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	<title>Michele Bruni &#8226; Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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	<title>Michele Bruni &#8226; Neodemos</title>
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		<title>La grande incognita: quale sarà la dimensione del declino demografico? </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 05 May 2026 08:18:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In assenza di modelli in grado di prevedere l’andamento del tasso di natalità, UN DESA ritiene che previsioni demografiche di lungo periodo siano impossibili. Michele ... <a title="La grande incognita: quale sarà la dimensione del declino demografico? " class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/05/05/la-grande-incognita-quale-sara-la-dimensione-del-declino-demografico/" aria-label="Per saperne di più su La grande incognita: quale sarà la dimensione del declino demografico? ">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>In assenza di modelli in grado di prevedere l’andamento del tasso di natalità, UN DESA ritiene che previsioni demografiche di lungo periodo siano impossibili. Michele Bruni si chiede se&nbsp; le&nbsp; informazioni già disponibili sull’andamento della popolazione dei paesi ormai alla fine del sentiero che li sta conducendo dal&nbsp; regime demografico naturale al regime demografico del controllo consentano di avanzare ipotesi ragionevoli e su tali basi azzarda una previsione secondo la quale, verso la fine del prossimo secolo, la popolazione totale&nbsp; del Pianeta ritornerebbe ai valori del 1950.</em>&nbsp;</p>



<p>Nell’esercizio previsivo a lunghissimo termine pubblicato da UN DESA nel 2004 si legge:</p>



<p><em>Qualsiasi proiezione demografica che si estenda 100, 200 o 300 anni nel futuro è poco più che una  congettura &#8230;. Costruire proiezioni a lungo termine &#8230; è un po&#8217; come prevedere l&#8217;esito di una partita di basket dopo i primi cinque minuti. Nessuno può farlo in modo affidabile (UN DESA, 2004).  </em></p>



<p class="has-drop-cap">In sostanza, per fare previsioni bisogna disporre di modelli comportamentali;&nbsp; in loro assenza l’alternativa è costruire degli scenari. Tali scenari risulteranno più o meno accurati a seconda delle nostra capacità di formulare ipotesi realistiche, il che risulta tanto più complicato quanto più lunga è la durata degli scenari e quanto più breve è il periodo rispetto al quale disponiamo d’informazioni ragionevolmente affidabili.</p>



<p>Credo si debba riconoscere che la pretesa della teoria del capitale umano di fornire una spiegazione delle scelte riproduttive delle nostra specie (Cigno, 1994) si sia rivelata eccessivamente ambiziosa e colpevole di una visione meccanicistica della natura umana che riesce sempre a sorprenderci con la sua naturale inclinazione a seguire le proprie pulsioni. In conclusione, non abbiamo teorie sulle quali fondare previsioni delle nascite né&nbsp; tantomeno delle morti.&nbsp;</p>



<p>D’altra parte, va riconosciuto che cominciamo a disporre di serie storiche sulle principali variabili demografiche di notevole lunghezza e di crescente affidabilità e che l’adozione della narrativa della Transizione demografica come framework delle proiezioni ha portato alla produzione di previsioni del saldo naturale sempre più affidabili.</p>



<p>Negli ultimi due secoli, la progressiva diffusione a tutti i paesi del Pianeta di un nuovo regime demografico, il regime demografico del controllo (Bruni, 2023), sta conducendo la popolazione della Terra da una fase di espansione a tassi crescenti&nbsp; ad una&nbsp; fase di contrazione. In questo processo possiamo individuare le seguenti tre fasi:&nbsp;</p>



<p><strong>• </strong>Una prima fase nella quale la popolazione mondiale continuerà ad aumentare a tassi&nbsp; decrescenti a seguito della diminuzione dei saldi nazionali positivi e dell&#8217;aumento di quelli&nbsp; negativi; questa fase si concluderà con la fine di un periodo di oltre quattro secoli di crescita demografica ininterrotta;</p>



<p><strong>• </strong>Una seconda fase nella quale la popolazione del Pianeta diminuirà per il prevalere dei saldi negativi su quelli positivi; questa fase si concluderà con l’esaurimento dei tassi nazionali positivi;</p>



<p>&nbsp;<strong>• </strong>Una terza fase nella quale tutti i saldi nazionali saranno negativi e il nuovo regime demografico del controllo coprirà l’intero Pianeta.&nbsp;</p>



<p>I principali istituti di statistica internazionali hanno fissato il passaggio dalla prima alla seconda fase&nbsp; tra il 2060 e il 2086 e hanno indicato valori del livello massimo che verrà raggiunto dalla Popolazione mondiale compresi tra 9,3 e 10,3 miliardo (UN DESA, 2004, 2024; IIASA, 2024, The Lancet, 2020). Al momento vi sono però chiare indicazioni, a partire dall’ulteriore crollo della natalità appena segnalato dalla&nbsp; Cina, che le nascite stiano diminuendo più rapidamente del previsto e ciò fa pendere la bilancia per le date a noi più vicine e per i valori massimi più bassi.&nbsp;Per quanto riguarda invece l’andamento di lungo periodo della popolazione mondiale, regna il buio più assoluto.</p>



<p>Nel 2004 ipotesi alternative sulla fecondità portarono UNDESA a stimare la Popolazione mondiale del 2300 tra i 2,3 miliardi dello scenario basso e i 36,4 miliardi di quello alto, a fronte di&nbsp; una sostanziale stazionarietà intorno ai 9 miliardi dello scenario intermedio (UN DESA, 2004). Ciò, da un lato mostra la rilevanza delle ipotesi, dall’altro rende evidente che gli addetti ai lavori non hanno la più pallida idea di quello che succederà alla popolazione mondiale nei prossimi secoli.&nbsp;</p>



<p>D’altra parte, la storia delle previsioni demografiche è la storia di fallimenti rimasti famosi anche per la statura scientifica degli studiosi coinvolti -Malthus, Keynes (Keynes, 1937) ed Ehrlich (Ehrlich, 1968) spiccano su tutti-&nbsp; mentre più recentemente è risultata evidente anche l’incapacità dei demografi di prevedere il cambio di segno dei flussi migratori di numerosi paesi europei.&nbsp;</p>



<p>Incoraggiato dalla consapevolezza che se sbaglierò mi troverò in una illustre compagnia, vorrei provare ad azzardare una previsione dell’andamento di lungo termine della popolazione mondiale.&nbsp;</p>



<p>Riprendendo il ragionamento di UN DESA, si potrebbe affermare che la partita di Pallacanestro di cui dobbiamo prevedere l’esito è ora circa a metà tempo e che il nostro pronostico può avvalersi di alcuni fatti che sembrano assodati. I dati a nostra disposizione mostrano che tutte le partite in&nbsp; corso seguono lo stesso copione e alcune sono così avanzate da permetterci di prevedere con buona probabilità come andrà a finire. In pratica, dato che tutti i paesi della terra camminano lungo lo stesso sentiero, possiamo utilizzare l’esempio dei paesi in testa alla file per prevedere quello dei paesi che li seguono, e quindi della Terra nel suo complesso.&nbsp;</p>



<p>La Figura 1 mostra l’andamento della Popolazione totale in Europa e in Giappone (paesi nei quali&nbsp; la Rivoluzione demografica è iniziata&nbsp; relativamente presto), nonché in Cina e Corea (paesi nei quali la Rivoluzione demografica sta procedendo a velocità elevata). In tutti e quattro i casi, la Popolazione totale sta tracciando un semicerchio&nbsp; e il valore previsto per il 2100 risulta inferiore, con l’eccezione della Cina che credo però si allineerà ben presto a&nbsp; questa soluzione, al valore del 1950. Infine,&nbsp; in Cina e Giappone la popolazione dovrebbe impiegare un tempo analogo per raggiungere il&nbsp; valore massimo e ritornare al&nbsp; valore iniziale.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1-.-Terra-Europa-Giappone-Cina-Corea.-Popolazione-totale.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="633" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1-.-Terra-Europa-Giappone-Cina-Corea.-Popolazione-totale-1024x633.jpg" alt="" class="wp-image-24088" style="width:861px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1-.-Terra-Europa-Giappone-Cina-Corea.-Popolazione-totale-1024x633.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1-.-Terra-Europa-Giappone-Cina-Corea.-Popolazione-totale-300x186.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1-.-Terra-Europa-Giappone-Cina-Corea.-Popolazione-totale-768x475.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1-.-Terra-Europa-Giappone-Cina-Corea.-Popolazione-totale.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>La&nbsp; Popolazione totale del Pianeta ha già percorso un buon tratto del sentiero in salita e potrebbe iniziare la discesa tra 35-40 anni; ciò suggerisce che se i paesi che non sono ancora entrati nella terza fase della Rivoluzione demografica fin atto percorreranno, come è estremamente probabile, tutto il sentiero verso il nuove regime demografico, la Popolazione totale della Terra&nbsp; potrebbe scendere sotto i tre miliardi nella seconda metà del prossimo secolo.&nbsp;</p>



<p>L’unica cosa che potrebbe impedire questo risultato sarebbe un deciso aumento della fecondità nei paesi già nella terza fase della Rivoluzione demografica, un evento che mi sembra altamente improbabile.</p>



<p>Tuttavia, già prima tutto il pianeta sarà avvolto da un rigido inverno demografico (Schooyans, 1999) che potrebbe però preludere ad una nuova primavera nella quale la natura, non più vilipesa dal suo ultimo e potente inquilino, potrebbe rivendicare la propria supremazia e gli uomini, riconosciuta l’importanza e la bellezza di tale evento, potrebbero considerare con favore l’idea di avere una famiglia più numerosa.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Bruni, M. (2023, June 27). <em>I flussi migratori internazionali: Una tesi dal lato della domanda</em>. Neodemos.</p>



<p>Cigno, A. (1994). <em>The economics of the family</em>. Clarendon Press.</p>



<p>Ehrlich, P. R. (1968). <em>The population bomb</em>. Ballantine Books.</p>



<p>International Institute for Applied Systems Analysis. (2024). <em>Populations of the future: Updated tool helps to visualize projections</em>.</p>



<p>Keynes, J. M. (1937). Some Economic Consequences of a Declining Population. <em>The Eugenics Review</em>, <em>29</em>(1), 13–17.&nbsp;</p>



