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	<title>Bes &#8226; Neodemos</title>
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		<title>La difficile misura del benessere: il Rapporto BES dopo la pandemia</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Maria Letizia Tanturri]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 May 2022 14:22:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[benessere]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La pandemia da COVID-19 ha cambiato profondamente tanti aspetti della vita quotidiana degli italiani, ma quale è stato il suo impatto sul benessere degli individui? ... <a title="La difficile misura del benessere: il Rapporto BES dopo la pandemia" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2022/05/03/la-difficile-misura-del-benessere-il-rapporto-bes-dopo-la-pandemia/" aria-label="Per saperne di più su La difficile misura del benessere: il Rapporto BES dopo la pandemia">Leggi</a></p>
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<p><em><em>La pandemia da COVID-19 ha cambiato profondamente tanti aspetti della vita quotidiana degli italiani, ma quale è stato il suo impatto sul benessere degli individui? Maria Letizia Tanturri riporta i principali risultati del IX rapporto BES (Benessere Equo e sostenibile): l’impatto della pandemia è stato indubbiamente negativo, specie per i giovani e per le donne, ma si scorgono anche alcuni segnali di speranza.</em></em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La difficile misura del benessere: il Rapporto BES dopo la pandemia</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Un termometro per misurare il grado di benessere degli italiani: questo è il rapporto BES (Benessere Equo e Sostenibile in Italia) che ogni anno l’Istat predispone basandosi su 153 indicatori, scelti per dare conto del grado di benessere in 12 diversi ambiti che vanno dalla salute alle relazioni sociali, dall’istruzione al mercato del lavoro, dall’ambiente alla qualità dei servizi.</p>



<p>Il rapporto di quest’anno, il IX della serie, ci fornisce un quadro complessivo dei due anni di pandemia: il 2020, anno dello shock causato dall’emergenza sanitaria, e il 2021, anno della ripresa di PIL e dell’occupazione. La sua lettura assume pertanto un particolare significato per comprendere il grado di resilienza del Paese al trauma che ha vissuto.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Salute, occupazione e benessere economico: i più colpiti dalla pandemia</strong></h3>



<p>L’impatto della pandemia sulla salute è purtroppo ben noto: dopo decenni di continui incrementi della speranza di vita alla nascita, nel 2020 il Paese ha perso 1,2 anni a causa dell’aumento del rischio di mortalità dovuto al COVID-19, con un recupero parziale nel 2021, che in realtà ha interessato solo le regioni del Nord.&nbsp;</p>



<p>Pesanti sono anche gli effetti della pandemia sul mercato del lavoro: l’Italia perde più occupazione rispetto all’Europa e recupera più lentamente.&nbsp; Il mercato del lavoro italiano già prima della 2019 si presentava indebolito – rispetto al resto d’Europa &#8211;&nbsp; dagli strascichi della recessione economica: solo nel 2018 il Paese aveva recuperato i livelli occupazionali pre-crisi. Confrontando i dati del secondo trimestre 2020 (il periodo del lockdown per intenderci), con quelli del trimestre precedente si riscontra un brusco crollo dei livelli occupazionali degli italiani (-3 punti percentuali) e un ulteriore aumento del divario con la media dei Paesi dell’Unione Europea a 27 (che nello stesso periodo ha perso in media 1.9 punti), con esiti ancora più negativi per le donne (-3.1 punti). Nel 2021 nonostante la crescita dei livelli occupazionali osservata fino, né gli uomini, né le donne hanno raggiunto i valori dell’indicatore corrispondenti al quarto trimestre 2019, anche se la ripresa è stata un po’ più rapida per le donne.&nbsp; Nel 2021 la ripresa è stata trainata da un aumento di lavoratori precari, mentre si osserva ancora una diminuzione dei lavoratori autonomi.</p>



<p>L’impatto della pandemia è stato particolarmente duro anche per gli stranieri (in particolare per le donne). Se nel 2019 il tasso di occupazione era più alto per gli stranieri che non per gli italiani (64,4 contro 63.4), nel 2020 gli stranieri perdono 4.4 punti, contro 1.3 degli italiani.&nbsp;</p>



<p>La pandemia, però, potrebbe aver aiutato a svecchiare il modello produttivo degli italiani: gli occupati che lavorano da casa sono triplicati negli ultimi due anni e nel 2021 sfiorano il 15%. Aumenta anche la soddisfazione per il lavoro e si riduce l’incertezza sul futuro del lavoro.</p>



<p>La pandemia ha minato duramente il benessere economico. Cresce la quota di famiglie che arriva con difficoltà alla fine del mese e la quota di cittadini in povertà assoluta. Nel 2021, nonostante ci sia la ripresa, la povertà assoluta si mantiene stabile, riguardando più di 5 milioni 500mila individui (9,4%). Il Nord recupera parzialmente il forte incremento nella povertà assoluta osservato nel primo anno di pandemia, anche se non torna ai livelli osservati nel 2019 (6,8%, 9,3% e 8,2% rispettivamente nel 2019, 2020 e 2021). Nel Mezzogiorno, invece, le persone povere continuano a crescere di quasi 196mila unità e si confermano incidenze di povertà più elevate e in aumento, arrivando al 12,1% per gli individui (era l’11,1% nel 2020).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Giovani e adolescenti: vittime primarie della pandemia</strong></h3>



<p>Il rapporto suona un vero e proprio campanello d’allarme per i bambini e gli adolescenti che hanno pagato il prezzo più alto dei due anni difficili appena trascorsi. I dati non lasciano dubbi di interpretazione su vari fronti. In primo luogo, è raddoppiata la proporzione di giovani insoddisfatta della propria vita (in controtendenza rispetto alla totalità della popolazione) e con un basso punteggio di salute mentale. Sono 220.000 i ragazzi tra 14 e 19 anni che si dichiarano insoddisfatti e si trovano al tempo stesso in una situazione di disagio. Cresce anche la proporzione di ragazzi sedentari: più di un giovane su cinque. In terzo luogo aumenta il disagio che si manifesta con comportamenti trasgressivi, come il consumo di alcol a rischio che riguarda circa un ragazzo tra i 14-17 anni su cinque. Nell’età in cui le relazioni tra pari sono fondamentali, la soddisfazione degli adolescenti italiani per le relazioni amicali scende sensibilmente, e al tempo stesso diminuisce (dal 90 al 74%) la quota di ragazzi che dichiara di incontrarsi con gli amici almeno una volta alla settimana, cresce pure la quota di giovani che sostiene di non avere amici su cui contare. La convivenza forzata durante i lockdown, le difficoltà nella condivisione degli spazi domestici hanno minato anche la soddisfazione per le relazioni familiari che si è ridotta.</p>



