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	<title>Roberto Impicciatore &#8226; Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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	<title>Roberto Impicciatore &#8226; Neodemos</title>
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		<title>Invecchiamento e mercato del lavoro: il potenziale ancora inespresso del lavoro giovanile e femminile </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Dec 2025 09:23:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’elevata disoccupazione giovanile e la scarsa partecipazione femminile al lavoro accentuano gli effetti dell’invecchiamento demografico in Italia. Ma cosa succederebbe se il nostro Paese si ... <a title="Invecchiamento e mercato del lavoro: il potenziale ancora inespresso del lavoro giovanile e femminile " class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2025/12/02/invecchiamento-e-mercato-del-lavoro-il-potenziale-ancora-inespresso-del-lavoro-giovanile-e-femminile/" aria-label="Per saperne di più su Invecchiamento e mercato del lavoro: il potenziale ancora inespresso del lavoro giovanile e femminile ">Leggi</a></p>
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<p><em>L’elevata disoccupazione giovanile e la scarsa partecipazione femminile al lavoro accentuano gli effetti dell’invecchiamento demografico in Italia. Ma cosa succederebbe se il nostro Paese si allineasse agli altri europei su questi due fronti? Roberto Impicciatore e Mattia Capelli propongono alcune simulazioni per stimare quanto aumenterebbe il numero complessivo di occupati se giovani e donne partecipassero al mercato del lavoro con la stessa intensità osservata in altri contesti europei.</em></p>



<p class="has-drop-cap">L’Italia sta già facendo i conti con l’invecchiamento della popolazione. Oggi, per ogni 100 persone che entrano nel mercato del lavoro, più di 125 ne escono, e il divario è destinato ad allargarsi fino a superare le 168 entro il 2038. Meno persone attive e più anziani significano crescita più lenta, innovazione in calo e maggiore pressione sui settori produttivi e sui sistemi di welfare. A peggiorare la situazione si aggiungono due elementi tipicamente italiani: l’elevata disoccupazione giovanile e la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ma cosa accadrebbe se l’Italia riuscisse ad allinearsi agli altri Paesi europei su questi due fronti? Attraverso alcuni scenari previsivi, proviamo a stimare come cambierebbe il numero complessivo di occupati se giovani e donne partecipassero al mercato del lavoro con la stessa intensità che si osserva altrove in Europa.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Giovani e lavoro&nbsp;</strong></h3>



<p>Un ingresso più rapido dei giovani nel mercato del lavoro potrebbe contribuire in modo significativo a mitigare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione. Attraverso un semplice esercizio di simulazione<sup>1</sup>, abbiamo stimato come cambierebbe il numero totale di occupati tra i 15 e i 64 anni se si modificassero i tassi di occupazione giovanile (15-34 anni). Applicando alle proiezioni demografiche dello scenario medio Istat i tassi medi di occupazione giovanile osservati tra il 2018 e il 2022 (assunti come costanti nel tempo), si ottiene una stima del numero complessivo di occupati in Italia fino al 2050, come mostrato in Figura 1. Questi valori possono essere messi a confronto con quelli che si ottengono applicando alla popolazione italiana proiettata i tassi medi di occupazione giovanile (osservati tra il 2018 e il 2022) per l’insieme dei Paesi dell’Unione Europea (UE27) e per due paesi con livelli di occupazione giovanile particolarmente elevati: Germania e Paesi Bassi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-1.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-assumendo-costante-il-tasso-di-occupazione-medio-osservato-nel-periodo-2019-2023.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-1.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-assumendo-costante-il-tasso-di-occupazione-medio-osservato-nel-periodo-2019-2023-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-23479" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-1.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-assumendo-costante-il-tasso-di-occupazione-medio-osservato-nel-periodo-2019-2023-1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-1.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-assumendo-costante-il-tasso-di-occupazione-medio-osservato-nel-periodo-2019-2023-300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-1.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-assumendo-costante-il-tasso-di-occupazione-medio-osservato-nel-periodo-2019-2023-768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-1.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-assumendo-costante-il-tasso-di-occupazione-medio-osservato-nel-periodo-2019-2023.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Come è noto, entro il 2030 il numero complessivo di occupati in Italia è destinato a diminuire. Tuttavia, questa riduzione potrebbe essere compensata se l’occupazione giovanile raggiungesse la media dell’UE27. Se entro il 2035 i livelli fossero pari a quelli osservati in Germania, la perdita di lavoratori dovuta all’invecchiamento verrebbe interamente recuperata. E se l’Italia riuscisse ad avvicinarsi ai tassi di occupazione giovanile dei Paesi Bassi, si potrebbe addirittura compensare la riduzione della forza lavoro fino al 2040 e oltre.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il fattore D</strong></h3>



<p>Seguendo un approccio analogo a quello adottato in precedenza, abbiamo stimato il numero complessivo di occupati (uomini e donne) applicando alle proiezioni demografiche dello scenario mediano Istat tassi di occupazione costanti, calcolati come media del periodo 2019–2023. A questo scenario di riferimento abbiamo affiancato uno scenario di “parità di genere”, in cui si ipotizza che i tassi di occupazione femminile siano pari a quelli maschili osservati nel periodo 2019-2023 (Figura 2). In questo scenario di parità di genere nell’occupazione, il numero totale di occupati aumenterebbe notevolmente, mantenendo i livelli attuali di occupati fino agli anni Quaranta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-2.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-2.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-23480" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-2.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-2.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-2.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-2.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>La Figura 3 presenta invece alcune simulazioni atte a confrontare il numero stimato di occupati in Italia fino al 2050 in tre scenari in cui il numero di occupati è quello che si osserverebbe in Italia se le donne italiane avessero gli stessi tassi di occupazione femminile osservati in Germania, Paesi Bassi e UE27. Il calo dell’occupazione in Italia previsto per il 2030 e il 2035 potrebbe essere compensato se il tasso di occupazione femminile raggiungesse la media dell’UE27. Per neutralizzare completamente la perdita di posti di lavoro entro il 2040, l’Italia dovrebbe raggiungere i livelli tedeschi; mentre, se si arrivasse ai valori più elevati registrati nei Paesi Bassi, si potrebbe compensare la riduzione della forza lavoro fino al 2045.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-3.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-3.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-23481" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-3.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-3.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-3.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050--768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/11/Figura-3.-Numero-di-occupati-di-eta-compresa-tra-i-15-e-i-64-anni-osservato-in-Italia-nel-2023-e-stimato-fino-al-2050-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Margini di manovra</strong></h3>



<p>In un Paese che invecchia rapidamente, la prospettiva di una forza lavoro sempre più ridotta sembra ormai inevitabile. Eppure, anche in questo scenario, esistono margini di intervento per invertire, almeno in parte, la tendenza. I semplici esercizi previsivi qui presentati mostrano come sia possibile contenere la riduzione della forza lavoro nei prossimi anni, a condizione di avvicinarsi ai livelli di partecipazione al lavoro registrati in altri Paesi europei.&nbsp;</p>



<p>Di recente, l’Istat ha provato a stimare i tassi di attività potrebbero aumentare nei prossimi 25 anni<sup>2</sup>, anche grazie ai più elevati livelli d’istruzione. Tale crescita riguarderebbe in particolare la componente femminile, sebbene permarrebbe un ampio divario rispetto agli uomini. L’incremento della partecipazione al lavoro dovrebbe inoltre interessare soprattutto le fasce d’età più mature, mentre avrebbe un impatto più contenuto tra i giovani.</p>



<p>In sostanza, le caratteristiche della popolazione in età da lavoro lasciano supporre un certo ottimismo, ma sarà necessario uno sforzo aggiuntivo per affrontare le criticità occupazionali che coinvolgono donne e giovani, due ambiti che da tempo costituiscono punti di debolezza strutturale del nostro Paese. L’invecchiamento demografico impone di porre la massima attenzione a questi temi. Da un lato, promuovere l’occupazione giovanile favorirebbe una più rapida transizione verso l’autonomia dalla famiglia d’origine e una piena partecipazione sociale, contribuendo al tempo stesso a compensare parte della perdita di lavoratori prevista nei prossimi anni. Dall’altro, un maggiore coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro offrirebbe molteplici benefici: rafforzerebbe l’autonomia femminile, promuoverebbe la parità di genere, migliorerebbe il benessere familiare e ridurrebbe lo spreco di capitale umano e sociale. Al tempo stesso, potrebbe sostenere la natalità e contribuire a compensare in modo più efficace le perdite di forza lavoro dovute all’invecchiamento, rafforzando così la sostenibilità economica complessiva del Paese.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup> I risultati mostrati in quest’articolo derivano da una ricerca finanziata dall’Associazione Prometeia, Bologna.</p>



<p><sup>2</sup> <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/10/Statistica-focus_PREVISIONI-DELLE-FORZE-DI-LAVORO-AL-2050.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Previsioni delle forze di lavoro al 2050</a>. Base 1.1.2024. Statistiche Focus, 21 ottobre 2025.  </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2025/12/02/invecchiamento-e-mercato-del-lavoro-il-potenziale-ancora-inespresso-del-lavoro-giovanile-e-femminile/">Invecchiamento e mercato del lavoro: il potenziale ancora inespresso del lavoro giovanile e femminile </a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>L&#8217;Italia nascosta: sorprese demografiche oltre gli stereotipi</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Oct 2025 07:24:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[fecondità]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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<p><em>Dietro i numeri nazionali del declino demografico si nasconde un’Italia diversa: comuni dinamici e attrattivi, aree dove la fecondità resiste, comunità longeve che sfidano gli stereotipi, comunità straniere con geografie insediative molto articolate. Annalisa Busetta, Federico Benassi e Roberto Impicciatore ci mostrano che le dinamiche locali raccontano un Paese plurale, che chiede politiche su misura.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Oltre i luoghi comuni</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">L’immagine che spesso accompagna il racconto dell’Italia è quella di un paese in declino demografico: popolazione che invecchia rapidamente, nascite ai minimi storici, numeri complessivi in calo. La verità, però, è più complessa. Analizzando i dati locali, emerge un mosaico di situazioni diverse: province che attraggono giovani, comuni dove la fecondità resta sorprendentemente alta, comunità longeve che sfidano gli stereotipi.</p>



