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	<title>Chiara Tronchin &#8226; Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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	<title>Chiara Tronchin &#8226; Neodemos</title>
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		<title>Il contributo economico dell’immigrazione in Italia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 13 Feb 2026 07:14:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il clima culturale non è oggi favorevole agli immigrati, e distorce la visione della realtà. Il contributo della presenza straniera, invece, è positivo non solo ... <a title="Il contributo economico dell’immigrazione in Italia" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/02/13/il-contributo-economico-dellimmigrazione-in-italia/" aria-label="Per saperne di più su Il contributo economico dell’immigrazione in Italia">Leggi</a></p>
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<p><em>Il clima culturale non è oggi favorevole agli immigrati, e distorce la visione della realtà. Il contributo della presenza straniera, invece, è positivo non solo dal punto di vista demografico, dato il forte invecchiamento del Paese, ma anche dal punto di vista economico, come, numeri alla mano, dimostrano Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin. E i risultati potrebbero essere molto migliori, con una più compiuta integrazione degli stranieri già presenti</em>.</p>



<p class="has-drop-cap">Dopo la pandemia è emerso in maniera perentoria il fabbisogno di manodopera da parte di molti settori produttivi dell’economia italiana. Si tratta di un fenomeno che ha svariate cause demografiche, economiche e sociali. Una delle strade più immediate per il reperimento di manodopera viene certamente dall’immigrazione: per questo il Governo Meloni ha previsto, nel decreto flussi 2026-2028, l’ingresso di 500mila stranieri non comunitari per il triennio appena iniziato, peraltro in linea con i numeri del triennio precedente. <br>Nonostante alcune criticità legate alle procedure di ingresso, il contributo economico dell’immigrazione in Italia è oggi positivo sotto molti punti di vista. Il Rapporto annuale 2025 sull’Economia dell’Immigrazione, prodotto dalla Fondazione Leone Moressa e presentato lo scorso ottobre al CNEL e alla Camera dei Deputati, mette in fila alcuni dati utili a comprendere l’impatto economico attuale e il potenziale ancora inespresso.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il contributo demografico</strong></h3>



<p>Nel contesto di “inverno demografico” che l’Italia sta affrontando, negli ultimi anni la componente straniera ha dato un contributo determinante per arginare il calo della popolazione: la componente autoctona, infatti, negli ultimi cinque anni presenta valori negativi sia nel saldo naturale (più morti che nati) che nel saldo migratorio (più partenze che arrivi). Al contrario, gli immigrati presentano valori positivi in entrambi i casi. <br>Tuttavia, anche il contributo demografico della popolazione immigrata è in calo. Diminuiscono i nati stranieri (sia in termini assoluti che rispetto alla popolazione), principalmente per due ragioni. Da un lato per un adattamento degli stili di vita al paese di residenza, per cui le famiglie immigrate fanno più figli rispetto a quelle italiane ma meno di quanti ne farebbero in patria. Inoltre, le crescenti acquisizioni di cittadinanza italiana “riducono” (da un punto di vista statistico) la platea dei genitori “stranieri” e, di conseguenza, il numero dei nati stranieri.<br>Inoltre, gli stranieri in Italia stanno progressivamente invecchiando (anche se l’età media è ancora molto più bassa di quella degli italiani), per cui, sia pur lentamente, la loro mortalità aumenta.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il mercato del lavoro</strong></h3>



<p>Gli occupati stranieri in Italia sono 2,5 milioni (10,5% del totale), e arrivano a 3,7 milioni se consideriamo i nati all’estero (15,2%). Questa seconda definizione sembra più consona al conteggio degli “immigrati”, dato che include chi ha acquisito la cittadinanza ed esclude le “seconde generazioni”, che in buona parte sono ancora fuori dal mercato del lavoro. <br>In Italia, l’occupazione straniera si distingue nettamente da quella autoctona per la maggiore concentrazione in mansioni a bassa qualificazione, con una rilevante presenza in professioni meno specializzate e spesso caratterizzate da un elevato livello di precarietà. Il 39,6% degli occupati italiani è impiegato in professioni qualificate o tecniche, mentre, nell’universo degli stranieri, ciò avviene solo nel 9,1% dei casi (tabella 1). I lavoratori stranieri sono infatti principalmente operai e artigiani (31,7%) o attivi nelle professioni meno qualificate (29,4%).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-1-Distribuzione-degli-occupati-15-anni-per-cittadinanza-e-profilo-professionale-2024-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="300" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-1-Distribuzione-degli-occupati-15-anni-per-cittadinanza-e-profilo-professionale-2024--1024x300.jpg" alt="" class="wp-image-23707" style="width:1004px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-1-Distribuzione-degli-occupati-15-anni-per-cittadinanza-e-profilo-professionale-2024--1024x300.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-1-Distribuzione-degli-occupati-15-anni-per-cittadinanza-e-profilo-professionale-2024--300x88.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-1-Distribuzione-degli-occupati-15-anni-per-cittadinanza-e-profilo-professionale-2024--768x225.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-1-Distribuzione-degli-occupati-15-anni-per-cittadinanza-e-profilo-professionale-2024-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>La distribuzione del lavoro evidenzia quindi una segmentazione marcata del mercato occupazionale: su 100 addetti a professioni poco qualificate, ben 30 sono stranieri, mentre nel caso delle professioni più qualificate, la presenza straniera è estremamente ridotta, con soli 2,6 lavoratori stranieri su 100. Per il momento, dunque, l&#8217;occupazione straniera svolge una funzione complementare rispetto a quella italiana, occupando spazi nel mercato del lavoro che non vengono completamente colmati dalla forza lavoro locale.<br>Nonostante questa “rigidità” in termini di settori e mansioni, agli occupati stranieri si può attribuire una produzione di Valore Aggiunto pari a 177 miliardi di euro, con un’incidenza pari al 9% del totale. <br>Osservando la distribuzione settoriale del valore aggiunto prodotto dai lavoratori stranieri, si nota una forte concentrazione nel comparto dei servizi, settore nel quale oltre un milione di stranieri trova occupazione. Tuttavia, un’analisi dettagliata dell’incidenza relativa nei diversi settori economici mostra come la presenza degli stranieri risulta più rilevante in alcune aree specifiche dell’economia nazionale (tabella 2).</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-2-Valore-Aggiunto-prodotto-dagli-occupati-stranieri-per-settore-di-attivita-2024-.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="300" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-2-Valore-Aggiunto-prodotto-dagli-occupati-stranieri-per-settore-di-attivita-2024--1024x300.jpg" alt="" class="wp-image-23708" style="width:976px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-2-Valore-Aggiunto-prodotto-dagli-occupati-stranieri-per-settore-di-attivita-2024--1024x300.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-2-Valore-Aggiunto-prodotto-dagli-occupati-stranieri-per-settore-di-attivita-2024--300x88.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-2-Valore-Aggiunto-prodotto-dagli-occupati-stranieri-per-settore-di-attivita-2024--768x225.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/02/Tabella-2-Valore-Aggiunto-prodotto-dagli-occupati-stranieri-per-settore-di-attivita-2024-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>L’agricoltura registra la quota più elevata, con circa il 18% del valore aggiunto del settore attribuibile alla forza lavoro straniera. Seguono l’edilizia, con un’incidenza pari al 16,4%, e il comparto degli alberghi e della ristorazione, dove i lavoratori immigrati contribuiscono per circa il 12,5% del valore aggiunto totale. Questi dati suggeriscono come l’economia italiana si avvalga in modo sostanziale del contributo dei migranti in settori caratterizzati da una domanda strutturale di manodopera, spesso in condizioni di elevata precarietà e bassa qualificazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il contributo fiscale</strong></h3>



<p>Dal punto di vista fiscale, la giovane struttura per età degli stranieri in Italia (età media 36,1 anni, contro 47,1 degli Italiani) fa sì che essi incidano molto poco sulla spesa pubblica, pur se con differenziazioni per voci: quasi nulla sulle pensioni (meno dell’1%), poco sulla sanità (meno del 5%) (mediamente il 3,5%), ma di più sull’istruzione, data la presenza di oltre l’11% di alunni stranieri, e significativamente alcune voci di welfare assistenziale, peraltro marginali  (oltre il 17% nella spesa per famiglia e figli, disoccupazione, malattia).<br>Ma, in sintesi, nel confronto tra le voci di entrata e di uscita per l’anno d’imposta 2023, l’ultimo disponibile, il saldo tra costi e benefici dell’immigrazione è molto positivo per le casse dello Stato, per un valore di +1,2 miliardi di euro. </p>



<p>Sul fronte delle entrate, nonostante esse “coprano” le uscite, e abbondantemente, va però fatta una riflessione sul contributo potenziale ancora inespresso. Infatti, l’Irpef versata dagli immigrati è appena il 2,3% del totale, a causa della ben nota segmentazione del mercato del lavoro. La concentrazione nelle fasce di reddito più basse incide poi anche sulla propensione al consumo e quindi sulle imposte a esso legate. Il gettito IVA “generato” dagli immigrati è infatti appena il 3% del totale, e risultano limitate anche le imposte legate alla casa e alle automobili.&nbsp;</p>



<p>Pur se, nel corso del tempo, si nota un progressivo aumento della ricchezza degli immigrati, le differenze con gli italiani sono ancora molto forti. Il progressivo aumento del cosiddetto “ceto medio” immigrato, dunque, non solo è auspicabile dal punto di vista dell’inclusione e del benessere delle famiglie straniere, ma anche in una prospettiva di sviluppo complessivo del Paese.</p>



<p>In definitiva, le analisi del Rapporto annuale dimostrano che l’immigrazione, se gestita e ben regolata, offre un contributo positivo a livello demografico, economico e fiscale. Essa non può certamente essere l’unica risposta alla recessione demografica, ma quantomeno contribuisce ad arginarla. Tuttavia, il potenziale dell’immigrazione in Italia è ancora largamente inespresso, limitato da una scarsa mobilità sociale. Una maggiore valorizzazione di talenti e competenze, invece, porterebbe un maggiore contributo al PIL, maggiori consumi e maggiori entrate per le casse dello Stato.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Fondazione Leona Moressa (2025) <a href="https://www.fondazioneleonemoressa.org/2025/10/20/presentazione-rapporto-2024-2-2/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rapporto 2025 sull’economia dell’immigrazione</a>, Il Mulino. </p>
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		<title>L’impatto demografico dei “nuovi italiani” </title>
		<link>https://www.neodemos.info/2025/01/07/limpatto-demografico-dei-nuovi-italiani/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=limpatto-demografico-dei-nuovi-italiani</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jan 2025 09:58:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[stranieri]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La popolazione di origine straniera in Italia è in evoluzione, come documentano i dati Istat, commentati per noi da Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin. ... <a title="L’impatto demografico dei “nuovi italiani” " class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2025/01/07/limpatto-demografico-dei-nuovi-italiani/" aria-label="Per saperne di più su L’impatto demografico dei “nuovi italiani” ">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>La popolazione di origine straniera in Italia è in evoluzione, come documentano i dati Istat, commentati per noi da Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin. Si osserva una tendenza alla a stabilizzazione, accompagnata spesso da acquisizione della cittadinanza, e quindi&nbsp; all’invecchiamento. Gli ingressi proseguono, ma non tanto per lavoro quanto per ricongiungimenti familiari e asilo.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Il bilancio demografico, appena pubblicato dall’<a href="https://www.istat.it/comunicato-stampa/popolazione-residente-e-dinamica-della-popolazione/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ISTAT</a> con i dati relativi al 2023, fotografa i movimenti demografici In Italia degli ultimi anni. L’analisi degli ultimi cinque anni, in particolare, consente di fare un confronto con il periodo pre-Covid e trarre alcuni interessanti elementi legati alla presenza degli immigrati.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Acquisizioni di cittadinanza</strong></h3>