<p>A questa “desertificazione degli affetti”- come la definisce il presidente dell’ISTAT &#8211;  si accompagna anche un peggioramento evidente delle condizioni economiche dei giovani. Il totale dei minori in povertà assoluta nel 2021 è pari a 1 milione e 384mila: l’incidenza è al 14,2%, maggiore di quasi tre punti percentuali rispetto al 2019. I tassi di occupazione giovanile restano tra i più bassi in Europa. Già l’Italia prima della pandemia aveva il triste primato in Europa per la quota di ragazzi NEET (15-29) che non sono inseriti né nel mercato del lavoro, né in percorsi formativi e professionali. Questa quota resta elevata, ma in aggiunta in questi due anni aumentano ulteriormente anche gli abbandoni scolastici (13%), si intensifica l’emigrazione all’estero dei giovani laureati nonostante le limitazioni negli spostamenti (- 14.000 unità di migrazione netta), peggiorano le competenze linguistiche e matematiche acquisite dai giovani nei loro percorso di studio.<br><br>Questo quadro di difficoltà generalizzata per le giovani generazioni deve essere affrontato con la massima urgenza dalle politiche sia per ragioni di equità, sia perché il Paese non può permettersi di compromettere il suo sviluppo futuro abbandonando adolescenti e giovani, e lasciando così che il suo capitale umano, nonché il suo capitale sociale, si deteriori.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Qualche nota di speranza</strong></h3>



<p>Nel IX Rapporto Bes, ci sono anche delle sorprese positive e in parte inattese, capaci di infondere speranza per il futuro. Ad esempio, cresce leggermente la quota di persone molto soddisfatte per la propria vita e di ottimisti verso il futuro. Si diffonde l’utilizzo di Internet, specie tra i più piccoli e tra gli anziani: quasi tre quarti degli italiani navigano abitualmente in rete, anche se tre famiglie su 10 non dispongono ancora di un pc e di una connessione. Aumenta il ricorso alla formazione continua (anche grazie all’aumento dell’offerta di corsi online). Accresce sensibilmente la partecipazione politica e civica durante la pandemia. In questi anni sono diminuiti in modo tangibile anche i reati predatori (furti, rapine e borseggi) e in parallelo aumenta la percezione soggettiva della sicurezza dei cittadini. Le restrizioni negli spostamenti hanno contribuito anche a migliorare la qualità dell’aria.&nbsp;</p>



<p>Sorprende, infine, che il grado di fiducia verso gli altri, che nel nostro Paese presenta tradizionalmente livelli molto bassi, sia cresciuto in questi ultimi due anni: circa un quarto degli italiani dichiara di avere fiducia nei propri concittadini, il livello più alto dell’ultimo decennio, anche se resta però importante il divario tra il Nord &#8211; dove il grado di fiducia è più elevato &#8211; e il Sud dove resta più contenuto. La crescita di questo indicatore è un segnale importante: è ben noto, infatti, che nei paesi dove il livello di fiducia reciproca è elevata, la società è più coesa, funziona meglio, è meno soggetta ad episodi di corruzione e risponde meglio anche alle crisi.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>ISTAT &#8211; <a href="https://www.istat.it/it/archivio/269575" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Rapporto sul Benessere equo e sostenibile</a> &#8211; Anno 2021 </p>
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		<title>L’Italia ai tempi del Covid-19. I risultati preliminari di uno studio longitudinale</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2020/10/23/litalia-ai-tempi-del-covid-19-i-risultati-preliminari-di-uno-studio-longitudinale/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=litalia-ai-tempi-del-covid-19-i-risultati-preliminari-di-uno-studio-longitudinale</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Egidio Riva]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2020 09:29:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[Coronavirus]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I risultati preliminari di uno studio sulle conseguenze sociali del Covid-19 mostrano che l’epidemia ha peggiorato, seppure di poco, le condizioni generali di salute e ... <a title="L’Italia ai tempi del Covid-19. I risultati preliminari di uno studio longitudinale" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2020/10/23/litalia-ai-tempi-del-covid-19-i-risultati-preliminari-di-uno-studio-longitudinale/" aria-label="Per saperne di più su L’Italia ai tempi del Covid-19. I risultati preliminari di uno studio longitudinale">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>I risultati preliminari di uno studio sulle conseguenze sociali del Covid-19 mostrano che l’epidemia ha peggiorato, seppure di poco, le condizioni generali di salute e di benessere soggettivo delle persone indagate. Ce ne parlano i ricercatori Riva, Lucchini, Gerosa, Respi e Piazzoni dell’Università Milano-Bicocca.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Tra Aprile e Agosto 2020, IASSC (Institute for Advanced Study of Social Change) – l’Osservatorio permanente sul mutamento sociale dell’Università Milano-Bicocca – ha condotto una rilevazione sulle conseguenze del Covid-19 e delle misure di contenimento del contagio sulla vita quotidiana. La rilevazione ha previsto la somministrazione, mediante tecniche CAWI e CATI, di un questionario a 950 soggetti, un campione individuato<sup>1 </sup>nell’ambito del progetto di ricerca ITA.LI &#8211; Italian Lives, l’indagine longitudinale sui corsi di vita in Italia, finanziata dal MIUR mediante i fondi dei Dipartimenti di eccellenza, che IASSC sta conducendo in collaborazione con Istat e IPSOS.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’effetto sulla salute&#8230;</strong></h3>



<p>I risultati preliminari mostrano, anzitutto, che il Covid-19 ha peggiorato seppure poco, le condizioni generali di salute e di benessere soggettivo. E’ stato, in primo luogo, calcolato un indice sintetico della salute mentale<sup>2 </sup>a partire da sei quesiti, che misurano vitalità (sentirsi pieno di energia), attività sociali (interferenza della salute fisica e dello stato emotivo nelle attività sociali), stato emotivo (limitazioni nel lavoro e nelle altre attività quotidiane a causa dello stato emotivo; cali di concentrazione) e salute mentale (sentirsi calmo e sereno; sentirsi scoraggiato e triste) nelle 4 settimane precedenti l’intervista. L’indice sintetico di salute mentale è diminuito di 5,5 punti su una scala 0-100 (Figura 1). Il peggioramento è misurabile anche in termini di incremento della quota di quanti dichiarano di avere disturbi del sonno (Figura 2). Più della metà del campione, infatti, riporta difficoltà ad addormentarsi (40% “qualche difficoltà”; 14,1% “molte difficoltà”), mentre, prima dell’emergenza Covid-19, tale quota era pari al 35,6% (29,5% “qualche difficoltà” e 6,1% “molte difficoltà”).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="764" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura1_sociologi_neodemos-1024x764.jpg" alt="" class="wp-image-15376" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura1_sociologi_neodemos-1024x764.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura1_sociologi_neodemos-300x224.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura1_sociologi_neodemos-768x573.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura1_sociologi_neodemos.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="581" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura2_sociologi_neodemos-1024x581.jpg" alt="" class="wp-image-15377" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura2_sociologi_neodemos-1024x581.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura2_sociologi_neodemos-300x170.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura2_sociologi_neodemos-768x436.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura2_sociologi_neodemos.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>&#8230;e sulle condizioni di lavoro</strong></h3>



<p>Anche la qualità del lavoro sembra peggiorare in tempi di Covid-19 (Figura 3). I punti critici da segnalare sono, per circa un terzo del campione e in specie per i soggetti meglio posizionati sul mercato del lavoro, l’aumento dell’intensità del lavoro (28,0% dei rispondenti) e del conflitto percepito tra impegni professionali e familiari (per il 27,6%). Altri dati di interesse sono l’aumento dei rischi per la salute (per il 39%) e la riduzione dell’orario di lavoro (per il 37%), parzialmente responsabile della diminuzione di reddito e stipendio (il 35% degli intervistati lo accusa).</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img decoding="async" width="1024" height="581" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura3_sociologi_neodemos-1024x581.jpg" alt="" class="wp-image-15378" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura3_sociologi_neodemos-1024x581.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura3_sociologi_neodemos-300x170.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura3_sociologi_neodemos-768x436.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/10/Figura3_sociologi_neodemos.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La soddisfazione si riduce</strong></h3>