<p>Non esiste un’Italia unica, ma tante Italie. Alcune aree interne si spopolano, altre mantengono la popolazione attiva grazie all’attrattività di lavoro, università o servizi locali. Guardare oltre le medie nazionali diventa quindi essenziale, non solo per capire meglio i fenomeni, ma anche per orientare politiche territorialmente mirate ed efficaci.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le Dinamiche Inattese </strong></h3>



<p>L&#8217;Italia, dunque, non è un blocco demografico omogeneo. Al suo interno emergono geografie demografiche ricche di sfumature, dove segnali di preoccupazione si alternano a elementi di ottimismo. Le &#8220;sorprese demografiche” svelate dall&#8217;analisi geo-demografica dell’Italia hanno profonde implicazioni per le politiche pubbliche. Trascurare l&#8217;eterogeneità locale porta a conoscenze imprecise e a politiche inadeguate ed inefficaci.&nbsp;</p>



<p>Un esempio di eterogeneità territoriale è quello del dinamismo demografico di alcune aree del Paese. A fronte di aree interne che perdono popolazione, o che non la perdono più perché ormai totalmente spopolate, ve ne sono altre capaci di attrarre popolazione giovane, sia dall&#8217;estero che da altre regioni italiane (Figura 1a). È il caso di molti comuni dell’Emilia-Romagna, della Toscana, delle zone costiere del Lazio e della Campania dove l’afflusso migratorio, spesso composto da studenti universitari e lavoratori, contribuisce a delineare un dinamismo della popolazione superiore alla media nazionale e a mitigare l&#8217;invecchiamento in un circolo virtuoso che mantiene la popolazione attiva e vivace. Ma è anche il caso della Puglia, dei comuni costieri vicino a Olbia, Cagliari e Sassari, e delle zone costiere della Sicilia sud-occidentale e sud-orientale, tutte aree che raccontano di un Mezzogiorno dinamico e attrattivo nel panorama italiano.</p>



<p>Sul fronte della quota di popolazione che arriva ad età superiore agli 80 anni (Figura 1b), la cartografia comunale rivela &#8220;sorprese positive&#8221; soprattutto nel Mezzogiorno. Se la Sardegna è universalmente riconosciuta per le sue &#8220;Blue Zones&#8221; – aree dove la speranza di vita è notevolmente più alta della media mondiale, grazie anche a fattori genetici e stili di vita particolari – l&#8217;analisi comunale mostra come anche la Sicilia nasconda al suo interno gruppi di comuni con percentuale di popolazione over 80 non trascurabile, in particolare nelle aree interne e montane come le Madonie e i Nebrodi. Anche altre aree interne sembrano emergere dalla cartografia comunale con varie comunità locali che sfidano la narrazione di una costante emigrazione e scarsa immigrazione internazionale che hanno caratterizzato il Sud, portando una nuova luce su queste aree.&nbsp;</p>



<p>Aspetti meno noti emergono anche la distribuzione territoriale della popolazione straniera (Figura 1c). Se è vero che oltre la metà dei cittadini stranieri residenti in Italia si concentra al Nord, attratti da maggiori opportunità di lavoro e da un tessuto urbano più sviluppato nonché da reti migratorie più dense e radicate, è altrettanto vero che questa narrazione generale nasconde delle dinamiche inattese. Ad esempio, la presenza straniera nel Sud e nelle Isole, sebbene meno numerosa, è comunque meno sbilanciata verso le grandi città rispetto al Nord, con modelli insediativi che variano notevolmente a seconda dei paesi di provenienza e delle economie locali.&nbsp;</p>



<p>In tema di bassa fecondità (Figura 1d), nel 2023, la provincia autonoma di Bolzano ha registrato 1,56 figli per donna, Trento 1,42, mentre Palermo, Ragusa e Catania hanno oscillato tra 1,36 e 1,39. Le province autonome di Bolzano e Trento sono un caso ben conosciuto, spiegato dalle specificità culturali e da politiche che favoriscono lavoro e famiglia. Meno studiata è invece la situazione delle province siciliane, dove la fecondità è rimasta sopra la media nazionale negli ultimi 20 anni nonostante condizioni economiche sfavorevoli. Istruzione, servizi sociali e coesione locale sembrano giocare un ruolo importante, così come anche la presenza straniera. Nei comuni ragusani dove la quota di stranieri è elevata, ad esempio, alcune comunità straniere (tunisini, rumeni, albanesi) contribuiscono con tassi di fecondità particolarmente elevati. Tuttavia, anche nelle grandi città come Palermo e Catania, dove la quota di stranieri è relativamente bassa, la fecondità resta sopra la media nazionale. Questo indica che non solo la composizione della popolazione, ma anche fattori culturali e familiari locali influenzano i numeri.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="750" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/10/Fig.-1-–-Indicatori-demografici-nei-comuni-italiani-mappe-quantiliche.--1024x750.jpg" alt="" class="wp-image-23253" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/10/Fig.-1-–-Indicatori-demografici-nei-comuni-italiani-mappe-quantiliche.--1024x750.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/10/Fig.-1-–-Indicatori-demografici-nei-comuni-italiani-mappe-quantiliche.--300x220.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/10/Fig.-1-–-Indicatori-demografici-nei-comuni-italiani-mappe-quantiliche.--768x563.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/10/Fig.-1-–-Indicatori-demografici-nei-comuni-italiani-mappe-quantiliche.-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Costruire il futuro: politiche locali per una nazione coesa</strong></h3>



<p>Queste sorprese demografiche hanno implicazioni concrete per le politiche pubbliche. Non è più sufficiente ragionare a livello nazionale o macroregionale: le strategie devono tener conto delle specificità locali. È chiaro che i modelli di sviluppo territoriale basati sulla competizione, che prevedevano uno &#8220;sgocciolamento&#8221; positivo dai più virtuosi ai meno virtuosi, hanno fallito. Serve un cambio di rotta verso modelli redistributivi, che privilegino la crescita armoniosa di tutti i contesti locali. La condizione fondamentale per il successo di questi modelli è una buona e diffusa accessibilità dei territori, capace di stimolare la ridistribuzione della popolazione lungo tutto l&#8217;arco della vita.</p>



<p>L&#8217;Italia è ancora lontana da un territorio realmente connesso e coeso. Non si tratta di uniformare, ma di riconoscere le identità locali nella loro diversità, in linea con lo slogan già centrale nella Conferenza Europea della Popolazione del 1999: &#8220;Unity in Diversity&#8221;. Investire nei territori significa investire sull’intero Paese, stimolando dinamismo e resilienza in tutte le aree. Si tratta di &#8220;pensare globale ma agire locale&#8221;, un principio fondante dell&#8217;Unione Europea stessa. Solo così, uniti nelle nostre singole diversità, potremo affrontare le sfide demografiche del futuro.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Benassi, F., Busetta, A., Gallo, G. e Stranges, M. (2021). Diseguaglianze tra territori. In F.C. Billari e C. Tomassini (a cura di), <em>Rapporto sulla popolazione. L’Italia e le sfide della demografia</em>, pp. 135-162. Bologna: Il Mulino.</p>



<p>Busetta, A., Benassi, F., Battaglini, M., Capacci, G., &amp; Impicciatore, R. (2025). Le sorprese positive dai territori. In D. Vignoli e A. Paterno (a cura di),&nbsp;<em>Rapporto sulla Popolazione. Verso una demografia positiva</em>, pp. 167-203. Bologna: Il Mulino.</p>



<p>Verrascina, M., Cameli, E., Di Felice, G., Benassi, F. e Lallo, C. (2024). La prospettiva geo-demografica. La domanda potenziale di cura per piccole aree. In C. Tomassini, M. Albertini e C. Lallo (a cura di), <em>Avanzare insieme nella società anziana. Considerazioni multidisciplinari sulla domanda di assistenza agli anziani in Italia</em>, pp. 85-110. Bologna: Il Mulino.</p>
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		<title>podcast • Studenti fuori sede. mobilità studentesche e disuguaglianze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 09:16:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La mobilità per studio in Italia costituisce una componente significativa dei percorsi migratori interni seguendo traiettorie simili a quelle realizzate da chi si sposta per ... <a title="podcast • Studenti fuori sede. mobilità studentesche e disuguaglianze" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2023/11/24/podcast-studenti-fuori-sede-mobilita-studentesche-e-disuguaglianze-2/" aria-label="Per saperne di più su podcast • Studenti fuori sede. mobilità studentesche e disuguaglianze">Leggi</a></p>
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<p class="has-drop-cap">La mobilità per studio in Italia costituisce una componente significativa dei percorsi migratori interni seguendo traiettorie simili a quelle realizzate da chi si sposta per lavoro. Ma perché alcune aree risultano più attrattive di altre? Che caratteristiche hanno gli studenti che decidono di spostarsi in un&#8217;altra regione per continuare i propri studi? La mobilità per studio è una possibilità per tutti o una prerogativa di pochi?</p>



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		<title>Ep. 3 • Studenti fuori sede. Mobilità studentesche e disuguaglianze</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Nov 2023 09:10:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I Podcast di neodemos]]></category>
		<category><![CDATA[Podcast sulle migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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		<category><![CDATA[università]]></category>
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<p><em>La mobilità per studio in Italia costituisce una componente significativa dei percorsi migratori interni seguendo traiettorie simili a quelle realizzate da chi si sposta per lavoro. Ma perché alcune aree risultano più attrattive di altre? Che caratteristiche hanno gli studenti che decidono di spostarsi in un&#8217;altra regione per continuare i propri studi? La mobilità per studio è una possibilità per tutti o una prerogativa di pochi?</em></p>