<p>Uno degli elementi più significativi nel bilancio demografico della popolazione straniera degli ultimi anni è rappresentato dalle acquisizioni di cittadinanza: nel 2023, sono 214 mila gli stranieri “naturalizzati” italiani, lo stesso valore del 2022. Sommando le acquisizioni di cittadinanza degli ultimi anni, si contano 800 mila naturalizzazioni negli ultimi cinque anni e 1,5 milioni negli ultimi dieci (Fig. 1).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Fig.-1-Serie-storica-delle-acquisizioni-di-cittadinanza-italiana-2014-2023-migliaia-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="540" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Fig.-1-Serie-storica-delle-acquisizioni-di-cittadinanza-italiana-2014-2023-migliaia--1024x540.jpg" alt="" class="wp-image-22178" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Fig.-1-Serie-storica-delle-acquisizioni-di-cittadinanza-italiana-2014-2023-migliaia--1024x540.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Fig.-1-Serie-storica-delle-acquisizioni-di-cittadinanza-italiana-2014-2023-migliaia--300x158.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Fig.-1-Serie-storica-delle-acquisizioni-di-cittadinanza-italiana-2014-2023-migliaia--768x405.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Fig.-1-Serie-storica-delle-acquisizioni-di-cittadinanza-italiana-2014-2023-migliaia-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Va ricordato che la normativa italiana sulla cittadinanza (L. 91/1992) prevede la possibilità di richiedere la naturalizzazione dopo dieci anni di residenza, oppure al compimento della maggiore età per i nati in Italia da genitori stranieri. La crescita dei numeri degli ultimi anni indica che il primo caso (residenza) sia molto più frequente rispetto al secondo (<em>ius soli</em>), anche perché la naturalizzazione dei genitori porta con sé quella dei figli. Questo fenomeno rappresenta dunque un forte segnale di integrazione, dato che si tratta di famiglie che scelgono l’Italia come luogo di residenza a lungo termine.</p>



<p>Tuttavia, a livello statistico, questo comporta la “fuoriuscita” di parte della popolazione dal bilancio demografico degli stranieri. Pertanto, quando si analizzano le dinamiche della popolazione, va tenuto conto che parte della popolazione immigrata non è più considerata come straniera.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La popolazione straniera in Italia</strong></h3>



<p>Alla fine del 2023 la popolazione straniera residente in Italia ammonta a 5,25 milioni, in aumento rispetto all’anno precedente (+2,2%) e rispetto al 2019 (+4,2%).</p>



<p>Considerando che, come appena ricordato, 214 mila stranieri sono “usciti” dalle statistiche, tale aumento è ancora più significativo. Pur ipotizzando che parte dei naturalizzati degli ultimi dieci anni abbia lasciato l’Italia (figurando quindi tra gli “emigrati italiani”), è molto probabile che la maggior parte di essi sia ancora residente in Italia. Se quindi volessimo considerare tutti gli “immigrati” in Italia, dovremmo aggiungere almeno un milione di residenti ai 5,25 milioni di “stranieri”.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le dinamiche della popolazione</strong></h3>



<p>I movimenti demografici che determinano la variazione della popolazione residente sono nascite e decessi (saldo naturale) e immigrazione ed emigrazione (saldo migratorio).<br>Negli ultimi anni la componente straniera ha dato un contributo determinante per arginare il calo demografico italiano: la componente autoctona, infatti, negli ultimi cinque anni presenta valori negativi sia nel saldo naturale (più morti che nati) che nel saldo migratorio (più partenze che arrivi).&nbsp;<br>Al contrario, gli immigrati presentano valori positivi in entrambi i casi.&nbsp;</p>



<p>Tuttavia, anche il contributo demografico della popolazione straniera è in calo. Diminuiscono i nati stranieri (sia in termini assoluti che rispetto alla popolazione), principalmente per due ragioni. Da un lato per un adattamento degli stili di vita al paese di residenza, per cui le famiglie immigrate fanno più figli rispetto a quelle italiane ma meno di quanti ne farebbero in patria. Ma c’è un altro fattore che incide sulla natalità ed è, ancora una volta, rappresentato dalle naturalizzazioni, che “riducono” (da un punto di vista statistico) la platea dei genitori “stranieri” e, di conseguenza, il numero dei nati stranieri.</p>



<p>Inoltre, gli stranieri in Italia stanno progressivamente invecchiando, anche se la loro età media è ancora molto più bassa di quella degli italiani, e ciò fa aumentare – sia pur lentamente – il loro tasso di mortalità.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-1-Confronto-bilancio-demografico-stranieri_2.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="443" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-1-Confronto-bilancio-demografico-stranieri_2-1024x443.jpg" alt="" class="wp-image-22183" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-1-Confronto-bilancio-demografico-stranieri_2-1024x443.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-1-Confronto-bilancio-demografico-stranieri_2-300x130.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-1-Confronto-bilancio-demografico-stranieri_2-768x332.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-1-Confronto-bilancio-demografico-stranieri_2.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Permessi di soggiorno</strong></h3>



<p>Un altro elemento utile a comprendere i mutamenti dell’immigrazione è dato dai nuovi ingressi. In questo caso vengono considerati i permessi di soggiorno, ovvero i cittadini non comunitari entrati per la prima volta in Italia.&nbsp;<br>Nel 2023, la prima voce si conferma quella dei ricongiungimenti familiari (39,0%), seguita da protezione internazionale e asilo (32,1%). I permessi per lavoro, invece, sono meno di 40 mila (11,8% del totale), nonostante quote molto più alte previste dal Decreto Flussi.<br>Considerando il dato aggregato degli ultimi dieci anni (2014-2023), i permessi di soggiorno per lavoro sono meno del 12% del totale, mentre le voci più consistenti sono famiglia (43,1%) e asilo (29,3%).&nbsp;<br>Dal 2015 gli ingressi per lavoro sono scesi sotto il 10% del totale (Tab. 2). Nel 2021 sono cresciuti al 21,1%, ma più per effetto della procedura di emersione (DL 34/2020) che del Decreto Flussi, pur rivitalizzato. Tra il 2018 e il 2021 più della metà dei nuovi ingressi è stato per ricongiungimento familiare. Dal 2022 sono tornati a crescere invece i “motivi umanitari” in senso ampio, trainati dai permessi per protezione temporanea per i profughi provenienti dall’Ucraina.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-2-Distribuzione-dei-permessi-di-soggiorno-rilasciati-per-motivo-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="454" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-2-Distribuzione-dei-permessi-di-soggiorno-rilasciati-per-motivo--1024x454.jpg" alt="" class="wp-image-22180" style="width:768px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-2-Distribuzione-dei-permessi-di-soggiorno-rilasciati-per-motivo--1024x454.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-2-Distribuzione-dei-permessi-di-soggiorno-rilasciati-per-motivo--300x133.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-2-Distribuzione-dei-permessi-di-soggiorno-rilasciati-per-motivo--768x340.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2025/01/Tab.-2-Distribuzione-dei-permessi-di-soggiorno-rilasciati-per-motivo-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p><br>Vi sono poi altri movimenti che non rientrano nei dati sui permessi di soggiorno, a cominciare dai flussi di cittadini comunitari. Ad esempio, la Romania è il primo paese di origine degli immigrati in Italia, con oltre un milione di presenze (20,4%). Sebbene la maggior parte di essi sia arrivata in Italia dopo l’ingresso della Romania nell’Ue (2007), è verosimile che i movimenti in entrata e in uscita siano proseguiti anche negli ultimi anni.<br>Inoltre, nell’aumento della popolazione straniera incidono fortemente i nuovi nati, che naturalmente fanno parte di famiglie straniere già residenti. Ciò significa che gli ingressi programmati (per lavoro) incidono in una misura molto piccola sulla variazione annuale della popolazione straniera.&nbsp;<br>Tali variazioni, invece, dipendono di più da movimenti spontanei o, ancor di più, da dinamiche legate alle migrazioni per lavoro di quindici o venti anni fa (ricongiungimenti familiari, acquisizioni di cittadinanza e nuovi nati). A questo punto, anche le politiche migratorie dovrebbero concentrarsi non solo sui nuovi ingressi per lavoro, pur fondamentali, ma anche sul governo delle altre dinamiche, numericamente più rilevanti.</p>
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		<title>Immigrazione: le sfide della nuova legislatura</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Nov 2022 07:57:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[sbarchi]]></category>
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<p><em>Gli immigrati di oggi non sono gli stessi di 15 anni fa: vi sono sempre più famiglie, molte donne sole (soprattutto dell’Est Europa) e molti minori nati in Italia, ma considerati stranieri dalla legge. Lo scrivono Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin, ricordando che l’Italia è da molti anni un Paese “di immigrazione” e che è urgente uscire dalla logica dell’immigrazione come “problema da risolvere” tenendo conto, tra l’altro, che i lavoratori stranieri producono il 9% del prodotto nazionale.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Se è vero che la XIX legislatura è cominciata con priorità ben precise quali la guerra in Ucraina, l’inflazione e la crisi energetica, non si può nascondere l’interesse su come la maggioranza di centrodestra affronterà un tema da sempre al centro del dibattito, come l’immigrazione.&nbsp;</p>



<p>Nel discorso con cui ha chiesto la fiducia alla Camera, la presidente Meloni ha toccato solo marginalmente il tema, con pochi accenni alla volontà di ridurre le partenze illegali e combattere il traffico di esseri umani nel Mediterraneo.&nbsp;</p>



<p>Anche il programma della coalizione di centrodestra, premiato dal risultato elettorale, si limita a pochi obiettivi generici: “contrasto all’immigrazione irregolare e gestione ordinata dei flussi legali di immigrazione”, ma anche “favorire l’inclusione sociale e lavorativa degli immigrati regolari”. Sebbene si tratti di obiettivi ampiamente condivisibili, è importante capire quali sono le azioni necessarie per raggiungere quegli obiettivi, in base alle sfide che il Governo e il Parlamento si troveranno ad affrontare in questi anni.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Contrasto all’immigrazione irregolare</strong></h3>



<p><br>Gli sbarchi di migranti sulle coste italiane (rotta del Mediterraneo Centrale) hanno registrato il picco massimo tra il 2014 e il 2016 con oltre 500 mila arrivi in tre anni (di cui 181 mila solo nel 2016), per poi cominciare a diminuire dalla metà del 2017 a seguito degli accordi stipulati con la Libia dal governo Gentiloni (in particolare dal Ministro dell’Interno Minniti). Negli ultimi due anni si è registrato un nuovo aumento degli sbarchi (68 mila nel 2021 e 75 mila a metà ottobre 2022), a cui si aggiunge lo sforzo del sistema di accoglienza per l’emergenza Ucraina.&nbsp;</p>



<p>L’esperienza degli ultimi anni insegna che il contrasto all’immigrazione irregolare passa inevitabilmente per una condivisione di responsabilità e impegni a livello europeo – e possibilmente coinvolgendo anche i Paesi di origine e di transito. L’Italia invece, va ricordato, non ha ancora ratificato il Global Compact sulla Migrazione promosso dalle Nazioni Unite nel 2018 e – sempre nel 2018 – si è opposta alla riforma del Regolamento di Dublino, secondo cui il Paese di primo approdo è responsabile di tutto il percorso di asilo, inclusa la prima accoglienza.&nbsp;</p>



<p>In un momento in cui la pressione migratoria rischia di spostarsi da Sud a Est, è importante trovare soluzioni condivise a livello europeo per fronteggiare eventuali nuovi massicci flussi di sbarchi. Sembrerà banale, ma l’isolamento non aiuta nella gestione delle migrazioni (Fig. 1).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="458" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Fig-1-bSerie-storica-degli-sbarchi-di-migranti-irregolari-in-Italia-dati-in-migliaia--1024x458.jpg" alt="" class="wp-image-18885" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Fig-1-bSerie-storica-degli-sbarchi-di-migranti-irregolari-in-Italia-dati-in-migliaia--1024x458.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Fig-1-bSerie-storica-degli-sbarchi-di-migranti-irregolari-in-Italia-dati-in-migliaia--300x134.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Fig-1-bSerie-storica-degli-sbarchi-di-migranti-irregolari-in-Italia-dati-in-migliaia--768x344.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Fig-1-bSerie-storica-degli-sbarchi-di-migranti-irregolari-in-Italia-dati-in-migliaia-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong><br> Gestione ordinata dei flussi legali di immigrazione</strong></h3>



<p>Nonostante l’opinione pubblica percepisca come molto forte l’aumento della presenza straniera in Italia, in realtà il numero di immigrati è sostanzialmente stabile da circa otto anni. Il numero di stranieri residenti ha avuto, infatti, un forte incremento tra il 2003 (1,5 milioni, 2,6% della popolazione) e il 2014 (4,8 milioni, 7,9%), mentre negli ultimi anni l’aumento è stato molto più lento. Al primo gennaio 2022 la popolazione straniera residente è di 5,2 milioni, con un’incidenza dell’8,8% sul totale.</p>



