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	<title>figli &#8226; Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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	<title>figli &#8226; Neodemos</title>
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		<title>Procreazione medicalmente assistita in Italia: ieri, oggi, domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo De Santis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 08:02:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è in rapida crescita in tutto il mondo e anche in Italia, dove riguarda circa il 4% dei parti. ... <a title="Procreazione medicalmente assistita in Italia: ieri, oggi, domani" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/02/procreazione-medicalmente-assistita-in-italia-ieri-oggi-domani/" aria-label="Per saperne di più su Procreazione medicalmente assistita in Italia: ieri, oggi, domani">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è in rapida crescita in tutto il mondo e anche in Italia, dove riguarda circa il 4% dei parti. Per l’azione congiunta di molti fattori (aumento al ricorso, ritardo nella fecondità, facilitazioni legislative e abbattimento di costi) il fenomeno potrebbe crescere ancora e attestarsi tra l’8 e il 15% verso metà secolo. Forse troppo, come notano Gustavo De Santis, Alessandra Burgio, Cinzia Castagnaro, Daniele Vignoli e Agnese Vitali</em>.</p>



<p class="has-drop-cap">In Italia, il ricorso alla PMA, o procreazione medicalmente assistita, è in crescita, e si stima che ormai interessi oltre il 4% dei parti (fig. 1), con quote ben più alte, ovviamente, per le neo madri più anziane (Burgio et al 2025a,b). Beninteso, la crescita si osserva in tutto il mondo, almeno laddove i dati sono disponibili, pur se i confronti sono difficili, perché non sempre i contesti sono comparabili, le definizioni analoghe, e le rilevazioni esaustive e affidabili. In ogni caso, il fenomeno è globale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="438" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--1024x438.jpg" alt="" class="wp-image-24657" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--1024x438.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--300x128.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--768x328.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>I motivi sono tanti, ma i principali sono i seguenti:</p>



<p>1) la posticipazione della procreazione. Con riferimento all’Italia, ad esempio, si può notare nella fig. 1 che l’età media delle madri al parto, che già era elevata nel 2002 (30,5 anni) è da allora ulteriormente cresciuta fino a 32,6 anni nel 2024 (e 32,7 stimati nel 2025), nonostante il bassissimo numero di figli per donna, sceso (stabilmente?) a meno di 1,2. Anche in epoca storica l’età media al parto era relativamente elevata, ma ciò era dovuto al fatto che le donne facevano molti figli, e gli ultimi, di ordini elevati, nascevano forzatamente in età “mature”. La differenza è che oggi si diventa madri in età molto avanzata, con un’età media alla nascita del <em>primo</em> figlio che sfiora ormai i 32 anni (in crescita). Questo ritardo alla partenza rende difficile raggiungere il numero di figli desiderato spingendo sempre più coppie a cercare aiuto nella medicina e nella tecnologia;</p>



<p>2) il miglioramento delle tecniche mediche, un po’ meno invasive per le donne rispetto al passato, seppur ancora impegnative, e più efficaci, caratterizzate da tassi di successo mediamente crescenti (v. ad es. Cozzani et al 2025);</p>



<p>3) la crescente accettabilità e democratizzazione tra gruppi sociali e territori di interventi di questo tipo, dovuta in parte alla loro stessa crescente diffusione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Diritti, costi e definizioni</strong></h3>



<p>Almeno altri tre elementi giocano un ruolo importate in questo campo. Il primo è ciò che è consentito. In Italia, la PMA è regolata dalla legge 40 del 2004, le cui maglie, inizialmente molto strette, sono state successive allargate da sentenze della Corte Costituzionale, che, ad esempio, hanno rimosso il limite di produrre al massimo tre embrioni e consentito la crioconservazione degli embrioni, la fecondazione eterologa e la diagnosi genetica preimpianto.&nbsp;</p>



<p>Il secondo è legato al costo dell’operazione. In Italia, dal 31 dicembre 2024, la PMA è inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza: i trattamenti omologhi sono gratuiti, quelli eterologhi calmierati a circa 1.500€, e l’accesso è garantito fino ai 46 anni della donna. Al di fuori di questa rete “protetta” (ma limitata, e con lunghe file d’attesa, come ormai in tutti i campi della sanità pubblica), il costo degli interventi è decisamente più alto, stimabile a circa 5.000€, pur se con altissima variabilità, in funzione dei centri cui ci si rivolge e del tipo di intervento.</p>



<p>Infine, bisogna prestare attenzione alle definizioni: qui intendiamo PMA in senso ampio, riferendoci a qualunque intervento volto a favorire le nascite, e quindi non solo trattamenti di riproduzione assistita (ART) come la fecondazione in vitro (FIV), l&#8217;iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI), la diagnosi genetica preimpianto e la crioconservazione di embrioni e gameti, ma anche l&#8217;inseminazione assistita e i trattamenti ormonali come ad esempio l&#8217;induzione dell&#8217;ovulazione.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>E in futuro?</strong></h3>



<p>Alla luce della crescita recente del fenomeno, che in Italia è documentabile con un minimo di precisione solo dal 2013, in una recente pubblicazione ci siamo chiesti che cosa ci fosse da attendersi per il prossimo futuro (Burgio et al 2026). In tale esercizio di proiezione ci sono almeno tre componenti da tenere sotto controllo.</p>



<p>Il primo è l’evoluzione della propensione a usare la PMA, che, come è intuibile e come mostra la fig. 2, dipende molto dall’età della donna (e anche da altri fattori, come ad es. l’ordine di nascita, che però, per semplicità, abbiamo ignorato). Per le nostre previsioni abbiamo introdotto tre scenari evolutivi (linearmente) fino al quinquennio 2045–49:</p>



<p><strong>N</strong>: nessuna crescita della propensione (mantenimento dei valori osservati/stimati nel 2023)</p>



<p><strong>M</strong>: crescita, ma moderata, e cioè rallentata rispetto alla crescita del periodo 2013–23</p>



<p><strong>R</strong>: crescita rapida, agli stessi ritmi del periodo 2013–23</p>



<p>Il secondo elemento è l’evoluzione dell’età media al parto: come si intuisce dalla fig. 2, più le future madri in Italia ritarderanno la loro fecondità, più il fenomeno della PMA si diffonderà. Anche in questo caso abbiamo previsto gli stessi tre scenari di crescita: N (nessuna), M (moderata) e R (rapida).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="460" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-1024x460.jpg" alt="" class="wp-image-24658" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-1024x460.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-300x135.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-768x345.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Il terzo elemento è la distribuzione per età delle future donne in età riproduttiva: più saranno mature, più a far figli saranno donne di età elevata e quindi con forte probabilità di ricorso alla PMA. In questo caso ci siamo basati sulle <a href="https://demo.istat.it/app/?i=PPR&amp;l=it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">previsioni Istat della popolazione residente</a>.<br>I risultati di questo esercizio sono riassunti nella tab. 1.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="283" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-1024x283.jpg" alt="" class="wp-image-24659" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-1024x283.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-300x83.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-768x212.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Quel che emerge è che l’invecchiamento della popolazione (cioè, delle potenziali madri) dovrebbe pesare poco o nulla, perché la struttura per età delle donne in età riproduttiva è già oggi molto anziana. In questo scenario “NN” (nessuna crescita dei due fattori considerati, età media al parto e propensione al ricorso alla procreazione medicalmente assistita) la quota delle nascite con PMA al 2045–49 dovrebbe essere intorno al 4,3%, praticamente come oggi.</p>



<p>Gli altri due fattori considerati, però, ragionevolmente non resteranno costanti ai livelli osservati nel 2023, ma continueranno a crescere. I loro effetti dovrebbero essere comparabili, come si vede al di fuori della diagonale principale della tabella. Nel caso di scenario “MM”, e cioè di crescita moderata di entrambi, la quota delle nascite PMA potrebbe raddoppiare rispetto a oggi, e arrivare all’8%. E nel caso “RR” di crescita rapida di entrambi (età media al parto e ricorso alla PMA), globalmente, i nati con PMA potrebbero salire fino al oltre il 15%.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong><strong>PMA: opportunità o incentivo al rinvio?</strong></strong></h3>



<p>Questi risultati vanno presi con molta cautela, evidentemente. Ma ci dicono che siamo avviati su una strada di crescente medicalizzazione delle nascite, conseguente anche al patologico ritardo dell’entrata in gravidanza. Questo comporta aumento di costi, di stress individuale, di pressione sul sistema sanitario (pubblico e privato), e, a causa dell’età genitoriale avanzata, anche di rischi per la salute, per la madre e per il bambino (a questo fine, le età ideali per la gravidanza pare che siano quelle tra 26 e 30 anni, almeno secondo Huang et al 2025). Lo stesso inserimento della PMA nei Livelli Essenziali di Assistenza può rappresentare un’arma a doppio taglio, soprattutto se non è accompagnato da adeguate campagne informative sulla salute riproduttiva e sugli effetti dell’età sulla fertilità, sia femminile sia maschile. Da un lato, infatti, garantire l’accesso alla PMA è fondamentale per aiutare le coppie con problemi di infertilità ad avere i figli desiderati; dall’altro, presentarla implicitamente come una soluzione sempre disponibile ed efficace potrebbe alimentare una falsa rassicurazione e favorire ulteriori rinvii: «tanto c’è la PMA». Ma la PMA non annulla i limiti biologici legati all’età. La letteratura medica mostra che, nelle donne, la fertilità comincia a diminuire già verso la fine dei vent’anni, cala più rapidamente dopo i 35 e si riduce in modo particolarmente marcato intorno ai 37-38 anni; negli uomini, il declino inizia verso la fine dei trent’anni e diventa più significativo tra i 40 e i 45 anni.</p>



<p>Aiutare i casi singoli di difficile conseguimento della genitorialità è un conto, ma il sostegno della fecondità in Italia, se lo si vuole attuare, richiede un cambio di direzione, a cominciare dall’età al primo figlio, che, con le giuste condizioni e prospettive di vita per i giovani, dovrebbe cominciare a scendere, e non di poco.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Burgio A, Castagnaro C, De Santis G, Vignoli D, Vitali A (2026) The future of births via medically assisted reproduction in Italy: Scenarios to 2050, <em>PLoS One</em> 21(7): e0354135. <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0354135">https://doi.org/10.1371/journal.pone.0354135</a></p>



<p>Burgio A, Castagnaro C, Vignoli D, Vitali A (2025a) The contribution of medically assisted reproduction to total, age-, and parity-specific fertility in Italy. <em>Human Reproduction</em> 40(10):1972–1979. <a href="https://doi.org/10.1093/humrep/deaf137">https://doi.org/10.1093/humrep/deaf137</a></p>



<p>Burgio A, Castagnaro C, Vignoli D, Vitali A (2025b) <a href="https://www.neodemos.info/2025/10/21/la-procreazione-medicalmente-assistita-una-via-aperta-alla-genitorialita/">La procreazione medicalmente assistita: una via aperta alla genitorialità</a>, <em>Neodemos</em>, </p>



<p>Cozzani M et al (2025) Socioeconomic differences in ART treatment success: Evidence from Italy. <em>Demographic Research</em> 53(20): 611–628. <a href="https://doi.org/10.4054/DemRes.2025.53.20">https://doi.org/10.405.4/DemRes.2025.53.20</a></p>



<p>Huang L, Sauve R, Birkett N, Fergusson D, van Walraven C (2014) Risk Assessment of Adverse Birth Outcomes in Relation to Maternal Age. PLOS ONE, 9(12): e114843. <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0114843">https://doi.org/10.1371/journal.pone.0114843</a>&nbsp;</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Figli e famiglie nel XXV Rapporto dell’INPS</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/07/17/figli-e-famiglie-nel-xxv-rapporto-dellinps/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=figli-e-famiglie-nel-xxv-rapporto-dellinps</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Neodemos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Jul 2026 09:23:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[INPS]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La XXV edizione del Rapporto Inps, appena pubblicata, contiene un interessante capitolo sull’effetto dell’introduzione dell’Assegno Unico Universale sulla fecondità e sull’offerta di lavoro delle donne. ... <a title="Figli e famiglie nel XXV Rapporto dell’INPS" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/07/17/figli-e-famiglie-nel-xxv-rapporto-dellinps/" aria-label="Per saperne di più su Figli e famiglie nel XXV Rapporto dell’INPS">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La XXV edizione del Rapporto Inps, appena pubblicata, contiene un interessante capitolo sull’effetto dell’introduzione dell’Assegno Unico Universale sulla fecondità e sull’offerta di lavoro delle donne.<strong> </strong>Effetti minimi, per ora, ma rivelatori delle difficoltà d’intervento nei comportamenti riproduttivi della popolazione.</em></p>