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		<title>Ep. 2 • L&#8217;altra faccia dell&#8217;immigrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 09:07:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[I Podcast di neodemos]]></category>
		<category><![CDATA[Podcast sulle migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[podcast]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fenomeno migratorio è variegato e complesso sebbene l’attenzione mediatica si focalizzi quasi esclusivamente sugli aspetti più tragici ed emergenziali legati alle tragedie del mare ... <a title="Ep. 2 • L&#8217;altra faccia dell&#8217;immigrazione" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2023/11/10/laltra-faccia-dellimmigrazione-2/" aria-label="Per saperne di più su Ep. 2 • L&#8217;altra faccia dell&#8217;immigrazione">Leggi</a></p>
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<p class="has-drop-cap">Il fenomeno migratorio è variegato e complesso sebbene l’attenzione mediatica si focalizzi quasi esclusivamente sugli aspetti più tragici ed emergenziali legati alle tragedie del mare e agli sbarchi sulle coste. Questa polarizzazione tende a distogliere l’attenzione sull’effettiva maggioranza degli immigrati che si trova molto spesso a fronteggiare situazioni di irregolarità e di difficile accesso alla cittadinanza. Come sono stati gestiti questi aspetti in Italia? Quali sono le conseguenze sui migranti della scarsità di accessi legali?</p>



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		<title>Podcast • L&#8217;altra faccia dell&#8217;immigrazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Nov 2023 08:59:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il fenomeno migratorio è variegato e complesso sebbene l’attenzione mediatica si focalizzi quasi esclusivamente sugli aspetti più tragici ed emergenziali legati alle tragedie del mare ... <a title="Podcast • L&#8217;altra faccia dell&#8217;immigrazione" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2023/11/10/laltra-faccia-dellimmigrazione/" aria-label="Per saperne di più su Podcast • L&#8217;altra faccia dell&#8217;immigrazione">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">Il fenomeno migratorio è variegato e complesso sebbene l’attenzione mediatica si focalizzi quasi esclusivamente sugli aspetti più tragici ed emergenziali legati alle tragedie del mare e agli sbarchi sulle coste. Questa polarizzazione tende a distogliere l’attenzione sull’effettiva maggioranza degli immigrati che si trova molto spesso a fronteggiare situazioni di irregolarità e di difficile accesso alla cittadinanza. Come sono stati gestiti questi aspetti in Italia? Quali sono le conseguenze sui migranti della scarsità di accessi legali? ce ne parla Roberto Impicciatore. </p>



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		<title>La sostituzione etnica e le paure demografiche</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2023/04/27/la-sostituzione-etnica-e-le-paure-demografiche/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=la-sostituzione-etnica-e-le-paure-demografiche</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 27 Apr 2023 06:43:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[sostituzione etnica]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le recenti dichiarazioni del ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida sono solo l’ultimo caso di una serie piuttosto nutrita di dichiarazioni in cui si paventa il rischio ... <a title="La sostituzione etnica e le paure demografiche" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2023/04/27/la-sostituzione-etnica-e-le-paure-demografiche/" aria-label="Per saperne di più su La sostituzione etnica e le paure demografiche">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Le recenti dichiarazioni del ministro dell’agricoltura Francesco Lollobrigida sono solo l’ultimo caso di una serie piuttosto nutrita di dichiarazioni in cui si paventa il rischio della sostituzione etnica. Il concetto è ormai noto: “Gli italiani fanno meno figli quindi li sostituiamo con qualcun altro, non è quella la strada” chiosa il ministro Lollobrigida. Cosa c’è che non quadra in questa visione?&nbsp;</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La Grande sostituzione</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">I timori di essere invasi o addirittura sostituiti da popolazioni “altre” non sono certo una novità. Circolano ormai da tempo delle letture di stampo complottista come quella della “Grande sostituzione” che periodicamente viene richiamata dai giornali<sup>1</sup>. Questa sorta di teoria che sostiene il rischio d’estinzione delle popolazioni bianche, americane e europee a seconda del caso, a seguito dell’invasione di popolazioni provenienti da altre aree del mondo, si fonda sulla paura, soprattutto della classe medio-bassa, di perdere i propri privilegi a favore degli immigrati stranieri.</p>



<p>Tale visione, che nasce negli Stati Uniti nel periodo delle grandi ondate migratorie transoceaniche dall’Europa, viene perpetuata attraverso una serie di saggi e romanzi distopici e trova nuova linfa nel nuovo millennio grazie al contributo del neonazista e negazionista austriaco Gerd Honsik che nel 2005 propone i cosiddetto “Piano Kalergi”, secondo cui l’arrivo in massa di persone da fuori Europa di milioni di potenziali lavoratori a basso costo sarebbe il frutto di un piano segreto architettato dalle élite politiche ed economiche occidentali al fine di tenere bassi i salari e creare un meticciato debole e facilmente controllabile. Si raggiunge poi l’apice con lo scrittore Renaud Camus (da non confondere con il più noto premio nobel Albert Camus) che in suo libro del 2011 rilanciava la teoria del grande complotto ai danni dei bianchi occidentali che rischiano di essere rimpiazzati degli immigrati “colonizzatori” artefici di una sorta di genocidio degli indigeni paragonabile a quello compiuto dai nazisti ai danni degli ebrei.</p>



<p>Sebbene i nostri politici non facciano esplicito riferimento a teorie complottiste (anzi, il ministro Lollobrigida ha esplicitamente dichiarato in una intervista al Corriere della Sera di ignorare il piano Kalergi e la teoria della Grande Sostituzione), resta il fatto che il timore di essere sostituiti da parte di uno straniero si dimostra essere uno dei più potenti meccanismi dialettici in uso. E non solo da scrittori e novellisti.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Demografia da paura</strong></h3>



<p>A sostenere questa visione vi è la paura che nasce dalle dinamiche demografiche a livello globale che identificano modelli di crescita molto diversi tra paesi occidentali e quelli di altre aree del mondo. L’Italia, con la sua posizione centrale all’interno del Mar Mediterraneo, si trova a far da ponte tra il continente Europeo, con una crescita nulla o negativa come nel caso italiano, e quello africano, che presenta livelli di fecondità ancora elevati (4,3 figli per donna) e la cui popolazione risulta in netta crescita. Le proiezioni demografiche fornite dalla Nazioni Unite indicano, infatti, che nei prossimi vent’anni metà della crescita demografica del pianeta si concentrerà in Africa. In questo continente oggi vivono meno di 1,5 miliardi di persone ma prima di arrivare alla metà del secolo la popolazione crescerà di un altro miliardo. Al 2050 ben un quarto della popolazione mondiale vivrà nel continente africano. Al contrario, l’Europa perderà peso a livello globale. Nel 2050 la popolazione europea conterà solo per l’8% della popolazione mondiale (era il 20% negli nel 1950) e la popolazione africana sarà circa tre volte quella europea.</p>



<p>Se a questo aggiungiamo i forti differenziali di reddito tra i due continenti (il reddito mediano in Europa è 13 volte superiore a quello africano) e una composizione per età della popolazione africana particolarmente giovane (e quindi maggiormente disposta a spostarsi) a fronte di una Europa che invecchia rapidamente, sembrerebbe proprio che non ci sia scampo alla sostituzione. O no?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Calo delle nascite e sostituzione etnica</strong></h3>



<p>L’idea che la decrescita demografica vada combattuta solo favorendo le nascite e non con le migrazioni, al fine di evitare la sostituzione etnica, si basa su tre assunti poco verosimili.&nbsp;</p>



<p>Il primo è che migrazioni internazionali e l’aumento delle nascite siano due strategie in competizione. Non c’è però nessun motivo per pensare che sia così. Se vogliamo incrementare la quota di popolazione giovanile in Italia abbiamo bisogno sia di facilitare le giovani coppie a realizzare i loro desideri di fecondità (ricordiamo che le italiane in media desiderano avere due figli mentre la fecondità realizzata è inferiore a 1,3 figli per donna) sia di accogliere migranti da altri paesi, come ha sottolineato di recente anche la Banca Mondiale<sup>2</sup>. Non solo perché con l’aumento della fecondità sarebbe comunque necessario aspettare due o tre decenni per poter avere nuova linfa nel mercato del lavoro, ma anche perché per avere aumenti sensibili in termini di nuove nascite sarebbe necessario un fortissimo incremento di fecondità, a causa dell’ormai scarso numero di donne in età feconda.</p>



<p>L’arrivo di giovani migranti, oltre a contribuire all’aumento delle nascite, risulta essere anche il modo più rapido per ribilanciare le carenze di lavoratori che stiamo osservando in questi anni e che si verificheranno in maniera sempre più intensa nei prossimi anni. Le recenti previsioni Istat indicano infatti, che il contingente di persone in età potenzialmente lavorativa (15-64 anni di età) andrà diminuendo in misura sempre maggiore fino a toccare una decrescita annua compresa tra le 350.000 e il mezzo milione di unità negli anni Trenta di questo secolo (Fig. 1). Queste dinamiche si avranno pur in presenza di livelli migratori simili a quelli che osserviamo oggi (senza i quali, ovviamente, sarebbero amplificati).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="562" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-1.-Variazione-annua-nel-numero-di-individui-in-eta-da-lavoro-eta-15-64-anni-prevista-per-gli-anni-2022-2070.-Scenario-mediano-e-intervallo-di-confidenza-al-90.-Valori-assoluti.-1-1-1024x562.jpg" alt="" class="wp-image-19745" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-1.-Variazione-annua-nel-numero-di-individui-in-eta-da-lavoro-eta-15-64-anni-prevista-per-gli-anni-2022-2070.-Scenario-mediano-e-intervallo-di-confidenza-al-90.-Valori-assoluti.-1-1-1024x562.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-1.-Variazione-annua-nel-numero-di-individui-in-eta-da-lavoro-eta-15-64-anni-prevista-per-gli-anni-2022-2070.-Scenario-mediano-e-intervallo-di-confidenza-al-90.-Valori-assoluti.-1-1-300x165.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-1.-Variazione-annua-nel-numero-di-individui-in-eta-da-lavoro-eta-15-64-anni-prevista-per-gli-anni-2022-2070.-Scenario-mediano-e-intervallo-di-confidenza-al-90.-Valori-assoluti.-1-1-768x422.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-1.-Variazione-annua-nel-numero-di-individui-in-eta-da-lavoro-eta-15-64-anni-prevista-per-gli-anni-2022-2070.-Scenario-mediano-e-intervallo-di-confidenza-al-90.-Valori-assoluti.-1-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Quanto è forte il desiderio di venire in Italia?</strong></h3>