<p>Malthus, T. R. (1798). <em>An essay on the principle of population: As it affects the future improvement of society, with remarks on the speculations of Mr. Godwin, M. Condorcet, and other writers</em>. J. Johnson.</p>



<p>Schooyans, M. (1999). <em>Le crash démographique</em>. Le Sarment-Fayard.</p>



<p>United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2004). <em>World population to 2300</em>. United Nations.</p>



<p>United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2024). <em>World population prospects</em>. United Nations.</p>



<p>Vollset, S. E., et al. (2020). Fertility, mortality, migration, and population scenarios for 195 countries and territories from 2017 to 2100: A forecasting analysis for the Global Burden of Disease Study. <em>The Lancet, 396</em>(10258), 1285–1306.</p>
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		<title>Politiche della famiglia e politiche migratorie</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 Apr 2026 07:03:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[famiglia]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La rivoluzione demografica in atto sta causando la compresenza di paesi caratterizzati da una carenza strutturale di lavoro e di paesi caratterizzati da un eccesso strutturale di lavoro. L’unico modo per affrontare il problema sarebbe quello di fare ricorso a flussi migratori, ma la risposta universalmente adottata è il ricorso a politiche della famiglia del tutto inefficaci per alleviare i problemi del mercato del lavoro.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quando una popolazione è investita dalla Rivoluzione demografica (RD), tutte le classi di età che la compongono si muovono lungo un sentiero che ha le stesse caratteristiche di quello percorso dalla Popolazione totale (PT) e nel quale possiamo quindi distinguere tre segmenti caratterizzati rispettivamente da una crescita a tassi crescenti, da una crescita a tassi decrescenti e da un progressivo declino (Bruni, 2022).&nbsp;</p>



<p>La Popolazione in età lavorativa (PEL), la più estesa e numerosa delle tre grandi classi di età,&nbsp; occupa una posizione intermedia nella piramide dell’età. Le sue entrate e&nbsp; le sue uscite riflettono le nascite avvenute rispettivamente 15 e 65 anni prima (Figura 1A)<sup>1</sup>. Pertanto, essa percorre il sentiero della RD in un tempo più breve di quello impiegato dalla PT, ma presenta variazioni più pronunciate.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="385" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1.-Terra-A-Popolazione-in-eta-lavorativa-entrate-uscite-e-saldo-generazionale--1024x385.jpg" alt="" class="wp-image-24062" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1.-Terra-A-Popolazione-in-eta-lavorativa-entrate-uscite-e-saldo-generazionale--1024x385.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1.-Terra-A-Popolazione-in-eta-lavorativa-entrate-uscite-e-saldo-generazionale--300x113.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1.-Terra-A-Popolazione-in-eta-lavorativa-entrate-uscite-e-saldo-generazionale--768x289.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Figura-1.-Terra-A-Popolazione-in-eta-lavorativa-entrate-uscite-e-saldo-generazionale-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>La PEL rappresenta la principale fonte dell’offerta di lavoro e le sue variazioni determinano quanti posti di lavoro l&#8217;economia debba creare per far fronte all’aumento delle forze di lavoro. Il numero medio annuo di posti di lavoro aggiuntivi necessario per mantenere il Tasso di occupazione (TdO) del pianeta costante al 65%<sup>2</sup> è aumentato drammaticamente dal 1950/55 al 2000/2005 (quando la variazione percentuale delle PEL toccò un massimo di 2,6%) passando da 15 &nbsp;a 46 milioni (Tavola 1B).&nbsp; Da allora il fabbisogno mondiale di posti di lavoro aggiuntivi è progressivamente diminuito agli attuali 32 milioni; dovrebbe scendere &nbsp;sotto i 10 milioni verso la metà del secolo e diventare negativo a partire dal 2070.</p>



<p>Più in particolare, nei prossimi 25 anni la PEL del Pianeta dovrebbe aumentare solo di 739 milioni rispetto ai 1.637 milioni dei 25 anni precedenti; pertanto, il numero di posti lavoro aggiuntivi necessari per mantenere il TdO al 65% diminuirà da 1.064 milioni&nbsp; a 480 milioni,&nbsp; vale dire da 42,6 a 19,2 milioni l’anno.</p>



<p>Ciò potrebbe portarci a concludere che il futuro demografico sia favorevole per la situazione occupazionale del pianeta. Infatti, dopo un lunghissimo periodo di crescita della popolazione in età lavorativa così rapida da impedire al sistema economico globale di creare il numero di posti di lavoro aggiuntivi (<em>decent or&nbsp; indecent</em>) necessari per far fronte alla crescita dell&#8217;offerta di lavoro (ILO, 2020), il raggiungimento di tale risultato potrebbe divenire fattibile. Ciò aumenterebbe la possibilità di ridurre la povertà, la disperazione e lo svilimento morale che derivano dalla carenza di opportunità di lavoro, finora una caratteristica endemica dei paesi più poveri del mondo, ma non solo.</p>



<p>Purtroppo, così non sarà dato che, a causa della Polarizzazione demografica in corso, il fabbisogno globale medio annuo di 19,2 milioni di posti di lavoro sarà la somma algebrica di 30,9 milioni da creare nei paesi più poveri del Pianeta e di 11,7 milioni da distruggere in quelli ricchi. Inoltre, ben 17,7 milioni di posti di lavoro dovrebbero essere creati in Africa, un traguardo ovviamente al di fuori della portata dei paesi di quel continente (Tavola 1)</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><img decoding="async" width="1024" height="385" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tavola-1.-Terra-A-popolazione-in-eta-lavorativa-saldi-positivi-negativi-e-totali-per-continente-1024x385.jpg" alt="" class="wp-image-24061" style="width:888px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tavola-1.-Terra-A-popolazione-in-eta-lavorativa-saldi-positivi-negativi-e-totali-per-continente-1024x385.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tavola-1.-Terra-A-popolazione-in-eta-lavorativa-saldi-positivi-negativi-e-totali-per-continente-300x113.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tavola-1.-Terra-A-popolazione-in-eta-lavorativa-saldi-positivi-negativi-e-totali-per-continente-768x289.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tavola-1.-Terra-A-popolazione-in-eta-lavorativa-saldi-positivi-negativi-e-totali-per-continente.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure></div>


<p>La&nbsp; situazione appena delineata dovrebbe suggerire non solo a coloro&nbsp; che spiegano i flussi migratori internazionali dal lato della domanda (Bruni, 2023), ma anche a coloro che li spiegano dal lato dell’offerta che i flussi migratori internazionali sono inevitabilmente destinati ad aumentare. Dovrebbe anche essere a tutti evidente&nbsp; che, al di là degli inevitabili costi umani, sociali ed economici che essi comportano, flussi migratori (in linea con il fabbisogno) rappresenterebbero una soluzione vincente non solo per i paesi più sviluppati, ma anche per i paesi di partenza e che sarebbe nel comune interesse che essi non fossero subiti, ma&nbsp; cogestiti in maniera razionale ed umana (Bruni, 2023; Barsotti &amp;Toigo, 2024).</p>



<p>Di fatto con pochissime eccezioni (la&nbsp; Russia e in qualche misura anche l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada) i paesi di (potenziale) destinazione si <em>rifiutano</em> di riconoscere&nbsp; che le cosiddette immigrazioni irregolari sono di fatto una risposta, generalmente quantitativamente corretta, alla loro carenza strutturale di lavoro. Questa scelta<em> ideologica</em> li porta a vedere i flussi migratori come una minaccia all’identità del paese, a concepire le politiche migratorie essenzialmente come una lotta senza quartiere alle immigrazioni irregolari, a investire in maniera del tutto ingiustificata nelle espulsioni; comporta altresì l’incapacità di valutare in maniera corretta la carenza di lavoro che caratterizza il loro mercato del lavoro, il che determina la programmazione di flussi migratori di gran lunga inferiori al fabbisogno.</p>



<p>Contemporaneamente essi stanno tutti attivando politiche della famiglia che, altamente apprezzabili e doverose da un punto di vista sociale, sono quanto meno poco efficaci per frenare il declino della natalità e che, anche qualora fossero un successo, non potrebbero alleviare la carenza strutturale di manodopera per almeno 20 anni.</p>



<p>Si tratta di un interessante paradosso che però non mi sembra altro che una delle tante espressione di una fase storica dominata non dalla morte delle ideologie (uno slogan ideologico funzionale alla promozione di una vulgata riconducibile all’ideologia neoliberale), quanto dal progressivo affermarsi di posizioni conservatrici travestite da quello che vorrebbe essere un pragmatismo neutrale ed oggettivo, ma che di fatto sono espressione di un credo liberista sempre più percorso da pulsioni irrazionali e antiscientifiche e da rigurgiti xenofobi e eugenetici.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p>1 Le entrate sono rappresentate da coloro che compiono 15 anni e le uscite dal coloro che ne compiono 65 anni e dalle morti nelle età intermedie. .</p>



<p><sup>2</sup> Valore del&nbsp; Pianeta Terra, secondo ILO nel 2020</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Barsotti, O., &amp; Toigo, M. (2024). <em>Facciamoci aiutare a casa nostra …</em>. Neodemos.</p>



<p>Barsotti, O., &amp; Toigo, M. (2024). <em>Per aiutarli a casa loro</em>. Neodemos.</p>



<p>Bruni, M. (2022). <em>China, the Belt and Road Initiative, and the century of great migration</em>. Cambridge Scholars Publishing.</p>



<p>Bruni, M. (2023, June 27). <em>I flussi migratori internazionali: Una tesi dal lato della domanda</em>. Neodemos.</p>



<p>International Labour Organization. (2020). <em>World employment and social outlook: Trends 2020</em>.</p>



<p>United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2024). <em>World population prospects</em>. United Nations.</p>
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		<title>Il declino demografico prossimo venturo: un evento epocale che non appassiona nessuno. </title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 17 Apr 2026 07:31:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>
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<p><em>Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la paura di una crescita demografica senza precedenti diede vita a un grande dibattito. L’autore sottolinea come oggi, malgrado le tendenze demografiche in atto dovrebbero sollevare preoccupazione ben&nbsp; maggiori, esse siano quasi totalmente ignorati non solo dalla&nbsp; classe politica, ma anche dagli addetti ai lavori.&nbsp;</em></p>