<p class="has-drop-cap"><em>Nel 2025 l’INPS, il gigante previdenziale dell’Italia, ha erogato prestazioni per un totale di 425 miliardi di euro pari a quasi un quinto del PIL del paese (18,8% per la precisione). E non si tratta solamente di pensionati, che pure sono 16,2 milioni (il 27% della popolazione), ma anche di persone che ricevono sostegni, sussidi, contributi perché fragili, disabili, in condizioni di grave povertà e precarietà. Spetta all’INPS il compito di gestire la componente maggiore del sistema di welfare del paese. Il XXV Rapporto<sup>1</sup> analizza con precisione, profondità ed equilibrio, molti aspetti della società italiana, assai meglio di quanto non facciano gli innumeri rapporti settoriali o globali che gremiscono l’web. Stupisce la scarsa attenzione ai suoi contenuti dei media, e di coloro che alimentano il dibattito culturale e politico sulle sorti della nostra società. </em><br><em>In questa uscita, Neodemos riporta alcune passaggi del Rapporto riguardanti l’Assegno Unico e Universale per i figli (AUU)<sup>2</sup>, una misura utile per sostenere la zoppicante demografia del nostro paese. Nell’introduzione, il Presidente dell’INPS, Gabriele Fava, scrive:</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’AUU, componente esile, ma significativa, del sistema<sup>3</sup>&nbsp;</strong></h3>



<p>La principale misura di sostegno alle famiglie con figli a carico ha erogato, nel 2025, prestazioni per 19,8 miliardi di euro, un livello di spesa sostanzialmente in linea con quello registrato nell’anno precedente. Sul versante dei beneficiari si osserva un lieve ridimensionamento della platea, con una contrazione sia del numero di nuclei familiari raggiunti dalla misura (6,3 milioni, a fronte dei 6,4 milioni del 2024), sia del numero di figli destinatari dell’assegno (circa 10 milioni rispetto ai 10,1 milioni dell’anno precedente). Anche gli importi medi mensili per nucleo risultano stabili, attestandosi in entrambi gli anni su 274 euro (Tabella 2.1), in ragione del contenuto tasso di adeguamento al costo della vita applicato nel 2025, pari a +0,8% per la perequazione degli importi base e delle maggiorazioni, nonché delle fasce ISEE.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella_2.1.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="451" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella_2.1-1024x451.jpg" alt="" class="wp-image-24346" style="width:960px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella_2.1-1024x451.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella_2.1-300x132.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella_2.1-768x339.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella_2.1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="366" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella-2.2-Take-up-2025-dellAUU-per-area-geografi-1-1024x366.jpg" alt="" class="wp-image-24354" style="width:954px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella-2.2-Take-up-2025-dellAUU-per-area-geografi-1-1024x366.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella-2.2-Take-up-2025-dellAUU-per-area-geografi-1-300x107.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella-2.2-Take-up-2025-dellAUU-per-area-geografi-1-768x275.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Tabella-2.2-Take-up-2025-dellAUU-per-area-geografi-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>La valutazione dell’effetto dell’introduzione dell’AUU sulla fecondità&nbsp;</strong></h3>



<p>&nbsp;&nbsp;Al fine di considerare un campione di donne che effettivamente possano scegliere di avere un secondo figlio nel periodo considerato (luglio 2020-giugno2024), abbiamo limitato il campione alle madri che avevano un solo figlio prima dell’annuncio della riforma e di età non superiore a 10 anni. Inoltre, abbiamo ristretto l’analisi alle madri che hanno avuto almeno un’occupazione tra il 2012 e il 2019, così da distinguere eventuali aggiustamenti dell’offerta di lavoro dall’ingresso per la prima volta nell’occupazione.<br>Quando esaminiamo la risposta alla riforma in termini di fecondità, riscontriamo un effetto positivo e statisticamente significativo esclusivamente nel confronto tra il terzo e il secondo quintile dell’ISEE. Per questo gruppo, l’aumento della generosità del beneficio indotto dalla riforma determina un incremento di 0,5 punti percentuali nella probabilità di avere un secondo figlio nel medio periodo, ossia a partire da un anno dopo settembre 2022.<br>Al contrario, non emergono effetti statisticamente significativi nel confronto tra il primo e il secondo quintile, né nei confronti tra gruppi caratterizzati da un’intensità di trattamento più elevata. Sebbene le stime puntuali per la parte alta della distribuzione dell’ISEE siano generalmente dello stesso segno, esse risultano di entità più contenuta e stimate con scarsa precisione.<br>Questo andamento suggerisce che la risposta della fecondità alla riforma non sia lineare rispetto all’importo del trasferimento. Una possibile interpretazione è che tra le famiglie con ISEE molto basso, l’aumento potrebbe non essere sufficiente a superare vincoli economici particolarmente stringenti; tra quelle con ISEE più elevato, invece, tali vincoli sono meno rilevanti e il trasferimento aggiuntivo non modifica in modo sostanziale le decisioni di fecondità. Di conseguenza, reagiscono principalmente le famiglie per le quali l’incremento del trasferimento è abbastanza consistente da allentare effettivamente i vincoli finanziari.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Assegno Unico e offerta di lavoro</strong></h3>



<p>Per isolare le risposte in termini di offerta di lavoro al beneficio economico derivante dall’AUU dagli effetti legati alla fecondità, abbiamo condotto un’analisi complementare su un campione di madri più anziane, ormai fuori dal principale periodo fertile (di almeno 46 anni al momento dell’annuncio della riforma e già madri di uno o più figli, senza limiti sull’età del figlio maggiore). Su questo campione non emergono effetti né sul margine estensivo (probabilità di lavorare) né su quello intensivo, confermando che le variazioni occupazionali osservate nell’analisi principale sono strettamente legate alle fasi del ciclo di vita in cui fecondità ed esigenze legate ai figli assumono maggiore rilevanza.</p>



<p>I risultati che abbiamo illustrato hanno importanti implicazioni per la progettazione e la valutazione delle politiche familiari. Emerge, infatti, che i trasferimenti monetari legati ai figli possono stimolare la fecondità tra le famiglie con vincoli finanziari, ma possono anche ridurre l’offerta di lavoro materna lungo margini sensibili al reddito <em>non</em> da lavoro. Le politiche volte a contrastare la bassa fecondità e la scarsa partecipazione femminile al mercato del lavoro dovrebbero, quindi, tenere conto delle risposte eterogenee e dei possibili <em>trade-off </em>tra i diversi margini di aggiustamento, invece di basarsi esclusivamente sugli effetti medi.</p>



<p><em>Il rapporto dell’INPS certifica che l’AUU non è certo la panacea per l’asfittica demografia del paese. Le risorse messe in campo sono relativamente modeste (il 4,7% del totale delle prestazioni), gli effetti misurati sulla fecondità minimi (per ora, occorrerà attendere del tempo); il rischio di pesare negativamente sull’offerta di lavoro femminile non trascurabile. Perché, come realisticamente si dice nella relazione introduttiva, il sostegno alla natalità “richiede un ecosistema fatto di lavoro stabile, salari adeguati, servizi all’infanzia, congedi, flessibilità, parità di genere, accessibilità digitale, prossimità territoriale [dei servizi] e cultura della condivisione”. Vero: ma il fatto positivo è che si è messo ordine nella iniqua giungla delle misure a favore di famiglie e figli, e che giovani donne e giovani uomini sono adesso informati che possono contare su un sostegno stabile (anche se molto modesto) ai loro programmi riproduttivi.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong><br></h3>



<p>&nbsp;<sup>1</sup>INPS, <a href="https://www.inps.it/it/it/dati-e-bilanci/rapporti-annuali/xxv-rapporto-annuale.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rapporto Annuale – XXV, Roma, luglio 2026.</a></p>



<p><sup>2</sup> Introdotto nel 2021 (legge n. 46/2021). L’Assegno unico e universale è un sostegno economico alle famiglie attribuito per ogni figlio a carico fino al compimento dei 21 anni (al ricorrere di determinate condizioni) e senza limiti di età per i figli disabili. L’importo spettante varia in base alla condizione economica del nucleo familiare sulla base di ISEE valido al momento della domanda.</p>



<p><sup>3</sup>INPS, <em>Rapporto</em>, cit. Le citazioni sono tratte dal Cap. 2, pp. 152-164.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Alessandro Rosina (neodemos 2021) E-book &#8211; <a href="https://www.neodemos.info/2021/09/10/lassegno-unico-e-universale-per-i-figli-un-e-book-sulla-novita-italiana-e-il-contesto-europeo/">L’assegno unico e universale per i figli: un e-book sulla novità italiana e il contesto europeo</a><br></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/07/17/figli-e-famiglie-nel-xxv-rapporto-dellinps/">Figli e famiglie nel XXV Rapporto dell’INPS</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Prima la casa, poi i figli? In Italia la proprietà resta un prerequisito della genitorialità</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Gallo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Jul 2026 08:50:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comprare casa resta una tappa fondamentale del percorso verso la genitorialità in Italia. Alessandro Gallo e Daniele Vignoli mostrano che la proprietà dell’abitazione continua a ... <a title="Prima la casa, poi i figli? In Italia la proprietà resta un prerequisito della genitorialità" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/07/10/prima-la-casa-poi-i-figli-in-italia-la-proprieta-resta-un-prerequisito-della-genitorialita/" aria-label="Per saperne di più su Prima la casa, poi i figli? In Italia la proprietà resta un prerequisito della genitorialità">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Comprare casa resta una tappa fondamentale del percorso verso la genitorialità in Italia. Alessandro Gallo e Daniele Vignoli mostrano che la proprietà dell’abitazione continua a essere un prerequisito cruciale per avere figli, ma che il suo acquisto è sempre più appannaggio di chi dispone di adeguate risorse economiche.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Negli ultimi anni il dibattito sulla bassa fecondità si è concentrato soprattutto sull&#8217;incertezza lavorativa e sulle difficoltà economiche dei giovani. Molto meno si è parlato di un altro possibile ostacolo: la casa. Eppure, in un Paese come l&#8217;Italia, dove circa il 74% delle famiglie possiede una casa di proprietà e il mercato degli affitti risulta poco attrattivo, l&#8217;accesso alla casa rappresenta spesso una tappa obbligata prima di mettere al mondo un figlio, il che tende a causare ritardi nella fecondità.</p>



<p>E’ un tema che abbiamo affrontato in un recente studio (Gallo e Vignoli, 2025) utilizzando il panel biennale prodotto dall&#8217;Indagine sui Bilanci delle Famiglie Italiane della Banca d&#8217;Italia, e analizzando in particolare il rapporto tra nascite e incidenza delle spese per l&#8217;abitazione nel periodo 1998-2016. Lo studio considera circa 6300 coppie eterosessuali, di età compresa tra i 18 e il 54 anni per gli uomini e 18 e 45 per le donne. Le nascite sono misurate considerando le variazioni della composizione familiare nel biennio: se tra una rilevazione e la successiva si riscontra un aumento del numero di componenti, e il nuovo componente ha meno di 2 anni, allora è considerata come nuova nascita. Le spese abitative sono state misurate considerando l’incidenza relativa sul reddito di una serie di spese come le rate del mutuo, le spese di manutenzione straordinaria dell’abitazione, delle bollette, dell’affitto. Per quest’ultimo, si tiene anche conto di eventuali ritardi nel pagamento. Alla fine, la misura si traduce in due categorie: spese abitative alte, oppure basse o moderate, per i dettagli sulla misurazione delle&nbsp;spese abitative&nbsp;rimandiamo a Gallo e Vignoli (2025). In sede di analisi, il modello controlla per le caratteristiche strutturali delle famiglie, considerate all’inizio del biennio, e cioè prima alla nascita.<br>Un elemento di originalità dello studio è l&#8217;attenzione alle spese per la casa, una dimensione che la letteratura precedente ha per lo più analizzato indirettamente, attraverso indicatori come il titolo di godimento dell&#8217;alloggio o il prezzo degli immobili.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Spendere di più per la casa non significa rinunciare ai figli…</strong></h3>