<p>Il secondo assunto è che vi sia, costantemente, un desiderio insoddisfatto di arrivare in Italia. Le tragiche immagini di migranti africani su barconi pericolosi e sovraccarichi che attraversano il Mediterraneo danno un’impressione fuorviante di migrazione di massa, incontrollata (e difficilmente controllabile). Tuttavia, l’ansia legata a una qualche immaginaria “invasione” dell’Europa da parte degli africani sulle carrette del mare riflette perlopiù una prospettiva eurocentrica circa le dinamiche della migrazione globale. Solo una piccola parte della migrazione internazionale dai paesi africani si traduce in viaggi verso Europa, circa un quarto. Più della metà è invece diretta verso un altro paese africano, e il resto si dirige verso l’Asia (una componente in forte crescita) e il Nord America<sup>3</sup>.&nbsp;</p>



<p>In Italia, i dati Istat mostrano che i cittadini di origine africani sono poco più di un milione pari a circa un quinto della popolazione straniera e meno del 2% della popolazione totale. Nel 2021, il numero di ingressi dal continente africano è stato pari a 62 mila su 318 mila pari a circa il 19% degli ingressi. Un valore che non risulta in crescita dato che il valore medio di ingressi annui dell’ultimo ventennio è stato di circa 66 mila ed è venuto diminuendo&nbsp; dopo il picco del 2017 (110 mila ingressi).&nbsp;</p>



<p>E per il futuro, cosa possiamo attenderci? Da un lato è vero che le spinte all’emigrazione stanno aumentano in diverse aree del mondo. Dobbiamo però anche tener conto dell’attrattività del nostro paese. Dopo il picco osservato a inizio secolo, il saldo tra ingressi e uscite in Italia si è decisamente ridotto nell’ultimo decennio (fig. 2). Anzi, se teniamo conto anche delle recenti correzioni proposte dall’Istat alle misurazioni sui flussi migratori internazionali, risulterebbe addirittura un saldo negativo nel 2020 pari a -20 unità dopo un quasi cinquant’anni di valori costantemente positivi<sup>4</sup>. </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="597" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-2.-Immigrazioni-emigrazioni--1024x597.jpg" alt="" class="wp-image-19750" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-2.-Immigrazioni-emigrazioni--1024x597.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-2.-Immigrazioni-emigrazioni--300x175.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-2.-Immigrazioni-emigrazioni--768x448.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/04/Figura-2.-Immigrazioni-emigrazioni-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Spostando lo sguardo ai paesi di partenza, un dato interessante è quello che emerge dall’indagine Arab Barometer<sup>5</sup> relativo all’intenzione di migrare nei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. Nel 2022, tra chi dichiara di aver pensato ad emigrare all’estero, ben il 60% non inserisce l’Europa come possibile paese di destinazione e quasi il 90% non contempla neppure l’ipotesi di spostarsi in Italia. Un dato che dovrebbe far riflettere sulla potenziale attrattività del nostro paese, un fattore davvero poco considerato.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’etnia italiana</strong></h3>



<p>Terzo aspetto, è l’idea che la popolazione italiana sia costituita da un unicum antropologico e culturale potenzialmente a rischio di poter essere sostituito da un altro gruppo altrettanto univocamente definito. Val la pena di ricordare che le migrazioni rappresentano un fenomeno “normale” che ha caratterizzato la nostra specie di homo sapiens sin dalla sua comparsa sul pianeta terra e che anzi ha costituito una potente strategia in grado di assicurare successo selettivo. Naturalmente anche la popolazione italiana è il frutto di continui e ripetuti rimescolamenti di genti provenienti da varie parti dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa. Inoltre, le ibridazioni culturali procedono nel tempo, la società cambia e le caratterizzazioni etniche tendono a diluirsi se non a sparire al crescere della permanenza in Italia. Infine, non lo dimentichiamo, la presunta etnia italiana avrebbe “invaso” più volte e in maniera importante altri paesi come la Francia, l’Argentina, gli Stati Uniti e molti altri.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h3>



<p>E’ opportuno sottolineare che non vi è alcuna base scientifica relativamente a complotti o a tentativi di sostituzione. Anzi, ormai è ben noto nella letteratura che in numerose situazioni le migrazioni hanno avuto un ruolo fondamentale per lo sviluppo economico sia dei paesi di destinazione, fornendo manodopera nei momenti di maggiore necessità, sia di quelli di partenza, ad esempio allentando la pressione sulle risorse in seguito alla crescita demografica.&nbsp;</p>



<p>E’ anche vero che le migrazioni impongono trasformazioni del tessuto sociale che vanno a coinvolgere tanto la popolazione autoctona quanto quella immigrata in un processo i cui esiti sono però in genere favorevoli. Non si spiegherebbero altrimenti gli sviluppi in termini di democrazia e benessere osservati in paesi caratterizzati da intensi flussi di immigrazione.</p>



<p>Il potenziale migratorio del continente africano, fattore che tende ad alimentare la paura di una sostituzione etnica, è sicuramente elevato e in crescita trattandosi di un paese giovane e con una economia che sta crescendo in molti paesi. Tuttavia, è tutt’altro che scontato che questo potenziale si dirigerà verso l’Europa e in particolare verso l’Italia. Alla luce del veloce invecchiamento del nostro paese, della decisa contrazione numerica delle forze di lavoro nel nostro paese, questa potrebbe non essere affatto una buona notizia.</p>



<p>*Questo articolo viene pubblicato anche su <a href="https://www.rivistailmulino.it/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.rivistailmulino.it/</a></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Si veda anche l’articolo de Il Post del 17.05.2022 &#8211; <a href="https://www.ilpost.it/2022/05/17/grande-sostituzione-etnica-teoria-complotto/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cos’è la teoria complottista della “grande sostituzione”</a> </p>



<p><sup>2</sup><a href="https://www.worldbank.org/en/publication/wdr2023" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> World Development Report 2023</a>. </p>



<p><sup>3</sup> IOM 2020 <a href="https://reliefweb.int/sites/reliefweb.int/files/resources/africa-migration-report.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Africa migration report. Challenging the narrative</a>. </p>



<p><sup>4</sup> E. Tucci, C. Bonifazi e G. Di Fraia. <a href="https://www.neodemos.info/2023/03/21/una-nuova-misura-delle-migrazioni-italiane/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Una misura delle migrazioni italiane.</a> Neodemos, 21 marzo 2023.&nbsp; </p>



<p><sup>5</sup> <a href="https://www.arabbarometer.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Arab Barometer</a>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2023/04/27/la-sostituzione-etnica-e-le-paure-demografiche/">La sostituzione etnica e le paure demografiche</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Il sostegno alle famiglie e alla natalità nei programmi delle elezioni politiche 2022</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2022/09/20/il-sostegno-alle-famiglie-e-alla-natalita-nei-programmi-delle-elezioni-politiche-2022/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-sostegno-alle-famiglie-e-alla-natalita-nei-programmi-delle-elezioni-politiche-2022</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Sep 2022 07:55:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni politiche 2022]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’incedere di una denatalità sempre più preoccupante trova un certo spazio all’interno dei programmi elettorali. Tuttavia, le possibili strategie per fornire un adeguato supporto alle ... <a title="Il sostegno alle famiglie e alla natalità nei programmi delle elezioni politiche 2022" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2022/09/20/il-sostegno-alle-famiglie-e-alla-natalita-nei-programmi-delle-elezioni-politiche-2022/" aria-label="Per saperne di più su Il sostegno alle famiglie e alla natalità nei programmi delle elezioni politiche 2022">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>L’incedere di una denatalità sempre più preoccupante trova un certo spazio all’interno dei programmi elettorali. Tuttavia, le possibili strategie per fornire un adeguato supporto alle famiglie e alla natalità, sintetizzate da Roberto Impicciatore, appaiono piuttosto diversificate anche per le diverse su posizioni sui ruoli dei genitori e sulla rilevanza dell’immigrazione.</em></p>



<p class="has-drop-cap">In presenza di una natalità che continua a scendere, le preoccupazioni per un imminente inverno demografico emergono spesso nei programmi elettorali dei partiti sebbene il peso della questione, e la necessità di far fronte a specifiche misure di sostegno alle famiglie e alla natalità appaia piuttosto diversificata. Da un lato, troviamo i partiti del centrodestra che dedicano sistematicamente nei loro programmi almeno una sezione specificamente dedicata alla denatalità, tema che per Fratelli d’Italia viene posta addirittura come primo punto del programma. Dall’altro lato, troviamo il Movimento 5 Stelle nel cui programma la questione è del tutto assente. In mezzo, i programmi del Partito Democratico e di Azione-Italia viva che, pur ponendo adeguato peso alla questione, la inseriscono all’interno di sezioni più ampie dedicate ai diritti, alla parità di genere e alla scuola.&nbsp;</p>



<p>Le proposte per contrastare la denatalità sono le più varie. Di seguito proponiamo alcuni dettagli dei vari programmi ma possiamo qui anticipare che in linea di massima i partiti del centrodestra si concentrano principalmente su aspetti fiscali mentre PD e Azione-Italia Viva insistono sull’attuazione del Family Act. Una seconda, ma non meno rilevante, differenza è relativa a come si intende l’interazione tra le diverse dinamiche demografiche. Se il PD non si esprime in maniera esplicita, Azione-Italia Viva pone in risalto la necessità di gestire in maniera integrata il supporto alle famiglie e la gestione delle immigrazioni. Al contrario, per i partiti del centrodestra, in perfetto schema sovranista, la denatalità non risulta in alcun modo riparabile con l’immigrazione ma va affidata esclusivamente alla riproduzione degli autoctoni.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Forza Italia</strong></h3>



<p>La questione demografica è ben evidente nel programma di Forza Italia che prevede ben due sezioni relative a famiglie e natalità.&nbsp;</p>