<p>Per effetto del peggioramento di due delle dimensioni più importanti della vita si registra una diminuzione del livello di soddisfazione, &nbsp;nelle relazioni familiari (-0,49 punti , misurato su una scala 0-10) e amicali (-1,21 punti, con un decremento marcato per le donne), nel tempo libero (-0,75 punti, specie tra le donne), nel lavoro (-0,66 punti) e nella situazione finanziaria (-0,74 punti, principalmente tra i 35-44enni), nel quartiere di residenza (-0,32 punti) oltre che nella vita in generale (-0,35 punti).</p>



<p>In definitiva, i primi riscontri dell’indagine realizzata consentono di gettare luce su alcune interessanti variazioni, di segno negativo, su diversi aspetti della vita quotidiana. Come visto, su alcuni domini l’impatto della diffusione del Covid-19 e dell’attuazione delle misure contenitive del contagio sembra essere più evidente; su altre dimensioni le conseguenze sono, all’apparenza, ridotte. Di qui, in attesa di applicare tecniche di analisi più complesse ai dati raccolti, è ragionevole ritenere che, se vi sarà un cambiamento reale e permanente nelle condizioni di vita, di lavoro e di salute, tale cambiamento si dispiegherà in modo graduale, nel corso del tempo. Al momento, nonostante l’emergenza epidemiologica e le misure restrittive adottate per fronteggiarla siano stati sinora descritti, nel dibattito comune e non solo, come eventi dall’enorme impatto sanitario, economico e sociale, le loro conseguenze sembrano essere circoscritte. In tal senso sarà interessate verificare, anche mediante analisi comparative, in che misura i provvedimenti urgenti adottati dal Governo a sostegno di famiglie, lavoratori e imprese possano avere rappresentato una barriera efficace al dispiegarsi dei preannunciati possibili effetti negativi. Serviranno, ad ogni modo, altre rilevazioni per comprendere se i cambiamenti rilevati a livello individuale siano destinati a sfumare, ad azzerarsi nel tempo piuttosto che lasciare un’impronta duratura.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup> Tasso di risposta (AAPOR RR1): 27%</p>