<p class="has-drop-cap">Nel secondo dopoguerra il profilarsi di un’esplosione demografica di dimensioni senza precedenti dette vita a quello che è stato definito <em>The Great Demographic Debate</em> (Sinding, 2021). Promosso da scienziati di rilievo  come <a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Fairfield_Osborn,_Jr" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Fairfield Osborn (Osborn, 1948)</a><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Fairfield_Osborn,_Jr">, </a>William Vogt (Vogt,1949) e Rachel Carson (Carson,1962) sospinto da un movimento neomaltusiano di stampo ecologista, appoggiato dal movimento femminista della Sanger, alimentato dalla crescente disponibilità di proiezioni demografiche che mostravano come la popolazione dei paesi in via di sviluppo stesse crescendo a tassi senza precedenti a seguito di un declino del tasso di natalità inferiore a quello del tasso di mortalità, sostenuto dall’opinione di numerosi economisti convinti che la crescita demografica avesse un effetto negativo sulla crescita del PIL (Coale &amp; Hoover, 1958) esso vide il governo americano, persuaso che la sovrappopolazione avrebbe aperto la strada al comunismo, schierarsi in prima fila e finanziare insieme agli alleati interventi volti a ridurre il numero delle nascite<sup>1</sup>.</p>



<p>Se <em>The Population Bomb</em> (Ehrlich, 1968), e <em>The Limits to Growth</em> (Meadows et al. ,1972) costituiscono i libri simbolo di quel dibattito, la prima Conferenza Mondiale sulla Popolazione che si tenne a Bucarest nel 1974 e alla quale parteciparono 135 paesi, fu il momento politicamente più rilevante. La proposta degli Stati Uniti che chiedevano l’impegno dei singoli paesi a fissare degli obiettivi di crescita demografica incontrò la vigorosa opposizione dei paesi del terzo mondo. Guidati da Unione Sovietica e Cina, essi sostennero con successo che ciò di cui vi era bisogno non erano pillole e preservativi, ma massicci aiuti economici, una tesi ben esemplificata dal Ministro indiano della Salute con lo slogan &#8220;<em>lo sviluppo è il miglior contraccettivo&#8221;.&nbsp;</em></p>



<p>Il decennio si concluse, tuttavia, con l’attuazione dei due più radicali, ma sotto molti aspetti estremamente diversi, interventi antinatalisti della storia, la campagna di sterilizzazione portata aventi in India durante lo stato di emergenza nazionale dichiarato dal Primo Ministro Indira Gandhi nel 1975 e la politica del figlio unico implementata dalla Cina a partire nel 1980.</p>



<p>La convergenza ideologica dei paesi capitalisti&nbsp; e dei movimenti neomaltusiano ed&nbsp; ecologista in tema di sovrappopolazione terminò nel corso degli anni ’80 per una serie di motivi. In primo luogo, il fallimento delle previsioni catastrofiche degli Ehrlich, vanificate dalla imprevista e, a dire il vero, imprevedibile rivoluzione verde (Ehrlich, P &amp; Ehrlich A. , 2009); le critiche totalmente infondate che sommersero <em>The Limits to Growth, </em>bollato come <em>fantascienza apocalittica</em>; l’impatto del libro <em>The Ultimate Resource </em>pubblicato nel 1981 da Julian Simon, e nel quale, come suggeriva il titolo, la crescita della popolazione, lungi dall&#8217;essere un ostacolo alla crescita economica, era la soluzione alla scarsità delle risorse ed ai problemi ambientali. L’evento fondamentale fu però il voltafaccia dell’amministrazione americana che, sotto la pressione dei movimenti cristiani, dichiarò che le ONG straniere che volevano ricevere finanziamenti dal governo degli Stati Uniti dovevano certificare che non avrebbero eseguito o promosso attivamente l&#8217;aborto come metodo per la pianificazione familiare e questo anche quando utilizzavano fondi non statunitensi. A ciò si aggiunsero l’esplosione dell&#8217; epidemia di AIDS che travolse tutte le altre preoccupazioni e portò alla riassegnazione delle risorse delle agenzie sanitarie, incluse quelle dedicate alla pianificazione familiare, alla lotta contro il nuovo virus e&nbsp; la decisione del movimento ambientalista, del movimento femminista e dei gruppi per i diritti umani di prendere le distanze dal movimento neomaltusiano.</p>



<p>Così nella Conferenza Internazionale sulla Popolazione e lo Sviluppo, tenutasi al Cairo nel 1994, il &#8220;problema della popolazione&#8221; scomparve dall’ordine del giorno e il tema dominante divenne quello dell&#8217;uguaglianza di genere. Inizia così una fase di declino della grande demografia, quella cioè che si occupa delle tendenze della popolazione e dei suoi rapporti con la sfera economica.</p>



<p>In queste nuovo clima non sorprende quindi che neanche il concorde annuncio&nbsp; da parte dei principali istituti di statistica internazionali che la lunga fase di crescita della popolazione umana stia&nbsp; giungendo alla fine&nbsp; UN DESA, 2004 e 2024; IIASA, 2024; Vollset et al. ,2020). passi quasi completamente inosservato. Di fatto, gli interventi sull’imminente declino demografico e sulle sue conseguenze si contano sulla punta delle dita. Inoltre mentre nel grande dibattito si registrò, come abbiamo visto, una quasi completa convergenza sull’idea che una pronunciata crescita demografica avrebbe avuto effetti negativi non solo sull’ambiente, ma anche sullo sviluppo socioeconomico e quindi sulla tenuta dei sistemi democratici, l’attuale dibattito sembra riproporre una netta contrapposizione tra chi&nbsp; sottolinea&nbsp; l’impatto negativo del declino demografico sulla sfera economica, sia pure con diversi livelli di pessimismo, e chi segnala i benefici che esso avrebbe sull’ambiente.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Al primo gruppo appartengono i pochi economisti che hanno affrontato il problema. Il primo ad attrarre l’attenzione sul tema dell’implosione demografica e a discuterne le conseguenze economiche in un articolo comparso nel 2001 su Foreign Policy è stato <a href="https://www.foreignaffairs.com/world/age-depopulation-surviving-world-gone-gray-nicholas-eberstadt#author-info" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Nicholas Eberstadt</a> che lavora all’American Enterprise Institute. Piu recentemente vi sono stati interventi di Jesús Fernández-Villaverde, professore di macroeconomia presso l’Università della Pennsylvania e Dean Spears dell&#8217;Università del Texas a Austin, che Elon Musk, di cui sono note le posizione pronataliste, ha messo a capo del<em> Population Wellbeing Initiative<sup>2</sup>.</em>&nbsp;</p>



<p>Se, come era facile prevedere, Dan Spears sostiene che l’imminente drammatica&nbsp; contrazione della popolazione condurrà il nostro&nbsp; Pianeta verso un futuro cupo, caratterizzato da una crescita economica più lenta e con meno innovazioni, (Spears, 2023), non molto più ottimistiche sono le considerazioni di Eberstadt (Eberstadt, 2001, 2024) che ritiene probabile che l’invecchiamento ed una prolungata contrazione della popolazione ostacoleranno la crescita economica e paralizzeranno i sistemi di protezione sociale. La differenza sta nel fatto che Eberstadt nutre qualche speranza che le forze di mercato producano miglioramenti della produttività che a loro volta alzeranno&nbsp; il tenore della vita, in particolare negli Stati Uniti soprattutto se essi&nbsp; faranno un maggior ricorso all’immigrazione, uno sprazzo di ragionevolezza che non sembra però in linea con le idee dell’attuale&nbsp; restauratore&nbsp; della Casa Bianca. Infine, sia pure con più moderazione, anche Fernández-Villaverde (Villaverde，2021 e 2022） ritiene che il declino demografico sia pericoloso per l’economia e che, al momento, non vi siano ricette disponibili per farvi fronte.</p>



<p>Poche le voci a favore di una contrazione della popolazione. Possiamo ricordare <em>Population Connections,</em> l’associazione fondata&nbsp; da Paul Ehrlich nell’ormai lontano 1968 che si batte per un obbiettivo oggi del tutto irrealistico, la stabilizzazione della Popolazione mondiale.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>L’unica voce che, sia pure indirettamente, sembra schierarsi a favore di un declino demografico è&nbsp; espressa in un paper firmato da 17 eminenti ricercatori di università americane, australiane e messicane ( Bradshaw et al, 2021). Diversamente dagli economisti citati in precedenza esso descrive <em>l’orribile futuro</em> che l’umanità dovrà affrontare nei prossimi decenni a causa della crescita demografica che ci aspetta. L’impressionante lista di catastrofi naturali, ambientali e sociali che ci aspettano non può che suscitare una forte aspettativa per quella Terra meno popolata&nbsp; di cui il paper non parla ma che,&nbsp; come&nbsp; sappiamo, è ormai dietro l’angolo.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Mi sembra tuttavia che a questo punto sia fondamentale non limitarsi a denunciare i problemi ambientali che ci attendono nei prossimi due o tre decenni o analizzare quelli economici e sociali del decenni successi, ma cominciare a ragionare su come affrontare questa inedita situazione fin da subito.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Per una più ampia analisi del dibattito, vedi Bruni, 2022, Cap. 3.</p>



<p><sup>&nbsp;2</sup>La notizia e riportata da Olivia Nater in un articolo pubblicato in Population Connection&nbsp; (22-9-2023).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h3>



<p>Bradshaw, C. J. A., Ehrlich, P. R., Beattie, A., Ceballos, G., Crist, E., Diamond, J., &amp; Ripple, W. J. (2021). Underestimating the challenges of avoiding a ghastly future. <em>Frontiers in Conservation Science, 1</em>.</p>



<p>Bruni, M. (2022). <em>China, the Belt and Road Initiative, and the century of great migration</em>. Cambridge Scholars Publishing.</p>



<p>Carson, R. (1962). <em>Silent spring</em>. Houghton Mifflin.</p>



<p>Coale, A. J., &amp; Hoover, E. M. (1958). <em>Population growth and economic development in low-income countries: A case study of India’s prospects</em>. Princeton University Press.</p>