<p>L&#8217;idea originaria era che una casa costosa sottragga risorse economiche alla famiglia, costringendo le coppie a rinunciare a qualcosa, o almeno a rimandare: la scelta di avere figli sarebbe tra le opzioni “sacrificabili”. I risultati però raccontano una storia diversa. Le famiglie che sostengono spese elevate per l&#8217;abitazione sono proprio quelle che hanno una probabilità maggiore di avere un figlio nel biennio successivo: il 15,1%, considerando una probabilità media base di 8,9%.<br>Questo risultato non significa che le spese per la casa favoriscano direttamente la fecondità. Piuttosto, suggerisce che molte coppie investono nella propria abitazione in previsione dell&#8217;arrivo di un figlio. L&#8217;acquisto della casa, un mutuo più impegnativo o lavori di ristrutturazione rappresentano spesso investimenti effettuati prima della nascita per prepararsi all’arrivo di un figlio.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>…ma solo se si è proprietari</strong></h3>



<p>Il risultato più interessante emerge analizzando quali sono le coppie che affrontano alte spese abitative: distinguendole tra proprietari e affittuari. Tra le coppie con alte spese abitative, i proprietari hanno una probabilità sostanzialmente e significativamente più alta di avere un figlio nel biennio successivo (circa il 17,5%) rispetto agli affittuari (9%). Tra le coppie a più bassa spesa abitativa invece,  la differenza tra proprietari e affittuari scompare.<br></p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1.-Probabilita-previste-di-avere-un-figlio-nel-biennio-successivo.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="653" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1.-Probabilita-previste-di-avere-un-figlio-nel-biennio-successivo-1024x653.jpg" alt="" class="wp-image-24319" style="width:975px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1.-Probabilita-previste-di-avere-un-figlio-nel-biennio-successivo-1024x653.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1.-Probabilita-previste-di-avere-un-figlio-nel-biennio-successivo-300x191.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1.-Probabilita-previste-di-avere-un-figlio-nel-biennio-successivo-768x490.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1.-Probabilita-previste-di-avere-un-figlio-nel-biennio-successivo.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p><br>Questo conferma quanto il modello italiano rimanga fortemente centrato sulla proprietà dell&#8217;abitazione. Per molte coppie la casa di proprietà continua a rappresentare una condizione di sicurezza economica e familiare che precede (e in alcuni casi preclude) la decisione di diventare genitori.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una possibilità riservata ai più abbienti</strong></h3>



<p>Sembra però che questo valga solo per le coppie che possono permetterselo. L&#8217;associazione positiva tra le spese abitative e nascite riguarda soprattutto le famiglie con un patrimonio sufficientemente elevato. Solo chi dispone delle risorse necessarie riesce infatti a sostenere contemporaneamente gli elevati costi dell&#8217;abitazione e quelli legati all&#8217;arrivo di un figlio.&nbsp;<br>Per molte giovani coppie, invece, il percorso è molto diverso: senza risorse accumulate o aiuti familiari, acquistare una casa diventa sempre più difficile e, di conseguenza, anche il progetto di avere figli viene rinviato.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le implicazioni per le politiche</strong></h3>



<p>Negli ultimi anni il dibattito sulla denatalità si è concentrato soprattutto sugli assegni alle famiglie o sugli incentivi economici alla natalità. I nostri risultati suggeriscono che le politiche abitative meritano maggiore attenzione. Se la proprietà della casa continua a rappresentare un prerequisito per la formazione della famiglia, facilitare l&#8217;accesso all&#8217;abitazione — attraverso un mercato degli affitti più efficiente, mutui più accessibili o interventi per migliorare l&#8217;accessibilità abitativa dei giovani — potrebbe contribuire oltre che al benessere delle coppie anche a sostenere la natalità. In altre parole, in Italia il percorso verso la genitorialità continua spesso a passare dalla casa.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Gallo Alessandro, Vignoli&nbsp;Daniele (2025).&nbsp;Housing Expenditure and Births in Italy.&nbsp;<em>Population, Space, and Place</em>, 31(8), e70131. &nbsp;<a href="https://doi.org/10.1002/psp.70131">https://doi.org/10.1002/psp.70131</a></p>



<p>Istat (2026). Statistics Today: <em>Aumentano le abitazioni occupate da residenti.</em> <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/02/Abitazioni-occupate-Anni-2021-2023.pdf">https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/02/Abitazioni-occupate-Anni-2021-2023.pdf</a></p>
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		<title>Figli desiderati, figli mancati: le ragioni dell’ampio divario riproduttivo in Italia</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/06/26/figli-desiderati-figli-mancati-le-ragioni-dellampio-divario-riproduttivo-in-italia/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=figli-desiderati-figli-mancati-le-ragioni-dellampio-divario-riproduttivo-in-italia</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Agnese Vitali]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Jun 2026 08:14:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[fecondità]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I risultati dall’indagine WelFerPoli indicano che il divario tra fecondità desiderata e fecondità realizzata rimane ampio in Italia e mostrano anche un divario tra l’età ... <a title="Figli desiderati, figli mancati: le ragioni dell’ampio divario riproduttivo in Italia" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/06/26/figli-desiderati-figli-mancati-le-ragioni-dellampio-divario-riproduttivo-in-italia/" aria-label="Per saperne di più su Figli desiderati, figli mancati: le ragioni dell’ampio divario riproduttivo in Italia">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>I risultati dall’indagine WelFerPoli indicano che il divario tra fecondità desiderata e fecondità realizzata rimane ampio in Italia e mostrano anche un divario tra l’età desiderata e l’età effettiva al primo figlio. Barriere di tipo economico, politiche familiari insufficienti e condizioni abitative inadeguate sono state le ragioni più frequentemente riportate per il mancato raggiungimento del numero di figli desiderato.&nbsp;&nbsp;</em></p>



<p class="has-drop-cap">L&#8217;incapacità di realizzare le proprie aspirazioni riproduttive, ovvero di scegliere quanti figli avere e quando averli, è stata recentemente riconosciuta dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione come &#8220;la vera crisi della fecondità&#8221; (UNFPA, 2025).</p>



<p>Nei contesti a bassissima fecondità come l&#8217;Italia, le aspirazioni insoddisfatte sono principalmente legate alla fecondità non realizzata, ovvero all&#8217;avere meno figli di quanti se ne desiderino o all&#8217;essere involontariamente senza figli (UNFPA, 2025). Sorprendentemente, nonostante l’evidenza empirica suggerisca che il divario tra fecondità desiderata ed effettiva in Italia sia il più alto d’Europa (Beaujouan &amp; Berghammer, 2019), questo divario rimane ancora poco studiato. Per sopperire a questa mancanza, nell’ambito del progetto “WelFerPoli – Wellbeing and Fertility Policies”, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca, abbiamo raccolto dati su un campione rappresentativo&nbsp; di circa 6.000 individui di età compresa tra i 25-49 anni, nati e residenti in Italia<sup>1</sup>.&nbsp;</p>



<p>I risultati dell’indagine WelFerPoli indicano che solo una minoranza (16%) di donne e uomini in età 25-49 anni in Italia non vede i figli come parte del proprio progetto di vita, la maggioranza (68%) di rispondenti vorrebbe averne due o addirittura di più. Il numero medio di figli desiderato è pari a circa a 1,8 tra i rispondenti di età pari o superiore a 35 anni, e scende a 1,6 tra i rispondenti di età compresa tra 25 e 29 anni.&nbsp;</p>



<p>Questo desiderio di genitorialità non sempre si traduce in realtà. Anche se, nel nostro campione, il numero medio di figli desiderato è inferiore alla norma diffusa di 2 figli, supera di gran lunga il tasso di fecondità delle donne italiane, pari a 1,11 figli per donna nel 2024. Nella fascia d&#8217;età 45-49 anni, ovvero verso la fine della loro vita riproduttiva, il 53,4% delle donne e il 55,3% degli uomini ha dichiarato di avere meno figli di quanti ne desiderasse e il divario tra fecondità desiderata e reale corrisponde a 0,8 figli per gli uomini e 0,7 per le donne (Figura 1). Le nostre analisi mostrano anche che il 10,3% dei genitori dichiara di aver avuto più figli di quanti ne desiderasse. Questo fenomeno sembra più diffuso tra gli uomini e aumenta con il numero di figli avuti.&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Numero-medio-desiderato-ed-effettivo-di-figli-per-fascia-deta-donne-e-uomini.-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="614" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Numero-medio-desiderato-ed-effettivo-di-figli-per-fascia-deta-donne-e-uomini.--1024x614.jpg" alt="" class="wp-image-24269" style="width:897px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Numero-medio-desiderato-ed-effettivo-di-figli-per-fascia-deta-donne-e-uomini.--1024x614.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Numero-medio-desiderato-ed-effettivo-di-figli-per-fascia-deta-donne-e-uomini.--300x180.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Numero-medio-desiderato-ed-effettivo-di-figli-per-fascia-deta-donne-e-uomini.--768x460.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Numero-medio-desiderato-ed-effettivo-di-figli-per-fascia-deta-donne-e-uomini.-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>Abbiamo poi misurato, per la prima volta, anche un divario sostanziale tra l’età desiderata e quella effettiva al primo figlio. Il 65% delle madri e il 47% dei padri che hanno avuto il primo figlio tra i 30 e 34 anni dichiara che avrebbe voluto averlo prima, e la percentuale aumenta all’aumentare dell’età: il 96% delle madri e il 95% dei padri che hanno avuto il primo figlio tra i 40 e i 44 anni avrebbe voluto avere figli in età più giovane. La metà dei rispondenti senza figli inoltre avrebbe desiderato avere figli in precedenza (Figura 2).&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-2-Divario-temporale-tra-A-leta-effettiva-e-leta-desiderata-al-primo-figlio-tra-genitori-e-B-.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="975" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-2-Divario-temporale-tra-A-leta-effettiva-e-leta-desiderata-al-primo-figlio-tra-genitori-e-B--1024x975.jpg" alt="" class="wp-image-24270" style="width:938px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-2-Divario-temporale-tra-A-leta-effettiva-e-leta-desiderata-al-primo-figlio-tra-genitori-e-B--1024x975.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-2-Divario-temporale-tra-A-leta-effettiva-e-leta-desiderata-al-primo-figlio-tra-genitori-e-B--300x286.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-2-Divario-temporale-tra-A-leta-effettiva-e-leta-desiderata-al-primo-figlio-tra-genitori-e-B--768x732.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-2-Divario-temporale-tra-A-leta-effettiva-e-leta-desiderata-al-primo-figlio-tra-genitori-e-B-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>I risultati dell’indagine WelFerPoli confermano quelli dell’Indagine Istat (2025, 2026) Famiglia e Soggetti Sociali: i fattori economici e lavorativi, le politiche familiari insufficienti e le condizioni abitative inadeguate sono le ragioni più frequentemente riportate per il mancato raggiungimento del numero di figli desiderato.&nbsp; In diverse fasi della vita, poi, emergono anche ulteriori motivazioni (Figura 3): tra i più giovani, la mancanza di un/a partner e una generale sensazione di incertezza sul futuro; al crescere dell’età diventano sempre più importanti anche motivi legati all’età e alla salute (e quindi all’infertilità).&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-3-Motivi-per-cui-non-si-e-ancora-raggiunto-il-numero-di-figli-desiderato.jpg" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="563" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-3-Motivi-per-cui-non-si-e-ancora-raggiunto-il-numero-di-figli-desiderato-1024x563.jpg" alt="" class="wp-image-24271" style="width:880px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-3-Motivi-per-cui-non-si-e-ancora-raggiunto-il-numero-di-figli-desiderato-1024x563.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-3-Motivi-per-cui-non-si-e-ancora-raggiunto-il-numero-di-figli-desiderato-300x165.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-3-Motivi-per-cui-non-si-e-ancora-raggiunto-il-numero-di-figli-desiderato-768x422.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-3-Motivi-per-cui-non-si-e-ancora-raggiunto-il-numero-di-figli-desiderato.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>I risultati dell’indagine WelFerPoli suggeriscono che, in Italia, l’esistenza di barriere strutturali rappresenta l’ostacolo principale al raggiungimento della fecondità desiderata. Misure volte a ridurre l&#8217;insicurezza lavorativa e abitativa e a promuovere l&#8217;indipendenza economica dei giovani adulti (Vignoli et al. 2025) possono contribuire a rimuovere almeno alcune di queste barriere, in modo da mettere le persone nella condizione di poter scegliere più liberamente se e quanti figli avere, e a che età averli.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup> L’indagine WelFerPoli è stata somministrata online da SWG S.p.A., società operante nel settore delle ricerche di mercato e di opinione, tra aprile e maggio 2025. I/Le partecipanti appartengono a un panel proprietario di SWG S.p.A. Una strategia di campionamento per quote garantisce la rappresentatività del campione in termini di fascia d&#8217;età, genere, livello di istruzione, situazione lavorativa, stato civile e regione di residenza.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più:</strong></h3>