<p><sup>2</sup> Per la metodologia di costruzione dell’indice si rimanda a: Ware J. E. Jr., Kosinski M., Keller, <em>How to score the SF:12 Physical &amp; Mental Health Summery Scales</em>. Boston MA. The Health Institute, New England Medical Center, 1995</p>
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		<title>Il benessere dei giovani</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2020/02/25/il-benessere-dei-giovani/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-benessere-dei-giovani</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Romina Fraboni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Feb 2020 09:29:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’ultimo Rapporto Bes sul benessere equo e sostenibile, prodotto dall’Istat a dicembre 2019, ha dedicato un approfondimento alle condizioni di benessere dei giovani in Italia ... <a title="Il benessere dei giovani" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2020/02/25/il-benessere-dei-giovani/" aria-label="Per saperne di più su Il benessere dei giovani">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>L’ultimo Rapporto Bes sul benessere equo e sostenibile, prodotto dall’Istat a dicembre 2019, ha dedicato un approfondimento alle condizioni di benessere dei giovani in Italia secondo un’ottica multidimensionale. Romina Fraboni, Miria Savioli, Elisabetta Segre, Alessandra Tinto e Anna Villa mostrano che quasi due milioni di giovani in Italia risultano particolarmente vulnerabili in quanto deprivati in più dimensioni del benessere.</em></p>
<p>Il mondo dei giovani è spesso al centro del dibattito pubblico e accademico per la peculiarità di questa fase del ciclo di vita nella quale affiorano opportunità e sfide. Le condizioni, materiali e non, che si sperimentano nel passaggio alla vita adulta possono infatti incidere profondamente sui livelli di benessere, correnti e futuri, degli individui ed è quindi importante osservarne le dinamiche nel tempo.</p>
<p>Negli ultimi decenni, il rinvio delle tappe di transizione alla vita adulta, la precarietà e frammentarietà dei percorsi lavorativi, l’aumento delle diseguaglianze, la scarsa mobilità sociale hanno reso più difficile la piena realizzazione dei giovani e scoraggiato la partecipazione a vari livelli (politica, sociale e culturale).</p>
<h3><strong>Un’analisi multidimensionale</strong></h3>
<p>I dati dell’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” sono stati utilizzati per studiare non solo la deprivazione dei giovani, ma anche la compresenza di deprivazione in più dimensioni. L’indagine Istat “Aspetti della vita quotidiana” permette, infatti, di calcolare indicatori individuali per un ampio spettro di dimensioni relative al Bes (Benessere equo e sostenibile) e rende possibile la comparabilità a partire dal 2012. L’indicatore di benessere multidimensionale dei giovani si basa su 5 dimensioni fondamentali che ricalcano i domini del Bes: Salute; Lavoro, Istruzione e formazione; Benessere soggettivo; Coesione sociale (che include i domini Relazioni Sociali e Politica e istituzioni); Territorio (che raggruppa i domini del Paesaggio, Ambiente e Qualità dei servizi). Per ciascuna dimensione sono stati individuati 3 indicatori, per ognuno dei quali è stata definita una soglia di disagio/svantaggio. Si definiscono deprivati rispetto a una certa dimensione i giovani al di sotto della soglia per almeno due dei tre indicatori utilizzati per rappresentarla.</p>
<h3><strong>Le dimensioni del disagio giovanile</strong></h3>
<p>Rispetto al 2012, emerge un aumento sensibile nel 2018 della quota di giovani in condizioni di disagio nella dimensione relazioni sociali e partecipazione politica (da 17,6% nel 2012 a 24,9%) e una diminuzione del disagio per la dimensione lavoro e istruzione (Figura 1); su quest’ultima dimensione tuttavia il miglioramento riguarda solo i giovani di 18-24 anni (da 19,1% nel 2012 a 12,8%) mentre la situazione rimane stabile per i giovani di 25-34 anni per i quali circa uno su quattro è deprivato. Il benessere soggettivo &#8211; la dimensione che nel 2018 registra la minore quota di giovani deprivati &#8211; migliora nel tempo (dall’11,5% del 2012 al 7,6%).</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.39.00.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11797" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.39.00.png" alt="" width="1532" height="1406" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.39.00.png 1532w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.39.00-300x275.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.39.00-1024x940.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.39.00-768x705.png 768w" sizes="(max-width: 1532px) 100vw, 1532px" /></a></p>
<h3><strong>Chi sono i giovani multi-deprivati e quali sono le dimensioni più critiche?</strong></h3>
<p>Nel 2018 poco meno della metà dei giovani di 18-34 anni (47,8%) non presenta alcuna forma di disagio, un terzo (33,5%) ne ha solo una, mentre il 18,7% (poco meno di 2 milioni di giovani) risulta multi-deprivato, cioè deprivato su due o più dimensioni del benessere (Figura 2). È questo, dunque, un aggregato particolarmente fragile in termini di benessere complessivo, che risulta in aumento di 1,3 punti percentuali rispetto al 2012.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.40.47.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11798" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.40.47.png" alt="" width="1536" height="1080" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.40.47.png 1536w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.40.47-300x211.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.40.47-1024x720.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2020/02/Schermata-2020-02-24-alle-12.40.47-768x540.png 768w" sizes="(max-width: 1536px) 100vw, 1536px" /></a></p>
<p>La multi-deprivazione è più alta tra i giovani tra i 25 e i 34 anni (20,9% contro 15,2% dei giovani 18-24 anni) che hanno anche sperimentato un aumento più intenso nel periodo esaminato (+2,2 punti percentuali contro la stabilità registrata tra i giovani di 18-24 anni). La multi-deprivazione è inoltre più accentuata nel Mezzogiorno (23,9% contro 14,3% al Nord e 18,0% al Centro), anche se il peggioramento rispetto al 2012 è localizzato nelle regioni del Nord e soprattutto del Centro (rispettivamente +1,6 e +3,6 punti percentuali). Trascurabili invece le differenze di genere.</p>
<p>Le dimensioni che più incidono sulla multi-deprivazione sono quella relativa alle Relazioni Sociali e alla Partecipazione Politica (il 69,5% dei multi-deprivati sono deprivati in questo dominio), la dimensione del Lavoro, Istruzione e formazione (58,1%) e quella che descrive le condizioni del Territorio nel quale vivono i giovani (47,3%).</p>
<p>La più frequente associazione tra dimensioni nella multi-deprivazione si osserva tra la dimensione delle relazioni sociali e quella che esprime la mancata partecipazione al mondo del lavoro e dell’istruzione (due quinti dei casi di multi-deprivazione).</p>
<h3><strong>Conclusioni</strong></h3>
<p>L&#8217;analisi condotta mette in luce la presenza di quasi due milioni giovani più vulnerabili in quanto deprivati in più dimensioni del benessere. Un punto di particolare attenzione riguarda la dimensione del benessere che fa riferimento alle reti sociali e alla partecipazione politica. È infatti questo l&#8217;ambito dove è più intenso il disagio dei giovani e per il quale si è registrato un notevole peggioramento rispetto al 2012. La deprivazione negli aspetti della coesione sociale è risultata, inoltre, strettamente associata a quella dell&#8217;ambito dell&#8217;inclusione attiva (scuola/lavoro), una dimensione più direttamente indirizzabile da specifiche politiche.</p>
<p>(*) Le opinioni espresse in questo articolo sono quelle degli autori e non riflettono necessariamente quelle dell’Istat</p>
<h3><strong>Per saperne di più:</strong></h3>