<p>Il decreto flussi, principale strumento di gestione degli ingressi per lavoro, è stato ridotto ai minimi termini tra il 2014 e il 2020, con appena 13 mila ingressi non stagionali all’anno. Una lieve inversione di tendenza si è registrata nell’ultimo anno, con una quota di quasi 70 mila ingressi, di cui quasi 30 mila non stagionali (DPCM del 21 dicembre 2021). Inoltre, i tempi della burocrazia non sempre coincidono con i tempi delle imprese, che necessitano di manodopera in determinati periodi dell’anno (es. turismo). Nel 2022 il governo Draghi è intervenuto in questo senso con il c.d. Decreto semplificazioni (D.L. n. 73/2022, convertito in legge con la L. 122/2022 del 19.08.2022) che ha apportato modifiche alla disciplina relativa alle procedure di ingresso dei lavoratori stranieri. È auspicabile, dunque, proseguire su questa strada, con quote d’ingresso concordate con i rappresentanti delle forze produttive e con procedure agili e veloci (Fig. 2).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="521" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-2bSerie-storica-dei-decreti-flussi-stagionali-e-non--1024x521.jpg" alt="" class="wp-image-18887" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-2bSerie-storica-dei-decreti-flussi-stagionali-e-non--1024x521.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-2bSerie-storica-dei-decreti-flussi-stagionali-e-non--300x153.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-2bSerie-storica-dei-decreti-flussi-stagionali-e-non--768x390.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-2bSerie-storica-dei-decreti-flussi-stagionali-e-non-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Favorire l’inclusione sociale e lavorativa degli immigrati regolari</strong></h3>



<p><strong><br></strong> La riduzione delle quote d’ingresso per lavoro, di cui abbiamo appena parlato, ha contribuito a determinare, negli ultimi anni, un cambiamento nella composizione dei nuovi arrivi. Se, come abbiamo visto, la componente straniera ha continuato ad aumentare, non è più soprattutto grazie agli ingressi (programmati) per lavoro, ma ad altri flussi non programmati. Parliamo in particolare dell’arrivo dei familiari di chi un lavoro lo ha già da dieci o quindici anni: i ricongiungimenti familiari sono infatti la principale voce tra i nuovi permessi di soggiorno rilasciati in Italia (44% nel 2021). Gli ingressi per motivi umanitari (“altri motivi”), invece, sono stati la prima voce di ingresso solo nel 2017. Tra gli “ingressi” di immigrati non programmati vanno poi considerati i nati stranieri, ovvero i bambini nati in Italia da genitori immigrati (considerati “stranieri” in virtù della ben nota Legge sulla cittadinanza del 1992) e gli ingressi di cittadini comunitari, che non necessitano del Permesso di Soggiorno.</p>



<p>Parlando di inclusione degli immigrati regolari, dunque, dobbiamo tenere presente che gli immigrati di oggi non sono gli stessi di 15 anni fa: oggi vi sono sempre più famiglie, molte donne sole (soprattutto dell’Est Europa) e molti minori nati in Italia ma considerati stranieri dalla legge.</p>



<p>Inoltre, bisogna definire quanto si vuole investire in questo ambito. Nel PNRR, ad esempio, nella missione Coesione e Inclusione, che assorbe circa il 10% dei fondi totali, vi sono riferimenti a generiche “situazioni di fragilità”, all’imprenditoria femminile e alla coesione territoriale, ma nessun accenno alla popolazione immigrata.</p>



<p>Peraltro, anche il <a href="https://www.lavoce.info/archives/68897/immigrazione-anche-nei-fondi-ue-vige-la-logica-dellemergenza/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">bilancio dell’Ue</a> ha negli ultimi posto più attenzione alle politiche di contrasto all’immigrazione regolare che a quelle di inclusione degli immigrati residenti (Fig. 3).&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="528" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-3-Permessi-di-soggiorno-rilasciati-in-Italia-per-motivo-del-permesso--1024x528.jpg" alt="" class="wp-image-18873" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-3-Permessi-di-soggiorno-rilasciati-in-Italia-per-motivo-del-permesso--1024x528.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-3-Permessi-di-soggiorno-rilasciati-in-Italia-per-motivo-del-permesso--300x155.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-3-Permessi-di-soggiorno-rilasciati-in-Italia-per-motivo-del-permesso--768x396.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/11/Figura-3-Permessi-di-soggiorno-rilasciati-in-Italia-per-motivo-del-permesso-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In conclusione, considerando che l’Italia è da molti anni ormai Paese “di immigrazione”, sarebbe opportuno uscire dalla logica dell’immigrazione come “problema da risolvere”. Come evidenziato nel XXII Rapporto annuale della Fondazione Leone Moressa, che verrà presentato il prossimo 14 novembre a Roma, i lavoratori stranieri danno un contributo del 9% al PIL Italiano, con picchi superiori al 16% in agricoltura, edilizia e ristorazione. Si tratta di un’immigrazione ormai “matura”, con comunità ormai radicate da almeno quindici anni (Romania, Albania, Marocco, per citare le più numerose).</p>



<p>Nell’opinione pubblica, ma anche a livello istituzionale, l’immigrazione è invece ancora vista come un “problema” legato alla sicurezza pubblica. Non è un caso, ad esempio, che la competenza principale sia in capo al Ministero dell’Interno e, a livello locale, alle Questure e Prefetture.</p>



<p>Una delle sfide per l’Italia, dunque, sarà quella di far sì che la ripresa sia inclusiva, diminuendo le disuguaglianze (legate alla cittadinanza, ma anche al genere, all’età, alla condizione fisica) anziché ampliarle. In questo modo, l’Europa della prossima generazione (<em>Next Generation EU</em>) sarà davvero più sostenibile e accogliente. Al tempo stesso, si riuscirà a percepire (e quindi a pianificare e gestire) l’immigrazione come una componente ormai strutturale della popolazione, da valorizzare e far interagire.</p>
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		<title>Non solo “cervelli in fuga”</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Mar 2022 09:04:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’inverno demografico italiano, oltre alla crisi della natalità e all’invecchiamento della popolazione, pesa l’incremento delle emigrazioni di cittadini italiani: negli ultimi dieci anni, al netto ... <a title="Non solo “cervelli in fuga”" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2022/03/01/non-solo-cervelli-in-fuga/" aria-label="Per saperne di più su Non solo “cervelli in fuga”">Leggi</a></p>
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<p><em>Nell’inverno demografico italiano, oltre alla crisi della natalità e all’invecchiamento della popolazione, pesa l’incremento delle emigrazioni di cittadini italiani: negli ultimi dieci anni, al netto dei rientri in patria, si sono “persi” 580 mila italiani. Come se, all’improvviso, fosse sparita la città di Genova. Capire le caratteristiche dei nuovi emigranti può aiutare a comprendere le loro motivazioni e definire politiche mirate, ce ne parlano di Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Arrivi e partenze, dettaglio per nazionalità</strong></h3>



<p>Il primo dato per comprendere il fenomeno è il saldo migratorio estero, ovvero la differenza tra le iscrizioni e le cancellazioni anagrafiche<sup>1</sup>. Considerando i cittadini stranieri residenti in Italia, il saldo è ancora positivo, nonostante i livelli nettamente inferiori rispetto al periodo 2007-2010. Se 15 anni fa entravano mediamente in Italia oltre 400 mila stranieri (al netto delle partenze verso l’estero), da circa sette anni questo valore si è dimezzato. Nel 2020, l’emergenza Covid ha ulteriormente ridotto gli arrivi, con un saldo migratorio per gli stranieri di poco più di 150 mila unità.<br>La situazione degli italiani è invece preoccupante. Nel 2020, nonostante la chiusura delle frontiere, il saldo tra arrivi e partenze è stato -65 mila. Negli ultimi 8 anni il saldo &nbsp;ha segnato sempre perdite di almeno -50 mila unità. Considerando complessivamente il periodo 2011-2020, il saldo riferito ai soli italiani è di -580 mila unità (Fig. 1 e Tab 1). Gli stranieri, invece, contribuiscono a mantenere il saldo attivo, con un incremento totale di oltre 2 milioni nell’ultimo decennio.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig.-1-Saldo-migratorio-estero-arrivi-–-partenze-serie-storica-2002-2020-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-17857" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig.-1-Saldo-migratorio-estero-arrivi-–-partenze-serie-storica-2002-2020-1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig.-1-Saldo-migratorio-estero-arrivi-–-partenze-serie-storica-2002-2020-300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig.-1-Saldo-migratorio-estero-arrivi-–-partenze-serie-storica-2002-2020-768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig.-1-Saldo-migratorio-estero-arrivi-–-partenze-serie-storica-2002-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="276" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-1-Movimento-migratorio-con-lestero-confronto-per-cittadinanza-1024x276.jpg" alt="" class="wp-image-17858" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-1-Movimento-migratorio-con-lestero-confronto-per-cittadinanza-1024x276.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-1-Movimento-migratorio-con-lestero-confronto-per-cittadinanza-300x81.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-1-Movimento-migratorio-con-lestero-confronto-per-cittadinanza-768x207.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-1-Movimento-migratorio-con-lestero-confronto-per-cittadinanza.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Non solo “cervelli in fuga”</strong></h3>



<p>Quando si parla di emigrazione verso l’estero, nell’immaginario collettivo l’immagine più diffusa è quella della “fuga dei cervelli”, ovvero dell’emorragia di giovani laureati.<br>In realtà, tra i 120 mila italiani che nel 2020 hanno lasciato il Paese, solo il 25,8% ha un titolo di studio alto (Laurea). Al contrario, 3 emigranti su 4 hanno un titolo medio-basso. Più del 40%, addirittura, non ha nemmeno il diploma.<br>Per quanto riguarda i Paesi di destinazione, quasi un emigrante su tre ha scelto il Regno Unito. Oltre il 60% degli emigrati si è diretto verso soli quattro Paesi: oltre al Regno Unito, le mete più gettonate sono Germania, Francia e Svizzera. Interessante notare, inoltre, l’incidenza di laureati tra gli emigrati per ciascun Paese di destinazione. Le prime tre mete registrano una percentuale di laureati tra il 21% e il 22%, inferiore alla media complessiva. Segno che, vista la facilità di spostamento, questi Paesi attraggono anche manodopera italiana poco qualificata. La maggiore incidenza di laureati si registra invece tra gli emigrati italiani che si stabiliscono nei Paesi Bassi (45,1%) e in Belgio (39,1%), caratterizzati probabilmente da posti di lavoro in grandi imprese, nelle Università e nelle istituzioni europee (Fig 2 e Tab 2)) .</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="509" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig-2-Emigrati-italiani-per-titolo-di-studio-2020-1024x509.jpg" alt="" class="wp-image-17859" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig-2-Emigrati-italiani-per-titolo-di-studio-2020-1024x509.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig-2-Emigrati-italiani-per-titolo-di-studio-2020-300x149.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig-2-Emigrati-italiani-per-titolo-di-studio-2020-768x382.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Fig-2-Emigrati-italiani-per-titolo-di-studio-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="468" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-2-Emigrati-italiani-per-Paese-di-destinazione-2020-1024x468.jpg" alt="" class="wp-image-17860" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-2-Emigrati-italiani-per-Paese-di-destinazione-2020-1024x468.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-2-Emigrati-italiani-per-Paese-di-destinazione-2020-300x137.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-2-Emigrati-italiani-per-Paese-di-destinazione-2020-768x351.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-2-Emigrati-italiani-per-Paese-di-destinazione-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Dettaglio sui laureati emigrati</strong></h3>