<p>Beaujouan, E., &amp; Berghammer, C. (2019). The Gap Between Lifetime Fertility Intentions and Completed Fertility in Europe and the United States: A Cohort Approach: E. Beaujouan, C. Berghammer.&nbsp;<em>Population Research and Policy Review</em>,&nbsp;<em>38</em>(4), 507-535.</p>



<p>Feltrin, G., Ferraretto, V., Guetto, R., Soldo, R., &amp; Vitali, A. (2026). Brief Report: Unmet Fertility Desires: Evidence from a Lowest-Low Fertility Context. Population Research and Policy Review 45, 31.&nbsp;</p>



<p>Istat. (2025). Statistiche Report: Intenzioni di fecondità &#8211; Anno 2024. <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/12/Intenzioni-di-fecondita-22-dicembre-2025.pdf">https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/12/Intenzioni-di-fecondita-22-dicembre-2025.pdf</a>&nbsp;</p>



<p>Istat. (2026). Rapporto Annuale. La situazione del Paese. <a href="https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/05/Sintesi-Rapporto-Annuale-2026.pdf">https://www.istat.it/wp-content/uploads/2026/05/Sintesi-Rapporto-Annuale-2026.pdf</a>&nbsp;</p>



<p>UNFPA – United Nations Population Fund. (2025). State of World Population 2025: The Real Fertility Crisis.&nbsp; The Pursuit of Reproductive Agency in a Changing World. New York. <a href="https://www.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/EN_State%20of%20World%20Population%20report%202025.pdf">https://www.unfpa.org/sites/default/files/pub-pdf/EN_State%20of%20World%20Population%20report%202025.pdf</a>&nbsp;</p>



<p>Vignoli, D., Guetto, R., &amp; Brini, E. (2025). Quali politiche per la fecondità in Italia?. In&nbsp;<em>Age-It e la promessa di una demografia positiva. Ripensare l’invecchiamento con politiche sostenibili</em>&nbsp;(pp. 15-22). Neodemos.<br><br></p>
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		<title>Stiamo entrando in una fase favorevole per una risalita delle nascite?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/05/22/stiamo-entrando-in-una-fase-favorevole-per-una-risalita-delle-nascite/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=stiamo-entrando-in-una-fase-favorevole-per-una-risalita-delle-nascite</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Caterina Livi Bacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 22 May 2026 07:05:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[fecondità]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Dobbiamo rassegnarci a squilibri demografici che peggiorano di anno in anno o un’inversione di tendenza è possibile? Riguardo alla popolazione, dal 2014 in calo, l’inversione ... <a title="Stiamo entrando in una fase favorevole per una risalita delle nascite?" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/05/22/stiamo-entrando-in-una-fase-favorevole-per-una-risalita-delle-nascite/" aria-label="Per saperne di più su Stiamo entrando in una fase favorevole per una risalita delle nascite?">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Dobbiamo rassegnarci a squilibri demografici che peggiorano di anno in anno o un’inversione di tendenza è possibile? Riguardo alla popolazione, dal 2014 in calo, l’inversione è da escludere. Ma le nascite potrebbero smettere di diminuire e forse anche aumentare. Stiamo, anzi, entrando in una fase favorevole perché ciò possa avvenire. Alessandro Rosina ne evidenzia le condizioni.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La questione demografica ha conquistato posizioni centrali nel dibattito pubblico. L’Italia si riempie sempre più di anziani e si svuota sempre più di giovani, con impatto sulla società, sulla forza lavoro, sui conti pubblici. Dobbiamo rassegnarci a squilibri che peggiorano di anno in anno o un’inversione di tendenza è possibile? Riguardo alla popolazione, dal 2014 in calo, l’inversione è da escludere. Ma le nascite potrebbero smettere di diminuire e forse anche aumentare. Stiamo, anzi, entrando in una fase favorevole perché ciò possa avvenire. Proviamo a vedere a quali condizioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le dinamiche passate</strong></h3>



<p>Il numero delle nascite tra i residenti in un paese dipende, come ben noto, dal numero di donne in età riproduttiva e dal numero medio di figli per donna. Rispetto all’azione combinata di tali due fattori possiamo suddividere le dinamiche recenti del nostro paese in tre fasi.&nbsp;</p>



<p>Fino al 1995 la riduzione è riconducibile sostanzialmente alla accentuata diminuzione del numero medio di figli per donna, sceso sotto 2 a fine anni Settanta, sotto 1,5 attorno alla metà degli anni Ottanta, sotto 1,2 nel 1995. Le nascite, in corrispondenza, da oltre un milione a metà degli anni Sessanta, apice del baby boom, e oltre 800 mila nel 1975, sono crollate a 526 mila nel 1995.</p>



<p>Dal 1995 al 2010 inizia una fase di ripesa, favorita anche dall’immigrazione, che porta il tasso di fecondità congiunturale a 1,45. Le nascite arrivano nel 2008 a 577 mila (circa 50 mila in più rispetto al 1995). Ma per la prima volta le dinamiche risultano <a href="https://www.neodemos.info/2007/03/02/la-nuova-geografia-della-demografia-italiana/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">opposte all’interno del territorio italiano</a>: l’aumento risulta sensibile nell’area centrosettentrionale (da 1,05 a 1,5) mentre continua la riduzione nell’area meridionale (da 1,41 a 1,37).&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Nella terza fase, che va dall’apice delle Grande recessione ad oggi, il numero medio di figli per donna torna a diminuire (da 1,44 a 1,14 nel 2025). Qui, però, entra in modo rilevante in campo anche il fattore strutturale, ovvero la riduzione della popolazione in età riproduttiva.&nbsp; In questa fase i due elementi con diretto impatto sulle nascite agiscono in modo concomitante e sfavorevole. Ne consegue un crollo continuo: nel 2013 viene toccato il record negativo di sempre, nel 2015 si scende sotto 500 mila, nel 2022 sotto 400 mila, nel 2025 il dato registrato è poco sopra 350 mila.</p>



<p>Per avere un’idea dell’azione del fattore strutturale, basti pensare che nel 2024 il numero medio di figli per donna è stato pressoché uguale al 1995 (1,19), ma si sono ottenuti molti meno nati (370 mila contro 526 mila). Nel 1995 erano al centro della vita riproduttiva i nati a metà anni Sessanta (la parte finale dei Baby boomers). Nel 2024 i potenziali genitori sono i Millennial, nati nella fase di <em>baby bust</em>. La corrispondente riduzione delle donne tra i 30 e i 35 anni (fascia in cui si colloca l’età media al parto) è riportata in figura 1.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-Popolazione-femminile-di-eta-30-34.-Anni-2002-2026-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="544" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-Popolazione-femminile-di-eta-30-34.-Anni-2002-2026--1024x544.jpg" alt="" class="wp-image-24145" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-Popolazione-femminile-di-eta-30-34.-Anni-2002-2026--1024x544.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-Popolazione-femminile-di-eta-30-34.-Anni-2002-2026--300x160.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-Popolazione-femminile-di-eta-30-34.-Anni-2002-2026--768x408.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-1-Popolazione-femminile-di-eta-30-34.-Anni-2002-2026-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>La ripresa possibile</strong></h3>



<p>Stiamo ora entrando in una quarta fase, quella dell’arrivo al centro della vita riproduttiva della Generazione Zeta, che comprende i nati nella seconda fase sopra delineata, quella in cui fecondità e nascite sono state in ripresa.&nbsp;</p>



<p>Si apre quindi una potenziale finestra demografica positiva, in cui il fattore strutturale è sostanzialmente disattivato e il numero di nati torna a dipendere di fatto solo dalla fecondità. Detto in altri termini, se il tasso di fecondità rimarrà quantomeno costante, le nascite smetteranno di diminuire. Se invece salirà, sarà in grado di rialzare direttamente le nascite, senza il vento contrario del depotenziamento quantitativo delle età riproduttive.</p>



<p>Queste due situazioni trovano riscontro nelle previsioni demografiche Istat. La prima corrisponde allo scenario “basso” (il più sfavorevole tra quelli proposti), che ipotizza un tasso di fecondità sostanzialmente stabile sotto 1,2. In tal caso le nascite si manterrebbero attorno al valore osservato nel 2025 fino all’orizzonte del 2040.</p>



<p>Per la seconda situazione si può prendere come riferimento lo scenario “mediano”, che ipotizza un numero medio di figli che da valori sotto 1,2 sale a 1,34 nel 2040, portando le nascite sopra 400 mila. Ma con una fecondità che salisse a 1,5 si potrebbe anche arrivare a circa 450 mila nati nello stesso orizzonte (quasi 100 mila in più rispetto al 2025).</p>



<p>E’ importante però fare una precisazione. Come abbiamo detto, la fase favorevole per la consistenza dei potenziali genitori, in cui entriamo nei prossimi 15 anni, deriva dal periodo di aumento della fecondità tra il 1995 e il 2010. Quel periodo, però, è anche stato l’unico in cui la fecondità del Nord e del Sud hanno avuto dinamiche opposte: la prima in ripresa, la seconda in diminuzione. Inoltre, L’Italia settentrionale, a differenza di quella meridionale, tende a compensare le basse nascite con maggior capacità attrattiva dal resto del paese (oltre che dall’estero).&nbsp;</p>



<p>La finestra favorevole non riguarda, pertanto, il Mezzogiorno, come evidenzia la figura 2.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Popolazione-femminile-di-eta-30-34-per-Ripartizione-geografica.-Confronto-2026-e-2040.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="544" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Popolazione-femminile-di-eta-30-34-per-Ripartizione-geografica.-Confronto-2026-e-2040-1024x544.jpg" alt="" class="wp-image-24146" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Popolazione-femminile-di-eta-30-34-per-Ripartizione-geografica.-Confronto-2026-e-2040-1024x544.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Popolazione-femminile-di-eta-30-34-per-Ripartizione-geografica.-Confronto-2026-e-2040-300x160.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Popolazione-femminile-di-eta-30-34-per-Ripartizione-geografica.-Confronto-2026-e-2040-768x408.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Figura-2-Popolazione-femminile-di-eta-30-34-per-Ripartizione-geografica.-Confronto-2026-e-2040.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Nulla di scontato</strong></h3>



<p>Due aspetti appaiono, in particolare, decisivi.</p>



<p>Il primo riguarda il passaggio da una lettura puramente quantitativa della questione demografica alla capacità di costruire condizioni favorevoli per le nuove generazioni nelle età in cui si concentra la formazione della famiglia.</p>



<p>L’età, in particolare, attorno ai trent’anni è diventata, soprattutto per le donne, sempre più una fase di forte tensione biografica tra consolidamento lavorativo, ricerca di autonomia abitativa, costruzione della vita di coppia, incertezza reddituale e possibile scelta di avere figli. In Italia tale tensione risulta accentuata da salari giovanili relativamente bassi, da persistenti differenze retributive di genere e da una condizione occupazionale femminile più fragile rispetto ai principali paesi europei (Rosina A., <a href="https://www.chiarelettere.it/libro/la-scomparsa-dei-giovani-le-10-mappe-che-spiegano-il-declino-demografico-dellitalia-alessandro-rosina-9788832966978.html">”La scomparsa dei giovani. Le 10 mappe che spiegano la crisi demografica italiana”</a>, Chiarelettere 2025).</p>



<p>A ciò si aggiunge una persistente asimmetria nei carichi di cura. La difficoltà di conciliare lavoro e genitorialità continua infatti a gravare soprattutto sulle donne, in un contesto nel quale servizi insufficienti, limitata flessibilità organizzativa e debole condivisione maschile del lavoro di cura aumentano il costo della maternità in termini professionali, economici e personali (Save the Children,<a href="https://s3-www.savethechildren.it/public/allegati/le-equilibriste-la-maternita-italia-nel-2026_0.pdf"> “Le equilibriste”,</a> 2026; Istat, Rapporto annuale 2026).&nbsp;</p>



<p>Il secondo aspetto riguarda il Mezzogiorno. L’attenuazione del vincolo strutturale non interesserà, come abbiamo visto, allo stesso modo tutte le aree del paese. È proprio qui, però, che investimenti efficaci su lavoro femminile e strumenti di conciliazione potrebbero produrre i maggiori benefici. Agire nel Mezzogiorno significa, infatti, non solo contrastare il calo delle nascite, ma anche ridurre la continua perdita di capitale umano giovane verso il Centro-Nord e l’estero.</p>