<p>Nella sezione “Forza Italia per le famiglie e i monoreddito” vi sono indicazioni puntuali su questioni fiscali: riforma dell’ISEE (agevolazioni per figli minorenni ed esclusione della prima casa dal patrimonio); deduzione di 2.900 euro dall’IRPEF per i primi tre anni di vita del figlio, sistema degli acconti e tassazione delle partite IVA tarato anche sul numero di figli). Più generiche indicazioni fanno riferimento a meccanismi di revisione di erogazione dell’assegno unico e all’emanazione tempestiva dei decreti attuativi del Family Act. Non manca, infine, una certa sensibilità verso i servizi di esternalizzazione della cura dei figli prevedendo il completamento del piano asili previsto dal PNRR, favorire il tempo pieno nelle scuole e la presenza di centri estivi e scuole aperte anche in estate.</p>



<p>La questione demografica viene ulteriormente evidenziata nella sezione “Forza Italia per la natalità”, dove si promuove un generico aumento delle risorse destinate alla conciliazione tra vita professionale e vita privata (anche attraverso il ricorso a forme di lavoro agile per genitori in difficoltà). Resta tuttavia centrale, anche per questa sezione, la questione fiscale. Viene ribadito, infatti, l’intento di introdurre il quoziente familiare e di incrementare gli sgravi fiscali per le famiglie e per le aziende per assumono neomamme e donne in età fertile (oltre all’esenzione contributiva per le assunzioni effettuate in sostituzione di genitori in congedo di paternità o maternità).&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lega</strong></h3>



<p>La Lega specifica i punti del programma in ordine alfabetico dedicando una lunga sezione al tema “Famiglia e natalità”. La sensibilità verso la questione demografica è particolarmente enfatizzata.&nbsp; Bisogna “creare condizioni favorevoli e aumentare le nascite per donna, con l’idea che il figlio sia un valore e un bene comune anche per la società”. Una demografia debole vorrebbe dire anche una maggiore tassazione: “a lungo termine, infatti, una popolazione lavorativa sempre più ridotta dovrà sostenere i costi sociali del welfare di tutti i cittadini, il che significherebbe più tasse”.&nbsp;</p>



<p>La natalità va incentivata attraverso una lunga serie di proposte (in alcuni casi ben dettagliate) tra cui segnaliamo: la riforma la riduzione del carico fiscale commisurata al numero di figli (quoziente familiare qui denominata <em>flat-tax</em> familiare), l’esenzione a vita dalla tassa sui redditi per tutte le madri con almeno 4 figli, la piena detraibilità delle spese scolastiche per i figli, il potenziamento di misure a favore della conciliazione tra lavoro e famiglia soprattutto per le donne (proposta corredata con una serie di dati e misure presentate nella sezione “Pari opportunità”) , l’azzeramento o la riduzione dell’Iva su pannolini e latte in polvere, un voucher di 3 mila euro per ogni nuovo nato per l’acquisto di dotazioni per l’infanzia.</p>



<p>Nel complesso, la Lega punta su alcuni aspetti fortemente conservatori secondo le quali il ruolo di cura dei minori resta una questione prevalentemente femminile o, al più, delegata ai nonni. Non a caso, si sostiene che servono “politiche familiari che includano anche l’indispensabile ruolo dei nonni a servizio di figli e nipoti”. Rimane scarsa l’attenzione dedicata al ruolo del padre nella cura dei figli (con la sola eccezione dell’equiparazione dei congedi parentali per la madre e il padre) e alla valorizzazione di servizi di esternalizzazione del supporto genitoriale (viene riportato solo un generico proposito di “adeguamento offerta asili nido alla domanda”).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Fratelli d’Italia</strong></h3>



<p>Così come per il programma della Lega, anche quello di FdI usa la retorica della famiglia come elemento fondante della società “bene sacro da proteggere, non un’istituzione vecchia e superata da abbattere”.&nbsp;</p>



<p>Il “sostegno alla natalità e alla famiglia” è il primo punto del programma di FdI. “Sostenere la natalità significa dare la possibilità alle giovani coppie di costruire il proprio progetto familiare, significa dare speranza all’Italia investendo sul futuro.” Questo può essere raggiunto attraverso una serie di proposte che si allineano a quelle viste negli altri due partiti del centrodestra quali: la progressiva introduzione di un sistema di tassazione basato sulle dimensioni familiari (quoziente familiare); l’aumento degli importi per l’assegno unico (fino a 300 euro/mese per il primo anno e 260 dai 2 ai 18 anni e mantenimento dell’attuale assegno fino ai 21 anni), la riduzione dell’iva sui prodotti per la prima infanzia (pannolini, biberon, latte artificiale, ecc.).&nbsp;</p>



<p>Altri obiettivi condivisi, invero piuttosto generici, riguardano la presenza di incentivi alle aziende che assumono neomamme e favoriscono la conciliazione lavoro-famiglia e il rafforzamento del sistema dei congedi parentali e di maternità.</p>



<p>Al contrario, il programma di FdI si caratterizza rispetto agli altri partiti del centrodestra per una maggiore attenzione verso il supporto esterno (pubblico e privato) alla famiglia nella cura dei figli. Si propone, infatti, di sostenere i comuni nell’assicurare asili nido gratuiti e aperti fino a tardi (con un sistema di rotazione nel periodo estivo), di promuovere di nidi privati (aziendali, condominiali e familiari sul modello tedesco delle <em>Tagesmutter</em>), di aumentare le deduzioni fiscali per spese dedicate a badanti e collaboratori domestici.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Movimento 5 Stelle</strong></h3>



<p>La questione demografica appare del tutto assente nel programma del M5S. I termini “natalità, “figli” e “bambini” non appaiono mai nel testo. L’unico riferimento, indiretto poiché inserito nella sezione dedicata alla parità di genere (“Dalla parte delle donne”), è la presenza di sgravi fiscali per l’assunzione delle donne in gravidanza e l’equiparazione dei tempi di congedo di paternità e maternità.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Azione – Italia Viva</strong></h3>



<p>Le indicazioni sul tema famiglie e natalità sono principalmente legate all’attuazione del Family Act, vista anche come riforma di accompagnamento del PNRR. Una prima serie di proposte in sostegno alle famiglie e alla natalità si concentra sulle pari opportunità nel mondo del lavoro (sottosezione “Pari opportunità”). In particolare, si propone di: favorire il rientro al lavoro dopo la maternità (incentivi economici per la formazione nel periodo della maternità e per la riqualificazione professionale post-maternità delle donne); riformare i congedi parentali (aumentare la durata del congedo obbligatorio di paternità, aumento al 100% dell’indennità dei congedi obbligatori e incentivi per una equa distribuzione dei congedi tra entrambi i genitori); promuovere il diritto al lavoro da remoto per i neogenitori.</p>



<p>Poco più avanti, sempre nella stessa sezione (sottosezione “Famiglie e natalità”), si affronta in maniera ancora più esplicita la questione demografica sottolineando che &#8220;l’invecchiamento della popolazione provocherà, tra le altre cose, un aumento della spesa pensionistica e una drastica riduzione della spesa sanitaria pro-capite”. Tra le varie proposte segnaliamo: il potenziamento dell’Assegno Unico e universale insieme a una revisione dell’ISEE con un maggior peso attribuito al numero di figli; assegno di rimborso delle spese educative (servizi per l’infanzia, attività sportive e culturali, centri estivi, ecc.); l’attuazione del piano asili nido e il potenziamento del Bonus asili nido in modo da renderli gratis per nuclei con ISEE fino a 25 mila euro e garantendo un sussidio decrescente in base al reddito per le altre famiglie; l’assegno per i costi sostenuti per i servizi di cura per figli piccoli, anziani e persone con disabilità.</p>



<p>A differenza, dei partiti del centrodestra, qui la questione della denatalità viene associata alla gestione dei flussi migratori. Nella sezione “Immigrazione”, si sottolinea che “oltre che attivare forti politiche a sostegno della natalità, a favore dei giovani e del loro ingresso nel mercato del lavoro e a tutela della famiglia, occorre governare seriamente i flussi migratori, con politiche pragmatiche e gestibili”.</p>



<p>Da segnalare, infine, la proposta (inserita nella sezione “Scuola, università e ricerca”, di estendere il tempo pieno a tutte le scuole primarie e introdurre il diritto alla mensa per tutti anche per andare incontro alle esigenze delle famiglie.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Partito Democratico</strong></h3>



<p>Le proposte del PD sul tema famiglia e natalità non sono raccolte in maniera organica in un’unica sezione ma risultano sparse in varie parti del programma elettorale. Nella sezione “Diritti e cittadinanza: nessun destino è già scritto” viene citata nello specifico il tema della denatalità e dell’inverno demografico ma ci si limita a proporre politiche di sostegno per la famiglia attraverso un potenziamento dell’Assegno Unico e Universale. Nella sezione “Siamo Pari”, si sottolinea la necessità di stabilire un nuovo equilibrio tra i tempi di vita e lavoro per entrambi i genitori proponendo una legge di co-genitorialità per introdurre parità totale nei congedi di maternità e paternità e un nuovo congedo parentale (paritario) da affiancare a “strumenti di flessibilità, come part time e lavoro agile di coppia agevolati”.</p>



<p>Altre indicazioni emergono dalla sezione “Conoscere è potere: istruzione, cultura, socializzazione” dove si propongono l’estensione del tempo pieno nella scuola e la progressiva gratuità dei servizi educativi 0-3 anni per i nuclei familiari a basso ISEE.&nbsp;</p>