<p>Concentrandoci sui laureati italiani, è possibile analizzare l’emigrazione in una prospettiva per classe d’età o per regione di partenza.<br>Su un totale di circa 7,5 milioni di laureati italiani, nel 2020 ne sono emigrati all’estero 31 mila (4,2 ogni mille laureati). L’incidenza raddoppia nella fascia d’età 25-39 anni dove, su 2,6 milioni di laureati, ne sono emigrati quasi 23 mila (8,6 ogni mille).<br>A livello regionale, le Regioni più piccole pagano il dazio maggiore: in Valle d’Aosta, nel 2020 sono emigrati oltre 7 laureati ogni 1000. Sopra quota 6 anche Trentino Alto Adige e Molise. Tra le Regioni più popolate, spicca il Veneto con 5,2 laureati emigrati ogni 1000. Registra il livello minimo il Lazio, con 2,5 laureati emigrati ogni 1000.<br>In questo caso, è bene precisarlo, sono considerate solo le emigrazioni verso l’estero, escludendo quelle verso altre regioni italiane (Tab. 3)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="303" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-3-Emigrati-laureati-italiani-ogni-1000-laureati-per-classe-detà-2020-1024x303.jpg" alt="" class="wp-image-17861" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-3-Emigrati-laureati-italiani-ogni-1000-laureati-per-classe-detà-2020-1024x303.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-3-Emigrati-laureati-italiani-ogni-1000-laureati-per-classe-detà-2020-300x89.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-3-Emigrati-laureati-italiani-ogni-1000-laureati-per-classe-detà-2020-768x227.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab.-3-Emigrati-laureati-italiani-ogni-1000-laureati-per-classe-detà-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>A questo punto, sarebbe opportuno avviare un dibattito sulle cause e sulle possibili misure per frenare il fenomeno.<br>Come ricordato da Dalla Zuanna<sup>2</sup>, il PNRR non parla apertamente di politiche migratorie (né in entrata né in uscita), anche se gli obiettivi generali (ad esempio innovazione, coesione, inclusione, istruzione e ricerca) puntano a creare le condizioni per un Paese più moderno e, di conseguenza, più attrattivo e accogliente.</p>



<p>La mobilità internazionale non è un male assoluto, se concepita come un incremento delle opportunità di formazione ed apprendimento (pensiamo a tutti i programmi internazionali basati sugli scambi tra Paesi). Il problema si ha quando la partenza verso l’estero è l’unico sbocco in un Paese che non offre opportunità. Guardando i principali indicatori occupazionali giovanili, sembra che l’Italia stia andando proprio in quella direzione: terza in Europa per tasso di disoccupazione, ultima per tasso di occupazione, prima per tasso di NEET e penultima per percentuale di laureati.</p>



<p>Dati da tenere in considerazione, soprattutto per il Paese che riceverà la quota più consistente dei fondi europei del Next Generation EU. (Tab. 4)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="303" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-4-Indicatori-occupazionali-e-formativi-dei-giovani-confronto-Italia-–-Ue27-2020-1024x303.jpg" alt="" class="wp-image-17862" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-4-Indicatori-occupazionali-e-formativi-dei-giovani-confronto-Italia-–-Ue27-2020-1024x303.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-4-Indicatori-occupazionali-e-formativi-dei-giovani-confronto-Italia-–-Ue27-2020-300x89.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-4-Indicatori-occupazionali-e-formativi-dei-giovani-confronto-Italia-–-Ue27-2020-768x227.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2022/03/Tab-4-Indicatori-occupazionali-e-formativi-dei-giovani-confronto-Italia-–-Ue27-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong> </h3>



<p><sup>1</sup> Demo.istat.it &#8211;<a href="https://demo.istat.it/altridati/trasferimenti/index.php" target="_blank" rel="noreferrer noopener"> I trasferimenti di residenza</a></p>



<p><sup>2</sup> Livello Basso: ISCE 0-2 (fino alla terza media); Livello Medio: ISCED 3-4 (fino al diploma superiore); Livello Alto: ISCED 5-8</p>



<p><sup>3</sup> Le classi d’età 25-39 e 40-64 sono ricostruite considerando l’incidenza per cittadinanza per le classi d’età più prossime fornite dall’Istat.</p>



<p><sup>4</sup> <a href="https://www.neodemos.info/2021/04/30/chiaroscuri-demografici-del-pnrr/">Chiaros</a><a href="https://www.neodemos.info/2021/04/30/chiaroscuri-demografici-del-pnrr/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">curi demografici del PNRR</a>, Neodemos 30.04.2021 </p>
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		<title>Immigrazione, perché adesso serve una riforma</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2021/03/12/immigrazione-perche-adesso-serve-una-riforma/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=immigrazione-perche-adesso-serve-una-riforma</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Mar 2021 08:39:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[asilo politico]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[richiedenti asilo]]></category>
		<category><![CDATA[rifugiati]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Immigrazione, perché adesso servirebbe una riforma. Con pochi sbarchi e limitata pressione sul sistema di accoglienza, sarebbe il momento opportuno per intervenire sulle criticità &#8220;croniche&#8221;: ... <a title="Immigrazione, perché adesso serve una riforma" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2021/03/12/immigrazione-perche-adesso-serve-una-riforma/" aria-label="Per saperne di più su Immigrazione, perché adesso serve una riforma">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Immigrazione, perché adesso servirebbe una riforma. Con pochi sbarchi e limitata pressione sul sistema di accoglienza, sarebbe il momento opportuno per intervenire sulle criticità &#8220;croniche&#8221;: governance europea, frammentazione del sistema di accoglienza, rimpatri.  Questa l&#8217;analisi di Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin, ricercatori della <a href="http://www.fondazioneleonemoressa.org/2021/03/02/concorso-di-idee/">Fondazione Leone Moressa</a><em>*</em>. </em></p>



<p class="has-drop-cap">L’emergenza sanitaria e la riduzione degli sbarchi hanno spostato l’attenzione da quello che negli ultimi anni era stato tra i temi più “caldi” del dibattito politico e per l’opinione pubblica.</p>



<p>Dopo il picco del 2015, gli sbarchi sono stati fortemente ridotti negli ultimi cinque anni (principalmente a seguito degli accordi tra Ue e Turchia del 2016 e tra Italia e Libia del 2017): sommando le tre rotte mediterranee, nel 2020 gli sbarchi sono stati complessivamente 72 mila. Anche le richieste d’asilo in Europa si sono quasi dimezzate dal 2015 (1,26 milioni) al 2019 (676 mila), con riduzioni sensibili in molti Paesi.</p>



<p>Tuttavia, vista la situazione tutt’altro che stabile in molte aree del Sud del Mediterraneo (Libia e Siria su tutte), sarebbe illusorio pensare che i problemi degli sbarchi e delle richieste d’asilo siano risolti definitivamente. Ad esempio, nei primi due mesi del 2021 si sono già registrati quasi 5.000 sbarchi in Italia, quasi 20 volte di più rispetto allo stesso periodo del 2019.</p>



<p>In un momento di relativa calma, dunque, sarebbe opportuno intervenire su quelle criticità strutturali che rischiano, in caso di un nuovo aumento degli sbarchi, di rendere la situazione nuovamente difficile da gestire. (figura 1)</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_migranti_mediterraneo_figura3-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-16208" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_migranti_mediterraneo_figura3-1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_migranti_mediterraneo_figura3-300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_migranti_mediterraneo_figura3-768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_migranti_mediterraneo_figura3.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>I temi da affrontare, con vari livelli di competenza, sono principalmente tre: la governance europea, la struttura del sistema di accoglienza italiano, i rimpatri.</p>



<p>Sul piano europeo, il “<a href="https://ec.europa.eu/commission/presscorner/detail/it/IP_20_1706">Nuovo Patto su Migrazione e Asilo</a>” lanciato dalla Commissione europea nel settembre 2020 è stato visto da alcuni come “storica vittoria”.</p>



<p>In realtà nel piano non c’è traccia né della riforma di Dublino né di quote di ricollocamento automatiche o obbligatorie. Il Piano fa solamente dei richiami generici ai principi di solidarietà previsti dai Trattati (e puntualmente disattesi dagli Stati) e alla necessità di potenziare controlli alla frontiera e rimpatri.</p>



<p>Insomma, la responsabilità dell’accoglienza rimane essenzialmente in capo ai Paesi di primi approdo, senza una vera condivisione delle responsabilità e degli oneri.</p>



<p>A dire il vero, nel novembre 2017 il Parlamento europeo aveva approvato una proposta di modifica molto ambiziosa, introducendo una responsabilità condivisa nella gestione delle domande d’asilo. La riforma naufragò però al Consiglio europeo del giugno 2018 (il primo a cui partecipò per l’Italia Giuseppe Conte, all’epoca a capo del governo giallo-verde), che lasciò alla volontarietà degli Stati Membri gran parte delle azioni di solidarietà.</p>



<p>Il secondo tema riguarda la gestione del sistema italiano di accoglienza, frammentato e lacunoso. Il SAI, “Sistema di Accoglienza e Integrazione”, già SIPROIMI e ancor prima SPRAR, accoglie solo una parte dei migranti ospitati in Italia (circa 25 mila). La parte più numerosa (oggi circa 50 mila, ma si è arrivati anche a 150 mila nel 2017) è invece accolta nei CAS, centri emergenziali gestiti dalle Prefetture: gli ormai famosi alberghi, caserme o altre strutture non sempre idonee (figura 2).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="460" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_accoglienza_migranti_mediterraneo_figura3-1024x460.jpg" alt="" class="wp-image-16209" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_accoglienza_migranti_mediterraneo_figura3-1024x460.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_accoglienza_migranti_mediterraneo_figura3-300x135.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_accoglienza_migranti_mediterraneo_figura3-768x345.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/03/sbarchi_accoglienza_migranti_mediterraneo_figura3.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Infine, la questione “rimpatri”. Se in passato l’Italia era tra i Paesi più “generosi” in termini di accoglimento delle domande d’asilo (addirittura l’80% nel 2012), dal 2015 al 2018 le domande accettate sono state meno del 40% del totale. Nel 2019, poi, a seguito della Legge 132/2018 (“Decreto Salvini”), questo valore si è ulteriormente abbassato (19,7%, circa la metà rispetto alla media europea).</p>



<p>Il Decreto “Salvini”, eliminando la “protezione umanitaria”, ha infatti inasprito la normativa per la concessione della protezione internazionale, aumentando i dinieghi. Al contempo, però, non è intervenuto sui rimpatri (stabili sotto quota 7 mila all’anno), determinando inevitabilmente un aumento degli stranieri irregolari presenti sul territorio.</p>



<p>Il “Decreto Lamorgese” (130/2000) ha in parte ripristinato alcuni elementi della protezione umanitaria (senza però reintrodurla completamente), ma il problema del rimpatrio dei denegati rimane irrisolto.</p>



<p>Rimarrebbe poi da affrontare una quarta questione, quella degli ingressi legali (Permessi per lavoro). Il nesso tra la chiusura dei canali d’ingresso legali e l’aumento dei flussi irregolari è evidente: a partire dal 2011, il sistema di asilo e accoglienza è diventato di fatto, assieme al ricongiungimento familiare, il principale canale di ingresso in Italia. Dunque, si sono inseriti in quel sistema anche i cosiddetti “migranti economici”, che altrimenti avrebbero percorso altre vie (peraltro più sicure).</p>



<p>Affrontare questi aspetti rappresenterebbe in questo momento un’opportunità per passare da una gestione “perennemente emergenziale” ad un approccio razionale e sostenibile.</p>