<p>Nulla, quindi, di automatico. E senza una riduzione degli squilibri territoriali e di genere, il rischio è che la nuova fase finisca per amplificare ulteriormente le diseguaglianze demografiche del paese: da un lato contesti più forti capaci di trattenere e attrarre giovani generazioni; dall’altro territori sempre più fragili progressivamente impoveriti sia nelle nascite sia nelle energie necessarie per costruire sviluppo futuro.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-neodemos wp-block-embed-neodemos"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="BzTzHst26I"><a href="https://www.neodemos.info/2007/03/02/la-nuova-geografia-della-demografia-italiana/">La nuova geografia della demografia italiana</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;La nuova geografia della demografia italiana&#8221; &#8212; Neodemos" src="https://www.neodemos.info/2007/03/02/la-nuova-geografia-della-demografia-italiana/embed/#?secret=9WBUKGIz8n#?secret=BzTzHst26I" data-secret="BzTzHst26I" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Legge di bilancio 2026: un piccolo passo verso le famiglie con figli*</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/01/13/legge-di-bilancio-2026-un-piccolo-passo-verso-le-famiglie-con-figli/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=legge-di-bilancio-2026-un-piccolo-passo-verso-le-famiglie-con-figli</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gianpiero Dalla Zuanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Jan 2026 07:54:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[legge di bilancio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Cosa c’è e cosa non c’è per le famiglie con figli nella nuova legge di bilancio per il 2026? Come ci spiega Gianpiero Dalla Zuanna. ... <a title="Legge di bilancio 2026: un piccolo passo verso le famiglie con figli*" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/01/13/legge-di-bilancio-2026-un-piccolo-passo-verso-le-famiglie-con-figli/" aria-label="Per saperne di più su Legge di bilancio 2026: un piccolo passo verso le famiglie con figli*">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Cosa c’è e cosa non c’è per le famiglie con figli nella nuova legge di bilancio per il 2026? Come ci spiega Gianpiero Dalla Zuanna. al di là degli slogan e dei giudizi espressi dai partiti e dai portatori di interesse, ripercorriamo le principali misure, assumendo anche una prospettiva di medio periodo, e ragionando su possibili ulteriori interventi futuri.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le modifiche dell’ISEE</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">La misura più importante è certamente la modifica dell’ISEE, da tempo richiesta a gran voce dalle associazioni familiari, che lo più favorevole per le famiglie proprietarie di case più grandi. Il valore dell’abitazione principale escluso dal calcolo dell’ISEE passa da 52.500 a 91.500 euro e sale fino a 120.000 euro per i nuclei residenti nei Comuni capoluogo delle città metropolitane, tra cui Roma, Milano, Torino, Napoli, Firenze e Bologna. La franchigia riguarda esclusivamente l’abitazione di proprietà in cui il nucleo risiede. A tale importo si aggiunge inoltre&nbsp;una maggiorazione di 2.500 euro per ogni figlio convivente successivo al primo, e rispetto alla disciplina precedente, l’incremento scatta ora dal secondo figlio, e non più dal terzo.&nbsp;</p>



<p>Nella stessa direzione va la modifica della scala d’equivalenza per determinare l’ISEE: vengono aumentate le maggiorazioni per i nuclei con figli (0,10 con due figli, 0,25 con tre figli, 0,40 con quattro figli, 0,55 con cinque o più figli). Rispetto al passato, viene introdotta per la prima volta una maggiorazione per i nuclei con due figli, mentre tutte le altre aumentano di 0,05 punti, con effetti positivi sull’accesso a bonus e agevolazioni.</p>



<p>È importante sottolineare che queste modifiche dell’ISEE non sono generalizzate, ma sussistono solo per regolamentare l’accesso e gli importi erogati per quattro misure di <em>welfare</em>: l’assegno di inclusione e il supporto per la formazione e il lavoro, che dal 2023 hanno sostituito il reddito di cittadinanza; l’assegno unico e universale per i figli a carico; il bonus nido; il bonus nuovi nati. Il Governo ha quindi istituito una specie di ISEE-bis, che avvantaggerà le famiglie più numerose e quelle che vivono in case più grandi, senza però penalizzare chi vive in affitto. Infatti, le quattro misure prima citate non configurano graduatorie di accesso in presenza di risorse limitate. Se l’ISEE fosse stato modificato in modo generalizzato, le famiglie in affitto sarebbero state scavalcate dalle famiglie proprietarie della casa di abitazione nelle graduatorie di accesso a molte misure di <em>welfare</em> (a parità di numero di figli), ad esempio per accedere alle scuole per l’infanzia pubbliche o alle case popolari.&nbsp;</p>



<p>Per ridurre la confusione – inevitabile temo in una prima fase di applicazione della nuova norma – è fondamentale che le famiglie siano accompagnate nella redazione dell’ISEE bis e nella sua applicazione pratica, sia mediante gli opportuni strumenti informatici, sia grazie all’assistenza fornita dall’INPS, dai CAF e dalle associazioni familiari.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La conferma di tre bonus</strong></h3>



<p>Vengono confermate e in parte irrobustite tre misure già presenti nella legge di bilancio 2025: il bonus nascita/adozione, il bonus nido e il bonus mamme lavoratrici.&nbsp;</p>



<p>Come nel 2025, il bonus nascita/adozione erogherà 1.000 euro <em>una tantum</em> all’arrivo di un bimbo ai nuclei con ISEE bis (descritto nel precedente paragrafo) inferiore a 40.000 euro,&nbsp;</p>



<p>Il bonus nido – introdotto nel 2016 dal governo Renzi – nel 2026 non riguarderà più solo gli asili nido tradizionali ma anche micro nidi, sezioni primavera e servizi integrativi abilitati come spazi gioco e i servizi educativi domiciliari. Gli importi rimangono consistenti, e restano modulati in base all’ISEE bis: fino a 3.000 euro per ISEE bis fino a 25.000 euro, 2.500 euro per ISEE bis fino a 40.000 euro e 1.500 euro oltre questa soglia o in assenza di dichiarazione.&nbsp;</p>



<p>Il bonus mamme lavoratrici erogherà 60 euro al mese (nel 2025 erano 40), esentasse, per le donne con almeno due figli (il più piccolo sotto i 10 anni), o almeno tre figli (il più piccolo sotto i 18 anni), con lavoro dipendente o autonomo, escludendo le lavoratrici domestiche, con reddito annuo da lavoro inferiore a 40.000 euro. Quest’ultima misura poteva essere meglio modulata e resa più agile se integrata con la legge sull’assegno unico, che già prevede incentivi per le donne lavoratrici, rendendola permanente.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Alcune modifiche favorevoli a una ristretta platea di genitori che lavorano</strong></h3>



<p>La manovra introduce o rafforza una serie di misure che incidono direttamente sull’organizzazione del lavoro. È previsto ad esempio un esonero parziale dei contributi per i datori di lavoro privati che assumono donne madri di almeno tre figli minorenni disoccupate da almeno sei mesi. Un incentivo pensato per favorire il rientro nel mercato del lavoro di una delle categorie più fragili sul fronte occupazionale. Va detto tuttavia che la platea sarà veramente ristretta, perché le madri con tre figli minori disoccupate da almeno sei mesi e interessate a lavorare subito sono assai poche.</p>



<p>C’è poi un capitolo dedicato alla flessibilità contrattuale. Le lavoratrici e i lavoratori con almeno tre figli conviventi ottengono una corsia preferenziale nella trasformazione del contratto da tempo pieno a <em>part time</em>, sia orizzontale sia verticale, oppure nella rimodulazione dell’orario se già occupati a tempo parziale. La priorità vale fino a dieci anni di età del figlio più piccolo, senza limiti di età con figli disabili. Colpisce, di nuovo, il fatto che questa misura preveda su un numero ristretto di aventi diritto. Viene inoltre previsto che i contratti temporanei attivati per coprire lavoratrici o lavoratori in congedo possano prolungarsi per un periodo di affiancamento fino al compimento del primo anno di età del bambino, favorendo così un rientro più graduale. Infine, la legge di bilancio 2026 estende da 12 a 14 anni l’età del figlio entro la quale è possibile richiedere il congedo parentale.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un bilancio e qualche proposta</strong></h3>



<p>Come già sottolineato, le nuove misure che più incideranno sulla vita delle famiglie con figli sono quelle che modificano la determinazione dell’ISEE per alcune misure di <em>welfare</em> familiare. Tutti gli altri interventi sono di <em>maquillage</em>, certamente condivisibili, ma di scarsa incidenza, o perché economicamente modesti, o perché destinati a platee molto ristrette.&nbsp;</p>



<p>In una prospettiva più generale, è positivo che il governo confermi e rafforzi le due misure più importanti a favore delle famiglie con figli introdotte nelle precedenti legislature, ossia l’assegno unico e il bonus nido. Gli importi dell’assegno unico saranno più generosi per le famiglie numerose proprietarie di alloggi – giocoforza – più grandi, e grazie alla rimodulazione delle scale di equivalenza. Il bonus nido sarà più generoso per queste tipologie di famiglie, e viene esteso anche alle realtà dove non vi sono nidi tradizionali, che in molte realtà locali non possono proprio esserci, perché i bambini sono troppo pochi. Per le coppie che devono decidere se avere o non avere un figlio (in più), ogni segnale di continuità è senz’altro positivo. Tuttavia, il governo Meloni non ha mobilitato, in questo triennio, risorse paragonabili rispetto a quelle messe in campo dai governi di centro sinistra: per il solo assegno unico, la legge Delrio-Lepri del 2021 stanziò sei miliardi di euro freschi, ogni anno e non <em>una tantum</em>, protetti in modo automatico dall’inflazione. Oggi l’assegno unico vale ogni anno attorno a 20 miliardi di euro, sfiorando un punto di PIL.</p>



<p>Per proseguire sulla strada di politiche amichevoli verso le famiglie con figli, bisognerebbe intervenire in modo assai più incisivo su almeno altri due versanti.&nbsp;</p>



<p>In primo luogo, andrebbe favorito l’accesso dei giovani alla genitorialità: sembra banale dirlo, ma se non nasce il primo figlio, non possono nascere neppure quelli successivi… L’Italia detiene tre poco invidiabili primati europei: l’uscita tardiva da casa dei figli, la bassa proporzione di <em>under</em> 35 che vive in una coppia convivente, la proporzione senza figli al termine della vita fertile. La quota di giovani donne e di giovani uomini in unione, ormai da decenni, continua a diminuire: la proporzione che entra in prima unione prima del trentesimo compleanno era del 72% (uomini) e del 85% (donne) per le coorti nate nel 1952-56, solo del 40% (uomini) e del 56% (donne) per le coorti nate nel 1982-88. Si può inoltre stimare che il 29% delle donne quarantenni, nate nel 1985, sia oggi senza figli, più del doppio rispetto alla coorte cui appartengono le loro madri, nate nel 1955. Per la grande maggioranza si tratta di donne <em>childless</em> e non <em>childfree</em>, ossia di donne che avrebbero desiderato avere almeno un figlio, ma che, a causa di ostacoli di diversa natura, non sono riuscite a realizzare questa aspirazione.</p>



<p>Questi “primati” hanno anche ragioni culturali, ma gli aspetti economici occupano un ruolo di primo piano: l’accesso alle case popolari – per chi non è indigente – è una chimera; gli affitti di mercato sono spesso inarrivabili; gli stipendi non sono stati protetti in modo adeguato dall’inflazione; i mutui-casa sono spesso negati a chi non ha un lavoro a tempo indeterminato. La situazione degli affitti è particolarmente drammatica, specialmente in alcune realtà urbane. Sarebbero necessarie radicali svolte legislative, penalizzando in modo fiscalmente pesante chi tiene intenzionalmente una casa vuota, ma facilitando nel contempo il proprietario che volesse rientrare in possesso del suo immobile.&nbsp;</p>



<p>In secondo luogo, la conciliazione fra lavoro e famiglia andrebbe estesa a tutto il corso di vita dei figli minori. La criticità maggiore è certamente il tempo-scuola, che è ancora strutturato come se tutte le mamme fossero casalinghe: tre lunghi mesi di vacanze estive, gli studenti di età 10-18 che finiscono scuola alle 13, e così via. Non tutti i genitori che lavorano possono contare sulla disponibilità dei nonni, o hanno i mezzi per pagare una <em>baby sitter</em>. Anche su questo versante ci verrebbero interventi di legge innovativi e coraggiosi: se si togliesse un anno di scuola, terminando le superiori a 18 anni, come in quasi tutti i paesi europei, e si eliminasse ovunque la scuola al sabato, si potrebbe prolungare il tempo-scuola fino alle 16 in tutte le scuole italiane, senza incrementare il numero complessivo di ore in classe fra sei e diciotto anni (e quindi a costi contenuti), con l’ulteriore vantaggio di costruire una scuola meno basata sui compiti a casa, oggi fonte importante di diseguaglianza secondo il livello di istruzione dei genitori.</p>