<p>Eberstadt, N. (2001). The age of depopulation: Surviving a world gone gray. <em>Foreign Affairs, 80</em>(6), 2–8.</p>



<p>Eberstadt, N. (2024). Wanted: More babies: Why the end of the population explosion is a mixed blessing. <em>Foreign Policy</em>.</p>



<p>Ehrlich, P. R. (1968). <em>The population bomb</em>. Ballantine Books.</p>



<p>Ehrlich, P. R., &amp; Ehrlich, A. H. (2009). The population bomb revisited. <em>The Electronic Journal of Sustainable Development, 1</em>(3), 63–71.</p>



<p>International Institute for Applied Systems Analysis. (2024). <em>Populations of the future: Updated tool helps to visualize projections</em>.</p>



<p>Meadows, D. L., Meadows, D. H., Randers, J., &amp; Behrens, W. W. (1972). <em>The limits to growth</em>. Universe Books.</p>



<p>Osborn, F. (1948). <em>Our plundered planet</em> (2nd ed.). Pyramid Books.</p>



<p>Simon, J. L. (1981). <em>The ultimate resource</em>. Princeton University Press.</p>



<p>Sinding, S. (2021). <em>Whatever happened to the population explosion?</em> GMALL lecture.</p>



<p>Spears, D. (2023, September 22). The world’s population may peak in your lifetime: What happens next? <em>The Business Times</em>.</p>



<p>United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2004). <em>World population to 2300</em>. United Nations.</p>



<p>United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2024). <em>World population prospects</em>. United Nations.</p>



<p>Villaverde, J. (2021–2022). The demographic future of humanity: The trends. <em>Public Discourse</em>.</p>



<p>Vogt, W. (1948). <em>Road to survival</em>. William Sloane Associates.</p>



<p>Vollset, S. E., et al. (2020). Fertility, mortality, migration, and population scenarios for 195 countries and territories from 2017 to 2100: A forecasting analysis for the Global Burden of Disease Study. <em>The Lancet, 396</em>(10258), 1285–1306</p>
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		<title>L’alba di una nuova era demografica (e non solo)</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/04/10/lalba-di-una-nuova-era-demografica-e-non-solo/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=lalba-di-una-nuova-era-demografica-e-non-solo</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 09:20:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[denatalità]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>
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<p><em>Tutti i principali istituti di statistica internazionali concordano nell’affermare che la Popolazione del Pianeta inizierà presto a diminuire. Michele Bruni&nbsp; propone la tesi che il declino demografico ormai dietro l’angolo sia causato da una vera e propria Rivoluzione demografica e&nbsp; ne esplora le cause, le caratteristiche e le conseguenze.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Nell’<em>executive summary</em> dell’ultima Revisione dei <em>World Population Prospects</em> si legge:&nbsp;</p>



<p>&#8220;<em>La&nbsp; popolazione mondiale continuerà a crescere per altri 50 o 60 anni, raggiungendo un picco di circa 10,3 miliardi di persone a metà degli anni 2080, rispetto agli 8,2 miliardi del 2024. Dopo il picco, si prevede che inizierà a diminuire, scendendo gradualmente fino a 10,2 miliardi entro la fine del secolo (UN DESA,</em> 2024; p. iii).&#8221;</p>



<p>Con questa&nbsp; constatazione, vergata in uno stile a dir poco minimalista, UN DESA segnalava l’avvicinarsi di un evento epocale, il fatto che nel 2086 la&nbsp; crescita demografica che domina il Pianeta dalla metà del XVII secolo e che ha portato la sua popolazione da 600 milioni agli attuali 8,2 miliardi avrebbe lasciato il posto ad una fase di declino.&nbsp;</p>



<p>Il primo a prevedere che la popolazione mondiale avrebbe raggiunto un massimo nel corso del XXI secolo fu, nell’ormai lontano 1945, il&nbsp; sociologo americano Kingsley Davis che, come membro dell’<em>Office</em> <em>of Population</em> <em>Research </em>dell’Università di Princeton, aveva contribuito alla scoperta della Transizione&nbsp; demografica. Scriveva&nbsp; Davis:</p>



<p>&#8220;<em>Sembra quindi probabile che il prossimo secolo vedrà raggiunto il picco della crescita della popolazione mondiale e il nuovo equilibrio demografico diffondersi in tutto il mondo. </em>(Davis, 1945).&#8221;<em>&nbsp;</em></p>



<p>Venendo a tempi più recenti, UN DESA segnalò per la prima volta nel 2004 che la popolazione mondiale sarebbe entrata in una fase di declino, nello scenario intermedio di un inusuale esercizio previsivo di lunghissimo periodo (UN DESA, 2004). In quel caso il Punto di inversione demografica (PID) era previsto per il&nbsp; 2075, anno nel quale la Popolazione mondiale&nbsp; avrebbe raggiunto&nbsp; un massimo di 9,22 miliardi, per poi oscillare su valori analoghi per altri 225 anni.&nbsp;</p>



<p>Previsioni analoghe sono state proposte da <em>The Lancet </em>(Vollset, Stein Emil et al., 2020) e dallo IIASA&nbsp; (IIASA,&nbsp; 2024). <em>The Lancet</em> ha&nbsp; previsto che&nbsp; il PID si dovrebbe registrare nel 2064, lo IIASA nel 2080. Secondo <em>The Lancet</em> la popolazione mondiale dovrebbe raggiungere un massimo di 9,7 miliardi, secondo lo IIASA di 10,13 miliardi.&nbsp;</p>



<p>Sembra quindi definitivamente tramontata la tesi ottimista di una Transizione&nbsp; demografica che avrebbe condotto la popolazione mondiale da un equilibrio demografico tradizionale, caratterizzato da alti tassi di natalità e mortalità, ad un equilibrio demografico moderno, caratterizzato da bassi tassi di natalità e mortalità, per ritornare all’opinione dei suoi quattro scopritori (Leroy-Beaulieu, Thompson, Landry and Notenstein) convinti che la Transizione avrebbe condotto ad una fase di declino demografico, una tesi che ha avuto nel tempo altri sostenitori tra cui&nbsp; John Caldwell&nbsp; (Caldwell, 1982)&nbsp; e Dudley Kirk (Kirk, 1996).&nbsp;</p>



<p>Al di là dell’anno nel quale si registrerà il PID e di quale sarà la crescita residua della popolazione mondiale, la cosa importante è capire la causa di questo evento epocale e le modalità con le quali si verificherà.&nbsp;</p>



<p>Esso è il prodotto non di una <em>Transizione demografica,</em> ma di una vera e propria <em>Rivoluzione Demografica </em>che sta provocando il passaggio da un <em>regime demografico naturale</em>, che ha &nbsp; caratterizzato tutta la storia di homo sapiens, e <em>&nbsp;</em>nel quale l’uomo non aveva alcun controllo su nascite e morti. ad un <em>regime demografico del controllo</em>, caratterizzato da una crescente capacità di combattere numerose malattie che falcidiavano la nostra specie e di decidere in maniera consapevole il numero dei figli che vogliamo avere (Bruni, 2023). I risultati sono, da un lato, un progressivo calo della fecondità, dall’altro, un progressivo aumento della durata media della vita.</p>



<p>La Rivoluzione demografica ha colpito i paesi della terra in momenti diversi distribuiti nell’arco di oltre 150 anni. I primi ad avviarsi lungo il sentiero di un epocale cambiamento sono stati i paesi che erano già stati interessati dalla rivoluzione industriale e quindi godevano&nbsp; di&nbsp; un maggior livello di benessere e della possibilità di utilizzare in maniera consapevole le nuove scoperte della medicina, le vere cause del fenomeno. Il processo si è poi diffuso in tutti gli altri paesi nei quali il nostro pianeta è frammentato, man mano che raggiungevano un&nbsp; certo livello di <em>modernizzazione</em>.&nbsp;</p>



<p>Ciò fa sì che i paesi della Terra siano oggi distribuiti in una lunga fila guidata dai paesi più ricchi e socialmente avanzati e chiusa dai più poveri e diseredati. La fila si snoda lungo un accidentato sentiero che conduce dal vecchio al nuovo regime demografico, da un disequilibrio demografico involontario che ha determinato l’aumento della popolazione del Pianeta dai pochi milioni del 10.000 AEV, ad un disequilibrio demografico volontario che porterà l’umanità nel territorio inesplorato del declino demografico. Il sentiero è articolato in tre segmenti ben definiti: una prima parte nella quale la popolazione cresce a tassi crescenti, una seconda nella quale cresce a tassi decrescenti ed una terza nella quale la popolazione diminuisce.&nbsp;</p>



<p>La prima conseguenza di questa situazione è che al momento attuale, la Terra registra la compresenza di paesi ormai nella terza fase della Rivoluzione demografica e di paesi nella prima fase. Pertanto, non esistono solo paesi sui quale incombe quello che, già negli anni 1960, venne definito un rigido<em> inverno demografico</em> (Schooyan, 1999) &nbsp;che si caratterizza per culle vuote, una crescente carenza di manodopera e un progressivo invecchiamento. Anzi, sono ancora più numerosi e con una popolazione di gran lunga maggiore i paesi sui quali ristagna una torrida<em> estate demografica</em>. Qui sono le culle ad essere insufficienti, come il cibo e le medicine necessari per fare crescere i nuovi nati, le strutture scolastiche per educarli e le occasioni di lavoro per farli sopravvivere e dare un significato alla loro vita.&nbsp;</p>



<p>A questo proposito mi limito a ricordare che, secondo UN DESA, dal 2025 al 2050:&nbsp;</p>



<p><strong>•</strong> la Popolazione totale del Pianeta aumenterà di 1.427 milioni come saldo tra 3.365 milioni di nascite e 1.938 milioni di morti il che corrisponde a circa quattro nascite e due decessi al secondo.&nbsp;</p>



<p><strong>•</strong> la Popolazione in età lavorativa aumenterà di 739 milioni e che tale crescita sarà il risultato di una contrazione di 450&nbsp; milioni nei paesi del primo gruppo e di una crescita di 1.189 milioni nei paesi del secondo gruppo.&nbsp;</p>