<p>*Nell’ambito della XVII Settimana di azione contro il razzismo, la Fondazione Leone Moressa lancia <a href="http://www.fondazioneleonemoressa.org/2021/03/02/concorso-di-idee/">un concorso </a>rivolto a giovani studenti universitari o neo-laureati, attraverso l’invito a presentare un <strong>articolo inedito sui temi legati all’integrazione socio-economica degli immigrati e/o alla lotta alle discriminazioni e al razzismo.  (Scadenza 25 marzo)</strong></p>
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		<title>Giovani italiani: quanto lontana è l’Europa</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2020/06/12/giovani-italiani-quanto-lontana-e-leuropa/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=giovani-italiani-quanto-lontana-e-leuropa</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2020 09:02:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[disoccupazione]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[istruzione]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Neet]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La condizione dei giovani italiani appare largamente deficitaria nel momento in cui la si confronta con quella dei loro coetanei degli altri paesi dell’Unione Europea. ... <a title="Giovani italiani: quanto lontana è l’Europa" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2020/06/12/giovani-italiani-quanto-lontana-e-leuropa/" aria-label="Per saperne di più su Giovani italiani: quanto lontana è l’Europa">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La condizione dei giovani italiani appare largamente deficitaria nel momento in cui la si confronta con quella dei loro coetanei degli altri paesi dell’Unione Europea. </em><em>È la triste considerazione che emerge dai dati sull’istruzione e sull’occupazione. Ce ne parlano Enrico Di Pasquale e Chiara Tronchin.</em></p>
<h3><strong>Laureati e abbandoni scolastici</strong></h3>
<p>Già <a href="https://www.neodemos.info/articoli/dinamiche-giovanili-nel-vecchio-continente/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">un anno fa</a> avevamo messo in evidenza le dinamiche che in Europa hanno portato un aumento dei flussi migratori di giovani dal Sud al Nord del continente. L’Italia, ad esempio, ha visto emigrare 320 mila giovani tra i 20 e i 34 anni tra il 2009 e il 2018 (235 mila se consideriamo il saldo con i giovani italiani rientrati). In particolare, il numero di giovani emigrati dall’Italia era sotto quota 20 mila l’anno fino al 2011 ma ha superato quota 40 mila a partire dal 2016.</p>
<p>Alla base di questo fenomeno vi è, indubbiamente, un divario in termini di opportunità tra l’Italia e gli altri paesi europei, evidenziato (impietosamente) da alcuni indicatori.</p>
<p>I primi due indicatori considerati sono quelli contenuti nella Strategia Europa 2020, il piano d’azione varato nel 2010 dalla Commissione Ue con l’obiettivo di uscire dalla crisi economica perseguendo una crescita “intelligente, sostenibile e inclusiva”. Il piano prevedeva misure relative all’occupazione, la ricerca e l’innovazione, il cambiamento climatico e l’energia, l’istruzione e la lotta contro la povertà. Nella sfera dell’istruzione erano presenti due indicatori: la percentuale di popolazione in età 30-34 anni con istruzione terziaria (livello ISCED 5-8, in una scala da 0 a 8) e il tasso di abbandono scolastico (si considera chi, tra la popolazione 18-24 anni, ha abbandonato prematuramente un percorso di studi).</p>
<p>Il primo obiettivo era di portare sopra il 40% la popolazione europea in età 30-34 in possesso di un titolo di laurea (Fig 1). L’obiettivo italiano era molto più basso (26%), tenendo conto del livello di partenza inferiore rispetto alla media. Sia a livello europeo che a livello italiano l’obiettivo è stato raggiunto, ma il gap tra l’Italia e la media Ue 28 è rimasto sostanzialmente invariato nell’ultimo decennio: 13,9 punti nel 2010, 14 nel 2019. Osservando il ranking, infatti, l’Italia si colloca in fondo alla classifica (fa peggio solo la Romania), con performance vicine a quelle dei paesi dell’Est.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-09.49.56.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-12795" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-09.49.56.png" alt="" width="1732" height="1162" /></a></p>
<p>Situazione non molto diversa per il tasso di abbandono scolastico (Fig 2). In questo caso l’obiettivo europeo (scendere sotto il 10%) non è stato ancora raggiunto, mentre l’Italia lo ha acquisito già nel 2014 (sotto quota 16%), assottigliando il divario tra Italia ed Ue 28 (passato da 4,7 a 3,2 punti). Anche in questo caso, tuttavia, l’Italia si colloca agli ultimi posti del ranking europeo, assieme ai Paesi dell’Est. In questo caso abbiamo delle sorprese nella parte alta della classifica (ai primi posti Croazia, Lituania, Grecia), mentre l’Italia si colloca in 24^ posizione, (significativamente) tra Bulgaria e Ungheria.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-09.58.09.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-12796" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-09.58.09.png" alt="" width="1768" height="1326" /></a></p>
<h3><strong>Occupazione e Neet</strong></h3>
<p>Per approfondire ulteriormente le cause del divario tra Italia e media europea, è utile osservare gli indicatori occupazionali, in particolare tasso di occupazione e tasso di NEET (in entrambi i casi riferiti alla fascia d’età 25-29 anni).</p>
<p>Il tasso di occupazione giovanile europeo ha subito una lieve flessione tra il 2010 e il 2013 (-1,8 punti), per poi risalire costantemente e arrivare al 76,0% nel 2019 (Fig 3). Il valore italiano, invece, ha perso ben 7 punti tra il 2010 e il 2014 e, nonostante una progressiva risalita, non ha ancora raggiunto i livelli pre-crisi, attestandosi al 56,3% nel 2019. Ciò significa che il divario tra Italia e Ue 28 è addirittura aumentato, passando da 13,6 punti nel 2010 a 19,7 punti nel 2019. Questo fa sì che l’Italia sia fanalino di coda nel ranking europeo, ben al di sotto non solo della media europea ma anche dei penultimi (Grecia: 62,2%, +5,9 punti rispetto all’Italia) e ai terzultimi (Spagna: 67,7%, +11,4 punti).</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-10.04.51.png" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-12797" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-10.04.51.png" alt="" width="1486" height="1006" /></a></p>
<p>Un discorso analogo vale per il tasso di NEET, ovvero giovani “scoraggiati” che non studiano e non lavorano (Fig 4). Sebbene in questa definizione rientrino situazioni molto diverse tra loro (inclusi, ad esempio, figli di famiglie facoltose, giovani lavoratori impegnati nell&#8217;economia informale, giovani casalinghe, soggetti in situazioni di marginalità, soggetti in transizione tra studio e lavoro), questo indicatore rappresenta un campanello d’allarme non indifferente.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-09.54.30.png" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-12792" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/06/Schermata-2020-06-12-alle-09.54.30.png" alt="" width="1456" height="1020" /></a></p>
<p>A livello europeo questo valore ha avuto un lieve aumento tra il 2010 e il 2013, per poi calare progressivamente. In Italia, invece, ha avuto un forte aumento nel periodo della crisi (2010-2014); nonostante sia successivamente iniziato un trend decrescente, la percentuale di NEET è ancora superiore rispetto al livello del 2010. Anche in questo caso il divario con l’Ue 28 si è accentuato, passando da 7,5 a 13,1 punti. Inoltre, dovrebbe preoccupare il fatto che solo Italia e Grecia presentano valori nettamente superiori alla media, mentre gli altri paesi (compresi quelli dell’Est) sono meno distanziati.</p>
<h3>Per concludere</h3>
<p>Questi dati rendono molto bene la dimensione del problema. Sintetizzando all’estremo, possiamo affermare che l’Italia sia tra i paesi europei con meno opportunità per i propri giovani. Ciò determina un forte scoraggiamento da parte dei giovani stessi, come dimostra l’alto tasso di NEET, e una forte propensione ad emigrare.</p>
<p>Inoltre, non va dimenticata la questione demografica, che vede l’Italia tra i paesi più anziani al mondo. Nel 2019, ad esempio, l’età media in Italia era 46,7 anni, contro i 43,3 della media Ue28; la popolazione giovanile (15-29 anni) rappresentava il 15,1% della popolazione in Italia, contro il 16,9% della media Ue28.</p>
<p>Siamo dunque un paese con sempre meno giovani (per l’invecchiamento della popolazione e per l’emigrazione) e con scarse opportunità per coloro che rimangono. Se in passato la politica ha spesso puntato il dito contro i giovani (“bamboccioni”, “schizzinosi”, ecc.), sarebbe invece il momento di affrontare le cause strutturali del loro malessere, cominciando ad esempio dal ridurre il gap di opportunità con il resto d’Europa. I risultati non saranno immediati, naturalmente, ma bisogna pur comi</p>
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		<title>Dinamiche giovanili nel “vecchio” continente</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Jun 2019 08:20:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Sebbene tutta Europa sconti un calo demografico ed una diminuzione della componente giovane, la condizione dei giovani è nettamente peggiore nel Sud Europa rispetto al ... <a title="Dinamiche giovanili nel “vecchio” continente" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2019/06/25/dinamiche-giovanili-nel-vecchio-continente/" aria-label="Per saperne di più su Dinamiche giovanili nel “vecchio” continente">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Sebbene tutta Europa sconti un calo demografico ed una diminuzione della componente giovane, la condizione dei giovani è nettamente peggiore nel Sud Europa rispetto al Nord. In conseguenza, osservano Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin, si allarga ulteriormente il divario all’interno della UE e si alimentano i flussi migratori intraeuropei da Sud a Nord, sottovalutati perché spesso sono temporanei e non registrati dalle anagrafi.</em></p>
<p>Come noto, la popolazione europea sta progressivamente – ed inesorabilmente – diminuendo, sia in termini assoluti ma soprattutto in relazione al totale mondiale: se nel 1950 l’Europa rappresentava il 22% della popolazione mondiale, oggi siamo appena al 10% e, secondo le proiezioni delle Nazioni Unite¹, arriveremo al 7,3% nel 2050. In particolare, è significativo il confronto con la crescita della popolazione africana: se nel 2017 ogni 10 europei c’erano 17 africani, nel 2050 ce ne saranno 35.</p>
<p>L’invecchiamento della popolazione europea dipende principalmente da due fattori: la sempre più elevata speranza di vita (dovuta ai progressi scientifici e agli alti standard igienico-sanitari) e la bassa natalità (determinata da fattori sociali, economici e culturali). Di questo passo, l’aggettivo “vecchio” riferito al continente europeo non riguarderà solo la storia ma anche l’età anagrafica degli abitanti.</p>
<h2><strong>Pochi giovani in Europa</strong></h2>
<p>La prima conseguenza di questa situazione è la diminuzione della componente giovane, con conseguenze anche culturali e sociali (di solito è la componente più in salute, più intraprendente e più propensa al rischio d’impresa). I giovani (sotto i 35 anni) nella Ue-28 erano il 45% della popolazione totale nel 2000, quota scesa al 39,0% di oggi, e destinata a ridursi al 35% nel 2050.. Consideriamo però che parlare di Ue-28 come di un unico aggregato nasconde le enormi differenze esistenti tra gli Stati membri.</p>
<p>Già oggi, l’incidenza dei giovani varia dal minimo dell’Italia (34,1%) al massimo dell’Irlanda (46,0%) ed, in generale, esiste una frattura tra paesi del Nord Europa, mediamente più giovani, e paesi Mediterranei (più anziani). L’area dell’Est Europa si colloca a mezza via in quanto, pur avendo una popolazione mediamente più giovane, sconta una perdita di popolazione in quella fascia di età dovuta all’emigrazione.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.14.47.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-10909" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.14.47.png" alt="" width="1820" height="1468" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.14.47.png 1820w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.14.47-300x242.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.14.47-1024x826.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.14.47-768x619.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.14.47-1536x1239.png 1536w" sizes="(max-width: 1820px) 100vw, 1820px" /></a></p>
<h2><strong>Forti divari nella condizione giovanile</strong></h2>
<p>Un primo elemento di forte eterogeneità tra i giovani europei riguarda l’età media in cui lasciano la casa dei genitori. Secondo le stime Eurostat, mediamente il “distacco” avviene a 26 anni nell’area Ue-28, ma la forbice è molto ampia: si va dai 18,5 anni della Svezia ai 31,8 anni della Croazia. Anche in questo caso si può osservare la frattura tra Nord Europa (nei paesi scandinavi il distacco avviene prima dei 23 anni) ed Europa Mediterranea e dell’Est. In quattro paesi (Croazia, Slovacchia, Malta e Italia) si esce di casa dopo i 30 anni (Eurostat, 2018).</p>