<p>Da segnalare infine, anche la misura che prevede una dotazione di 10000 euro, erogata al compimento dei 18 anni, sulla base dell’ISEE, per favorire il processo di acquisizione di autonomia dei giovani sia in campo lavorativo che familiare con possibili ripercussioni anche sull’anticipo della formazione familiare.</p>
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		<title>Avere (due) figli in Europa? La rivoluzione incompiuta delle donne istruite</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2022/02/22/avere-due-figli-in-europa-la-rivoluzione-incompiuta-delle-donne-istruite/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=avere-due-figli-in-europa-la-rivoluzione-incompiuta-delle-donne-istruite</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 22 Feb 2022 09:10:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[fecondità]]></category>
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		<category><![CDATA[natalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La tradizionale relazione negativa tra fecondità e istruzione tende a diventare meno scontata in presenza di ruoli di genere più bilanciati. Francesca Tomatis e Roberto ... <a title="Avere (due) figli in Europa? La rivoluzione incompiuta delle donne istruite" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2022/02/22/avere-due-figli-in-europa-la-rivoluzione-incompiuta-delle-donne-istruite/" aria-label="Per saperne di più su Avere (due) figli in Europa? La rivoluzione incompiuta delle donne istruite">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La tradizionale relazione negativa tra fecondità e istruzione tende a diventare meno scontata in presenza di ruoli di genere più bilanciati. Francesca Tomatis e Roberto Impicciatore mostrano che le donne più istruite tendono a recuperare in termini di fecondità nel passaggio al secondo figlio nei paesi dell’Europa occidentale mentre persiste una relazione negativa nei paesi dell’Est, segno di un procedere più lento della rivoluzione di genere</em>.</p>



<p class="has-drop-cap">Il nesso tra istruzione e fecondità è da sempre oggetto di analisi e dibattito, non solo fra accademici, ma anche nella sfera pubblica. Il rinvio della genitorialità e i bassi tassi di fecondità totali sono davanti agli occhi di tutti. Noto anche il fatto che negli ultimi decenni, in molti paesi dell’Europa occidentale e orientale, il numero di donne con un alto livello di istruzione ha superato quello degli uomini. Benché l’esistenza di un legame tra istruzione e fecondità sia ampiamente riconosciuto e siano numerose le teorie esplicative e gli studi empirici su questo tema, restano ancora aperti importanti interrogativi e spazi di analisi. Al puzzle “fecondità e istruzione” mancano certamente alcuni pezzi: una ricomposizione delle teorie e un approfondimento della tematica attraverso studi comparativi. In questo articolo presentiamo un’analisi che prova a contribuire al dibattito, inserendo alcune tessere*.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La relazione si inverte?</strong></h3>



<p>Vi è una consolidata tradizione che sostiene l’esistenza di una associazione negativa tra fecondità e istruzione. Questa visione è stata supportata, ad esempio, sia dall’economista Gary Becker nella sua <em>New Home Economics</em>, sia in ambito demografico dalla teoria della <em>Seconda Transizione Demografica</em>. Più recentemente, altri approcci hanno enfatizzato il ruolo dell’egualitarismo di genere, nella società e all’interno dei nuclei familiari, come spinta determinante per la fecondità. In base a questa prospettiva, in presenza di ruoli di genere più bilanciati, la relazione negativa tra istruzione femminile e fecondità si indebolirebbe e, in alcuni Paesi, si potrebbe addirittura ribaltare diventando positiva.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un confronto tra alcuni paesi europei</strong></h3>



<p>Nella nostra analisi* abbiamo indagato in ottica comparativa la propensione ad avere il primo e il secondo figlio in base al livello d’istruzione posseduto dalle donne nate tra il 1940 e il 1979 e residenti in sei diversi paesi europei (Bulgaria, Francia, Germania, Italia, Polonia e Repubblica Ceca). I dati utilizzati provengono dalla seconda ondata di “Generations and Gender Survey (GGS)” e, per l’Italia, dall’indagine ISTAT “Famiglie e Soggetti Sociali”.&nbsp;</p>



<p>I nostri risultati confermano l’importanza del livello di istruzione sui comportamenti fecondi. In tutti i paesi considerati, si evidenzia una relazione inversa tra il rischio di avere il primo figlio e il livello d’istruzione (figura 1). Sono le donne con il titolo più basso quelle che mostrano una propensione maggiore mentre, al contrario, le donne più istruite tendono ad avere il primo figlio più tardi o a rimanere più spesso senza figli. Si tratta di un risultato sicuramente collegato alla forte incompatibilità tra le condizioni di mamma e studentessa: studiare più a lungo tende a posticipare la nascita di un figlio. Ma non solo. Emerge anche la presenza di un più pesante conflitto tra famiglia e carriera per le donne più istruite le quali hanno la prospettiva di raggiungere posizioni professionali più elevate o, semplicemente, di rimanere nel mercato del lavoro.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-1-Rischi-relativi-di-avere-il-primo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-17824" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-1-Rischi-relativi-di-avere-il-primo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso-1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-1-Rischi-relativi-di-avere-il-primo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso-300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-1-Rischi-relativi-di-avere-il-primo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso-768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-1-Rischi-relativi-di-avere-il-primo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un divario Est-Ovest</strong></h3>



<p>Per quanto riguarda l’impatto dell’istruzione sulla propensione al secondo figlio (figura 2), il quadro è più complesso ed emergono differenze, anche sostanziali, fra i paesi analizzati. Nei tre paesi dell’Est Europa si conferma quanto visto per il primo figlio con una relazione negativa tra il livello d’istruzione e il rischio relativo di avere un secondo figlio particolarmente visibile per la Bulgaria e la Polonia e parzialmente confermato anche per la Repubblica Ceca, dove il rischio è chiaramente più alto tra le donne meno istruite rispetto a quelle con un livello medio-alto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-2-Rischi-relativi-di-avere-il-secondo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso--1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-17825" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-2-Rischi-relativi-di-avere-il-secondo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso--1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-2-Rischi-relativi-di-avere-il-secondo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso--300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-2-Rischi-relativi-di-avere-il-secondo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso--768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/02/Figura-2-Rischi-relativi-di-avere-il-secondo-figlio-per-le-donne-con-livello-distruzione-basso-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Al contrario, in Italia e Francia le donne con un titolo universitario o equivalente mostrano una maggiore propensione ad avere un secondo figlio rispetto a quelle con titolo di studio secondario (il nostro gruppo di riferimento). Per la Germania, infine, la scarsa significatività dei risultati lascia intendere che non l’istruzione non conti particolarmente. Nel complesso, sembra quindi emergere un gradiente Est-Ovest: quanto più ci sposta verso Ovest tanto più le donne più istruite tendono a recuperare in termini di fecondità rispetto alle meno istruite.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Rivoluzioni incompiute</strong></h3>



<p>Una possibile spiegazione di queste differenze geografiche ci riconduce a quella che Esping-Andersen definisce “rivoluzione incompleta”. Nei paesi occidentali sia la riduzione della fecondità osservata alla fine del secolo scorso, sia la ripresa di inizio millennio sono stati guidati dallo stesso gruppo sociale costituito dalle donne e dalle coppie con istruzione più elevata, ossia da quell’élite/avanguardia che si fa portatrice della rivoluzione di genere. Questo potrebbe dipendere da una loro migliore posizione nel mercato del lavoro e dall’avere contratti più protettivi. Tuttavia, potrebbe incidere in maniera importante anche una maggiore facilità nel bilanciare lavoro e famiglia che origina dall’assumere ruoli di generi meno rigidi basati sulla condivisione delle faccende domestiche e della cura dei figli. Si tratta di caratteristiche che, pur all’interno di un certo ritardo nella transizione alla maternità, possono rendere più agevole la transizione al secondo figlio.&nbsp;</p>



<p>La persistenza di una “tradizionale” relazione tra fecondità e istruzione suggerisce che nei paesi dell’Est la rivoluzione di genere sembra procedere in maniera più lenta. Oltre alle maggiori difficoltà nel combinare il lavoro e le responsabilità domestiche, in questi paesi possono aver avuto un ruolo il cambiamento valoriale, l’anomia e l’incertezza economica sperimentata soprattutto a cavallo tra il vecchio e il nuovo secolo. Inoltre, l’incentivo ad avere un secondo figlio può essere più forte tra le donne che percepiscono i percorsi alternativi alla maternità come meno attraenti.</p>



<p>* L’analisi completa è contenuta nell’articolo articolo Impicciatore R. e Tomatis F. 2020 “The nexus between education and fertility in six European countries”. Genus 76 (35) <a href="https://doi.org/10.1186/s41118-020-00104-4">https://doi.org/10.1186/s41118-020-00104-4</a>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;</p>
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		<title>50 anni dalla legge sul divorzio. Cause e conseguenze dell’instabilità coniugale in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 May 2021 07:01:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[e-book]]></category>
		<category><![CDATA[e-book neodemos]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[legge sul divorzio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il dicembre del 1970 il Parlamento italiano approvava una legge che regolamenta la dissoluzione dell’unione coniugale, introducendo in Italia l’istituto del divorzio. A 50 anni ... <a title="50 anni dalla legge sul divorzio. Cause e conseguenze dell’instabilità coniugale in Italia" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2021/05/25/50-anni-dalla-legge-sul-divorzio-cause-e-conseguenze-dellinstabilita-coniugale-in-italia-2/" aria-label="Per saperne di più su 50 anni dalla legge sul divorzio. Cause e conseguenze dell’instabilità coniugale in Italia">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><em>Il dicembre del 1970 il Parlamento italiano approvava una legge che regolamenta la dissoluzione dell’unione coniugale, introducendo in Italia l’istituto del divorzio. A 50 anni dalla Legge n. 898, questo libro curato da Raffaele Guetto e Roberto Impicciatore tratta delle cause e delle conseguenze dell’instabilità coniugale in Italia. Il libro intende offrire una panoramica sullo stato dell’instabilità coniugale in Italia e nel mondo attraverso l’occhio attento di demografi, sociologi, scienziati sociali ed esperti di politiche pubbliche.</em></p>



<p>I quattro capitoli in cui è strutturato il libro intendono fornire una raccolta ragionata e commentata del fenomeno sotto una molteplicità di prospettive. Il primo capitolo costituisce una introduzione generale al libro ripercorrendo la storia della divorzialità in Italia a partire dagli anni Sessanta, quando si pongono le basi che poi porteranno alla legge sul divorzio, fino ad arrivare ai nostri giorni in cui l’instabilità coniugale va a fondersi con altre importanti dinamiche demografiche come l’invecchiamento e l’immigrazione. Non mancheranno in questo capitolo alcuni riferimenti alla realtà europea e mondiale.</p>