<p>Per modificare questo quadro non è certo sufficiente una legge di bilancio. Purtroppo, però, delle radicali e urgenti riforme qui appena tratteggiate non sta parlando nessuno.<br></p>



<p>*Articolo pubblicato contestualmente in <em>Neodemos</em> e nel blog <em>Comunitademocratica.it</em>.</p>
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		<title>Volere figli in Italia: quali i costi e i benefici attesi?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2025/04/08/volere-figli-in-italia-quali-i-costi-e-i-benefici-attesi/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=volere-figli-in-italia-quali-i-costi-e-i-benefici-attesi</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Rebecca Soldo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Apr 2025 07:53:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[riproduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come viene percepito l’arrivo di un figlio dai potenziali genitori in Italia? In un’analisi dei dati di Famiglie e Soggetti Sociali (2016), Rebecca Soldo, Giulia ... <a title="Volere figli in Italia: quali i costi e i benefici attesi?" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2025/04/08/volere-figli-in-italia-quali-i-costi-e-i-benefici-attesi/" aria-label="Per saperne di più su Volere figli in Italia: quali i costi e i benefici attesi?">Leggi</a></p>
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<p><em>Come viene percepito l’arrivo di un figlio dai potenziali genitori in Italia? In un’analisi dei dati di Famiglie e Soggetti Sociali (2016), Rebecca Soldo, Giulia Feltrin e Valeria Ferraretto mostrano che le aspettative negative sono predominanti nella sfera economico-lavorativa, specialmente per le donne, mentre vi è più ottimismo riguardo le ripercussioni sul benessere soggettivo.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le barriere alla genitorialità in Italia</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Ormai da decenni, l’Italia spicca in Europa con uno dei tassi di fecondità più bassi, pari a 1,26 figli per donna nel 2023, accompagnato da un’età media al primo figlio tra le più alte (31,6 anni). Inoltre, l’Italia si colloca al terzo posto in Europa per ampiezza del divario tra il numero di figli desiderato &#8211; generalmente, 2 &#8211; e quello effettivamente realizzato (Beaujouan &amp; Berghammer, 2019). Questo divario suggerisce che la bassa fecondità in Italia sia dovuta, almeno in parte, alla presenza di barriere che ostacolano la realizzazione dei desideri di fecondità. In questo dibattito, la deregolamentazione del mercato del lavoro, la precarietà lavorativa, i bassi livelli di occupazione femminile, l’inadeguatezza delle politiche di welfare a sostegno delle famiglie e dei giovani rappresentano da tempo temi centrali (Guetto et al., 2025; Vignoli et al., 2020). A questi si aggiungono i sempre più esigenti standard genitoriali che incoraggiano ad investire sui figli non solo in termini economici, ma anche di tempo, energia e attenzioni. Queste dinamiche gravano soprattutto sulle donne, ritenute prime responsabili dell’attività di cura, per le quali la maternità rappresenta spesso un’esperienza totalizzante in contesti come l’Italia (Lebano &amp; Jamieson, 2020). Meno indagato è invece il ruolo della percezione soggettiva di vincoli e opportunità legati alla genitorialità, che potrebbero di fatto ampliare o mitigare l’effetto negativo delle barriere economiche, strutturali ed istituzionali esistenti, ed influenzare, quindi, la decisione di avere figli.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Costi e benefici attesi dai potenziali genitori&nbsp;</strong></h3>



<p>Attraverso una batteria di domande dedicata, l’indagine multiscopo Istat “Famiglie e Soggetti Sociali” (2016) offre l’opportunità di esplorare i costi e i benefici associati alla genitorialità. In particolare, i rispondenti tra i 18 e i 49 anni, in una relazione di coppia e che intendono avere un figlio nel breve o nel lungo termine, sono chiamati a valutare se l’arrivo ipotetico di un figlio nei successivi tre anni migliorerebbe o peggiorerebbe la loro vita in diversi ambiti, sia economico-lavorativi che personali-valoriali.&nbsp;</p>



<p>La Figura 1 mostra che le dimensioni valutate più negativamente sono quelle relative alla sfera economico-lavorativa, soprattutto per le donne: circa la metà dei rispondenti (sia uomini che donne) dichiara che, con l’arrivo di un figlio entro i tre anni successivi, la propria situazione economica peggiorerebbe; per oltre il 49% delle donne le proprie opportunità lavorative peggiorerebbero, contro solo il 19% degli uomini. Anche gli uomini riportano in larga parte (oltre il 45%) aspettative negative riguardo le opportunità lavorative della partner. Quasi il 10% degli uomini si aspetta invece un miglioramento delle proprie opportunità lavorative con l’arrivo di un figlio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="451" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Figura-1-Costi-e-benefici-percepiti-associati-allarrivo-ipotetico-di-un-figlio-entro-i-tre-anni-successivi-per-donne-e-uomini-1024x451.jpg" alt="" class="wp-image-22605" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Figura-1-Costi-e-benefici-percepiti-associati-allarrivo-ipotetico-di-un-figlio-entro-i-tre-anni-successivi-per-donne-e-uomini-1024x451.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Figura-1-Costi-e-benefici-percepiti-associati-allarrivo-ipotetico-di-un-figlio-entro-i-tre-anni-successivi-per-donne-e-uomini-300x132.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Figura-1-Costi-e-benefici-percepiti-associati-allarrivo-ipotetico-di-un-figlio-entro-i-tre-anni-successivi-per-donne-e-uomini-768x338.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Figura-1-Costi-e-benefici-percepiti-associati-allarrivo-ipotetico-di-un-figlio-entro-i-tre-anni-successivi-per-donne-e-uomini.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Al contrario, i rispondenti si aspettano un miglioramento nelle dimensioni legate alla&nbsp; sfera personale e valoriale, come la propria reputazione, le loro certezze e la soddisfazione che ricevono dalla vita. Le aspettative rimangono perlopiù negative o neutre, invece, per quanto riguarda la propria vita sessuale e la possibilità di fare ciò che si vuole. Considerando la selettività del campione, composto da individui che intendono avere un figlio in futuro, questi risultati suggeriscono che, in Italia, le intenzioni di fecondità potrebbero dipendere in misura maggiore dai benefici attesi riguardo la soddisfazione e le certezze nella vita, piuttosto che riguardo i&nbsp; costi economici o la libertà personale.&nbsp;</p>



<p>Al tempo stesso, le intenzioni potrebbero essere posticipate quando il peggioramento atteso delle condizioni economiche non è sufficientemente controbilanciato da aspettative positive sulle altre dimensioni. Per tutti gli ambiti considerati, infatti, i rispondenti che hanno intenzione di avere figli nel lungo termine sono in generale più negativi rispetto a coloro che hanno dichiarato di volere un figlio nei prossimi tre anni (Tabella<strong> </strong>1).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="593" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Tabella-1-Distribuzione-percentuale-dei-costi-e-benefici-attesi-per-eta-status-occupazionale-presenza-di-figli-e-intenzioni-di-fecondita-1024x593.jpg" alt="" class="wp-image-22606" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Tabella-1-Distribuzione-percentuale-dei-costi-e-benefici-attesi-per-eta-status-occupazionale-presenza-di-figli-e-intenzioni-di-fecondita-1024x593.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Tabella-1-Distribuzione-percentuale-dei-costi-e-benefici-attesi-per-eta-status-occupazionale-presenza-di-figli-e-intenzioni-di-fecondita-300x174.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Tabella-1-Distribuzione-percentuale-dei-costi-e-benefici-attesi-per-eta-status-occupazionale-presenza-di-figli-e-intenzioni-di-fecondita-768x445.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/04/Tabella-1-Distribuzione-percentuale-dei-costi-e-benefici-attesi-per-eta-status-occupazionale-presenza-di-figli-e-intenzioni-di-fecondita.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Considerando le differenze in base alle caratteristiche socio-demografiche dei rispondenti, le percezioni negative sono prevalenti nella fascia d’età 18-29, ma tendono a calare con l’età: l’intenzione di avere un figlio prima dei 30 anni si scontra quindi con aspettative negative in merito alla propria situazione economica, lavorativa e personale. L’arrivo di un figlio è ancora valutato come peggiorativo della situazione economica nelle fasce di età successive, ma aumentano, in questo caso, i benefici attesi in altre sfere della vita.<br>I costi economici sono molto più preoccupanti per chi sta ancora studiando, mentre il divario limitato tra gli occupati e i non occupati evidenzia l’importanza delle percezioni soggettive per le scelte di fecondità.<br>L’esperienza pregressa è rilevante: i rispondenti senza figli appaiono più pessimisti dei genitori, soprattutto sugli aspetti economico-lavorativi e sulla libertà personale. Minori le differenze nei benefici attesi, tranne per la reputazione sociale che migliora con l’arrivo del primo figlio.<br><br>Per concludere, le persone che intendono avere figli in Italia sono guidate principalmente da motivazioni legate al proprio benessere soggettivo ma si aspettano, almeno nel breve periodo, un deterioramento nelle proprie possibilità economiche e lavorative. L’impatto atteso negativo nella sfera economica varia limitatamente per età, condizione occupazionale, o per numero di figli, suggerendo che intervenire sulla conciliazione tra lavoro e famiglia e sugli aiuti economici potrebbe cambiare sensibilmente le aspettative riguardo l’arrivo di un figlio, permettendo a più persone di realizzare le loro intenzioni di fecondità.<br>Questo contributo è parte del progetto “Well-being and Fertility Policies (WelFerPoli)”, finanziato dal Ministero Italiano dell’Università e della Ricerca nell’ambito del programma PRIN 2022 PNRR.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Bibliografia</strong></h3>



<p>Beaujouan, E., &amp; Berghammer, C. (2019). The gap between lifetime fertility intentions and completed fertility in Europe and the United States: A cohort approach.&nbsp;<em>Population Research and Policy Review</em>,&nbsp;<em>38</em>, 507-535.</p>



<p>Guetto, R., Alderotti, G., &amp; Vignoli, D. (2025). Can Policy Reforms Enhance Fertility? An Ex-Ante Evaluation through Factorial Survey Experiments. <em>Demography</em>, 11775048.</p>



<p>Lebano, A., &amp; Jamieson, L. (2020). Childbearing in Italy and Spain: Postponement Narratives. <em>Population and Development Review</em>, 46(1), 121–144.</p>



<p>Vignoli, D., Tocchioni, V., &amp; Mattei, A. (2020). The impact of job uncertainty on first-birth postponement.&nbsp;<em>Advances in Life Course Research</em>,&nbsp;<em>45</em>, 100308.</p>
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		<title>L’impatto della maternità sul lavoro femminile: il ruolo delle dinamiche aziendali*</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Francesca Carta]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Oct 2024 08:47:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[maternità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La nascita di un figlio limita spesso le opportunità lavorative delle madri, spingendole a ridurre il tempo dedicato al lavoro o ad abbandonarlo del tutto. ... <a title="L’impatto della maternità sul lavoro femminile: il ruolo delle dinamiche aziendali*" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2024/10/25/limpatto-della-maternita-sul-lavoro-femminile-il-ruolo-delle-dinamiche-aziendali/" aria-label="Per saperne di più su L’impatto della maternità sul lavoro femminile: il ruolo delle dinamiche aziendali*">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La nascita di un figlio limita spesso le opportunità lavorative delle madri, spingendole a ridurre il tempo dedicato al lavoro o ad abbandonarlo del tutto. Francesca Carta, Alessandra Casarico, Marta De Philippis, Salvatore Lattanzio, analizzano gli effetti sulle scelte aziendali della riforma del 2015, che ha innalzato la durata dell’indennità di disoccupazione anche per le madri dimissionarie. Scelte aziendali che hanno potenziali effetti negativi sulla qualità delle opportunità lavorative delle giovani donne.</em></p>



<p class="has-drop-cap">La parità di genere, nonostante i <a href="https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/collana-seminari-convegni/2023-0026/women_labour_markets_growth_n26.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">rilevanti progressi dei decenni passati</a>, è ancora lontana e la maternità continua a influenzare pesantemente la carriera delle donne, anche nelle <a href="https://childpenaltyatlas.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">economie più avanzate</a>. La nascita di un figlio limita spesso le opportunità lavorative delle madri, spingendole a ridurre il tempo dedicato al lavoro o ad abbandonarlo del tutto, mentre la carriera degli uomini non è generalmente influenzata dall’evento. Ma qual è il ruolo delle imprese in questa dinamica? Come reagiscono alla maternità? Le aziende possono rispondere alle dimissioni delle madri preferendo l’assunzione di uomini o donne più anziane, oppure offrendo contratti meno vantaggiosi alle giovani donne, a fronte dei maggiori costi attesi di sostituzione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Dimissioni delle madri e scelte aziendali</strong></h3>