<p>Istat (2019) Rapporto Bes 2019. <a href="https://www.istat.it/it/archivio/236714" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Il benessere equo e sostenibile in Italia</a>, Istat. Roma.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2020/02/25/il-benessere-dei-giovani/">Il benessere dei giovani</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Avere figli in Italia: una questione di BES</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2019/05/24/avere-figli-in-italia-una-questione-di-bes/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=avere-figli-in-italia-una-questione-di-bes</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Alessandra De Rose]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 24 May 2019 09:18:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[fecondità]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il reddito è importante, si sa, ma contano anche le condizioni di vita più generali che, nel loro insieme, concorrono a migliorare o peggiorare la ... <a title="Avere figli in Italia: una questione di BES" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2019/05/24/avere-figli-in-italia-una-questione-di-bes/" aria-label="Per saperne di più su Avere figli in Italia: una questione di BES">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il reddito è importante, si sa, ma contano anche le condizioni di vita più generali che, nel loro insieme, concorrono a migliorare o peggiorare la qualità della vita. Questi aspetti (anche) extraeconomici sono, da relativamente poco tempo, oggetto di misurazione da parte dell’Istat attraverso una serie di indicatori del cd. benessere equo e sostenibile, o BES. Alessandra De Rose, Filomena Racioppi e Maria Rita Sebastiani mostrano che anche la fecondità è legata a questa dimensione: dove il BES è migliore (generalmente nel nord del paese), la fecondità è meno lontana dal livello di rimpiazzo di due figli per donna.</em></p>
<p>Dal 2013 l’Istat pubblica annualmente il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (BES) per rispondere all’esigenza, avvertita in molti paesi sviluppati, di dotarsi di un sistema di monitoraggio statistico della qualità della vita che affianchi i più comuni indicatori di crescita economica. Il BES si basa su circa 130 indicatori elementari riferiti a 12 domini:</p>
<ol>
<li>Salute</li>
<li>Istruzione e formazione</li>
<li>Lavoro e conciliazione dei tempi di vita</li>
<li>Benessere economico</li>
<li>Relazioni sociali</li>
<li>Politica e istituzioni</li>
<li>Sicurezza</li>
<li>Benessere soggettivo</li>
<li>Paesaggio e patrimonio culturale</li>
<li>Ambiente</li>
<li>Innovazione, ricerca e creatività</li>
<li>Qualità dei servizi.</li>
</ol>
<p>La ricchezza dell’informazione, disponibile anche a livello territoriale¹, consente una mappatura del benessere in Italia e un confronto tra le diverse aree del Paese. Come si legge nell’ultimo Rapporto BES (Istat 2018b), emerge la netta superiorità delle regioni del Nord rispetto al Centro e, soprattutto, rispetto al Mezzogiorno: per 12 dei 15 indicatori compositi ottenuti come sintesi² degli indicatori elementari, le regioni del Nord presentano valori superiori a quelli delle regioni del Centro, mentre il Mezzogiorno è in svantaggio rispetto alle altre due ripartizioni per 14 indicatori compositi su 15.</p>
<h2><strong>Fecondità e BES</strong></h2>
<p>Non è probabilmente un caso che anche i dati sulla fecondità nelle diverse aree geografiche mostrino da tempo una maggiore prolificità delle famiglie del Nord rispetto a quelle che risiedono nel resto del Paese (Istat 20018a). E che, in particolare, la provincia di Bolzano – al top per tutti i domini del BES &#8211; sia anche l’unità territoriale in cui, nel 2017, il numero medio di figli per donna (o tasso di fecondità totale) è stato il più alto d’Italia (1,74 contro una media di 1,32), mentre sia proprio una regione del Mezzogiorno quella in cui si è registrato il livello più basso (la Sardegna con 1,06 figli per donna).</p>
<p>In uno studio recente (De Rose, Racioppi, Sebastiani 2019) abbiamo approfondito la questione. Utilizzando i dati sul tasso di fecondità totale e sugli indicatori compositi di benessere a livello regionale per gli anni 2010-2016, abbiamo costruito mappe (medie di periodo) per la fecondità e per i singoli domini del BES (Figura 1). I colori rappresentano livelli di benessere e il numero di figli per donna, con il rosso indica la situazione peggiore ed il verde brillante quella migliore³. Le immagini confermano l’esistenza, nota anche per altra via, di una forte disuguaglianza territoriale della qualità della vita nel nostro Paese per tutte le dimensioni considerate (anche se qui ne sono rappresentate soltanto alcune per motivi di spazio), sia pure con differenze tra i diversi indicatori. Per meglio valutare la “sovrapponibilità” delle mappe dei singoli domini di benessere con quella della fecondità abbiamo utilizzato opportuni indici statistici, che confermano una stretta concordanza tra le graduatorie delle regioni per livelli di BES, da una parte, e per fecondità, dall’altra: nei territori in cui si vive meglio, la popolazione tende ad essere più prolifica.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.38.45.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-10783" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.38.45.png" alt="" width="1436" height="1502" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.38.45.png 1436w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.38.45-287x300.png 287w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.38.45-979x1024.png 979w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.38.45-768x803.png 768w" sizes="(max-width: 1436px) 100vw, 1436px" /></a></p>
<h2><strong>Le dimensioni del BES</strong></h2>
<p>Quali dimensioni del benessere spiegano meglio le differenze territoriali della fecondità? Queste associazioni sono costanti nel tempo oppure in momenti storici diversi i comportamenti riproduttivi tendono ad essere associati ad aspetti contestuali diversi? Inoltre, come tener conto del fatto che la fecondità realizzata in un certo anno potrebbe essere stata influenzata più che dalle condizioni di vita correnti, da quelle di uno o più anni precedenti, quando l’eventuale progetto di avere un figlio è stato messo in cantiere? Per rispondere a queste domande abbiamo effettuato un’analisi di correlazione tra il livello di fecondità osservato in un anno specifico e i livelli medi di ciascun indicatore composito del BES calcolati in corrispondenza del biennio precedente. In particolare, abbiamo considerato per il TFT gli anni 2012 e 2017, e per il BES i bienni 2010-11 e 2015-16. I risultati sono riportati in Tabella 1. In entrambi i periodi, per quasi tutti gli indicatori compositi del BES la correlazione con la fecondità a livello regionale è positiva e statisticamente significativa. Non tutti gli indicatori del BES hanno avuto lo stesso ruolo nei due periodi: nel 2012 la fecondità è stata principalmente associata alla situazione economica e occupazionale dei due anni precedenti, quando l&#8217;Italia era fortemente penalizzata dalla recessione economica; per contro, nel 2017 la fecondità è stata principalmente associata al benessere soggettivo (essenzialmente misurato come soddisfazione per la propria vita) e alla qualità delle relazioni sociali.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.39.07.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-10784" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.39.07.png" alt="" width="1978" height="1248" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.39.07.png 1978w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.39.07-300x189.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.39.07-1024x646.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.39.07-768x485.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/05/Schermata-2019-05-22-alle-14.39.07-1536x969.png 1536w" sizes="(max-width: 1978px) 100vw, 1978px" /></a></p>
<p>Per concludere, esiste una relazione piuttosto stretta tra benessere (economico, sociale e ambientale) e comportamenti riproduttivi. Di conseguenza, il messaggio per la politica è piuttosto semplice: migliorare la qualità della vita delle persone consente loro di realizzare i propri progetti, anche in termini di costruzione della famiglia. A livello collettivo, l’eventuale, sia pur lieve, ripresa della fecondità avrebbe un effetto positivo sull’equilibrio e sulla struttura della popolazione.</p>
<h3><strong>Per saperne di più</strong></h3>
<p>De Rose A., Racioppi F., Sebastiani MR. (2019) <em>What fertility in different contexts of well-being in Italy?</em>, contributo alle Giornate di Studio sulla Popolazione, AISP-SIS, Milano, 24-26 gennaio 2019.</p>
<p>ISTAT (2018a) <a href="https://www.istat.it/it/files//2018/11/Report_Natalita_fecondita.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Natalità e fecondità della popolazione residente</em></a>, anno 2017, Roma</p>
<p>ISTAT (2018b) <a href="https://www.istat.it/it/archivio/224669" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Rapporto BES 2018. Il benessere equo e sostenibile in Italia</em></a>, Roma</p>
<p>Mazziotta M., Pareto A. (2015) <em>On a generalized non-compensatory composite index for measuring socio-economic phenomena</em>. Social Indicators Research, 127(3), 983-1003</p>