<p>I successivi capitoli sono caratterizzati da un taglio più analitico. Nel secondo capitolo il tema del divorzio viene affrontato dalla prospettiva delle relazioni di genere, sia nell’ambito del mercato del lavoro sia all’interno delle mura domestiche, che si identifica come fondamentale nel determinare i livelli di instabilità coniugale. Il terzo capitolo si concentra sulla relazione tra la nascita di un figlio e i rischi di separazione e divorzio. La nascita di un figlio va a rafforzare l’unione o le coppie con figli sono quelle più orientate verso la famiglia tradizionale e quindi più stabili? Infine, il quarto capitolo si concentra sulle conseguenze del divorzio sui figli, un tema sensibile con particolari ricadute in termini di disuguaglianze sociali e politiche pubbliche.</p>



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		<title>50 anni di divorzio in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Dec 2020 07:36:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[legge sul divorzio]]></category>
		<category><![CDATA[matrimoni]]></category>
		<category><![CDATA[separazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 18 dicembre 1970, cinquanta anni fa, entrava in vigore la legge sullo scioglimento del matrimonio. Roberto Impicciatore e Raffaele Guetto ripercorrono la storia della ... <a title="50 anni di divorzio in Italia" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2020/12/18/50-anni-di-divorzio-in-italia/" aria-label="Per saperne di più su 50 anni di divorzio in Italia">Leggi</a></p>
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<p><em>Il 18 dicembre 1970, cinquanta anni fa, entrava in vigore la legge sullo scioglimento del matrimonio. Roberto Impicciatore e Raffaele Guetto ripercorrono la storia della divorzialità in Italia a partire dai principi ispiratori della legge fino alle nuove sfide poste dalle trasformazioni in atto nel fare famiglia.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Nulla è più dissolubile di ciò, che in fatto è disciolto<strong><sup>1</sup></strong></strong></h3>



<p>“<em>Sicché meglio è sciogliere ciò che è malamente congiunto, che tenere forzatamente congiunto ciò, che per ragione propria dei componenti è già virtualmente disciolto. </em>[…]<em> Tra separazioni legali, di fatto e consensuali e tra nascite di figli illegittimi o naturali, si calcola che il numero di italiani che vivono fuori dalla legge sia di vari milioni: essi vivono nella infelicità e nella tristezza di non poter modificare tale infelicità. </em>[…] <em>Emerge, perciò, con immediatezza la necessità di offrire ai milioni di cittadini che sono costretti a vivere fuori dall’unione legale un rimedio giuridico, morale e sociale per sanare la gravissima e insostenibile situazione in cui versano</em>”.</p>



<p>Sono questi alcuni dei passaggi cruciali della proposta di legge sullo scioglimento del matrimonio presentata il 5 giugno 1968 e avente come primo firmatario il deputato socialista Loris Fortuna<sup>2</sup>, in cui si sottolinea la necessità di porre rimedio a una situazione di fatto già molto diffusa. Dopo un burrascoso iter parlamentare, tale proposta, che venne poi combinata con quella firmata da Antonio Baslini, diventa legge il 1 dicembre 1970 (Legge n. 898 “Disciplina dei casi di scioglimento del matrimonio”). Il 18 dicembre 1970, esattamente cinquant’anni fa, la legge entrava in vigore introducendo anche in Italia, così come lo era già in altri paesi europei, l’istituto giuridico del divorzio ma con la peculiarità di far precedere lo scioglimento vero e proprio da una fase di separazione pensata al fine di identificare un periodo in cui poter eventualmente maturare un ripensamento da parte dei coniugi.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’inizio del percorso della legge Fortuna-Baslini</strong></h3>



<p>Proprio la necessità di regolarizzare scioglimenti di fatto già avvenuti negli anni precedenti, come suggeriva Fortuna, porta a un primo picco nel numero di scioglimenti di matrimoni nei due anni successivi l’introduzione della legge sul divorzio. Nel 1971 si registrano 17.134 divorzi e 31.717 nel 1972. Tuttavia, già nel 1974, anno in cui la legge 898 venne definitivamente confermata con la vittoria dei “no” al referendum abrogativo, il numero dei divorzi scende a 10.618, per poi restare su valori contenuti almeno fino alla metà degli anni Ottanta, a dimostrazione di una tendenza di fondo caratterizzata da una bassa propensione alla divorzialità (figura). Fino al 1986 il numero di divorzi annuali resta al di sotto dei 16 mila, cioè meno di 30 ogni 100 mila abitanti. Crescono, invece, in maniera più decisa le separazioni legali, che passano da 12 mila nel 1971 a più di 35 mila nel 1986, pari a più di 50 ogni 100.000 abitanti. Una volta separati legalmente i coniugi non necessariamente procedevano con lo scioglimento effettivo del legame matrimoniale, a causa dei maggiori costi e delle difficoltà procedurali che tendono a incidere in maniera significativa soprattutto quando il divorzio non era consensuale. Se sommiamo i dati sulle separazioni legali a quelli sui divorzi, si ottengono dei valori non molto lontani dalle stime fornite dai proponenti della legge. Infatti, nella sua proposta di legge del 1968, Loris Fortuna evidenziava che “<em>si può facilmente affermare senza tema di smentita, che il numero delle coppie che annualmente distrugge il vincolo matrimoniale sia di fatto non meno di 40 mila</em>”.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="647" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/figura_guetto_impicciatore-1024x647.jpg" alt="" class="wp-image-15722" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/figura_guetto_impicciatore-1024x647.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/figura_guetto_impicciatore-300x190.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/figura_guetto_impicciatore-768x485.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/figura_guetto_impicciatore.jpg 1089w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il boom del 2015</strong></h3>



<p>A partire dalla metà degli anni Ottanta e fino al 2014, la divorzialità in Italia cresce in maniera lenta ma progressiva, ma è nel 2015 che si registra una forte crescita legata a due novità legislative: da un lato il Decreto Legge n. 132 del 2014, che prevede un percorso semplificato per gli scioglimenti consensuali presso lo Stato Civile, e non necessariamente presso i Tribunali; dall’altro l’approvazione del c.d. “divorzio breve” (Legge n. 55 del 2015), che ha ridotto il tempo minimo che deve intercorrere tra separazione e divorzio (da tre anni a sei mesi per le separazioni consensuali, e a un anno per quelle giudiziali). Anche grazie a questi cambiamenti legislativi, la distanza tra il numero di separazioni e il numero di divorzi si è sostanzialmente ridotta. Inoltre, nonostante il ritardo che ha caratterizzato la diffusione del divorzio nel nostro paese, i valori italiani si sono notevolmente avvicinati a quelli dei paesi dell’Europa centro-settentrionale, anche a seguito del recente calo della divorzialità osservato in quell’area. I dati più recenti mostrano circa 1,5 divorzi ogni 1000 abitanti in Italia, mentre il valore medio nei paesi UE è di 1,9.</p>



<p>L’aumento dei divorzi non si deve solo ai mutamenti legislativi, ma è andato di pari passo con il processo di secolarizzazione e cambiamenti nelle opinioni e atteggiamenti. Anzi, gli interventi normativi spesso non hanno fatto che legittimare mutamenti sociali già in corso. Anche per questo motivo, nelle regioni del Sud, e, in misura minore, Veneto e Sardegna, caratterizzate da una più intensa frequenza alla messa, i divorzi sono rimasti a lungo su valori molto più bassi rispetto alla media nazionale. Al contrario, le regioni del Nord non si discostano molto dai valori dei paesi del Centro e Nord Europa. Ciononostante, nel 2016 il 70% degli italiani riteneva fosse giusto per una coppia con un matrimonio infelice poter divorziare, anche in presenza di figli.</p>



<p>A seguito del boom del 2015, è da sottolineare come separazioni e divorzi abbiano raggiunto, in valore assoluto, il numero di matrimoni celebrati annualmente: nel 2018, a fronte di circa 200.000 matrimoni, il numero di separazioni e divorzi è stato pari a circa 180.000. Infatti, parallelamente alla crescita dell’instabilità coniugale si è assistito a profondi cambiamenti nei modi di fare famiglia. In particolare, i dati di figura 1 mostrano una constante riduzione nel numero di matrimoni, dovuta principalmente alla progressiva diffusione delle convivenze, dapprima come passo che precede le nozze e, in seguito, come forma alternativa al matrimonio. In futuro, dunque, è possibile ipotizzare un calo nel numero assoluto di separazioni e divorzi in quanto una quota significativa di scioglimenti delle coppie riguarderà libere unioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il presente sbloccato</strong></h3>



<p>Gli anni Settanta sono stati un periodo di grandi passi avanti nel riconoscimento delle libertà civili e la legge sul divorzio ha rappresentato un importante tassello in questo processo. Nelle parole di Loris Fortuna, essa ha modificato “<em>la legislazione arcaica nel campo del diritto familiare alle mutate condizioni</em>” rispondendo alla necessità “<em>di trovare un rimedio a situazioni completamente bloccate dalla realtà</em>”. Da allora, il Paese ha conosciuto trasformazioni radicali dal punto di vista sociale e culturale per quanto riguarda la composizione, i tempi e i modi di fare (e dirsi) famiglia, ma il legislatore non è stato a guardare. La disciplina delle convivenze di fatto (in particolare, la legge 76/2016, c.d. Legge Cirinnà) è un esempio del necessario rinnovamento del diritto di famiglia di fronte a questi nuovi scenari. Tuttavia, oggi come allora, i cambiamenti nei comportamenti tendono ad andare più veloci delle riforme legislative e molto resta ancora da fare per riallinearli.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><sup>1</sup>Tratto da una proposta di legge del 1901 dell’onorevole Berenini citata nella proposta di legge del 1968 di Loris Fortuna.</p>