<p>In un <a href="https://docs.iza.org/dp16908.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">recente lavoro</a><sup>1</sup> analizziamo come le scelte aziendali siano influenzate dalle dimissioni delle madri alla nascita di un figlio e come queste scelte, a loro volta, abbiano un impatto sulle prospettive lavorative delle donne giovani. L’analisi si avvale di una prescrizione dell’ordinamento italiano secondo cui l’indennità di disoccupazione è riconosciuta alle madri nel primo anno di vita del figlio anche in caso di dimissioni volontarie (e non solo in caso di licenziamento). Nel 2015, con l’entrata in vigore della Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego (NASpI; d. lgs. 22 del 4 marzo 2015), la durata del periodo di fruizione dell’indennità di disoccupazione è sensibilmente aumentata, potenzialmente inducendo più madri a dimettersi. Questo ci offre un’opportunità per valutarne le ripercussioni a livello di impresa.&nbsp;</p>



<p>L’analisi si avvale dei dati amministrativi dell’INPS sull’universo dei lavoratori nel settore privato non agricolo, abbinati alle informazioni sulle imprese in cui essi sono occupati. Prendendo in considerazione le aziende con meno di 35 dipendenti, per le quali i costi per la sostituzione dei lavoratori sono verosimilmente più elevati, si seguono le carriere delle lavoratrici e le dinamiche delle imprese per 36 mesi dopo la nascita. Per studiare la reazione delle aziende, confrontiamo quelle in cui lavorano madri che, a seguito dell’introduzione della NASpI, hanno mostrato aumenti marcati nei tassi di dimissione dopo la nascita di un figlio, con le imprese che invece impiegano madri che hanno mostrato risposte meno rilevanti al cambio della durata dell’indennità di disoccupazione.</p>



<p>Concentrandoci innanzitutto sulle donne intorno alla nascita del primogenito, si osserva che alcune madri rispondono maggiormente alla riforma e mostrano tassi di dimissione e di non occupazione più elevati (rispettivamente di 2,9 e 1,9 punti percentuali a 3 anni dalla nascita del figlio; Figura 1). Contestualmente, e con un plausibile – seppure parziale – intento di compensazione, le imprese interessate riducono il tasso di licenziamento delle madri.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Tassi-di-dimissione-licenziamento-e-non-occupazione.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="617" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Tassi-di-dimissione-licenziamento-e-non-occupazione-1024x617.jpg" alt="" class="wp-image-21846" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Tassi-di-dimissione-licenziamento-e-non-occupazione-1024x617.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Tassi-di-dimissione-licenziamento-e-non-occupazione-300x181.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Tassi-di-dimissione-licenziamento-e-non-occupazione-768x463.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Tassi-di-dimissione-licenziamento-e-non-occupazione.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Strategie aziendali per la sostituzione delle madri dimissionarie</strong></h3>



<p>Nelle imprese in cui crescono le dimissioni delle madri, il saldo tra assunzioni e cessazioni di posizioni lavorative alle dipendenze aumenta significativamente solo tra le donne (del 6,1 per cento), soprattutto tra quelle più giovani (tra i 20 e i 45 anni; Figura 2). Non succede molto invece nella fascia di età più avanzata. L’espansione del saldo netto tra chi viene assunto e chi smette di lavorare è trainata da una crescita delle assunzioni superiore a quella delle cessazioni, con un incremento del <em>turnover</em> femminile – ossia del totale delle posizioni lavorative attivate e terminate. Per la sostituzione delle dipendenti che si dimettono, le aziende più colpite dalla riforma si rivolgono quindi al mercato del lavoro esterno piuttosto che a quello interno o alla riorganizzazione delle mansioni tra i lavoratori già in azienda. Nel farlo, le imprese preferiscono utilizzare contratti temporanei o comunque di breve durata: l’aumento del <em>turnover</em> si associa infatti a una riduzione permanente (fino a 36 mesi dopo la nascita) della quota di lavoratrici assunte con contratti a tempo indeterminato (Figura 3). Per gli uomini non ci sono invece cambiamenti.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2-Assunzioni-nette-cumulate-per-eta-e-genere-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="573" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2-Assunzioni-nette-cumulate-per-eta-e-genere--1024x573.jpg" alt="" class="wp-image-21845" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2-Assunzioni-nette-cumulate-per-eta-e-genere--1024x573.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2-Assunzioni-nette-cumulate-per-eta-e-genere--300x168.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2-Assunzioni-nette-cumulate-per-eta-e-genere--768x430.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2-Assunzioni-nette-cumulate-per-eta-e-genere-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-3-Quota-di-contratti-a-tempo-indeterminato-per-eta-e-genere-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="573" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-3-Quota-di-contratti-a-tempo-indeterminato-per-eta-e-genere--1024x573.jpg" alt="" class="wp-image-21847" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-3-Quota-di-contratti-a-tempo-indeterminato-per-eta-e-genere--1024x573.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-3-Quota-di-contratti-a-tempo-indeterminato-per-eta-e-genere--300x168.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-3-Quota-di-contratti-a-tempo-indeterminato-per-eta-e-genere--768x430.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-3-Quota-di-contratti-a-tempo-indeterminato-per-eta-e-genere-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Questi risultati potrebbero segnalare la volontà delle imprese di ottenere nuovamente il controllo sul momento della cessazione del rapporto di lavoro, attraverso l’utilizzo di contratti di durata inferiore – quindi di minore qualità – per le donne. Contratti peggiori offerti alle donne, in particolare a quelle in età fertile, supportano l’ipotesi di discriminazione statistica nei loro confronti, ossia l’attribuzione a <em>tutte</em> le donne di un costo in termini di qualità del lavoro. Potrebbe quindi innescarsi un circolo vizioso in cui le donne, avendo meno opportunità di occupazione a tempo indeterminato, sarebbero ancora più propense ad uscire dal mercato del lavoro dopo la maternità.</p>



<p>Sebbene la previsione di un sussidio di disoccupazione per le madri che si dimettono miri a preservare il loro reddito in prossimità della nascita di un figlio, potrebbe avere ripercussioni negative sulla qualità delle loro opportunità lavorative.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Carta, F., Casarico, A., De Philippis, M. e S. Lattanzio (2024). Mom’s out: employment after childbirth and firm-level responses, Temi di discussione (Economic working papers) 1458, Bank of Italy, Economic Research and International Relations Area.</p>



<p><em><sup>*</sup>Le opinioni espresse sono personali e non impegnano in alcun modo la Banca d’Italia o il Sistema europeo di banche centrali.</em></p>
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		<title>Donne senza figli: i gatti non c’entrano </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gianpiero Dalla Zuanna]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Oct 2024 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[fecondità]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[riproduzione]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La crescita continua della proporzione di donne e uomini senza figli è una delle novità della demografia dei paesi a sviluppo avanzato, con l’Italia in posizione estrema. Gianpiero Dalla Zuanna <sup>1</sup> illustra le differenze territoriali fra gli stati e fra le regioni italiane, mostrando come essere senza figli, in Italia, sia fortemente legato al reddito disponibile.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La rapida crescita delle persone senza figli</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Il candidato vicepresidente USA di Trump, J.D. Vance, ha detto: “Le donne come Kamala Harris sono un branco di gattare senza figli”. Al di là del linguaggio colorito, questa frase è poco rispettosa dei drammi e delle disillusioni vissute da molte persone. Il fatto di avere o non avere figli non c’entra nulla con la dignità di un uomo o di una donna (e tanto meno con la simpatia verso i gatti…). Una donna o un uomo non valgono né di più né di meno se sono o non sono madre o padre. Tuttavia, al di là delle <em>boutade</em> da campagna elettorale, vale la pena riflettere sulla questione delle persone senza figli, perché il loro incremento è una delle novità più importanti della demografia dei paesi a sviluppo avanzato e – in particolare – della demografia italiana. Fra le donne residenti in Italia nate nel 1985, si stima che il 28% arriveranno a 50 anni senza figli. Fra le donne in età delle loro madri, nate nel 1955, questa proporzione è stata appena dell’11%. La proporzione di donne senza figli in Italia è fra le più alte del mondo, in linea con il Giappone e la Spagna, più del doppio rispetto agli USA e alla Norvegia (Figura 1). E gli uomini senza figli, dovunque nei paesi sviluppati, sono ancora più numerosi rispetto alle donne senza figli.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Donne-nate-nel-1975-proporzione-senza-figli-a-45-anni-in-alcuni-paesi-sviluppati--1024x456.jpg" alt="" class="wp-image-21770" width="768" height="342" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Donne-nate-nel-1975-proporzione-senza-figli-a-45-anni-in-alcuni-paesi-sviluppati--1024x456.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Donne-nate-nel-1975-proporzione-senza-figli-a-45-anni-in-alcuni-paesi-sviluppati--300x134.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Donne-nate-nel-1975-proporzione-senza-figli-a-45-anni-in-alcuni-paesi-sviluppati--768x342.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-1-Donne-nate-nel-1975-proporzione-senza-figli-a-45-anni-in-alcuni-paesi-sviluppati-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 768px) 100vw, 768px" /></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una questione di risorse economiche</strong></h3>



<p>Cosa sta dietro a questo grande cambiamento, realizzatosi nel breve giro di una generazione? Sgombriamo il campo dalle <em>fake news</em>: la grandissima parte delle persone senza figli è <em>childless</em> piuttosto che <em>childfree</em>, ossia è senza figli per costrizione, piuttosto che per scelta<sup>2</sup>. Vi sono certamente motivi culturali: oggi la piena realizzazione di vita non passa necessariamente per la genitorialità, che deve potersi combinare con il successo professionale e con altre aspirazioni. Tuttavia, i motivi economici sono quelli prevalenti. Per formare una coppia convivente e per avere un figlio, le persone hanno bisogno di stabilità, ossia di una casa a prezzi accessibili, di un lavoro con un reddito decente per entrambi i <em>partner</em>, di buone prospettive per il futuro. Le donne senza figli sono più numerose nelle aree più povere del paese, addirittura il 40% fra le attuali quarantenni in Sardegna, Calabria, Basilicata e Molise, contro il 25% nel Triveneto (Figura 2). Ilaria Rocco, nella sua tesi di dottorato alla “Sapienza” di Roma, utilizzando micro-dati mostra che l’uscita dalla casa dei genitori, sia per gli uomini che per le donne, è legata in modo indissolubile al reddito disponibile: i più poveri restano più a lungo a casa con i genitori, ritardando in questo modo la formazione di una coppia convivente e la ricerca di un figlio. Fra gli attuali giovani di 25-34 anni, la proporzione in coppia convivente è molto minore rispetto a dieci anni fa. E spesso il rinvio si trasforma in rinuncia.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="663" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2.-Proporzione-di-donne-senza-figli-in-eta-50-in-Italia-per-zona-1024x663.jpg" alt="" class="wp-image-21772" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2.-Proporzione-di-donne-senza-figli-in-eta-50-in-Italia-per-zona-1024x663.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2.-Proporzione-di-donne-senza-figli-in-eta-50-in-Italia-per-zona-300x194.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2.-Proporzione-di-donne-senza-figli-in-eta-50-in-Italia-per-zona-768x497.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/10/Figura-2.-Proporzione-di-donne-senza-figli-in-eta-50-in-Italia-per-zona.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Rinvio e (forzata) rinuncia</strong></h3>



<p>Vi sono altre motivazioni. In molte persone e coppie prevale una specie di fallace “onnipotenza riproduttiva”, ossia l’idea che sia possibile rinviare <em>sine die</em> la ricerca di un figlio. La biologia della riproduzione però non è cambiata: dai trent’anni in su, per le donne come per gli uomini, la fertilità prima lentamente e poi rapidamente diminuisce, e oggi come cento anni fa, metà delle coppie con la donna quarantenne sono sterili o fortemente ipo-fertili. La procreazione assistita riesce talvolta a porre rimedio, ma per la donna non è una passeggiata, e i fallimenti sono assai più numerosi dei successi, in Italia come in tutta Europa.</p>