<p>¹ Quasi tutti gli indicatori elementari sono disaggregati anche a livello di regione amministrativa (o di provincia, nel caso di Trento e Bolzano). Numerosi indicatori elementari sono disponibili anche per alcune provincie.</p>
<p>² Gli indicatori di sintesi, ottenuti con il metodo AMPI (Mazziotta e Pareto, 2015), sono 15 poiché per tre domini ne sono stati costruiti due.</p>
<p>³ Per la fecondità, “migliore” significa: più vicina al livello di rimpiazzo.</p>
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		<title>L’Italia continua a perdere giovani talenti, un problema anche per la sostenibilità del benessere.</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2018/05/04/litalia-continua-a-perdere-giovani-talenti-un-problema-anche-per-la-sostenibilita-del-benessere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=litalia-continua-a-perdere-giovani-talenti-un-problema-anche-per-la-sostenibilita-del-benessere</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Maria Pia Sorvillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 04 May 2018 07:55:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[stranieri]]></category>
		<category><![CDATA[università]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nell’ultima revisione del Bes &#8211; il sistema che misura il benessere equo e sostenibile &#8211; è stato inserito un nuovo indicatore sulla mobilità dei giovani ... <a title="L’Italia continua a perdere giovani talenti, un problema anche per la sostenibilità del benessere." class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2018/05/04/litalia-continua-a-perdere-giovani-talenti-un-problema-anche-per-la-sostenibilita-del-benessere/" aria-label="Per saperne di più su L’Italia continua a perdere giovani talenti, un problema anche per la sostenibilità del benessere.">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Nell’ultima revisione del Bes &#8211; il sistema che misura il benessere equo e sostenibile &#8211; è stato inserito un nuovo indicatore sulla mobilità dei giovani laureati.&nbsp;</em><br />
<em>Maria Pia Sorvillo e Francesca Licari mostrano come la perdita di giovani talenti non accenni a interrompersi,<span id="more-9114"></span> con un impatto negativo sull’innovazione e la ricerca.</em></p>
<p>Lo scorso dicembre è stato presentato il V Rapporto Istat sul benessere equo e sostenibile (Bes)<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"></a>¹ nel quale si analizza l’andamento della qualità della vita dei cittadini e dell’ambiente, considerando i 12 domini che maggiormente influenzano il benessere, misurati da 129 indicatori.</p>
<h3><strong>La mobilità dei giovani laureati entra nel framework Bes</strong></h3>
<p>Quest’anno, una novità importante riguarda la revisione del dominio dedicato alla ricerca e all’innovazione, nel segno di una maggiore attenzione alla creatività e al capitale umano. Nel set di indicatori Bes è stata dunque introdotta una nuova misura sulla capacità del paese di trattenere i talenti utilizzando, come indicatore di mobilità dei laureati, il tasso migratorio specifico. Si tratta del rapporto tra il saldo migratorio dei laureati e il corrispondente stock di residenti con riferimento ai soli italiani in età 25-39 anni. Si è voluto così portare l’attenzione sul guadagno, o meglio sulla perdita netta di giovani talenti dovuta alle migrazioni, con particolare riferimento ad una classe di età per la quale è ipotizzabile un potenziale innovativo particolarmente elevato.</p>
<h3><strong>Il contributo dei giovani stranieri</strong></h3>
<p>L’analisi si è limitata ai soli laureati italiani per due motivi: si tratta di persone sulle quali il paese ha investito in misura rilevante, dal momento che la spesa complessiva per l’intero ciclo di istruzione (dalla primaria alla terziaria) è stimata al 4% del PIL (stime OCSE per il 2014<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"></a>²). Esistono poi problemi operativi che sconsigliano per il momento di considerare un indicatore più generale sulla “brain circulation” che includa anche i laureati stranieri, tra i quali la difficoltà di classificare adeguatamente i titoli di studio conseguiti nei paesi extra-europei e il fenomeno della “sovraistruzione”, particolarmente acuto in larghe fasce di popolazione immigrata.</p>
<h3><strong>Una dinamica in netta perdita</strong></h3>
<p>Nel 2016, il saldo migratorio dei giovani laureati italiani è negativo (-10mila), quasi il doppio di quello registrato nel 2012, e il tasso risulta pari a &#8211; 4,5 per mille laureati residenti (era -2,4 per mille). Alla lieve ripresa economica partita nel 2015 e confermata nel 2016 (con un aumento del Pil rispettivamente pari a +0,8 e +0,9%) non corrisponde una inversione nelle tendenze migratorie, e anzi rispetto al 2015 il tasso è in ulteriore diminuzione. Il nostro paese vede così proseguire la perdita di giovani altamente qualificati, con competenze specialistiche e skill avanzati.</p>
<p>Considerando le 3 grandi ripartizioni, e dunque non solo i movimenti con l’estero ma anche quelli interni, si conferma che il Nord è più efficace nell’attrarre e trattenere flussi migratori qualificati, anche a fronte di rilevanti migrazioni con l’estero: il saldo complessivo (+7 per mille nel 2016, in lieve miglioramento rispetto agli anni precedenti) è il risultato di un saldo interno sensibilmente positivo (+11 per mille) e di un saldo con l’estero pari a -4 per mille. Il Centro presenta invece un saldo negativo e in sensibile peggioramento nel 2016 (-2,4 per mille) poiché le migrazioni con l’interno sono solo lievemente positive; il Mezzogiorno negli ultimi 5 anni è stato costantemente in perdita (tra -20 e -24 per mille) sia rispetto ai movimenti interni che a quelli con l’estero.</p>
<p>Solo due regioni sono nettamente in attivo (Emilia-Romagna e Lombardia con un guadagno tra il 14 e il 15 per mille), ma anche in questo caso il saldo con l’estero è negativo e dunque il guadagno è dovuto unicamente ai movimenti interregionali. In Basilicata, Calabria e Sicilia il quadro è decisamente negativo: alle migrazioni verso l’estero, che comportano un saldo negativo tra -4 e -7 per mille, si sommano quelle verso altre regioni di Italia per portare ad un tasso migratorio tra -26 e -28 per 1000. (fig. 1)</p>
<p><a href="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.00.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-9117" src="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.00.png" alt="" width="1908" height="1312" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.00.png 1908w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.00-300x206.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.00-1024x704.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.00-768x528.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.00-1536x1056.png 1536w" sizes="(max-width: 1908px) 100vw, 1908px" /></a></p>
<p>Il confronto con il complesso della popolazione italiana evidenzia una maggiore propensione alla mobilità da parte dei laureati, con un valore del tasso migratorio complessivo che è meno della metà di quello dei laureati (-1,7 per mille nel 2016). Diverse anche le caratteristiche territoriali: solo negli ultimi due anni il tasso complessivo risulta negativo per tutte le ripartizioni, ad indicare un aumento del volume delle emigrazioni degli italiani verso l’estero non controbilanciato dai movimenti interni. I tassi migratori calcolati sul complesso della popolazione diventano negativi dal 2014, segno che negli ultimi anni le migrazioni interne non sono sufficienti a compensare il saldo negativo con l’estero, contrariamente a quanto avviene per i giovani laureati.(fig.2)</p>
<p><a href="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.25.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-9118" src="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.25.png" alt="" width="1776" height="1142" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.25.png 1776w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.25-300x193.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.25-1024x658.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.25-768x494.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/05/Schermata-2018-05-04-alle-08.52.25-1536x988.png 1536w" sizes="(max-width: 1776px) 100vw, 1776px" /></a></p>