<p>Un altro elemento di diversità è rappresentato dal titolo di studio. A livello europeo, mediamente il 39,2% dei giovani di età 25-29 anni ha almeno la laurea. In soli quattro paesi tale componente scende sotto il 30%: uno di questi è l’Italia, con il 27,6% di giovani laureati. Nonostante questo livello sia fortemente cresciuto negli ultimi anni (nel 2004 era al 13,3%), il divario rispetto alla media Ue è rimasto costantemente al di sopra dei 10 punti percentuali (Eurostat, 2018).</p>
<p>Questa divergenza si ripercuote anche nella situazione occupazionale. Se analizziamo il tasso di occupazione, il tasso di disoccupazione e la percentuale di giovani di 25-29 “NEET” (acronimo inglese che significa giovani Not in Enployment, Education or Training), osserviamo come Italia, Grecia e Spagna siano agli ultimi posti in Europa, con un divario molto ampio rispetto alla media Ue.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.15.14.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-10911" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.15.14.png" alt="" width="1536" height="1662" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.15.14.png 1536w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.15.14-277x300.png 277w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.15.14-946x1024.png 946w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.15.14-768x831.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/06/Schermata-2019-06-24-alle-18.15.14-1420x1536.png 1420w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></a></p>
<p>La situazione dunque non è omogenea. Sebbene tutta Europa sconti un calo demografico ed una diminuzione della componente giovane, la condizione dei giovani è nettamente peggiore nel Sud Europa rispetto al Nord. Questo non fa altro che aumentare ulteriormente il divario all’interno dell’Ue alimentando, di conseguenza, i flussi migratori da Sud a Nord. I differenziali salariali alimentano poi migrazioni verso i paesi più ricchi (a partire dalla Germania). Spesso questi movimenti sono sottovalutati perché a volte sono temporanei e non registrati dalle anagrafi. Tuttavia, senza politiche decise e lungimiranti, i paesi con meno opportunità saranno destinati a veder crescere l’esodo dei giovani verso l’estero, come già successo in questi anni ai paesi dell’Est.</p>
<h3><strong>Note</strong></h3>
<p>¹ United Nations, Department of Economic and Social Affairs, Population Division (2017). Probabilistic Population Projections based on the World Population Prospects: The 2017 Revision</p>
<p><em><strong>&nbsp;</strong></em></p>
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		<title>La vera emergenza è l’invecchiamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Oct 2018 08:48:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[anziani]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Pianificare le politiche migratorie, anziché subirle” concludono Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin, dopo aver ricordato che in Italia i decessi hanno superato ... <a title="La vera emergenza è l’invecchiamento" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2018/10/09/la-vera-emergenza-e-linvecchiamento/" aria-label="Per saperne di più su La vera emergenza è l’invecchiamento">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<div><em>Pianificare le politiche migratorie, anziché subirle” concludono Enrico Di Pasquale, Andrea Stuppini e Chiara Tronchin, dopo aver ricordato che in Italia i decessi hanno superato le nascite nel 2017 di quasi 200.000 unità, e che il processo d’invecchiamento continua rapidissimo. Una situazione insostenibile senza l’apporto di un’immigrazione ben governata.<br />
</em></div>
<p>La situazione demografica italiana, che pure è negativa da molto tempo, non sembra realmente tra le priorità dell’agenda politica, attenta piuttosto alle esigenze della popolazione anziana (come, ad esempio, l’abbassamento dell’età pensionabile). Eppure, per citare solo alcuni esempi, natalità è al di sotto di 2 figli per donna dal 1976 e il saldo naturale (differenza tra nati e morti) è negativo quasi ininterrottamente dal 1993. In questo modo l’età media continua ad aumentare, così come il peso degli anziani sulla popolazione: si tratta ormai di un fenomeno strutturale.</p>
<p>Le dinamiche demografiche hanno inevitabilmente un impatto sull’economia nazionale e sui conti pubblici, oltre naturalmente ad una stretta connessione con la migrazione. Per queste ragioni, la Fondazione Leone Moressa ha focalizzato sui temi demografici l’edizione 2018 del <a href="http://www.fondazioneleonemoressa.org/2018/09/27/presentazione-del-rapporto-2018/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Rapporto sull’economia dell’immigrazione</a>, che verrà presentato il prossimo 10 Ottobre a Palazzo Chigi.</p>
<h2><strong>Tendenze demografiche in Italia e in Europa</strong></h2>
<p>La situazione non riguarda solo l’Italia: tutta Europa vive un progressivo invecchiamento demografico, con più morti che nati. Tuttavia, osservando il saldo naturale 2017, appare una netta frattura tra i Paesi europei: 13 Paesi con saldo positivo e 15 con saldo negativo. La crescita demografica più forte si registra in Francia (+164.600) e Regno Unito (+147.900) ma positivi sono anche altri Paesi del Nord Europa come Irlanda, Svezia, Danimarca, Belgio e Paesi Bassi.</p>
<p>Una situazione opposta si registra invece tra i Paesi dell’Europa meridionale (Portogallo, Spagna, Grecia), i Paesi baltici e quelli dell’Est (Ungheria, Romania, Bulgaria, Polonia).</p>
<p>La situazione più critica si registra in Italia e Germania. Nell’ultimo anno, la Germania ha registrato 785 mila nati e 933 mila morti (saldo -148.000), l’Italia 459 mila nati e 650 mila morti (saldo -191.000).</p>
<p>Secondo le previsioni demografiche, e ipotizzando uno scenario con “migrazioni zero”, solo quattro Paesi UE registreranno una variazione positiva da qui al 2050: Irlanda, Francia, Regno Unito e Svezia. Negli altri 24 Paesi, invece, la popolazione diminuirà. Complessivamente, l’UE 28 registrerà una diminuzione del 7,3% rispetto al 2015, arrivando a 471 mila abitanti (naturalmente, incluso il Regno Unito). Tra le aree con la perdita maggiore, Italia e Germania assieme ad altri quattro Paesi dell’Europa meridionale, registreranno una diminuzione superiore al 15%, e l’Italia, col -16,7%, sarebbe seconda solo alla Bulgaria.</p>
<p>Inoltre, ed è questo probabilmente l’aspetto più preoccupante, in tutta Europa avremmo anche un aumento della quota di anziani, definendo come tali le persone di almeno 65 anni). Complessivamente, in questo scenario, tale quota passerà al 28,5%, quasi 10 punti in più rispetto al 18,9% del 2015. Questo ovviamente avrà ripercussioni anche sulla forza lavoro e sui conti pubblici, visto che diminuiranno i lavoratori e aumenteranno, invece, i pensionati.</p>
<p>Anche in questo caso a stare peggio saranno i Paesi del sud: in Spagna, Grecia, Italia e Portogallo gli anziani saliranno a oltre un terzo della popolazione totale, mentre oggi sono circa un quinto).</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.40.36.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-9830" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.40.36.png" alt="" width="1978" height="1742" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.40.36.png 1978w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.40.36-300x264.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.40.36-1024x902.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.40.36-768x676.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.40.36-1536x1353.png 1536w" sizes="(max-width: 1978px) 100vw, 1978px" /></a></p>
<h2><strong>Il ruolo dell’immigrazione</strong></h2>
<p>Nonostante negli ultimi anni l’immigrazione sia stata percepita come un’emergenza, gli ingressi di immigrati in Italia sono progressivamente diminuiti rispetto a prima della crisi.</p>
<p>I permessi di soggiorno (primo rilascio) per motivi di lavoro sono infatti scesi da 350 mila nel 2010 a 125 mila nel 2011 e addirittura 13 mila nel 2016. Il parallelo aumento dei permessi per motivi umanitari (78 mila nel 2016) non giustifica la percezione negativa dell’opinione pubblica.</p>
<p>Parallelamente, la diminuzione dei nati stranieri e l’aumento delle emigrazioni (che coinvolgono italiani, stranieri e stranieri naturalizzati), hanno fatto sì che l’immigrazione non riesca più a compensare il calo demografico. La conseguenza è che la popolazione italiana sta già calando e continuerà a farlo nei prossimi anni. Si tratta di una realtà che fa poco clamore, ma che avrà ripercussioni concrete a livello sociale ed economico, al punto da configurare, questa sì, una vera e propria emergenza, in una prospettiva di breve-medio termine</p>
<p>E’ chiaro che una simile dinamica non si contrasta con il solo ricorso all’immigrazione, né si può affrontare in pochi anni. Ad esempio, occorre aumentare la partecipazione di donne e giovani al mercato del lavoro, tuttora al di sotto degli standard europei.</p>
<p>Ma è altrettanto evidente che il nostro Paese non può fare a meno del contributo di circa 5 milioni di residenti stranieri, che producono circa il 9% del PIL e contribuiscono attivamente al gettito fiscale e contributivo. L’importante sarebbe cominciare, per la prima volta in trent’anni, a pianificare le politiche migratorie anziché subirle.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-9831" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51.png" alt="" width="2072" height="1280" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51.png 2072w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51-300x185.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51-1024x633.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51-768x474.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51-1536x949.png 1536w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/10/Schermata-2018-10-08-alle-17.39.51-2048x1265.png 2048w" sizes="(max-width: 2072px) 100vw, 2072px" /></a></p>
<h3><strong>Nota figura</strong></h3>
<p>¹La voce “motivi umanitari” include: Asilo, richiesta asilo, motivi umanitari. La voce “altro” include: Residenza elettiva, religione, salute.<strong><br />
</strong></p>
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		<title>Cittadinanza per i minori: prendere atto del cambiamento</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Sep 2017 08:18:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[cittadinanza]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[irregolari]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[minori]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Dopo un’estate di acceso dibattito, il Senato ha rinviato (all’autunno?) la votazione della proposta di legge in materia di introduzione dello ius soli (<a href="http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/46079.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer">modifiche alla legge 5 febbraio 1992, n. 91</a>), già approvata due anni fa alla Camera (Settembre 2015). La questione è complessa e coinvolge diverse dimensioni (giuridica, sociale, culturale), ma è innanzitutto una questione identitaria: definendo chi è “Italiano”, si delimita la comunità generando differenze fra “cittadini” e “stranieri”. In un intervento su Neodemos (28 luglio 2017) Livi Bacci si è detto giustamente amareggiato per un rinvio che ha un sapore chiaramente politico. Ma, diciamoci la verità: nella discussione su questa legge aleggia, anche se non emerge mai chiaramente, la preoccupazione che i nuovi cittadini (oggi minori ma domani adulti) possano alterare gli equilibri politici del Paese, divenendo nuovi elettori. E’ poco probabile: ma sarebbe utile e chiarificatore sapere quanti, del milione di nuovi cittadini emersi nell&#8217;ultimo quindicennio, si siano recati effettivamente alle urne per le elezioni politiche ed amministrative.</p>
<h3><strong>Il percorso della riforma tra favorevoli e contrari</strong></h3>
<p>Il tema della cittadinanza da conferire ai bambini nati sul suolo italiano da genitori stranieri era già stato affrontato nella passata legislatura (2008-2013) dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e dal Presidente della Camera Gianfranco Fini, che più volte ne avevano auspicato l’introduzione, vista la crescente presenza di bambini nati in Italia da genitori stranieri. Nel 2013 il tema fu riproposto dal Ministro dell’Integrazione Cécile Kyenge, riaprendo un dibattito che ha portato nel settembre 2015 all’approvazione della riforma alla Camera.</p>
<p>I promotori della riforma sostengono che sia anacronistico non concedere la cittadinanza a questi bambini, considerando che sono nati in Italia, hanno frequentato le scuole nel nostro Paese e molto spesso non hanno mai visitato il Paese dei propri genitori. L’attuale modello, infatti, fu pensato quando l’Italia era un Paese di emigranti: privilegiando il legame di sangue, si intendeva mantenere un legame con i figli degli Italiani emigrati in Argentina, Brasile, Stati Uniti o Australia. Oggi, indubbiamente, le dinamiche demografiche sono radicalmente cambiate e l’Italia, da Paese di emigranti, è diventato Paese d’accoglienza per molti cittadini stranieri.</p>
<p>D’altra parte, i dubbi degli scettici sono principalmente legati al possibile effetto di questa normativa sui fenomeni migratori. Si teme, insomma, che questa “concessione” possa attrarre nuovi immigrati, aggravando una situazione sociale già delicata. In secondo luogo, molti ritengono che il diritto “del suolo” non sia un criterio sufficiente per concedere la cittadinanza, che invece dovrebbe considerare fattori culturali, linguistici e, appunto, di sangue.</p>
