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Davvero così sommersa? La violenza di genere e le fonti statistiche disponibili

Patrizia Farina

Nel nostro paese la violenza di genere è al centro del dibattito politico e mediatico e lo dimostrano nuovi termini come femicidio o femminicidio[1]. Il riconoscimento della violenza contro le donne come violazione dei diritti umani ha stimolato la domanda di dati statistici finalizzati alla conoscenza del fenomeno e alla individuazione delle caratteristiche delle donne a rischio di vittimizzazione. Nel corso dell’ultimo ventennio, infatti, le indagini ad hoc si sono moltiplicate: dalla prima in Canada nel 1993[2] alla prima in Italia del 2006 coordinata dall’Istat e finanziata dal Dipartimento Pari opportunità. L’ultima in ordine di tempo è quella pubblicata pochi giorni fa dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali FRA che ha coinvolto 42 mila donne di 28 paesi membri dell’Unione europea[3].

La realizzazione di indagini, pur se economicamente onerose, è necessaria alla conoscenza del fenomeno che ha una rilevante componente “sommersa”, soprattutto quando si tratta di maltrattamento e violenza domestica. E’ noto, infatti, che il legame familiare fra vittima e maltrattatore rende estremamente più difficile la denuncia o l’allontanamento dell’autore della violenza e spesso induce a minimizzare o i fatti e a non prevederne l’evoluzione. L’autocensura non è però l’unico carattere che rinforza il lato in ombra di questo fenomeno. Anche le fonti di tipo amministrativo, in ambito sanitario, giuridico e sociale, sono inadeguate: spesso non distinguono l’autore della violenza, elemento essenziale per definirne la natura di violenza di genere, né tanto meno rilevano le caratteristiche di chi maltratta e della vittima. Ad esempio i dati raccolti dai Pronto soccorso, così come quelli di ricovero e dimissione ospedaliera, indicano la causa di accesso o ricovero secondo un’appropriata classificazione internazionale, ma non menzionano l’autore della violenza; al contrario i fascicoli giudiziari si preoccupano principalmente dell’autore di reato, lasciando però in ombra la vittima[4].

La statistica fai-da-te: violenza e maltrattamento nell’area milanese

Una fonte informativa interessante è quella che si potrebbe chiamare la “statistica del fai da te” intendendo con questo termine la creazione di elementari sistemi di monitoraggio fra reti di enti e associazioni che offrono servizi di supporto alle vittime o organizzano iniziative nei confronti degli autori delle violenze stesse. E’ quanto successo a Milano con l’istituzione della rete “Prevenire e contrastare la violenza e il maltrattamento contro le donne” e anche con l’Osservatorio permanente promosso dalla Provincia di Milano: il primo fornitore di statistiche piuttosto elementari mentre il secondo rappresenta il frutto di un lavoro più dettagliato, il cui esito consente la condivisione di un sistema di raccolta dati molto articolato[5].

Nel triennio 2010-2013 oltre quattro mila vittime di violenza e maltrattamento si sono rivolte ai servizi della Rete milanese. La maggior parte di queste è italiana, le altre provengono da numerosi paesi, anche se ne bastano sette per raggiungere e superare di poco la metà del collettivo immigrato (con peruviani e romeni in testa). Le vittime si sono rivolte alle associazioni della rete chiedendo aiuto principalmente per iniziativa personale e per motivi individuabili (fig.1) , ma molte sono state inviate dai servizi. Poco frequente è invece l’invio da parte delle forze dell’ordine, o di altri. Le vittime chiedono aiuto per motivi spesso combinati; quelli prevalenti riguardano l’aver subito almeno una violenza fisica, psicologica, sessuale, economica e lo stalking.

Gli enti e le associazioni si sono prodigate soprattutto in azioni di ascolto che evolvono anche in consulenze legali o di sostegno psicologico, mentre le accoglienze o il ricovero ospedaliero sono meno frequenti.

L’autore della violenza è quasi sempre una persona in relazione di intimità presente o passata con la vittima (fig. 2), ma a questo proposito le informazioni della rete milanese sono molto scarse perché il sistema di raccolta è stato (forse erroneamente) calibrato sulla vittima. Queste informazioni sono invece presenti nel sistema organizzato in provincia, che fornisce informazioni più dettagliate sulle vittime, preziose sul maltrattante[6]  – ad esempio se ha precedenti penali, se è portatore di disagio sociale e psichico – e soprattutto sul carattere della relazione.  L’incrocio consente di mettere in luce, ad esempio, l’omogamia rispetto alla provenienza della vittima e dell’autore della violenza, la simmetria rispetto a caratteristiche come età, professione, istruzione. Tutto questo ha ricadute molto rilevanti in tema di prevenzione. Da questa sorgente informativa, infatti, si può trarre il profilo del maltrattante e della sua pericolosità allo scopo di accentuare la sorveglianza e lo stato di allarme fra i servizi che a vario titolo incontrano le vittime, intervenendo prima che il peggio sia avvenuto.

Dal punto di vista dei dati, della loro qualità e della loro capacità esplicativa, questi sistemi di monitoraggio andrebbero potenziati e standardizzati a livello nazionale, e forse, in prospettiva, internazionale. Questo servirebbe a iniziare un percorso di acquisizione sistematica di dati socialmente importanti, e di buona qualità, anche per contrastare la diffusione di cifre fornite spesso secondo ideologie, faziosità o bisogni mediatici.


[1] L’uno si riferisce alle uccisioni di donne avvenute per motivi di genere, l’altro alle pratiche sociali violente che attentano all’integrità, allo sviluppo psicofisico, alla salute, alla libertà o alla vita delle donne, col fine di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico e/o psicologico. Si veda fra gli altri il sito della Casa delle donne di Bologna

[2] Un elenco dettagliato anche se non esaustivo in http://www.unece.org/fileadmin/DAM/stats/ gender/vaw/surveys.html

[3] L’intero rapporto è reperibile all’ seguente indirizzo: http://fra.europa.eu/en/publication-type/report

[4]. Per ovviare a queste carenze informative negli scorsi mesi è stato istituito un gruppo di lavoro presso il Dipartimento Pari opportunità incaricato di predisporre un documento che riassuma tutte le possibili modifiche alle fonti amministrative nella direzione chiarificatrice della violenza di genere.

[5] Reperibile http://www.comune.milano.it e http://temi.provincia.milano.it/donne/osservatoriodati/osservatorio.php

[6] La prima tornata di dati relativi all’intero 2013 è prevista per il mese di giugno. Al momento si ha disponibilità solo di circa 450 casi di immissione della prima tornata non completamente compilati.

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