<p><sup>2</sup> Una prima proposta di legge era stata presentata da Fortuna il 1 ottobre 1965.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/2020/12/18/scrivi-per-neodemos/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="158" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/Scrivi_sul_divorzio3.png" alt="" class="wp-image-15743" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/Scrivi_sul_divorzio3.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/Scrivi_sul_divorzio3-300x46.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/12/Scrivi_sul_divorzio3-768x119.png 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>
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		<title>Un, due, tre… stella! Come il COVID-19 ha modificato la nostra mobilità</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2020/10/27/un-due-tre-stella-come-il-covid-19-ha-modificato-la-nostra-mobilita/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=un-due-tre-stella-come-il-covid-19-ha-modificato-la-nostra-mobilita</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Roberto Impicciatore]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2020 09:43:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[studio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dopo aver subito un vero e proprio congelamento durante il lockdown della scorsa primavera, la mobilità sul territorio si è profondamente trasformata. Attraverso i dati ... <a title="Un, due, tre… stella! Come il COVID-19 ha modificato la nostra mobilità" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2020/10/27/un-due-tre-stella-come-il-covid-19-ha-modificato-la-nostra-mobilita/" aria-label="Per saperne di più su Un, due, tre… stella! Come il COVID-19 ha modificato la nostra mobilità">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Dopo aver subito un vero e proprio congelamento durante il lockdown della scorsa primavera, la mobilità sul territorio si è profondamente trasformata. Attraverso i dati sugli spostamenti registrati dagli smartphone, Roberto Impicciatore mostra come si sono modificate le abitudini di mobilità degli italiani durante la pandemia e cosa potrebbe restare dei cambiamenti degli ultimi mesi.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Uno degli effetti più eclatanti e visibili della pandemia è stata la forte riduzione della mobilità sul territorio sia tra i paesi, sia al loro interno. La mobilità internazionale ha sperimentato un vero e proprio congelamento globale senza precedenti. Al 31 marzo 2020, più del 90% della popolazione mondiale, ovvero 7,1 miliardi di persone, viveva in paesi con restrizioni sui movimenti legate al COVID-19 e circa 3 miliardi di persone, pari al 39% della popolazione mondiale, vivevano in paesi con confini completamente chiusi a non cittadini e non residenti (<a href="https://www.pewresearch.org/fact-tank/2020/04/01/more-than-nine-in-ten-people-worldwide-live-in-countries-with-travel-restrictions-amid-covid-19/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Pew Research Center, 2020</a>). Ma anche la mobilità all’interno dei singoli paesi è stata fortemente ridimensionata. Le misure restrittive sugli spostamenti unite alle limitazioni volontarie per ridurre il rischio di contrarre il virus, hanno spinto le persone a modificare sostanzialmente le loro abitudini di mobilità. Ma quanto è stato intenso il freno agli spostamenti nel lockdown e com’è cambiata la mobilità degli italiani nella quarantena e nei mesi successivi? &nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Chiediamolo ai nostri smartphone!</strong></h3>



<p>Un modo per rispondere a questa domanda consiste nel guardare ai dati sugli spostamenti registrati dai nostri smartphones. Attraverso la loro geolocalizzazione, <a href="https://www.google.com/covid19/mobility/%20Accesso:%206%20ottobre%202020." target="_blank" rel="noreferrer noopener">Google</a> fornisce periodicamente una stima del numero relativo di visitatori in specifiche categorie di luoghi rispetto a un livello di riferimento (identificato dal valore mediano, calcolato per i vari giorni della settimana, nel periodo compreso tra il 3 gennaio e il 6 febbraio 2020). Le categorie di spostamento considerati sono le seguenti: <em>alimentari e farmacie</em> (negozi di alimentari e magazzini per prodotti alimentari, mercati agricoli, negozi di specialità gastronomiche, parafarmacie e farmacie); <em>parchi</em> <em>e spiagge</em> (parchi locali e nazionali, spiagge pubbliche, porti turistici, aree cani, piazze e giardini pubblici); <em>stazioni e fermate bus </em>(hub del trasporto pubblico, stazioni ferroviarie, della metropolitana e degli autobus); <em>shopping e tempo libero</em> (ristoranti, bar, centri commerciali, parchi a tema, musei, biblioteche e cinema); <em>luoghi di lavoro</em>; <em>zone residenziali</em>.</p>



<p>La figura 1 riporta la serie giornaliera dei dati per ognuna di queste categorie per l’intero territorio nazionale in relazione ai valori medi osservati immediatamente prima lo scoppio dell’epidemia. Per evitare la forte variabilità tra giorni feriali e fine settimane, i grafici riportano le medie mobili centrate su sette giorni consecutivi. L’effetto lockdown è chiaramente visibile in ognuna delle serie riportate. Tuttavia, emergono alcune interessanti differenze. Se escludiamo gli spostamenti verso i parchi e le spiagge, che riprendono velocemente quota nel mese di maggio per poi esplodere, come ampiamente prevedibile, nei mesi estivi e soprattutto nel periodo ferragostano, gli altri spostamenti riprendono più lentamente e, nonostante la bella stagione, non riescono a tornare ai livelli pre-epidemia. Questo è particolarmente evidente per gli spostamenti verso i luoghi di lavoro che, a parte la riduzione, anche questa prevedibile, nel periodo delle ferie agostane, si attesta su livelli che sono all’incirca del 20% inferiori a quelli del periodo di riferimento. E’ questa una misura, con tutti i limiti della fonte utilizzata<sup>1</sup>, dell’effetto da un lato della diffusione dello smart-working e dall’altro, della crisi occupazionale. Un andamento simile si registra per i movimenti verso i luoghi di transito come le stazioni di trasporto pubblico che restano, anche nel mese di settembre, ben al di sotto del livello di gennaio 2020. Al contrario, la mobilità verso i luoghi commerciali e di uso del tempo libero, dopo il tonfo nel lockdown tende lentamente a convergere nei mesi estivi al livello di riferimento. Un discorso simile può essere fatto anche per gli spostamenti verso gli alimentari e le farmacie, i quali, tuttavia, risultando destinazioni spesso obbligate, hanno risentito in misura minore delle restrizioni imposte alla mobilità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1003" height="1024" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/impicciatore_fig1_0ct_2020-1003x1024.jpg" alt="" class="wp-image-15402" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/impicciatore_fig1_0ct_2020-1003x1024.jpg 1003w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/impicciatore_fig1_0ct_2020-294x300.jpg 294w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/impicciatore_fig1_0ct_2020-768x784.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/impicciatore_fig1_0ct_2020.jpg 1036w" sizes="(max-width: 1003px) 100vw, 1003px" /></figure>



<p>Il grafico relativo alle zone residenziali, a differenza degli altri che misurano una variazione nel numero totale di visitatori, considera la stima del numero di ore che le persone hanno trascorso nelle zone residenziali. Dato che le persone trascorrono buona parte della giornata nei luoghi di residenza, il margine di variazione è più limitato. Tuttavia, l’effetto lockdown è evidente, così come il ritorno verso una situazione pre-COVID-19 nel corso dell’estate.</p>



<p>In sostanza, è possibile concludere che, una volta finita la quarantena, siamo tornati a uscire fuori casa e muoverci, in maniera quasi normale, verso i luoghi di vacanza, di svago e di consumo mentre abbiamo limitato gli spostamenti per lavoro e l’utilizzo dei mezzi pubblici.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Cosa resterà di questa pandemia?</strong></h3>



<p>Una mobilità sostenuta è fondamentale per la ripresa dell’economia ma deve fare i conti con un ridotto reddito a disposizione e con un atteggiamento più prudenziale da parte dei cittadini a causa della paura del contatto fisico che appare spesso inevitabile nel trasporto urbano. Ma quanto profondi e duraturi saranno i cambiamenti degli ultimi mesi? <a href="https://www.bcg.com/it-it/publications/2020/how-covid-19-will-shape-urban-mobility" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Un’indagine</a> svolta su un campione di 5.000 residenti nelle principali città degli Stati Uniti, Cina, Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito ha mostrato che durante la quarantena l’utilizzo dei mezzi pubblici è crollato del 60% mentre è aumentato l’utilizzo di bici proprie, un mezzo capace di offrire un’alternativa sana e conveniente alla mobilità limitando il contatto con altre persone e minimizzando il rischio di infezione. Nelle intenzioni di mobilità per il post-lockdown, più del 30% dei rispondenti europei ha manifestato la volontà di utilizzare più frequentemente le camminate o la propria bicicletta. Non a caso, le vendite e le riparazioni di biciclette in Italia, così come in altri paesi europei e negli Usa, stanno vivendo una importante crescita nel 2020. Inoltre, stanno avendo un vero e proprio boom le vendite di e-bike e monopattini elettrici, a conferma di una sempre maggiore propensione a scegliere modalità a “emissioni zero”.</p>



<p>La crisi del Covid-19 è un importante punto di rottura che ha reso possibili limitazioni impensabili solo pochi mesi. Durante il lockdown, il reddito disponibile si è ridotto e gli atteggiamenti dei consumatori sono cambiati, ma gli individui e le famiglie hanno anche adottato pratiche innovative che in alcuni casi possono indicare la strada per trasformazione più durature. Ad esempio, una maggiore flessibilità negli orari di lavoro permette di poter viaggiare in momenti diversi della giornata, con vantaggi immediati riducendo gli affollamenti e il rischio di contagio e, nel lungo termine, limitando il traffico e riducendo i tempi per gli spostamenti. Inoltre, il periodo di transizione che ci troviamo a vivere può costituire un ripensamento delle forme di mobilità con il riavvio dell’economia che si orienti verso l’efficienza energetica, la riduzione dell’inquinamento e forme di mobilità più sostenibili.</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note </strong></h3>



<p><sup>1</sup> Queste informazioni vengono calcolate in base ai dati degli utenti che hanno attivato la Cronologia delle posizioni per il proprio Account Google, pertanto i dati rappresentano un sottoinsieme, non necessariamente rappresentativo, degli utenti di Google.</p>



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<p><strong>Fonte figura 1</strong> <a href="http://www.google.com/covid19/mobility/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://www.google.com/covid19/mobility/</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2020/10/27/un-due-tre-stella-come-il-covid-19-ha-modificato-la-nostra-mobilita/">Un, due, tre… stella! Come il COVID-19 ha modificato la nostra mobilità</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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