, è quello di rompere una segregazione domestica che impedisce il passaggio verso una vera emancipazione e integrazione nella società.
I percorsi lavorativi di queste donne necessitano quindi di essere compresi nella loro complessità, poiché è necessario analizzare i molteplici ruoli assunti dalle donne, impegnate in una difficile conciliazione tra cura degli altri e promozione di sé.
Se si è compreso che il lavoro delle assistenti familiari è socialmente utile per le famiglie italiane e per il funzionamento del nostro sistema socio-economico, occorrono provvedimenti che sostengano le politiche d’integrazione, con provvedimenti strutturali che stabilizzino e qualifichino questo lavoro, che oggi è in assoluto il meno regolato.
Ciò potrà avvenire in vario modo:
– attraverso la defiscalizzazione degli oneri di questo lavoro, dal reddito delle famiglie, al fine di favorire l’assunzione regolare;
– implementando e generalizzando la formazione e l’acquisizione di un più elevato standard professionale, poiché la complessità del quadro clinico dell’anziano non autosufficiente può richiedere lo sviluppo di percorsi formativi specifici, volti a garantire l’adeguata assistenza;
– favorendo l’incontro domanda/offerta: nel territorio nazionale gli sportelli dedicati all’incontro tra la famiglia che necessita con urgenza un aiuto e l’assistente familiare che cerca lavoro, sono ancora poco diffusi;
– riconoscendo a queste lavoratrici diritti contrattuali essenziali, che oggi non sono esigibili nella stragrande maggioranza dei rapporti di lavoro anomali, come quello di badante.
Questa la difficile sfida per il futuro, ossia orientare le politiche sociali al bene comune complessivo di una società aperta, solidale e responsabile.
 


[1] http://www.interno.it/mininterno/export/sites/default/it/assets/files/16/0033_Report_Conclusivo_-_Dichiarazione_di_Emersione.pdf
 


Per saperne di più
Censis, “Sommerso e con poche tutele: il lato oscuro del lavoro domestico”, Roma, 13 luglio 2010
Istat, “La popolazione straniera residente in Italia al 1°  gennaio 2009”, 8 ottobre 2009
Lazzarini G., Santagati M. e Bollani L., “Tra cura degli altri e cura di sé”, Franco Angeli, Milano, 2007
Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, “Rapporto sulla non autosufficienza in Italia – 2010”, Roma, 20 luglio 2010
Pasquinelli S. e Rusmini G., “Badanti, la nuova generazione”, Istituto per la Ricerca Sociale, Milano, 2008
 

image_pdfimage_print