<p>Questi dati ci restituiscono il quadro di un paese nel quale il capitale umano maggiormente qualificato, formato grazie a un cospicuo un investimento dello Stato e delle famiglie, che potrebbe essere motore di innovazione e portatore di creatività, viene ad essere in parte perduto. Una maggior disponibilità di dati potrà dire se e in che misura questa perdita è compensata dagli ingressi di laureati stranieri, ma le stime più recenti fornite dall’indagine sulle Forze di lavoro non sembrano confermare tale ipotesi: dopo una lieve crescita, tra il 2015 e il 2016 il numero di giovani laureati stranieri residenti in Italia non ha presentato variazioni significative. Diverse regioni del Nord e del Centro sono caratterizzate da saldi negativi, ma è soprattutto nel Mezzogiorno che la perdita di talenti è particolarmente critica e rischia di influenzare negativamente il benessere e la sua sostenibilità: essa infatti non è solo un sintomo di una carenza strutturale di adeguate opportunità lavorative, ma si traduce a sua volta nel perdurare di uno stentato sviluppo del tessuto produttivo.</p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a>¹<a href="http://www.istat.it/it/archivio/207259." target="_blank" rel="noopener noreferrer">Per il Rapporto Bes 2017 e la serie storica completa degli indicatori si veda </a></p>
<p>² Include la spesa sia pubblica sia privata, si veda Education at a Glance 2017, OECD (pag.180).</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2018/05/04/litalia-continua-a-perdere-giovani-talenti-un-problema-anche-per-la-sostenibilita-del-benessere/">L’Italia continua a perdere giovani talenti, un problema anche per la sostenibilità del benessere.</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Il divario dei prezzi tra Nord e Sud e le misure di povertà e di disuguaglianza</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2018/03/23/divario-dei-prezzi-nord-sud-le-misure-poverta-disuguaglianza/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=divario-dei-prezzi-nord-sud-le-misure-poverta-disuguaglianza</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Filippo Bonechi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Mar 2018 09:54:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[disuguaglianza]]></category>
		<category><![CDATA[famiglie]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[povertà]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>La correzione degli indicatori di reddito e di consumo in base al livello territoriale dei prezzi riduce significativamente le disuguaglianze nel nostro Paese. Giovanni D&#8217;Alessio ... <a title="Il divario dei prezzi tra Nord e Sud e le misure di povertà e di disuguaglianza" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2018/03/23/divario-dei-prezzi-nord-sud-le-misure-poverta-disuguaglianza/" aria-label="Per saperne di più su Il divario dei prezzi tra Nord e Sud e le misure di povertà e di disuguaglianza">Leggi</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2018/03/23/divario-dei-prezzi-nord-sud-le-misure-poverta-disuguaglianza/">Il divario dei prezzi tra Nord e Sud e le misure di povertà e di disuguaglianza</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>La correzione degli indicatori di reddito e di consumo in base al livello territoriale dei prezzi riduce significativamente le disuguaglianze nel nostro Paese. Giovanni D&#8217;Alessio dimostra però che il tenore di vita delle </em><em>famiglie, e il divario tra Nord e Sud, non dipende solo dal potere d&#8217;acquisto, ma anche dalla disponibilità di servizi pubblici di qualità e da altre e più generali situazioni di contesto.</em></p>
<p>La comparazione dei livelli di benessere economico tra il Nord e il Sud rappresenta da sempre motivo di interesse per quanti si occupano di disuguaglianza e di povertà in Italia. In questo quadro il tema dell’adozione o meno di procedure che tengano conto del diverso livello dei prezzi nelle aree del Paese è di notevole rilevanza.</p>
<p>I divari di prezzo stimati per l’Italia appaiono di una certa entità, secondo alcune stime intorno al 15 per cento¹. L’Istat nelle stime sulla diffusione della povertà assoluta utilizza soglie differenziate per area geografica, oltre che per dimensione del comune di residenza e tipologia familiare, come riflesso del diverso prezzo di un paniere di beni e servizi giudicati essenziali (Istat, 2009; Brandolini, 2018). In media, le soglie di povertà nel Mezzogiorno sono circa il 30 per cento inferiori a quelle delle corrispondenti categorie di famiglie residenti nel Centro-Nord.</p>
<p>L’uso di indici di prezzo territoriali al denominatore di valori nominali può fornire un quadro decisamente diverso rispetto a quello che si ottiene non tenendo conto di questo aspetto (Brandolini e Torrini, 2010; in altri paesi Nelson e Short, 2003; Curran et al. 2006). È pertanto essenziale discutere quali siano le assunzioni alle base di questo approccio e le sue implicazioni.</p>
<h3><strong>Quanto pesa la correzione dei prezzi sulla disuguaglianza e sulla povertà?</strong></h3>
<p>La Figura 1 mostra l’andamento dell’indice di Gini tra il 2008 e il 2014 per 2 diversi indicatori di benessere calcolati per adulto equivalente (scala OCSE modificata), il reddito e il consumo. Il grafico riporta, per confronto, gli indici di Gini per gli stessi indicatori, misurati questa volta applicando una correzione dei prezzi per area geografica e ampiezza comunale (linea tratteggiata).<a href="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.29.49.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="size-full wp-image-8923 aligncenter" src="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.29.49.png" alt="" width="1362" height="1118" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.29.49.png 1362w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.29.49-300x246.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.29.49-1024x841.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.29.49-768x630.png 768w" sizes="(max-width: 1362px) 100vw, 1362px" /></a></p>
<p>Per questo esercizio è stato utilizzato il deflatore implicito nelle soglie di povertà assoluta dell’Istat, consapevoli che si tratta di un’approssimazione, utile tuttavia a svolgere alcune considerazioni in questa sede.</p>
<p>Gli indici di concentrazione delle variabili corrette per i prezzi sono sempre significativamente inferiori rispetto a quelli calcolati sulle variabili espresse a valori nominali; la correzione per i prezzi, infatti, assorbe una quota della disuguaglianza che deriva dai diversi livelli medi presenti sul territorio.</p>
<p>L’applicazione degli indici di prezzo territoriali al calcolo della diffusione della povertà relativa (calcolata con riferimento alla soglia pari a metà della mediana) ha un analogo effetto di riduzione del fenomeno. L’indice di povertà relativa calcolato sul reddito equivalente passa dal 15 al 13,7 per cento; sui consumi equivalenti il calo è analogo (dall’9,8 al 8,5 per cento).</p>
<p>Ma è soprattutto la composizione ad essere modificata e in particolare, ovviamente, quella per area geografica e ampiezza comunale (Figura 2). Correggendo per i prezzi si amplifica la diffusione della povertà nelle grandi città e nel Centro-Nord, mentre si ridimensiona nei piccoli centri e soprattutto nel Mezzogiorno.<a href="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.28.35.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-8924" src="http://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.28.35.png" alt="" width="1532" height="1098" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.28.35.png 1532w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.28.35-300x215.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.28.35-1024x734.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2018/03/Schermata-2018-03-22-alle-11.28.35-768x550.png 768w" sizes="(max-width: 1532px) 100vw, 1532px" /></a></p>
<h3><strong>Correggere gli indicatori di benessere monetario con il livello dei prezzi?</strong></h3>
<p>Le differenze tra i risultati ottenuti con o senza correzione dei prezzi sono dunque notevoli. Ma siamo certi che gli indicatori che tengono conto dei prezzi rappresentino in modo più accurato il benessere degli individui? La nostra esperienza, per esempio sul mercato delle abitazioni nelle grandi città, ci suggerisce che i divari di prezzo tra le varie zone esprimono diversi livelli qualitativi dei territori, in termini di servizi, accessibilità e altre amenità. Siamo certi che i divari di prezzo tra le aree geografiche non riflettano fattori comunque collegati al benessere degli individui?²</p>
<p>Amendola et al. (2009) osservano che “Il differenziale di prezzi tra Nord e Sud è oggi dell’ordine di grandezza di quello che si registrava nel dopoguerra. Perché allora nonostante divario così consistente nel costo della vita sono assai pochi i cittadini del Centro-Nord che, a parità di salario nominale, decidono di trasferirsi al Sud?”.</p>
<p>In uno studio recente ho provato a rispondere a questi quesiti, conducendo un’analisi del benessere soggettivo dichiarato dagli intervistati nell’indagine sui bilanci delle famiglie (IBF) della Banca d’Italia (D’Alessio, 2017).</p>