<p>Va ricordato altresì, a quanti si ostinano a manifestare “contro l’introduzione dello jus soli in Italia”, che in Italia lo jus soli esiste già: è infatti il principio che regola l’accesso alla cittadinanza per i nati in Italia, oggi attivabile solo al compimento della maggiore età. La riforma, dunque, non introduce per la prima volta lo ius soli, ma modifica i criteri per accedervi.</p>
<h3><strong>La situazione in Europa</strong></h3>
<p>Del resto, anche a livello europeo la questione è tutt’altro che omogenea: ogni Paese, in base alla propria storia, ha elaborato un proprio modello cercando di equilibrare jus soli e jus sanguinis.</p>
<p>Alcuni paesi, come Francia, Germania e Gran Bretagna, presentano uno jus soli quasi automatico, legato alla regolarità del soggiorno dei genitori. Oltre all’Italia, solo Austria e Danimarca non prevedono il meccanismo dell’acquisizione per i nati sul territorio nazionale.<a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2017/09/Schermata-2017-09-14-alle-17.09.15.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="wp-image-7925 size-medium alignleft" src="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2017/09/Schermata-2017-09-14-alle-17.09.15-300x300.png" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2017/09/Schermata-2017-09-14-alle-17.09.15-300x300.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2017/09/Schermata-2017-09-14-alle-17.09.15-1024x1022.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2017/09/Schermata-2017-09-14-alle-17.09.15-150x150.png 150w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2017/09/Schermata-2017-09-14-alle-17.09.15-768x767.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2017/09/Schermata-2017-09-14-alle-17.09.15.png 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<h3><strong>L’impatto (potenziale) della riforma</strong></h3>
<p>Come è noto, i casi previsti dalla riforma sono due:</p>
<ol>
<li><em>Jus soli temperato</em>. Si riconosce (il diritto a richiedere) la cittadinanza italiana a chi è “nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno in possesso del permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo (cittadini extra Ue) o il “diritto di soggiorno permanente” (cittadini Ue)”.</li>
</ol>
<p>In questo modo potrebbero acquisire la cittadinanza italiana i figli di immigrati nati in Italia dal 1999 ad oggi (oggi ancora minorenni) i cui genitori sono in possesso del Permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo (cittadini extra Ue) o il “diritto di soggiorno permanente” (cittadini Ue). Considerando che i nati stranieri negli ultimi 17 anni sono stati 976 mila e che, secondo una recente indagine <a href="https://www.istat.it/it/files/2015/02/Avere_Figli.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Istat</a>, circa il 65% delle madri straniere risiede nel nostro paese da più di cinque anni, si stima che i nati stranieri figli di genitori residenti da almeno 5 anni siano 635 mila.</p>
<ol start="2">
<li><em>Jus culturae</em>. Beneficiario è “il minore straniero, che sia nato in Italia o vi abbia fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età. Egli acquista di diritto la cittadinanza qualora abbia frequentato regolarmente (ai sensi della normativa vigente) un percorso formativo per almeno cinque anni nel territorio nazionale”.</li>
</ol>
<p>Partendo dai dati del MIUR relativi all’anno scolastico 2015/2016 (secondo cui gli alunni stranieri nati all’estero erano il 58,7% degli alunni stranieri complessivi, ovvero 478 mila alunni), possiamo stimare in 166 mila gli alunni nati all’estero che hanno già completato 5 anni di scuola in Italia.</p>
<p>A questi 800 mila potenziali beneficiari immediati (circa l’80% del milione di minori stranieri residenti al 2016), cifra che rappresenta un valore massimo comprensivo dei minori già diventati italiani per trasferimento del diritto da parte del genitore che ha ottenuto la cittadinanza, vanno aggiunti i potenziali beneficiari che si aggiungeranno ogni anno (nuovi nati o coloro che completeranno i 5 anni di scuola), per una cifra compresa tra 55 e 62 mila.</p>
<h3><strong>Tendenze demografiche e “nuovi italiani”</strong></h3>
<p><a href="http://www.neodemos.info/articoli/con-lo-jus-soli-nasce-la-nuova-categoria-dei-minori-scompagnati/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Nell’intervento su Neodemos (28 luglio 2017)</a> Gian Carlo Blangiardo esprime preoccupazione circa le conseguenze negative per la coesione del nucleo familiare implicite nella nuova normativa, che a suo dire determinerebbe “<em>un bambino “diverso” da genitori e fratelli</em>”, finendo “<em>per confliggere con l’interesse degli stessi minori e delle loro famiglie</em>”.</p>
<p>A tal proposito, allora, anziché continuare a negare la cittadinanza ai minori, sarebbe opportuno ragionare sui meccanismi delle naturalizzazioni degli adulti, al momento esclusi dalla proposta di riforma. Non va dimenticato, infatti, che attualmente l&#8217;Italia ha una normativa assai restrittiva in materia di cittadinanza degli adulti (occorrono 10 anni di residenza per avanzare la richiesta, che diventano poi 13 o 14 per lentezze amministrative, contro gli 8 anni della Germania o i 5 di Francia e Regno Unito). Due ipotesi possibili: ridurre gli anni necessari per la richiesta di cittadinanza degli adulti oppure (lasciando inalterata la normativa) rafforzare l&#8217;apparato amministrativo preposto a questo scopo, affinché i dieci anni diventino reali.</p>
<p>Per quanto si voglia negare l’evidenza, il trend delle acquisizioni di cittadinanza evidenzia la tendenza dell’immigrazione a radicarsi nel Paese: se nel 2006 le naturalizzazioni erano appena 35 mila, nel 2013 hanno superato quota 100 mila e nel 2016 sono state oltre 200 mila. Complessivamente, negli ultimi 10 anni i “nuovi italiani” sono quasi 1 milione. Più del 60% di questi erano maggiorenni al momento della concessone della cittadinanza, naturalizzati per matrimonio o per aver totalizzato 10 anni di residenza. Oltre un quinto del totale delle naturalizzazioni nella UE avvengono in Italia.</p>
<p>L’attuale legge sulla cittadinanza (datata 1992) risale ad un’epoca molto diversa da quella attuale: allora gli stranieri residenti erano 573 mila, oggi sono 5 milioni; gli arrivi erano piuttosto omogenei (in prevalenza provenienti dall’Albania e dall’ex Jugoslavia) e gli immigrati erano quasi esclusivamente adulti. Dopo aver rimandato la questione per oltre vent’anni, è forse giunto il momento di considerare seriamente i ragazzi di “seconda generazione” e decidere se considerarli italiani o stranieri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="border-radius: 2px; text-indent: 20px; width: auto; padding: 0px 4px 0px 0px; text-align: center; font: bold 11px/20px 'Helvetica Neue',Helvetica,sans-serif; color: #ffffff; background: #bd081c no-repeat scroll 3px 50% / 14px 14px; position: absolute; opacity: 1; z-index: 8675309; display: none; cursor: pointer; top: 626px; left: 129px;">Save</span></p>
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		<title>Verso un approccio organico alla questione Rom</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 21 Apr 2017 09:52:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[integrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Rom]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<h3><strong>I numeri della presenza Rom in Italia.</strong></h3>
<p>In realtà, quando si parla di comunità Rom, si fa riferimento a gruppi molto diversi tra loro per lingua, cultura e storia. Una distinzione più corretta, seppur non esaustiva è quella tra Rom, Sinti e Caminanti (RSC)¹.</p>
<p>Considerando le difficoltà nel censimento di queste popolazioni, i dati più attendibili sono quelli stimati dal Consiglio d’Europa (140 mila) e dal Ministero del Lavoro (130-150 mila), intorno allo 0,25% della popolazione. Tra questi, circa la metà è di nazionalità italiana e l’altra metà, pur essendo straniera, è generalmente stanziale.</p>
<p>Secondo le poche fonti ufficiali disponibili, si possono distinguere tre gruppi principali:</p>
<ul>
<li>un primo gruppo di circa 50-70 mila persone, cittadini italiani, presenti in Italia da oltre 600 anni e distribuite su tutto il territorio nazionale;</li>
<li>circa 70-90 mila Rom balcanici (extra-comunitari) arrivati negli anni ’90 a seguito della disgregazione della ex-Jugoslavia e stabilitisi principalmente nel Nord Italia;</li>
<li>un gruppo di più recente migrazione composto di Rom di nazionalità romena e bulgara (cittadini europei) e presenti prevalentemente nelle grandi città (Milano, Torino, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Genova).</li>
</ul>
<p>A questi si aggiungono i Rom irregolari, il cui numero non è stabilito ufficialmente, presenti nei numerosi insediamenti non autorizzati.</p>
<h3><strong>Il processo di integrazione</strong></h3>
<p>A livello europeo, il punto di svolta sulla strada dell’inclusione di RSC si ebbe nel 2011, con la comunicazione della Commissione relativa al Quadro europeo per Strategie Nazionali di integrazione Rom². L’Italia adottò la propria Strategia nel 2012, designando come coordinatore nazionale l’UNAR (Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali).</p>
<p>La strategia italiana identifica tre questioni fondamentali, con l’obiettivo di compiere passi significativi entro il 2020. In primo luogo la questione abitativa: il sistema dei “campi”, peculiarità tutta italiana, ha dimostrato tutti i suoi limiti in termini di marginalizzazione ed esclusione sociale, alti costi e scarsa efficacia.</p>
<p>Caso emblematico quello di Roma, citato nell’ultimo rapporto del Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite³, in cui si invita l’amministrazione a «revocare tutte le misure di sicurezza restrittive imposte all’interno degli insediamenti rom, perché segreganti», proprio mentre viene annunciata la costruzione di un nuovo insediamento.</p>
<p>Il trasferimento delle famiglie in appartamenti o prefabbricati, già allo studio o in opera in alcune regioni, risulta sicuramente problematico ed ha prodotto finora risultati ambivalenti, ma è una alternativa preferibile al degrado dei campi, tanto peggiore quanto più è grande la loro dimensione.</p>
<h3><strong>Le altre due questioni sono scuola e lavoro</strong></h3>
<p>Sul primo punto, la valutazione effettuata nel 2016 dalla Commissione europea sull’attuazione delle Strategie nazionali[4] sottolinea che le politiche di integrazione scolastica dei Rom sono ancora oggetto di un approccio poco organico, molto diversificate a seconda del contesto locale. Le misure sono piuttosto frammentarie, spesso inserite nei progetti nazionali in materia di integrazione degli studenti stranieri.</p>
<p>Per quanto riguarda l’inclusione lavorativa, nonostante siano state avviate numerose iniziative per favorire l’accesso al lavoro, la formazione professionale, l’inserimento in stage e tirocini, manca ancora un coordinamento delle politiche a livello nazionale, in grado di dare organicità ai singoli progetti.</p>
<p>In particolare, il Rapporto nazionale sull&#8217;inclusione lavorativa e sociale dei Rom in Italia[5] pubblicato nel 2012 dalla Casa della carità di Milano evidenzia come appena un terzo dei Rom in età lavorativa sia occupato, e di questi oltre un quarto sia senza contratto.</p>
<p>A questo proposito, si sta cercando di riprodurre in Italia il programma Acceder, attivo in Spagna già dal 2000, ovvero una agenzia per l’impiego che realizza attività di intermediazione occupazionale tra aziende e lavoratori (prevalentemente di origine Rom).</p>
<p>Nel biennio 2016/2017, la Commissione europea ha finanziato il progetto PAL[6], coordinato dall’Università di Leuven (Belgio) e articolato in 12 paesi Ue (in Italia vi partecipano Fondazione Leone Moressa, Comune di Reggio Emilia e Consorzio Innopolis), finalizzato proprio a favorire l’analisi, lo scambio di buone pratiche e l’attuazione di campagne di sensibilizzazione in ambito educativo e lavorativo.</p>
<p>Come evidenziato dalla valutazione 2016 effettuata dalla Commissione, sul fronte dell’inclusione scolastica e lavorativa dei Rom in Italia c’è ancora molto da fare. Chiaramente la questione abitativa continuerà ad occupare gran parte del dibattito pubblico, ma per una effettiva inclusione sarà necessario definire un quadro organico di finalità e individuare i soggetti in grado di perseguirle, possibilmente in collaborazione attiva con i beneficiari.</p>
<h3><strong>Note</strong></h3>
<p>¹ <a href="http://www.unar.it/unar/portal/wp-content/uploads/2014/02/Strategia-Rom-e-Sinti.pdf">UNAR, Strategia Nazionale d’inclusione di Rom Sinti e Caminanti, 2012-2020.</a></p>
<p>² <a href="http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=COM:2011:0173:FIN:EN:PDF">COM(2011) 173 final</a></p>
<p>³ <a href="http://tbinternet.ohchr.org/_layouts/treatybodyexternal/SessionDetails1.aspx?SessionID=1116&amp;Lang=en">CCPR &#8211; International Covenant on Civil and Political Rights &#8211; 119 Session (06 Mar 2017 &#8211; 29 Mar 2017)</a></p>
<p>[4] <a href="http://ec.europa.eu/justice/discrimination/files/roma-report-2016_en.pdf">COM (2016) 424</a></p>
<p>[5] <a href="http://www.casadellacarita.org/eu-inclusive/rapporto.html">Casa della Carità, Rapporto nazionale sull&#8217;inclusione lavorativa e sociale</a> dei Rom in Italia, Milano, 2012</p>
<p>[6] <a href="http://projectpal.eu/">http://projectpal.eu/</a></p>