<p>L&#8217;aspirante vicepresidente Vance ha perso un&#8217;ottima occasione per stare zitto. La politica dovrebbe rimuovere gli ostacoli che rendono difficile, per un giovane, formare una coppia convivente stabile, e per una coppia convivente affrontare con serenità gli ostacoli economici e culturali che rendono difficoltosa la ricerca del primo figlio. Nel contempo, i giovani dovrebbero essere consapevoli che – se desiderano avere un bambino – è meglio per loro non sfidare i vincoli posti dalla biologia riproduttiva.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p>&nbsp;<sup>1</sup>Revisione dell’editoriale pubblicato nei quotidiani NEM (Nord Est Media) nel luglio del 2024.</p>



<p><sup>2</sup>Maria Letizia Tanturri e Letizia Mencarini: Childless or childfree? Paths to voluntary childlessness in Italy, <em>Population and Development Review</em>, 2008.</p>
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		<title>Podcast • Un’Europa in crisi demografica: di cosa dobbiamo preoccuparci e quale è la strategia d&#8217;azione?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2024/05/31/podcast-uneuropa-in-crisi-demografica-di-cosa-dobbiamo-preoccuparci-e-quale-e-la-strategia-dazione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=podcast-uneuropa-in-crisi-demografica-di-cosa-dobbiamo-preoccuparci-e-quale-e-la-strategia-dazione</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosina]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 31 May 2024 06:57:05 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’Europa che il 6-9 giugno va al voto è in crisi demografica conclamata. La questione non è solo quella della prospettiva del declino della popolazione, ... <a title="Podcast • Un’Europa in crisi demografica: di cosa dobbiamo preoccuparci e quale è la strategia d&#8217;azione?" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2024/05/31/podcast-uneuropa-in-crisi-demografica-di-cosa-dobbiamo-preoccuparci-e-quale-e-la-strategia-dazione/" aria-label="Per saperne di più su Podcast • Un’Europa in crisi demografica: di cosa dobbiamo preoccuparci e quale è la strategia d&#8217;azione?">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap"><em>L’Europa che il 6-9 giugno va al voto è in crisi demografica conclamata. La questione non è solo quella della prospettiva del declino della popolazione, ma soprattutto di squilibri interni nel rapporto tra generazioni e aree territoriali, e anche di indebolimento di peso verso l’esterno. Le misure di sostegno alla natalità non bastano e vanno soprattutto inserite all’interno di una più ampia strategia d’azione coerente con le sfide dello sviluppo sostenibile. Ce ne parla Alessandro Rosina e questa è “Otto Miliardi” la serie podcast di neodemos che illustra i maggiori fenomeni demografici, le loro cause e origini, i loro effetti di natura sociale, economica, politica, e molto altro ancora.</em></p>



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		<title>Si fa presto a dire  “childfree”!</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2024/04/19/si-fa-presto-a-dire-cildfree/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=si-fa-presto-a-dire-cildfree</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Caterina Livi Bacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 19 Apr 2024 13:55:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[childfree]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>E’ in continua crescita la quota di persone che arrivano alla fine della propria vita fertile senza essere diventate genitori. Cosa pesa sulla scelta o ... <a title="Si fa presto a dire  “childfree”!" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2024/04/19/si-fa-presto-a-dire-cildfree/" aria-label="Per saperne di più su Si fa presto a dire  “childfree”!">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>E’ in continua crescita la quota di persone che arrivano alla fine della propria vita fertile senza essere diventate genitori. Cosa pesa sulla scelta o non scelta di rimanere senza figli e quale il ruolo delle politiche? Come mostrano Francesca Luppi e Alessandro Rosina – a partire dai dati di recenti ricerche sui giovani – fattori socio-economici, culturali e clima generale di incertezza non sono spiegazioni alternative ma tendono ad agire in modo interdipendente.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quello delle donne (degli uomini e delle coppie) che scelgono volontariamente di non avere figli è un tema caldo, di grande risonanza, soprattutto in un’epoca di crisi della fecondità come quella attuale. Perché cresce il numero di donne che arrivano al termine della propria vita fertile senza figli (l’Istat stima una su quattro fra le nate nel 1980)? Dipende solo dalle precarie condizioni economiche dei giovani e dalla mancanza di politiche per la conciliazione? In altri termini, è frutto della posticipazione indefinita di coloro che non trovano le precondizioni per avere figli? Oppure sono cambiate le preferenze, i valori, che muovono le progettualità di vita dei giovani, che quindi non valutano più positivamente la scelta di diventare genitori?&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Scelta e non scelta di avere figli</strong></h3>



<p>Negli ultimi anni, analizzando i dati delle indagini dell’Osservatorio Giovani dell’Istituto Toniolo condotte con Ipsos, abbiamo messo in luce la necessità di rimodulare il sistema di indicatori con cui tradizionalmente si interpretano le intenzioni e i desideri di fecondità. In particolare, abbiamo evidenziato come sia utile considerare, accanto a desideri e intenzioni, la motivazione intrinseca ad avere figli: quanto le persone considerano l’avere figli una dimensione necessaria per sentire pienamente realizzata la propria vita?&nbsp;</p>



<p>Secondo i dati del Rapporto Giovani del 2020, fra i giovani italiani di età compresa fra i 25 e i 34 anni, il 41% dichiara che si sentirebbe comunque realizzato nella vita anche senza figli (li indichiamo come “debolmente motivati); fra di loro è incluso un 14.5% di chi dichiara di non desiderarli affatto (“childfree”), senza significative differenze di genere. Se ci si concentra sulla fascia centrale della vita riproduttiva, quella tra i 30 e i 34 anni, si osserva che tra chi è senza figli la percentuale di childfree e di debolmente motivati sale ulteriormente (perché una parte di chi è orientato ad averli li ha avuti): il 15% degli uomini e quasi il 19% delle donne afferma di non desiderare diventare genitore, mentre più genericamente i debolmente motivati risultano il 38% degli uomini e il 45% delle donne.</p>



<p>Va comunque considerato che orientamenti e decisioni possono mutare nel corso di vita: si può partire da una posizione di childfree ma poi cambiare opinione e avere figli (anche in funzione della presenza di un partner e dei suoi desideri), così come una donna che desidera diventare madre può successivamente valutare che tale obiettivo non sia prioritario e investire nella realizzazione professionale e in altri ambiti di vita.</p>



<p>Il progetto di diventare genitori tende inoltre a indebolirsi non solo per questioni socio-economiche e culturali, ma anche per le accresciute incertezze con cui le giovani generazioni di oggi guardano al futuro. Secondo i dati pubblicati nel Rapporto Giovani 2024 (Frageri, Luppi e Zanasi, 2024), mentre il 68% dei giovani italiani non pianifica un figlio a breve perché preoccupato per la situazione economica del paese, il 62%<sup>1</sup> dichiara di non farlo perché preoccupato per il futuro che attenderebbe il figlio in un mondo compromesso dal cambiamento climatico. I paesi, però, che in modo più solido investono sulla formazione delle nuove generazioni, che promuovono un loro ruolo attivo nei processi di sviluppo sostenibile, che sostengono i loro progetti di vita, mettono i giovani nelle condizioni di affrontare meglio tali preoccupazioni e abilitare maggiormente scelte impegnative e responsabilizzanti verso il futuro, come quella di avere un figlio</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Fattori culturali e difficoltà oggettive coesistono</strong></h3>



<p>Tornando al nostro quesito iniziale, ovvero se contano di più i fattori socio-economici (contestuali e individuali) o quelli culturali, l’evidenza ottenuta dai nostri studi non supporta interpretazioni univoche, ma indica piuttosto la coesistenza di entrambi i fattori (Luppi, Rosina e Testa 2024). Il fenomeno delle donne “childfree” &#8211; ovvero di coloro che dichiarano di non desiderare figli e per cui la scelta di non averne è l’espressione di una esplicita preferenza individuale &#8211; è forse oggi meno semplice da interpretare di quanto lo fosse vent’anni fa. Se precedenti studi avevano evidenziato il carattere “progressista”, “postmaterialista” e l’orientamento alla carriera delle donne childfree (mediamente più istruite e più facilmente occupate delle donne con figli), le evidenze che riscontriamo sui dati del rapporto giovani offrono una prospettiva un po’ diversa e più articolata (Luppi, Rosina e Testa 2021; Luppi, 2022).&nbsp;</p>



<p>Considerando le donne di 30-34 anni senza figli, coloro che si dichiarano childfree risultano dalle nostre analisi mediamente meno istruite di chi desidera figli (25% di laureate vs 32%), sono meno frequentemente in una relazione stabile (31% vs 50%), sono in maggior percentuale nella condizione di Neet (27% vs 23%), oltre ad avere un reddito individuale mediamente più basso (il 41% guadagna meno di 500 euro al mese contro il 23% delle donne che desiderano figli). Fra le donne senza figli, quindi, sono le childfree quelle che si trovano in una condizione relazionale, lavorativa e di autonomia economica meno adatta per pianificare una famiglia. Le donne che rientrano nella categoria “debolmente motivate”, invece, hanno più facilmente una laurea, un partner e un lavoro con reddito elevato, anche maggiore in media rispetto alle coetanee più fortemente orientate alla famiglia con figli. Sono quindi le debolmente motivate quelle che hanno maggiormente da perdere incorrendo nella motherhood penalty.&nbsp;</p>



<p>È quindi molto difficile pensare che tutte le childfree non abbiano figli esclusivamente “per scelta”, così come invece è legittimo immaginare la difficoltà delle poco motivate alla maternità a conciliare l’idea di avere figli con quella di realizzarsi pienamente anche in altri ambiti della vita.&nbsp;</p>



<p>Se da una parte l’accresciuta accettazione sociale della possibilità di non avere figli nella vita e la necessità di realizzarsi pienamente in molti ambiti (e non solo in quello genitoriale) è sicuramente legata a un cambiamento valoriale fra le giovani generazioni, dall’altra ricondurre il fenomeno childfree a una sola spiegazione culturale sembra riduttivo. Se è sempre più accettabile non avere figli, dichiararsi childfree può avere anche la funzione di riduzione della dissonanza cognitiva fra il desiderio, quello non dichiarato, e una realtà antagonista.&nbsp;</p>



<p>In definitiva, il punto di partenza è la libertà di scelta, a cui segue strettamente la possibilità, per chi desidera avere figli, di rendere il diventare madri e padri una esperienza positiva, che non porta a eccesso di penalità in termini di costi economici e di complicazioni organizzative su tempi di vita e lavoro, ma condizioni e tempo per migliorare il benessere relazione di coppia e tra genitori e figli. In presenza di misure e strumenti che vanno in questa direzione aumenta anche la libertà di chi non ha figli. Perché consente di non averli non come esito di una rinuncia, implicita o esplicita, ma come effettiva scelta, sapendo che se si decide di averli si troveranno le migliori condizioni possibili perché essa si integri bene con la realizzazione anche in altri campi. Inoltre, consente a chi ha figli di poter ridurre il rischio di povertà economica ed educativa, rafforzando quindi il contributo delle nuove generazioni ad uno sviluppo più solido ed equilibrato del paese a beneficio di tutti, anche di chi (qualsiasi sia il motivo) non li ha.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>68 e 62 percento si riferiscono a modalità di risposta non mutualmente esclusive.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Luppi F, Rosina A, e Testa M.R. (2021), <a href="https://www.rivistailmulino.it/a/donne-senza-figli" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Donne senza figli,</a> Rivista Il Mulino </p>



<p>Luppi, F. (2022). Le ragioni della bassa fecondità italiana: fra cambiamento culturale, incertezza economica e rigidità istituzionali.&nbsp;<em>Rivista di politica economica</em>,&nbsp;<em>2021</em>(2), 57-80.</p>



<p>Luppi, F. (2023). La preoccupazione per il conflitto in Ucraina e l&#8217;incertezza sui progetti di vita. In&nbsp;<em>La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2023</em>&nbsp;(pp. 105-122). Il Mulino.</p>



<p>Luppi, F., Rosina, A., &amp; Testa, M. R. (2024). <a href="https://osf.io/download/65d477d5b018b606e521304f/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">An Overview on Low Fertility Motivations among Italian Young-Adults</a>.&nbsp;<em>SocArXiv</em></p>



<p>Frageri I., Luppi F:, e Zanasi F. (2024) Il rischio climatico e l’impatto sulle intenzioni di fecondità dei giovani europei. In&nbsp;<em>La condizione giovanile in Italia. Rapporto giovani 2024</em>&nbsp;(pp. 67-84). Il Mulino.</p>
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		<title>Le conseguenze della Grande Recessione e della pandemia di COVID-19 sulle famiglie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Neodemos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2024 09:35:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[E-book]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[fecondità]]></category>
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