<p><strong>•</strong> Dunque, nei prossimi decenni al Pianeta Terra non mancheranno né i bambini, né le forze di lavoro. Che la percezione&nbsp; prevalente sia totalmente diversa è solo l’ennesima manifestazione&nbsp; della <em>hubris</em> che domina il cosiddetto occidente.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h3>



<p>Bruni, M. (2022). <em>China, the Belt and Road Initiative, and the century of great migration</em>. Cambridge Scholars Publishing.</p>



<p>Bruni, M. (2023, June 27). <em>I flussi migratori internazionali: Una tesi dal lato della domanda</em>. Neodemos.</p>



<p>Caldwell, J. C. (1982). <em>Theory of fertility decline</em>. Academic Press.</p>



<p>Davis, K. (1945). The world demographic transition. <em>The Annals of the American Academy of Political and Social Science, 237</em>(1), 1–11.</p>



<p>International Institute for Applied Systems Analysis. (2024). <em>Populations of the future: Updated tool helps to visualize projections</em>.</p>



<p>Kirk, D. (1996). Demographic transition theory. <em>Population Studies, 50</em>(3), 361–387.</p>



<p>Schooyans, M. (1999). <em>Le crash démographique</em>. Le Sarment-Fayard.</p>



<p>United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2004). <em>World population to 2300</em>. United Nations.</p>



<p>United Nations, Department of Economic and Social Affairs. (2024). <em>World population prospects</em>. United Nations.</p>



<p>Vollset, S. E., et al. (2020). Fertility, mortality, migration, and population scenarios for 195 countries and territories from 2017 to 2100: A forecasting analysis for the Global Burden of Disease Study. <em>The Lancet, 396</em>(10258), 1285–1306.</p>
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		<title>Piano Mattei: drammatica ignoranza o propaganda elettorale?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2024/02/20/piano-mattei-drammatica-ignoranza-o-propaganda-elettorale/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=piano-mattei-drammatica-ignoranza-o-propaganda-elettorale</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Feb 2024 08:56:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[flussi migratori]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[piano mattei]]></category>
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<p><em>Il Piano Mattei si propone di arginare i flussi migratori aiutando i paesi di partenza a casa loro, ma non può raggiungere tale obbiettivo perché non affronta la vera causa del problema: la carenza strutturale di lavoro del nostro paese. Inoltre, anche se l’ipotesi di un’immigrazione dovuta esclusivamente all’eccesso di offerta fosse corretta, il problema dell’eccedenza strutturale di lavoro che caratterizza quasi tutti i paesi dell’Africa è tale da essere fuori misura non solo per l’Italia, ma anche per l’UE nel suo complesso. La tesi di Michele Bruni è che il modo migliore per aiutare l’Africa sia quello di aiutare noi stessi cogestendo con i paesi di partenza flussi migratori coerenti con il nostro fabbisogno, preceduti da opportuni percorsi educativi e formativi.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Flussi migratori internazionali: tesi da domanda e misure per la loro gestione&nbsp;</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">In precedenti lavori ho sostenuto che per spiegare e quindi prevedere i flussi migratori internazionali occorre adottare un approccio prevalentemente orientato alla domanda di lavoro, capire cioè che la dimensione e la direzione dei flussi migratori sono determinati dalla carenza strutturale di lavoro che caratterizza i paesi più ricchi ed economicamente avanzati della Terra, in presenza di un’offerta di lavoro illimitata nei paesi più poveri<sup>1</sup>.</p>



<p>Ho poi messo in evidenza che la rivoluzione demografica in atto – che ha la propria origine nel passaggio da un regime demografico naturale ad un regime demografico controllato &#8211; sta creando una crescente polarizzazione tra i paesi del primo gruppo, nei quali il saldo naturale della popolazione in età lavorativa (PEL) è già da tempo negativo, e quelli del secondo, nei quali la PEL sta letteralmente esplodendo. Sarebbe quindi nell’interesse di entrambi i gruppi di paesi cogestire, in maniera razionale ed umana, flussi migratori coerenti con il fabbisogno dei paesi di destinazione, facendoli precedere da percorsi formativi tenuti nei paesi di partenza, ma finanziati dai paesi di arrivo<sup>2</sup>.&nbsp;</p>



<p>Questo approccio, da un lato fornirebbe ai paesi colpiti da un declino dell’offerta di lavoro le risorse umane necessarie per continuare lungo un sentiero di sviluppo; dall’altro propizierebbe l’avvio di un processo di crescita e modernizzazione nei paesi di partenza, accelerando la diminuzione della natalità, riducendo la crescita dell’offerta di lavoro, potenziando il sistema dell’istruzione e della formazione professionale, garantendo un crescente ammontare di risorse attraverso le rimesse.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il Piano Mattei. Un bluff elettorale?</strong></h3>



<p>Il governo Meloni ha deciso di seguire un percorso diverso, enunciato nel cosiddetto Piano Mattei, il cui obbiettivo dichiarato è nientepopodimeno che<strong> </strong>quello di arginare i flussi migratori irregolari e, allo stesso tempo, garantire al nostro paese le necessarie forniture energetiche. Molto è stato già scritto su come, dietro un nome altisonante e propagandistico, vi sia ben poca sostanza e di come il Piano preveda la creazione di una complessa struttura per assolvere i compiti della già esistente Cooperazione allo sviluppo.&nbsp;</p>



<p>La prima ovvia considerazione è che il Piano non può arginare i flussi migratori perché non individua e non affronta la vera causa dei flussi, vale a dire la carenza strutturale di lavoro dei paesi di destinazione. Si noti che, anche nel caso vi fosse un qualche inespresso “retro-pensiero” che il Piano potrebbe ridurre i flussi migratori abbassando il nostro fabbisogno di lavoro tramite la delocalizzazione di processi produttivi, è evidente che, anche nel più ottimistico degli scenari, il suo impatto sarebbe, ad essere ottimisti, marginale.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, anche prendendo per buona l’idea che la politica giusta per arginare le migrazioni sia quella di <em>aiutarli a casa loro</em>, è evidente che chi ha concepito il Piano ignora (o finge di ignorare) la dimensione del problema.&nbsp;</p>



<p>Tra il 2020 e il 2050 la PEL del Pianeta aumenterà di poco più di un miliardo, ma come saldo tra una diminuzione di oltre 350 milioni nei circa 70 paesi postmoderni e di un aumento di oltre 1,35 miliardi nei paesi classici e neoclassici (Tabella 1)<sup>3</sup>. Così, in assenza di flussi migratori, la PEL dei paesi postmoderni scenderebbe sotto il valore del 1990 e la sua&nbsp; percentuale sulla PEL del Pianeta diminuirebbe dal 50% del 1990 al 26,4% del 2050.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="472" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1-1024x472.jpg" alt="" class="wp-image-20846" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1-1024x472.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1-300x138.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1-768x354.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Un confronto della evoluzione della PEL nella UE e in Africa (Tabella 2)&nbsp; rende evidente che persino l’obbiettivo di creare un numero di posti di lavoro sufficienti a ridurre in maniera significativa&nbsp; l’eccesso&nbsp; di lavoro del continente africano non solo è fuori portata per l’Italia, che nell’ultima trentina di anni è riuscita a creare meno di tre milioni di posti di lavoro, ma anche per la UE, che nello stesso periodo ne ha creati meno di trenta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-2-Europa-e-Africa-PEL-valore-assoluto-e-incidenz-sul-valore-della-Terra-nel-1990-2020-e-2050.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="358" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-2-Europa-e-Africa-PEL-valore-assoluto-e-incidenz-sul-valore-della-Terra-nel-1990-2020-e-2050-1024x358.jpg" alt="" class="wp-image-20847" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-2-Europa-e-Africa-PEL-valore-assoluto-e-incidenz-sul-valore-della-Terra-nel-1990-2020-e-2050-1024x358.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-2-Europa-e-Africa-PEL-valore-assoluto-e-incidenz-sul-valore-della-Terra-nel-1990-2020-e-2050-300x105.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-2-Europa-e-Africa-PEL-valore-assoluto-e-incidenz-sul-valore-della-Terra-nel-1990-2020-e-2050-768x269.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-2-Europa-e-Africa-PEL-valore-assoluto-e-incidenz-sul-valore-della-Terra-nel-1990-2020-e-2050.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>È quindi evidente che il Piano Mattei è il risultato o di una drammatica ignoranza o, come sembra più probabile, una sparata elettorale volta a mostrare che se è vero che il governo non è riuscito a fermare gli sbarchi, esso ha però un grande piano per farlo nei prossimi quattro anni, sperando che poi, come per le precedenti promesse elettorali, il bluff venga perdonato. È altresì evidente che la maggior parte dei paesi africani non potrà creare i posti di lavoro necessari per fronteggiare la crescita della loro offerta di lavoro e che questa situazione metterà a repentaglio la pace non solo in Africa, ma nel mondo.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una proposta alternativa</strong></h3>



<p>Se l’Italia e la UE non hanno la dimensione economica per risolvere i problemi del mercato del lavoro dei paesi africani aiutandoli a casa loro, un club dei paesi ricchi potrebbe però farlo limitandosi ad aiutare sé stessi. Va anche ribadito che si tratta di interventi non necessari, ma indispensabili se si vuole preservare la pace del mondo.</p>