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		<title>Essere &#8220;clandestini&#8221; nell&#8217;America di Trump</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Feb 2017 09:35:50 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Americhe]]></category>
		<category><![CDATA[clandestini]]></category>
		<category><![CDATA[irregolari]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Stati Uniti]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I primi atti della nuova amministrazione Trump, finora caratterizzati da un massiccio ricorso agli “executive orders” (provvedimenti che indirizzano le politiche esecutive delle agenzie del ... <a title="Essere &#8220;clandestini&#8221; nell&#8217;America di Trump" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2017/02/07/clandestini-nellamerica-trump/" aria-label="Per saperne di più su Essere &#8220;clandestini&#8221; nell&#8217;America di Trump">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>I primi atti della nuova amministrazione Trump, finora caratterizzati da un massiccio ricorso agli “executive orders” (provvedimenti che indirizzano le politiche esecutive delle agenzie del Governo americano), sembrano coerenti con gli impegni assunti in campagna elettorale, in particolare in materia di immigrazione: dal completamento del muro al confine con il Messico, al divieto di ingresso per gli immigrati di 7 paesi musulmani.</p>
<p>Tuttavia, se si vuole interpretare correttamente l’attuale dibattito americano sui temi dell’immigrazione, occorre tenere presenti alcune distinzioni rispetto alla situazione europea.</p>
<p>Storicamente l’immigrazione ha sempre avuto dimensioni maggiori negli Stati Uniti rispetto all’Unione Europea, in particolare per l’immigrazione irregolare (impropriamente detta “clandestina”, in realtà fa riferimento a tre tipologie di immigrato: entrato in un paese evitando i controlli di frontiera; entrato regolarmente, ma rimasto anche quando il visto è scaduto; non ha lasciato il paese di arrivo anche dopo che questo ha ordinato il suo allontanamento dal territorio nazionale). Nell’Unione Europea, la dimensione della immigrazione irregolare è sicuramente minore (in nessuna stima essa supera 3/4 milioni di unità complessive).</p>
<h3><strong>Il mondo del lavoro</strong></h3>
<p>L’<em>Hispanic Trend</em> del “Pew Research Center” di Washington (un autorevole centro studi con un apposito osservatorio sulla materia) documenta come la forza lavoro irregolare sia rimasta stabile negli anni dopo la grande recessione, mentre le componenti legali hanno ripreso a crescere in maniera significativa.</p>
<p>Nel 2014 le statistiche ufficiali parlavano di 43,6 milioni di residenti nati all’estero, dei quali 11,1 milioni di illegali (<em>“unauthorized” immigrants</em>) pari al 26% del totale (cfr. <a href="http://www.pewhispanic.org/interactives/unauthorized-immigrants/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Pew Research Centre, 2016</a>). La popolazione nata all’estero includeva dunque 19 milioni di cittadini naturalizzati, 11,7 milioni di residenti permanenti legali (quelli che noi definiremmo immigrati in senso stretto) e 1,7 milioni di residenti legali temporanei (come studenti, diplomatici e “lavoratori ospiti” soprattutto nel settore tecnologico). In totale queste diverse categorie di immigrati rappresentavano il 13,6% della popolazione americana nel 2014.</p>
<p>L’aspetto che forse si distingue maggiormente dalla situazione europea è che ben 8 milioni degli 11 milioni di immigrati illegali lavorano, mentre in Europa sono generalmente confinati nell’ambito del lavoro nero, completamente illegale. Negli Usa, invece, nel 2014 il mercato del lavoro era composto da 133 milioni di lavoratori nati negli USA (83% del totale), 19,5 milioni di immigrati legali (12%) ed 8 milioni di immigrati illegali (5%).</p>
<p>In ambito lavorativo occorre considerare che i trascorsi storici dell’immigrazione, in particolare messicana, hanno radici molto profonde negli USA: ad esempio il <em>“Bracero program”</em> fu varato nel 1942 per consentire a lavoratori messicani di sostituire la forza lavoro americana impegnata nella leva militare, soprattutto nel settore agricolo, ma si protrasse ininterrottamente fino al 1964, consentendo un ingresso legale ad un totale di 5 milioni di lavoratori, con una punta massima di 445.000 ingressi nel 1956.</p>
<p>In tempi recenti l’amministrazione Obama ha promosso due programmi che consentono permessi temporanei e possibilità di lavorare a circa il 10% degli irregolari presenti negli USA: il primo (DACA: “Deferred Actions for Childhood Arrivals”) riguarda più di 730.000 giovani adulti che devono essere stati portati negli USA prima dei 16 anni di età, non devono aver compiuto 30 anni alla data del 15 giugno 2012 e devono aver vissuto continuativamente negli Stati Uniti dal 15 giugno 2007.</p>
<p>Il secondo programma ha garantito una protezione temporanea a circa 326.000 migranti, in maggioranza dall’America Centrale a causa di malattie, disastri naturali o conflitti nei loro paesi di origine.</p>
<h3>Gli scenari nell’era Trump</h3>
<p>E’ probabile che, sotto la nuova amministrazione Trump, non vedremo altre iniziative volte a sanare precedenti situazioni di irregolarità (i DACA scadono dopo 2 anni), ma è altresì improbabile una azione decisa di contrasto all’immigrazione irregolare che non sia limitata a fasce specifiche (ad esempio verso i trecentomila che hanno precedenti penali). Non a caso, nelle prime dichiarazioni, il nuovo presidente ha fatto riferimento solamente ai tre milioni che non lavorano, ma ha taciuto sugli otto milioni presenti sul mercato del lavoro.</p>
<p>E’ bene ricordare che l’ingresso illegale negli USA è un reato federale e che 4 stati, 39 città e 364 contee (le cosiddette “zone santuario”) hanno approvato ordinanze che non li obbligano a collaborare con le autorità federali nella ricerca degli irregolari. In uno dei primi “<em>executive orders</em>” Trump ha già avviato la stretta contro queste realtà, ordinando un blocco delle sovvenzioni federali e chiedendo alle agenzie di governo di intensificare le espulsioni.</p>
<p>Peraltro, l’amministrazione Obama aveva proceduto, tra il 2009 ed il 2015, a circa 360.000 espulsioni l’anno: risultati maggiori sarebbero possibili solo a fronte di maggiori investimenti nell’ambito delle forze dell’ordine.</p>
<p>Un provvedimento legato al finanziamento del muro al confine meridionale potrebbe essere una forma di tassazione delle rimesse dei lavoratori messicani presenti negli USA: sarebbe questa sicuramente una decisione gravida di conseguenze politiche ed economiche nelle relazioni tra i due Stati.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2017/02/07/clandestini-nellamerica-trump/">Essere &#8220;clandestini&#8221; nell&#8217;America di Trump</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<item>
		<title>Le migrazioni africane “interne”</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2016/09/30/le-migrazioni-africane-interne/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=le-migrazioni-africane-interne</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Chiara Tronchin]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Sep 2016 09:47:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Africa]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi anni sono cresciute fortemente le migrazioni dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa: esse rappresentano una delle questioni più difficili che le autorità europee si troveranno ad affrontare nei prossimi anni, nonché uno dei temi maggiormente sentiti dalle opinioni pubbliche in questo momento. Tuttavia, mentre le migrazioni dal Medio Oriente hanno una chiara origine politica &#8211; soprattutto dopo l’inizio della guerra civile in Siria nel 2011 &#8211; e sono state registrate sotto la voce “profughi” (richiedenti asilo e rifugiati), le migrazioni dall’Africa hanno un carattere misto, in cui si mescolano cause economiche, politiche ed ambientali.</p>
<p>E’ importante quindi seguire l’evoluzione demografica e migratoria del continente africano, destinato a raddoppiare la propria popolazione nell’arco di pochi decenni.</p>
<h3><strong>Poli di attrazione</strong></h3>
<p>Su una popolazione attuale di circa un miliardo di persone, gli emigrati dai vari paesi africani sono circa 34 milioni, di cui solo un terzo all’esterno del continente (Nazioni Unite, 2015). 21 milioni sono invece gli immigrati presenti all’interno dell’Africa: in gran parte si tratta di migrazioni interne al continente, anche se è da segnalare l’aumento della presenza esterna, soprattutto cinese. Premesso che non sempre è facile osservare i movimenti reali della popolazione, specie in Africa, le Nazioni Unite forniscono la stima dello “stock” di immigrati per paese (generalmente sono inclusi in questo calcolo anche i nati all’estero).<br />
Per la Libia bisognerebbe parlare al passato: precedentemente alla guerra civile scoppiata dopo la morte di Gheddafi (2011), l’industria petrolifera e le relative infrastrutture in un paese relativamente poco popolato necessitavano di mano d’opera proveniente in larga parte dall’Africa subsahariana.<br />
La Costa d’Avorio deve il suo sviluppo soprattutto al settore agricolo (caffè, cacao, olio di palma ecc.) che richiama lavoratori da molti paesi limitrofi.<br />
Il Sudafrica è il principale polo d’attrazione di tutta l’Africa australe, prima nel settore minerario ma ora anche in quello manifatturiero.<br />
La Nigeria, il cui Pil ha recentemente superato anche quello del Sudafrica (anche grazie ad una rivalutazione statistica), è ora la prima economia africana, non più dipendente solo dal petrolio. Il paese subirà una vera e propria esplosione demografica entro il 2050 e si può considerare (come molti altri paesi africani) sia come meta di immigrazione che come fonte di emigrazione.<br />
Alcuni paesi come Ghana, Kenya e Tanzania devono il loro sviluppo economico anche alla relativa stabilità politica, fattore non banale in un continente ancora attraversato da conflitti etnici.</p>
<h3><strong>Profughi e rifugiati</strong></h3>
<p>Accanto alle migrazioni economiche, che si avvalgono di una certa tradizione africana di reciproca ospitalità, vanno considerati i casi specifici di instabilità politica, cause delle migrazioni forzate interne all’Africa¹: secondo OIM e UNHCR i rifugiati all’interno del continente sono almeno 3 milioni.<br />
Osservando i primi paesi di accoglienza, traspaiono da un lato i problemi interni di quei paesi del Corno d’Africa che alimentano la diaspora dei profughi anche in Europa, come Eritrea e Somalia, ma anche gli effetti dell’insorgenza del gruppo terroristico di Boko Haram nella regione attorno al lago Ciad.</p>
<h3><strong>Rifugiati ambientali</strong></h3>
<p>Infine, una terza causa delle migrazioni interne al continente si può considerare quella ambientale, dovuta principalmente al surriscaldamento del pianeta. Ampie regioni del continente (come il Corno d’Africa) o interi paesi (come lo Zimbabwe) vedono acuiti i loro problemi da cause ambientali (siccità, carestie, inondazioni, deforestazioni) che spingono centinaia di migliaia di persone a migrare in cerca di risorse idriche.<br />
Secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre², in Africa si contano almeno 8 milioni di sfollati (persone costrette ad abbandonare la propria abitazione) per cause ambientali, quasi la metà dei 19,3 milioni di sfollati per cause ambientali nel mondo. Niger, Nigeria, Ciad, Sud Sudan e Madagascar sono tra i paesi più colpiti. Considerando la scarsa prevenzione e la vulnerabilità di quei paesi, è facile prevedere un aumento del fenomeno nei prossimi anni.</p>
<h3><strong>Conclusioni</strong></h3>
<p>Secondo l’UNHCR, nel 2015 i migranti forzati (rifugiati e sfollati) nel mondo sono 65,3 milioni (se riuniti in un’unica nazione, rappresenterebbero il 21° paese più popoloso). Considerando i migranti complessivi si arriva addirittura a 243 milioni.<br />
La cosiddetta “emergenza immigrazione” che in questi ultimi anni sta mettendo in crisi i paesi europei e minando la tenuta stessa dell’Ue, rappresenta dunque solo la punta dell’iceberg delle migrazioni mondiali: il flusso dei migranti dall’Africa all’Europa (quasi sempre mediato da trafficanti) non ha mai superato alcune centinaia di migliaia di persone l’anno, mentre le migrazioni africane “interne” (per cause economiche, politiche o ambientali) coinvolgono oggi quasi 30 milioni di persone.</p>
<p>Il grande reporter polacco Ryszard Kapuściński, sostiene che <em>“l&#8217;Africa è un continente troppo grande per poterlo descrivere. […] È solo per semplificare che lo chiamano Africa. A parte la sua denominazione geografica, in realtà l&#8217;Africa non esiste”</em>³. In effetti, anche dal punto di vista politico, economico e demografico i singoli paesi presentano dinamiche molto diverse tra loro, determinando alcuni poli di attrazione. Le cause delle migrazioni sono quindi diverse, complesse e spesso intrecciate tra di loro. La variabile demografica, con il raddoppio della popolazione previsto entro la metà del secolo, contribuirà in maniera decisiva a complicare questo quadro già molto difficile.</p>
<h4><strong>Note</strong></h4>
<p>¹&nbsp;La convenzione africana per i rifugiati è stata firmata ad Addis Abeba nel 1969 ed è entrata in vigore nel 1974.</p>
<p>² Global Estimates, 2015</p>
<p>³ Ryszard Kapuściński, <em>Ebano</em>, Milano, Feltrinelli, 2000</p>
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