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Immigrazione e mercato del lavoro Italiano: panacea o minaccia?*

Effrosyni Adamopoulou, Federico Giorgi

Le cronache degli ultimi mesi hanno ridotto il fenomeno dell’ immigrazione all’arrivo dei clandestini via mare. La ricerca di una vita migliore induce ogni anno migliaia di persone, soprattutto del continente africano, ad intraprendere “viaggi della speranza” verso il nostro Paese e, più in generale, l’Europa. Nel periodo gennaio 2014-agosto 2016 circa 430.000 [1] persone, spinte da pressioni demografiche e conflitti che rendono la vita nei loro paesi d’origine ormai difficile, sono sbarcate sulle coste italiane. Le condizioni sono così critiche che pur di fuggire da queste situazioni si accettano rischi molto alti; dal 2014 sono state oltre 10.000 le persone decedute durante l’attraversamento del Mediterraneo.

Il fenomeno migratorio è, però, molto più complesso e ha impatti che si ripercuotono in molti ambiti, dal mercato del lavoro alle tendenze demografiche. La crisi economica e la difficoltà nella gestione dei flussi migratori alimentano spesso nella popolazione autoctona sentimenti contrastanti nei confronti degli immigrati. Veramente gli immigrati rubano il lavoro degli italiani? È reale la percezione che l’occupazione straniera tende ad abbattere le retribuzioni dei nativi? Sono gli immigrati un costo per le casse dello Stato? La risposta a queste domande è complessa, ma è utile riprendere alcuni risultati di ricerche recenti.

La presenza straniera e il mercato del lavoro

Alla fine del 2015 il numero degli stranieri residenti in Italia era di poco superiore ai 5 milioni, circa l’8,3 per cento della popolazione totale [2]. Dopo un periodo di forte crescita osservata all’inizio degli anni 2000, la presenza straniera ha rallentato durante la recente crisi economica anche per il peggioramento delle condizioni del mercato del lavoro.

fig2adamopulosfig1_adamopulosDai dati della Rilevazione dell’Istat sulle forze di lavoro, che forniscono una fotografia puntuale del mercato del lavoro in Italia, emerge che il tasso di occupazione degli stranieri è stato costantemente più alto di quello degli italiani. Tuttavia, i lavoratori stranieri sono concentrati in occupazioni meno qualificate e in settori a basso contenuto professionale (Figure 1 e 2). Le minori tutele legate a questo tipo di attività li ha resi più vulnerabili agli effetti della crisi con un maggior calo del tasso di occupazione rispetto a quello degli italiani in tutte le classi di età (Figura 3).fig3adamopulos

Nel 2008, quando gli effetti della crisi non avevano ancora colpito il mercato del lavoro, il tasso di occupazione degli stranieri residenti in Italia era di circa 9 punti percentuali più alto di quello degli italiani (di circa 13 punti, all’82 per cento, per la sola componente maschile). Nel 2015 tale tasso era sceso di oltre 8 punti percentuali, al 58,9 per cento solo 2,9 punti in più di quello degli italiani. Nello stesso periodo il numero dei disoccupati stranieri è triplicato, da 150.000 a 450.000 persone, portando il loro tasso di disoccupazione al 16,2 per cento (circa 5 punti percentuali superiore a quello degli italiani) [3].

I dati di fonte amministrativa ci aiutano a capire come le retribuzioni degli stranieri si comportano rispetto a quelle degli italiani. Utilizzando un campione di dati INPS basato sui dipendenti del settore privato si nota che, mediamente, la quota delle retribuzioni degli stranieri è pari a circa i tre quarti di quelle degli italiani, un valore rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi 10 anni (Figura 4).fig4adamopulos

Gli economisti dibattono da molto tempo su quali siano gli effetti dell’immigrazione nel paese ospitante. Il punto più controverso riguarda quanto i lavoratori stranieri siano sostituibili di quelli nativi e quanto siano invece a loro complementari, perché svolgono compiti sostanzialmente diversi. L’impatto sui salari e sull’occupazione dipende dalla risposta a questa domanda.

Nel caso italiano, la complementarità tra i lavoratori nativi e stranieri sembra aver premiato le condizioni reddituali dei primi spingendoli verso posizioni lavorative più qualificate e remunerate. Si è mostrato come l’ingresso degli stranieri nel mercato del lavoro in occupazioni di tipo più ripetitivo e manuale abbia portato un beneficio agli italiani, offrendo loro l’opportunità di svolgere mansioni più complesse [5].

La carenza di servizi pubblici ha per lungo tempo ostacolato l’ ingresso delle donne nel mercato del lavoro, dato che storicamente a loro erano affidate le responsabilità della cura delle persone e della casa . L’occupazione straniera, che come abbiamo visto si concentra in occupazioni legate a questo tipo di attività, ha consentito alle donne italiane di aumentare la propria partecipazione al mercato del lavoro [6].

La demografia e il bilancio dello Stato

Gli immigrati sono più giovani degli autoctoni (hanno un’età media di circa 12 anni più bassa) e hanno un tasso di fecondità più alto. Secondo i dati del “Bilancio Demografico” dell’Istat, nel 2015 il 14,8 per cento delle nuove nascite era di origine non italiana, anche se gli stranieri rappresentano solo l’8,3 per cento della popolazione totale.

Grazie all’elevata partecipazione al mercato del lavoro e alla giovane età media, nonostante retribuzioni più basse rispetto agli italiani, gli stranieri contribuiscono al gettito fiscale e contributivo più di quanto ricevano dai servizi sanitari e previdenziali [4]. La presenza degli stranieri ha quindi avuto finora un effetto netto positivo sul Bilancio dello Stato.

Per concludere

I lunghi e violenti conflitti che stanno affliggendo la costa mediterranea dell’Africa e il medio oriente che a tutt’oggi sembrano ancora lontani dall’essere governati, così come il peggioramento delle condizioni di vita nei paesi dell’Africa sub-sahariana, rendono sempre più realistico pensare a un futuro nel quale l’immigrazione verso le nostre coste non sarà più da considerarsi un “fenomeno” ma la normalità.

In un paese come l’Italia, dove il progressivo invecchiamento della popolazione può accentuare le pressioni sulla sostenibilità dei conti pubblici, l’afflusso di giovani immigrati sarebbe auspicabile. La sfida per le istituzioni del nostro Paese sarà quella, da una parte, di migliorare il sistema di accoglienza e di integrare nel mondo del lavoro le persone più qualificate, dall’altra, di agire in modo da far percepire al resto della popolazione i vantaggi che l’Italia intera potrà avere da questa integrazione.

*le opinioni sono esclusivamente degli autori e, in particolare, non impegnano la Banca d’Italia

Bibliografia e fonti dei dati:

[1] Organizzazione Nazioni Unite

[2] Istat (2016)

[3] Istat

[4] Banca d’Italia (2009), capitolo 11 “L’Immigrazione”, in Relazione Annuale sul 2008.

[5] D’Amuri F. e G. Peri (2014) “Immigration, Jobs, and Employment Protection: Evidence from Europe Before and After the Great Recession,” Journal of the European Economic Association, Vol. 12, 432-464.

[6] Barone G. e S. Mocetti (2011) “With a Little Help from Abroad: The Effect of Low-skilled Immigration on the Female Labour Supply,” Labour Economics, Vol. 18, 664-675.

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