<p>Nel prossimo trentennio, a seguito del fabbisogno demografico<sup>4</sup> creato dal calo della PEL e del fabbisogno economico creato dall’aumento tendenziale dell’occupazione, i paesi nei quali la PEL diminuirà in maniera pronunciata (e che come dettagliato nella Tabella 3 includono fra gli altri&nbsp; tutti i paesi europei, gli Stati Uniti e il Canada, la grande Cina, il Giappone, la Corea, Singapore e la Tailandia) avranno bisogno di circa 535 milioni di immigrati.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-3-Paesi-postmoderni-r-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="390" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-3-Paesi-postmoderni-r-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1024x390.jpg" alt="" class="wp-image-20848" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-3-Paesi-postmoderni-r-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1024x390.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-3-Paesi-postmoderni-r-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-300x114.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-3-Paesi-postmoderni-r-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-768x292.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-3-Paesi-postmoderni-r-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Ciò ridurrebbe il numero di posti di lavoro che i paesi poveri dovrebbero creare per mantenere inalterato il tasso di occupazione da 900 a 552 milioni, 343 dei quali in Africa (Tabella 4). Si tratta ancora di un numero elevato, ma raggiungibile se i paesi di destinazione avessero l’intelligenza di investire in maniera massiccia in istruzione e formazione professionale nei paesi di partenza e le rimesse dei migranti fossero utilizzate prevalentemente per investimenti produttivi.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="353" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-4-Continenti-con-fabbisogno-struuturale-di-lavoiro-1024x353.jpg" alt="" class="wp-image-20849" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-4-Continenti-con-fabbisogno-struuturale-di-lavoiro-1024x353.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-4-Continenti-con-fabbisogno-struuturale-di-lavoiro-300x104.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-4-Continenti-con-fabbisogno-struuturale-di-lavoiro-768x265.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-4-Continenti-con-fabbisogno-struuturale-di-lavoiro.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Si tratta di numeri che paiono irrealistici e improponibili, ma così sarebbe stata giudicata 100 anni fa l’idea che la popolazione mondiale avrebbe superato i 10 miliardi alla fine del XXI secolo. D’altra parte, è anche evidente che le attuali misure anti-immigrazione sono&nbsp; destinate a fallire sotto la pressione di sistemi economici che hanno un ineludibile bisogno di un numero enorme di immigrati e che per garantire non il successo, ma&nbsp; qualche risultato positivo del Piano Mattei,&nbsp; il nostro Presidente dovrebbe essere la Fata Turchina in incognito.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup> Bruni M.,<em> I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda,</em> Neodemos <em>(2023); </em>Bruni M., <em>China, the Belt and Road Initiative, and the Century of Great Migrations</em>, Cambridge Scholars Publishing (2022); Bruni M., <em>Il boom demografico prossimo venturo. Tendenze demografiche, mercato del lavoro ed immigrazione: scenari e politiche</em>, Materiali di Discussione 607, Dipartimento di Economia Marco Biagi, Università di Modena e Reggio Emilia, (2008).</p>



<p><sup>2</sup>Bruni M., <em>Promoting a Common Understanding of Migration Trends. Analysis and Policies</em>, International Organization for Migration, Cairo (2017); Bruni M., <em>Egypt Labour market report. Demographic trends, labour market evolution and scenarios for the period 2015-3; </em>International Organization for Migration, Cairo (2018).</p>



<p><sup>3</sup>Ricordo che i paesi neoclassici sono quelli nella fase finale del passaggio dal regime naturale al regime del controllo e nei quali quindi la PEL diminuirà, anche in maniera considerevole; i paesi classici sono invece quelli nella prima fase e in essi la PEI esploderà, dando luogo ad una offerta illimitata di lavoro; infine, i paesi neoclassici si trovano nella fase intermedia e in essi il lavoro è un fattore scarso, come ipotizzato dal modello neoclassico. Vedi Bruni M., I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda, Neodemos, 2023</p>



<p><sup>4</sup>Per la modalità di calcolo si veda, Bruni M., <em>Unione Europea: flussi migratori interni e fabbisogno strutturale di lavoro</em>, Neodemos (2024).</p>
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		<title>Unione Europea: flussi migratori interni e fabbisogno strutturale di lavoro</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2024/02/16/unione-europea-flussi-migratori-interni-e-fabbisogno-strutturale-di-lavoro/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=unione-europea-flussi-migratori-interni-e-fabbisogno-strutturale-di-lavoro</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Feb 2024 08:46:24 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[flussi migratori]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[UNIONE EUROPEA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In uno scenario tendenziale, nei prossimi trenta anni&#160; tutti gli stati membri della UE avranno un fabbisogno di lavoratori stranieri che per la UE sarà ... <a title="Unione Europea: flussi migratori interni e fabbisogno strutturale di lavoro" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2024/02/16/unione-europea-flussi-migratori-interni-e-fabbisogno-strutturale-di-lavoro/" aria-label="Per saperne di più su Unione Europea: flussi migratori interni e fabbisogno strutturale di lavoro">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>In uno scenario tendenziale, nei prossimi trenta anni&nbsp; tutti gli stati membri della UE avranno un fabbisogno di lavoratori stranieri che per la UE sarà pari a 117 milioni. Gli stati che offrono condizioni lavorative migliori attrarranno lavoratori anche dagli altri stati membri, un fenomeno già evidente per il nostro paese. Ciò provocherà inevitabilmente un pari aumento del nostro fabbisogno di lavoratori extracomunitari. Michele Bruni suggerisce quindi che per ridurre il fabbisogno di lavoratori stranieri le prime misure da adottare dovrebbero mirare a migliorare&nbsp; le condizioni salariali e lavorative del nostro paese.&nbsp;</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Di quanti lavoratori avrà bisogno l’Unione Europea nel prossimo trentennio?</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Nei prossimi trenta anni i 27 paesi UE saranno tutti caratterizzati da una carenza strutturale di manodopera che genererà inevitabilmente flussi migratori ad essa proporzionali. Possiamo stimare il fabbisogno di lavoratori stranieri come la somma&nbsp; di due componenti, una componente demografica ed una componente economica. La prima è&nbsp; dovuta al calo della popolazione in età lavorativa (PEL), la seconda&nbsp; alla variazione del livello occupazionale. Queste due componenti&nbsp; possono essere stimate&nbsp; in maniera approssimata:</p>



<p>1) La prima come il numero di persone necessarie per mantenere inalterato il livello della popolazione in età lavorativa (PEL) e quindi l’offerta di lavoro, supponendo che il loro tasso&nbsp; di attività totale sia almeno uguale a quello della popolazione autoctona.</p>



<p>2) La seconda come il&nbsp; numero di persone necessarie per coprire i posti di lavoro aggiuntivi creati nell’intervallo considerato, ipotizzando che il loro tasso di attività sia dell’80%.</p>



<p>I flussi migratori attivati dalla carenza strutturale di lavoro risulteranno pertanto maggiori del numero di posti di lavoro che le forze di lavoro locali non potranno ricoprire in quanto le precedenti ipotesi ipotizzano, credo realisticamente, che essi siano accompagnati da una percentuale del 25, 30 % di famigliari.&nbsp;&nbsp;</p>



<p>Ricordo anche che i posti aggiuntivi sono stati stimati assumendo che il numero degli occupati vari al tasso medio annuo registrato nel periodo 2002-2022.&nbsp;</p>



<p>La Tabella 1 riporta i risultati delle stime per la UE,&nbsp; per i 5 stati membri più popolosi e per gli altri 22 presi congiuntamente. Nei prossimi 30 anni la PEL della UE diminuirà di 63,5 milioni e, in uno scenario tendenziale, il fabbisogno economico dovrebbe essere di 53,8 milioni. Ciò porta ad un fabbisogno complessivo di circa 117 milioni di immigrati.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="472" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1024x472.jpg" alt="" class="wp-image-20834" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-1024x472.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-300x138.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050-768x354.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2024/02/Tabella-1-UE-27-Fabbisogno-strutturale-di-lavoro-per-tipologia-2020-2050.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Il fabbisogno totale dei 5 grandi paesi è pari al 71% del fabbisogno UE con la Germania che pesa per quasi un quarto (22,4%), la Spagna per il 14,5 e gli altri tre per&nbsp;valori compresi tra il 12,1% dell’Italia e il 10,9% della Polonia, e la Francia in una posizione intermedia (11,6%).&nbsp;</p>



<p>Il ruolo delle due componenti varia notevolmente da paese a paese. Se a livello UE la componente demografica pesa per il 54,1% e nei piccoli paesi per il 58,2%, nei cinque grandi paesi il suo peso è massimo in Italia dove tocca 81,1% e minimo in Francia dove spiega solo il 30,6%. In Germania e in Polonia le due componenti hanno quasi lo stesso peso, mentre i valori della Spagna sono in linea con la media europea. Si noti che un peso prevalente della componente demografica rende più problematico risolvere il problema della carenza strutturale di lavoro, in quanto richiede necessariamente un aumento della fecondità, cosa non solo difficilissima da realizzare, ma i cui primi effetti sul mercato del lavoro si possono avvertire non prima di 20-25 anni.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Flussi migratori tra paesi UE e fabbisogno di lavoratori extracomunitari: il caso Italia</strong></h3>



<p>Se la UE rappresenta un formidabile attrattore per i giovani di paesi con un eccesso strutturale di lavoro, è altresì evidente che i singoli paesi dell’Unione possono attrarre anche i giovani di paesi membri nei quali esistano eccessi <em>relativi </em>di offerta dovuti, come in Italia, alla presenza di una domanda di lavoro insufficiente per certe professioni o che comunque si esplica con condizioni non competitive a livello europeo. Tali flussi lasciano immutato il fabbisogno dell’Unione, ma modificano quello dei singoli paesi.</p>



<p>I dati sulle iscrizioni e le cancellazioni utilizzati dall’Istat per valutare i flussi migratori da e per l’Italia stimano per il decennio 2012-2021 un saldo migratorio dei cittadini italiani negativo, e pari ad una media annua di 58.000 unità. Sempre secondo la stessa fonte, i giovani andati all’estero sono in possesso di un titolo di studio medio per il 31% e di almeno la laurea per il 23%.&nbsp;</p>



<p>Vi sono tuttavia forti evidenze che il numero di italiani espatriati nell’ultimo decennio sia stato molto più elevato. Un progetto ISTAT, basato su un utilizzo integrato dei dati amministrativi per individuare quella parte delle iscrizioni e cancellazioni “per altri motivi” che potrebbero essere considerate come movimenti migratori con l’estero<sup>2</sup>, giunge ad una stima del saldo migratorio negativo medio annuo di 72,000 persone per il periodo 2012-2020. Ancora più drastiche le conclusioni raggiunte da un recente studio della Fondazione Nord Est<sup>2</sup>. Incrociando i dati dell’ISTAT con quelli degli uffici statistici degli altri paesi dell’UE, lo studio giunge alla conclusione che gli espatri di giovani tra i 20 ed i 34 anni sarebbero stati tre volte quelli stimati dall’ISTAT<sup>3</sup>.</p>



