L’elevata disoccupazione giovanile e la scarsa partecipazione femminile al lavoro accentuano gli effetti dell’invecchiamento demografico in Italia. Ma cosa succederebbe se il nostro Paese si allineasse agli altri europei su questi due fronti? Roberto Impicciatore e Mattia Capelli propongono alcune simulazioni per stimare quanto aumenterebbe il numero complessivo di occupati se giovani e donne partecipassero al mercato del lavoro con la stessa intensità osservata in altri contesti europei.
L’Italia sta già facendo i conti con l’invecchiamento della popolazione. Oggi, per ogni 100 persone che entrano nel mercato del lavoro, più di 125 ne escono, e il divario è destinato ad allargarsi fino a superare le 168 entro il 2038. Meno persone attive e più anziani significano crescita più lenta, innovazione in calo e maggiore pressione sui settori produttivi e sui sistemi di welfare. A peggiorare la situazione si aggiungono due elementi tipicamente italiani: l’elevata disoccupazione giovanile e la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro. Ma cosa accadrebbe se l’Italia riuscisse ad allinearsi agli altri Paesi europei su questi due fronti? Attraverso alcuni scenari previsivi, proviamo a stimare come cambierebbe il numero complessivo di occupati se giovani e donne partecipassero al mercato del lavoro con la stessa intensità che si osserva altrove in Europa.
Giovani e lavoro
Un ingresso più rapido dei giovani nel mercato del lavoro potrebbe contribuire in modo significativo a mitigare gli effetti dell’invecchiamento della popolazione. Attraverso un semplice esercizio di simulazione1, abbiamo stimato come cambierebbe il numero totale di occupati tra i 15 e i 64 anni se si modificassero i tassi di occupazione giovanile (15-34 anni). Applicando alle proiezioni demografiche dello scenario medio Istat i tassi medi di occupazione giovanile osservati tra il 2018 e il 2022 (assunti come costanti nel tempo), si ottiene una stima del numero complessivo di occupati in Italia fino al 2050, come mostrato in Figura 1. Questi valori possono essere messi a confronto con quelli che si ottengono applicando alla popolazione italiana proiettata i tassi medi di occupazione giovanile (osservati tra il 2018 e il 2022) per l’insieme dei Paesi dell’Unione Europea (UE27) e per due paesi con livelli di occupazione giovanile particolarmente elevati: Germania e Paesi Bassi.

Come è noto, entro il 2030 il numero complessivo di occupati in Italia è destinato a diminuire. Tuttavia, questa riduzione potrebbe essere compensata se l’occupazione giovanile raggiungesse la media dell’UE27. Se entro il 2035 i livelli fossero pari a quelli osservati in Germania, la perdita di lavoratori dovuta all’invecchiamento verrebbe interamente recuperata. E se l’Italia riuscisse ad avvicinarsi ai tassi di occupazione giovanile dei Paesi Bassi, si potrebbe addirittura compensare la riduzione della forza lavoro fino al 2040 e oltre.
Il fattore D
Seguendo un approccio analogo a quello adottato in precedenza, abbiamo stimato il numero complessivo di occupati (uomini e donne) applicando alle proiezioni demografiche dello scenario mediano Istat tassi di occupazione costanti, calcolati come media del periodo 2019–2023. A questo scenario di riferimento abbiamo affiancato uno scenario di “parità di genere”, in cui si ipotizza che i tassi di occupazione femminile siano pari a quelli maschili osservati nel periodo 2019-2023 (Figura 2). In questo scenario di parità di genere nell’occupazione, il numero totale di occupati aumenterebbe notevolmente, mantenendo i livelli attuali di occupati fino agli anni Quaranta.

La Figura 3 presenta invece alcune simulazioni atte a confrontare il numero stimato di occupati in Italia fino al 2050 in tre scenari in cui il numero di occupati è quello che si osserverebbe in Italia se le donne italiane avessero gli stessi tassi di occupazione femminile osservati in Germania, Paesi Bassi e UE27. Il calo dell’occupazione in Italia previsto per il 2030 e il 2035 potrebbe essere compensato se il tasso di occupazione femminile raggiungesse la media dell’UE27. Per neutralizzare completamente la perdita di posti di lavoro entro il 2040, l’Italia dovrebbe raggiungere i livelli tedeschi; mentre, se si arrivasse ai valori più elevati registrati nei Paesi Bassi, si potrebbe compensare la riduzione della forza lavoro fino al 2045.

Margini di manovra
In un Paese che invecchia rapidamente, la prospettiva di una forza lavoro sempre più ridotta sembra ormai inevitabile. Eppure, anche in questo scenario, esistono margini di intervento per invertire, almeno in parte, la tendenza. I semplici esercizi previsivi qui presentati mostrano come sia possibile contenere la riduzione della forza lavoro nei prossimi anni, a condizione di avvicinarsi ai livelli di partecipazione al lavoro registrati in altri Paesi europei.
Di recente, l’Istat ha provato a stimare i tassi di attività potrebbero aumentare nei prossimi 25 anni2, anche grazie ai più elevati livelli d’istruzione. Tale crescita riguarderebbe in particolare la componente femminile, sebbene permarrebbe un ampio divario rispetto agli uomini. L’incremento della partecipazione al lavoro dovrebbe inoltre interessare soprattutto le fasce d’età più mature, mentre avrebbe un impatto più contenuto tra i giovani.
In sostanza, le caratteristiche della popolazione in età da lavoro lasciano supporre un certo ottimismo, ma sarà necessario uno sforzo aggiuntivo per affrontare le criticità occupazionali che coinvolgono donne e giovani, due ambiti che da tempo costituiscono punti di debolezza strutturale del nostro Paese. L’invecchiamento demografico impone di porre la massima attenzione a questi temi. Da un lato, promuovere l’occupazione giovanile favorirebbe una più rapida transizione verso l’autonomia dalla famiglia d’origine e una piena partecipazione sociale, contribuendo al tempo stesso a compensare parte della perdita di lavoratori prevista nei prossimi anni. Dall’altro, un maggiore coinvolgimento delle donne nel mercato del lavoro offrirebbe molteplici benefici: rafforzerebbe l’autonomia femminile, promuoverebbe la parità di genere, migliorerebbe il benessere familiare e ridurrebbe lo spreco di capitale umano e sociale. Al tempo stesso, potrebbe sostenere la natalità e contribuire a compensare in modo più efficace le perdite di forza lavoro dovute all’invecchiamento, rafforzando così la sostenibilità economica complessiva del Paese.
Note
1 I risultati mostrati in quest’articolo derivano da una ricerca finanziata dall’Associazione Prometeia, Bologna.
2 Previsioni delle forze di lavoro al 2050. Base 1.1.2024. Statistiche Focus, 21 ottobre 2025.