<p>Le informazioni disponibili non sono sufficienti per formulare proiezioni affidabili del saldo migratorio verso gli altri paesi della UE per il prossimo trentennio. Tuttavia, esse giustificano l’ipotesi di un saldo migratorio negativo medio annuo con il resto della UE di 50.000 giovani, il che comporterebbe una crescita del nostro fabbisogno demografico di 1,5 milioni nel prossimo trentennio.&nbsp;</p>



<p>In sostanza, in un contesto nel quale tutti i paesi della UE saranno caratterizzati da una massiccia carenza strutturale di lavoro, sarà inevitabile che i giovani dei paesi nei quali stipendi e condizioni di lavoro non sono competitivi, vengano attratti dai paesi che offrono condizioni di gran lunga migliori, provocando così un aumento della carenza strutturale di lavoro extracomunitario dei loro paesi.&nbsp;</p>



<p>Sembrerebbe quindi ragionevole che il governo italiano, prima di cercare di aiutare in maniera del tutto velleitaria i paesi africani a casa loro, aiutasse l’Italia a casa sua con misure volte ad aumentare la produttività e sperabilmente i salari, oggi tra i più bassi d’Europa, così da ridurre il nostro fabbisogno di immigrati.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup> Tucci E., <em>L’emigrazione dall’Italia attraverso l’integrazione e l’analisi di rilevazioni statistiche e fonti ufficiali</em>, Tesi di dottorato, Roma (2019); Di Fraia G., Tucci E., Tomeo V., Basevi M., Corsetti G., Licari F., Simone M., Bonifazi C., Strozza S., <em>Una misura delle emigrazioni italiane attraverso l’integrazione e l’analisi di dati amministrativi</em>, (2022); Enrico Tucci, Corrado Bonifazi e Gennaro Di Fraia, <em>Una nuova misura delle migrazioni italiane,</em> Neodemos, 21 Marzo 2023.&nbsp;</p>



<p><sup>2</sup> Latmiral L., Paolazzi L., Rosa B, Lies, Damned Lies, and Statistics: un’indagine per comprendere le reali dimensioni della diaspora dei giovani italiani, Fondazione Nord Est, ottobre 2023</p>



<p><sup>3</sup> Le cause della sottostima sarebbero da individuare nelle diverse motivazioni che i giovani hanno nel cancellarsi in Italia ed iscriversi all’estero.&nbsp;</p>
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		<title>Per una gestione razionale ed umana dei flussi migratori</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2023/06/30/per-una-gestione-razionale-ed-umana-dei-flussi-migratori/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=per-una-gestione-razionale-ed-umana-dei-flussi-migratori</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Jun 2023 07:40:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[flussi migratori]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.neodemos.info/?p=20018</guid>

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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La possibilità di stimare il fabbisogno di lavoro straniero apre la strada ad una politica mirata a cogestire insieme ai paesi di partenza flussi migratori quantitativamente e qualitativamente coerenti con il fabbisogno. È quanto sostiene Michele Bruni che nell’avanzare una proposta di gestione dei flussi migratori ne evidenzia importanti implicazioni positive.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un breve riassunto del capitolo precedente</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">In un precedente articolo (Neodemos &#8211; <a href="https://www.neodemos.info/2023/06/27/i-flussi-migratori-internazionali-una-tesi-dal-lato-della-domanda/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda</a>) ho sostenuto che:<br></p>



<p></p>



<p class="has-drop-cap"><strong>• </strong>Nella rimanente parte del secolo il nostro pianeta sarà interessato da una pronunciata polarizzazione demografica: da un lato, un numero crescente di paesi, i più ricchi ed economicamente avanzati, la cui popolazione in età lavorativa e la cui offerta di lavoro diminuiranno in maniera massiccia e, dall’altro, un numero piccolo e decrescente di paesi, i più poveri e diseredati (quasi tutti in Africa), nei quali la popolazione in età lavorativa esploderà.</p>



<p><strong>• </strong>Il livello e la direzione dei flussi migratori sono determinati dalla carenza strutturale di manodopera nei paesi che hanno terminato&nbsp; il passaggio da un regime demografico naturale ad un regime del controllo (i migranti e anche i rifugiati non <em>scappano</em> ma <em>vanno</em> dove servono), in presenza di un eccesso strutturale di lavoro nei paesi nella fase iniziale o intermedia di tale transizione.</p>



<p><strong>• </strong>L’effettivo fabbisogno di lavoro dei paesi di destinazione è il risultato dell’interazione tra andamento demografico e andamento economico (il fabbisogno di origine demografica potrebbe essere anche completamente annullato da una profonda crisi economica).</p>



<p><strong>• </strong>È inevitabile che nei prossimi decenni tutti i paesi dell’UE, gli Stati Uniti, il Canada, il Giappone, la Corea, Hong Kong<sup>1</sup>, Singapore e Cina<sup>2</sup> saranno interessati da flussi migratori di dimensioni senza precedenti.</p>



<p>Vorrei anche aggiungere che nella mia impostazione i&nbsp; flussi migratori non sono un problema di sicurezza, ma un aspetto fondamentale del mercato del lavoro; quindi, non sono di competenza del Ministero degli Interni, ma del Ministero del Lavoro. Inoltre, questa impostazione consente di costruire scenari di fabbisogno per titolo di studio<sup>3</sup> ed eventualmente per professioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una proposta per la gestione dei flussi migratori</strong></h3>



<p>La prima importante implicazione di questa&nbsp; tesi&nbsp; è che<em>&nbsp;la miglior difesa contro l’immigrazione irregolare è una immigrazione regolare che elimini il fabbisogno.&nbsp;</em>Essa implica poi che l&#8217;UE e i suoi paesi membri abbandonino la loro assurda e disumana politica migratoria basata sulla costruzione di muri, sul pattugliamento dei mari e delle frontiere e sul finanziamento di paesi vicini di origine o di transito dei flussi per tenere i migranti, di cui hanno disperatamente bisogno, chiusi in veri e propri campi di concentramento. Debbono, invece, adottare un approccio razionale e umano, articolato nelle seguenti fasi:&nbsp;</p>



<p>1) Stimare il loro fabbisogno di lavoro per livello di istruzione e possibilmente per professioni, su di un periodo di 3-5 anni; la stima dovrebbe essere regolarmente aggiornata.</p>



<p>2) Identificare i possibili paesi di partenza.&nbsp;</p>



<p>3) Concludere accordi sulla organizzazione e cogestione di flussi migratori quantitativamente e qualitativamente coerenti con le loro esigenze.</p>



<p>4) Cogestire il trasferimento dei migranti dal paese di origine al paese di destinazione, dando possibilmente la precedenza a coloro che sono rinchiusi nei tanti campi di cui è costellato il pianeta.</p>



<p>5) Sovraintendere al loro inserimento nel mercato del lavoro promuovendo, allo stesso tempo, l&#8217;integrazione sociale delle loro famiglie.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Alcune importanti implicazioni della politica suggerita</strong></h3>



<p>Questa impostazione ha anche alcune importanti implicazioni. La prima è che, essendo giustificata dal lato della domanda, l’importazione di lavoratori è del tutto analoga alla importazione di materie prime e fattori di produzione. Pertanto, se un paese di arrivo non remunera le competenze acquisite da un altro paese, esso gode di un vantaggio competitivo. Esso si trova infatti ad usufruire di fattori di produzione ad un prezzo più ridotto dei concorrenti che hanno dovuto sostenere i costi di formazione delle forze di lavoro utilizzate.&nbsp; Il modo più semplice per remunerare i paesi di partenza è quello di fornire loro le risorse finanziarie, umane e organizzative necessarie per &#8220;produrre&#8221; un&#8217;altra persona con un livello di formazione analogo a quello del migrante. Sarebbe quindi economicamente corretto finanziare e fornire supporto tecnico ai sistemi di istruzione e formazione dei paesi di partenza: in sostanza la proposta è quella di costruire scuole e centri di formazione, non muri. Così facendo i paesi di destinazione non solo riconoscerebbero il valore economico delle risorse umane che drenano dai paesi di partenza, ma garantirebbero ai migranti le competenze di cui<strong><em> essi</em></strong> hanno bisogno. Inoltre, la creazione e l&#8217;organizzazione di scuole e centri di formazione rappresenterebbero anche un importante tassello nella promozione dello sviluppo socioeconomico dei paesi di partenza.&nbsp;</p>



<p>Il secondo è che la polarizzazione demografica genera la necessità di un nuovo paradigma demo-economico in cui le politiche demografiche ed economiche devono essere disegnate ed attuate congiuntamente. In sostanza, se le politiche del paese, ad esempio il PNRR, comportano un aumento del livello dell’occupazione, ciò dovrebbe portare anche ad una valutazione del fabbisogno aggiuntivo di migranti che ne deriva (ad esempio quanti migranti aggiuntivi saranno necessari per la costruzione dello stretto di Messina?).&nbsp;</p>



<p>Va infine sottolineato che quella qui proposta è una soluzione vantaggiosa sia per i paesi di destinazione, sia per i paesi di partenza: essa fornirebbe ai paesi ricchi la forza lavoro di cui hanno bisogno per continuare il loro sviluppo socioeconomico; darebbe ai paesi poveri la speranza di uscire dalla povertà riducendo il numero di nascite e l&#8217;offerta di lavoro, fornendo istruzione e formazione (i fattori chiave di sviluppo) e creando le premesse per rimesse che, se utilizzate correttamente, potrebbero favorire il loro decollo economico. Si noti che se ciò non avverrà l’esplosione demografica che sta per colpire l’Africa, ma non solo, creerà le premesse per situazioni di povertà e disperazione che contribuiranno a creare ulteriori focolai di instabilità socioeconomica e politica e a mettere ulteriormente in crisi la già precaria “pace” mondiale.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Fattibilità della proposta&nbsp;</strong></h3>



<p>Sono ovviamente consapevole della difficoltà di mettere in pratica questa proposta che sono tuttavia convinto non abbia valide alternative. Forse l’ostacolo maggiore è la presenza di una classe politica intrisa di pregiudizi e che continua a proporre soluzioni ovviamente inefficaci (maggiori pene per gli scafisti) o politiche (aiutiamoli a casa loro) che denotano una totale mancanza di conoscenza delle dimensioni del problema.&nbsp;&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>&nbsp;David Dodwell<em>, </em>“Hong Kong’s worker shortage is not just a local problem, it’s part of a global contest”, China Southern Morning Post, 10 June 2023.</p>



<p><sup>2</sup> Bruni Michele (2022) <em>China, the Belt and Road Initiative, and the Century of Greta Migration</em>, Cambridge Scholars </p>



<p><sup>3</sup> Per una descrizione più dettagliata del metodo per la costruzione degli scenari e alcune stime per Regno Unito, Germania, Francia ed Italia, si veda Bruni, Michele (2017): “Egypt Labour market report. Demographic trends, labour market evolution and scenarios for the period 2015-30”, International Organization for Migration, Cairo; in cooperation with Migration Data Analysis Unit of the Central Agency for Public Mobilization and Statistics (CAPMAS).Publishing.</p>
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		<title>I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Michele Bruni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Jun 2023 06:59:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[flussi migratori]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I migranti non sono persone che fuggono da guerre, carestie e mancanza di opportunità di lavoro, ma persone che vanno nei paesi dove esiste una ... <a title="I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2023/06/27/i-flussi-migratori-internazionali-una-tesi-dal-lato-della-domanda/" aria-label="Per saperne di più su I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda">Leggi</a></p>
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<p><em>I migranti non sono persone che fuggono da guerre, carestie e mancanza di opportunità di lavoro, ma persone che vanno nei paesi dove esiste una carenza strutturale di lavoro. È questa la tesi che propone Michele Bruni. Questa prospettiva porta l’autore a valutare in 450 milioni i migranti internazionali dei prossimi 25 anni.&nbsp;</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Che cosa determina il livello e la direzione dei flussi migratori?</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Secondo la visione prevalente i flussi migratori sarebbero una fuga dalla guerra, dalle carestie e dalla mancanza di opportunità di lavoro. La tesi che propongo è, invece, che la direzione e l’ammontare dei flussi migratori sono spiegati dalla carenza strutturale di lavoro presente in un numero crescente di paesi, quelli più ricchi ed economicamente più sviluppati, in presenza di un eccesso strutturale di lavoro nei paesi più poveri e diseredati<sup>1</sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La transizione demografica: il passaggio dal regime naturale a quello controllato&nbsp;</strong></h3>



<p>Questa dicotomia demografica è il risultato di uno dei maggiori megatrend che interessano il nostro pianeta, ovvero il passaggio da un regime demografico naturale ad un regime demografico “del controllo”. Fino alla metà del XIX, gli uomini non avevano strumenti per combattere la morte ed il loro controllo sui processi riproduttivi era, se non nullo, certamente estremamente limitato. A partire dalla seconda metà del XIX secolo, i progressi registrati dalla medicina, dalle discipline di supporto e dalle tecniche di laboratorio, in presenza di un miglioramento delle condizioni socio economiche registrato dai paesi che per primi avevano sperimentato la rivoluzione industriale, hanno attivato il passaggio ad un nuovo regime demografico caratterizzato da una crescente capacità di curare molte delle malattie che falcidiavano la nostra specie e da un pieno controllo del processo riproduttivo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le conseguenze della transizione verso il nuovo regime demografico</strong></h3>



<p>Le conseguenze di questa straordinaria trasformazione (illustrate nella Figura 1 limitatamente alla dinamica della popolazione totale) sono numerose e complesse. I paesi interessati hanno sperimentato una progressiva riduzione della fecondità e un aumento pressoché continuo della durata della vita; si è passati da una fase in cui la popolazione cresce a tassi crescenti ad una in cui la popolazione diminuisce; da una fase di ringiovanimento ad una di invecchiamento, passando per una fase in cui la quota della popolazione in età lavorativa raggiunge il proprio massimo.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="585" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-1-–-Popolazione-mondiale-tassi-medi-annui-di-crescita-relativi-ai-periodi-di-cinquanta-anni-dal-1650-1700-al-2050-2100--1024x585.jpg" alt="" class="wp-image-20006" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-1-–-Popolazione-mondiale-tassi-medi-annui-di-crescita-relativi-ai-periodi-di-cinquanta-anni-dal-1650-1700-al-2050-2100--1024x585.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-1-–-Popolazione-mondiale-tassi-medi-annui-di-crescita-relativi-ai-periodi-di-cinquanta-anni-dal-1650-1700-al-2050-2100--300x172.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-1-–-Popolazione-mondiale-tassi-medi-annui-di-crescita-relativi-ai-periodi-di-cinquanta-anni-dal-1650-1700-al-2050-2100--768x439.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-1-–-Popolazione-mondiale-tassi-medi-annui-di-crescita-relativi-ai-periodi-di-cinquanta-anni-dal-1650-1700-al-2050-2100-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Questa vera e propria rivoluzione demografica sta anche conducendo alla diminuzione della popolazione totale del pianeta, che dovrebbe verificarsi prima della fine del secolo, e di quella in età lavorativa, tra una trentina di anni. Si tratta di eventi epocali le cui implicazioni sull’ambiente, l’economia e la geopolitica sono ancora tutte da esplorare, malgrado siano letteralmente dietro l’angolo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La polarizzazione della popolazione in età lavorativa</strong></h3>



<p>Il passaggio dal regime naturale al regime del controllo è iniziato in momenti diversi nei quasi 200 paesi nei quali il nostro pianeta è frammentato. I primi furono, oltre 200 anni fa, i paesi europei nei quali era iniziata la rivoluzione industriale; gli ultimi i paesi più poveri che si stanno avviando solo ora lungo questo sentiero.&nbsp;</p>



<p>La conseguenza è che i paesi del pianeta si trovano in fasi diverse della transizione. Venendo al punto fondamentale, questo processo sta provocando una crescente polarizzazione demografica tra paesi nei quali la popolazione in età lavorativa sta diminuendo e paesi nei quali la popolazione in età lavorativa sta esplodendo. La Figura 2 illustra questo dualismo, evidenziando in arancione i paesi del primo gruppo (i paesi postmoderni), in blu quelli del secondo (i paesi classici) e in verde i paesi neoclassici (una netta minoranza) nei quali il lavoro è un fattore scarso.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="503" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-2-2-Paesi-classici-paesi-neoclassici-e-paesi-post-moderni-2020-2045--1024x503.jpg" alt="" class="wp-image-20011" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-2-2-Paesi-classici-paesi-neoclassici-e-paesi-post-moderni-2020-2045--1024x503.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-2-2-Paesi-classici-paesi-neoclassici-e-paesi-post-moderni-2020-2045--300x148.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-2-2-Paesi-classici-paesi-neoclassici-e-paesi-post-moderni-2020-2045--768x378.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2023/06/Figura-2-2-Paesi-classici-paesi-neoclassici-e-paesi-post-moderni-2020-2045-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Carenza strutturale di lavoro ed eccesso strutturale di lavoro</strong></h3>



<p>I paesi del primo gruppo vedranno la propria offerta di lavoro diminuire in molti casi in maniera drammatica e tale da non poter essere sanata da politiche attive del lavoro, mentre un aumento della natalità, per quanto desiderabile, farebbe sentire il proprio impatto solo tra una ventina di anni. I paesi del secondo gruppo, i più poveri del mondo, vedranno crescere la propria offerta potenziale di lavoro in maniera non gestibile con i tassi di crescita economica che essi possono realisticamente raggiungere. In sostanza,&nbsp; i paesi del primo gruppo sono affetti da una carenza strutturale di lavoro, i paesi del secondo da un eccesso strutturale di lavoro; i primi sono potenziali paesi di arrivo, i secondi sono potenziali paesi di partenza.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una teoria da domanda dei flussi migratori&nbsp;</strong></h3>



<p>La mia tesi è che nel periodo medio-lungo i flussi migratori saranno in linea con la carenza di lavoro dei paesi del primo gruppo e che tale carenza sarà determinata dall’interazione tra la sfera demografica e la sfera economica, vale a dire tra la diminuzione dell’offerta di lavoro, da imputare soprattutto alle tendenze demografiche, e il cambiamento (positivo o negativo) della domanda di lavoro, che dipende invece della crescita della produzione e dal progresso tecnologico.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Ma allora, quanti saranno i migranti economici nei prossimi 25 anni?</strong></h3>



<p>Secondo le mie stime (Bruni, 2022), in uno scenario tendenziale nei prossimi 25 anni i paesi del primo gruppo, che includono tutti i paesi europei, Canada, Stati Uniti e otto paesi asiatici (tra i quali la Cina, il Giappone, la Corea e la Tailandia), avranno bisogno di circa 375 milioni di lavoratori stranieri il che comporterebbe flussi migratori di circa 450 milioni di persone.&nbsp;</p>



<p>Se ci limitiamo alla UE27 e al Regno Unito, i flussi migratori medi annui, che saranno inevitabilmente generati dal fabbisogno strutturale di lavoro, sono stimabili in circa 4 milioni all’anno, di cui 400.000 per l’Italia. Ricordo a questo proposito che, secondo le ultime stime delle Nazioni Unite pubblicate meno di un anno fa, in assenza di flussi migratori, la popolazione in età lavorativa del nostro paese, vale a dire la fonte della nostra offerta di lavoro, scenderà dall’attuale livello di 38 milioni ai 26,5 milioni del 2050 ed ai 16,7 milioni del 2100.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Queste brevi note riassumono alcune idee da me espresse in precedenti lavori e in particolare in Bruni Michele (2022), <em>China, the Belt and Road Initiative, and the Century of Greta Migration,</em> Cambridge Scholars Publishing;&nbsp;</p>



<p>Fonte figura 1 &#8211; <a href="https://www.census.gov/data/tables/time-series/demo/international-programs/historical-est-worldpop.html" target="_blank" rel="noreferrer noopener">US Census Bureau </a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2023/06/27/i-flussi-migratori-internazionali-una-tesi-dal-lato-della-domanda/">I flussi migratori internazionali. Una tesi dal lato della domanda</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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