<h3><strong>Uno studio fondato sul benessere soggettivo</strong></h3>
<p>I dati IBF offrono la possibilità di studiare congiuntamente molteplici aspetti relativi alle condizioni di benessere delle famiglie italiane. Oltre ai dati sui redditi, i consumi e la ricchezza delle famiglie, dal 2004 l’IBF raccoglie alcuni dati sul benessere percepito dagli individui intervistati che possono essere utilizzati per valutare gli effetti degli aggregati monetari sul benessere. L’utilizzo di indicatori soggettivi si fonda sull’idea che i livelli di soddisfazione degli individui possano essere misurati e comparati, secondo un’impostazione che si fa risalire a Bentham (1776) ma che ha trovato nuova linfa nei lavori della cosiddetta behavioural economics³.</p>
<h4><strong>L’applicazione di alcuni modelli econometrici conduce ai seguenti risultati:</strong></h4>
<ul>
<li>il benessere percepito dai residenti del Centro-Nord è più elevato di quello dei residenti nel Mezzogiorno anche a parità di reddito e di altre caratteristiche sociodemografiche della famiglia. Questo risultato segnala indirettamente la presenza di fattori di contesto che sfavoriscono il Mezzogiorno in misura superiore all’atteso effetto positivo del più basso livello dei prezzi;</li>
<li>la condizione di svantaggio delle famiglie meridionali che va oltre la parte spiegata dal reddito può essere in primo luogo attribuita al divario che si osserva in termini di salute; i residenti nel Mezzogiorno presentano infatti – a parità di reddito ed di altre condizioni – una salute peggiore di quella dei residenti nel Nord (Cannari e D’Alessio, 2016). Il divario nei livelli di benessere che si riscontra tra le aree è inoltre influenzato anche da altri fattori che descrivono il contesto socio-economico, come i livelli di criminalità, la qualità dei servizi sanitari e per l’infanzia, la disoccupazione, le condizioni di accesso verso nodi urbani e logistici;</li>
<li>l’indicatore ottenuto dividendo il reddito per l’indice territoriale dei prezzi ha una correlazione più bassa del reddito nominale con l’indicatore di benessere soggettivo degli individui; in altri termini, la correzione per i prezzi non rende il reddito un indicatore di benessere più efficace.</li>
</ul>
<h3><strong>Conclusioni</strong></h3>
<p>Il tenore di vita di una famiglia non è determinato solo dalla capacità di acquisto di beni privati ma anche dalla disponibilità di servizi pubblici di qualità e dalle più generali situazioni di contesto. Poiché il livello dei prezzi, la disponibilità di servizi pubblici adeguati e le situazioni favorevoli di contesto sono in genere positivamente associati tra di loro, non appare coerente la posizione di chi intenderebbe tenere conto del primo aspetto e non del secondo. Se si prendono in considerazione i prezzi sul territorio vanno considerati anche gli altri fattori di contesto. Ciò in particolare nei casi di divari sub-nazionali, in situazioni cioè dove è presumibile che le forze di mercato agiscano piuttosto liberamente e abbiano avuto modo di operare nel tempo attestandosi, anche grazie ai flussi migratori, su situazioni di equilibrio.</p>
<h4><strong>per saperne di più</strong></h4>
<p>Accetturo, A., A. Dalmazzo, G. de Blasio e R. Torrini (2009), “Disuguaglianze tra Nord e Sud: un approccio di equilibrio economico generale spaziale”, in L. Cannari (a cura di), Mezzogiorno e politiche regionali, pp. 53-86, Seminari e convegni, n. 2, Roma, Banca d’Italia.</p>
<p>Amendola N., G .Vecchi, B. Al Kiswani (2009), Il costo della vita al Nord e al Sud d’Italia, dal dopoguerra a oggi. Stime di prima generazione, Rivista di Politica Economica, SIPI Spa, vol. 99(2), pages 3-34, April-Jun.</p>
<p>Brandolini A. (2018), Quanti sono i poveri in Italia, Neodemos, 13 Febbraio.</p>
<p>Bentham J. (1776), <a href="http://www.efm.bris.ac.uk/het/bentham/government.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer">A Fragment on Government: Being an Examination of what is Delivered, on the Subject of Government in General in the Introduction of Sir William Blackstone&#8217;s Commentaries, London</a>, T. Payne. Available online from the Bristol University at</p>
<p>Brandolini A. e R. Torrini (2010), Disuguaglianza dei redditi e divari territoriali: l’eccezionalità del caso italiano, Rivista delle Politiche Sociali, n. 3, pp. 37-58.</p>
<p>Cannari L., G. Iuzzolino (2009), Le differenze nel livello dei prezzi al consumo tra Nord e Sud, Questioni di Economia e Finanza, n. 49, Luglio.</p>
<p>Cannari L., G. D’Alessio (2016), Socio-economic conditions and mortality in Italy, Journal of Economic Policy, Vol.2, pp. 331-350.</p>
<p>Curran L.B., H.L. Wohlman, E. W. Hill, K. Furdell (2006), Economic Wellbeing and Where We Live: Accounting for Geographical Cost-of-Living Differences in the US, Urban Studies, n. 43(13), pp. 2443-2466.</p>
<p>Deaton A., O. Dupriez (2011), Spatial price differences within large countries, Working Paper 1321, Woodrow Wilson School of Public and International Affairs, Princeton University.</p>
<p>Frey B., A. Stutzer (2002), What Can Economists Learn from Happiness Research?, Journal of Economic Literature, n. XL, pp. 402-435.</p>
<p>Kahneman D., A. Krueger, Developments in the Measurement of Subjective Well-Being, Journal of Economic Perspectives, n. 20, 2006, pp. 3-24.</p>
<p>Nelson C, K. Short (2003), The Distributional Implications of Geographic Adjustment of Poverty Thresholds, Bureau of the Census, Washington.</p>
<p>Ng Y.K. (2013), Some conceptual and methodological issues on happiness: lessons from evolutionary biology, EGC Report n. 8, Discussion Paper, Economic Growth Center, Nanyang Technological University, Singapore.</p>
<h4><strong>Note</strong></h4>
<p>²Accetturo et al. (2009) e Cannari e Iuzzolino (2009).</p>
<p>²In generale nelle aree più ricche si consumano beni di più elevata qualità; come mostrano Deaton e Dupriez (2011), non tenere conto anche solo in parte di questo aspetto, porta a sovrastimare il differenziale territoriale dei prezzi.</p>
<p>³ Si veda Frey and Stutzer, 2002; Kahneman and Kruger, 2006; Ng, 2013.</p>
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		<title>Il benessere umano: non solo reddito, non solo medie*</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Andrea Brandolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 03 Jun 2016 10:39:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>In una conferenza tenuta a Madrid nel 1930, nel pieno della grande depressione, John Maynard Keynes profetizzava che l’umanità fosse avviata a risolvere il proprio problema economico, la perenne lotta per la sussistenza: “di qui a cento anni il livello di vita dei paesi in progresso sarà da quattro a otto volte superiore a quello odierno”[1]. “Per la prima volta dalla sua creazione”, aggiungeva, “l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero&#8230; per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. Era una previsione che si sarebbe rivelata in gran parte corretta. Se misurato con il prodotto interno lordo pro capite, negli ottantacinque anni dal 1930 e al 2015 il benessere materiale è aumentato di 4,5 volte nel Regno Unito, di 5 volte in Francia e negli Stati Uniti e di 6 volte in Germania e Italia, paesi che partivano da livelli di sviluppo più bassi[2].</p>
<h3><strong>I tempi del lavoro</strong></h3>
<p>Grazie all’enorme progresso tecnologico, questo miglioramento ha anche consentito di ridurre drasticamente i tempi di lavoro. In Italia, dal 1950 al 2015 le ore mediamente lavorate da un occupato in un anno sono scese di un sesto, da 2.107 a 1.736, un valore ancora molto superiore a quello coerente con la settimana lavorativa di 15 ore preconizzata da Keynes. La diminuzione delle ore di lavoro annue coglie però solo in parte il minor carico di lavoro lungo l’intera vita di una persona. La diffusione della scolarizzazione e l’allungamento del periodo dedicato all’istruzione hanno portato a ritardare l’ingresso nel mondo del lavoro. L’età media al primo impiego è passata da 16 anni per gli italiani nati negli anni Dieci del secolo scorso a 18 per i nati negli anni Quaranta e 20 per i nati negli anni Ottanta. Lo stesso è avvenuto per le donne, in parallelo con l’aumento della loro partecipazione al mondo del lavoro. All’estremo opposto del ciclo di vita, per effetto dell’incremento della longevità e della generosità dei sistemi previdenziali, è cresciuto il numero di anni trascorsi come pensionati. Gli italiani nati negli anni Dieci sono andati in pensione in media a 61 anni quando si potevano attendere altri 16 anni di vita; per i nati negli anni Quaranta l’età media di pensionamento è scesa a 56 anni, mentre la loro speranza di vita residua saliva a 24 anni. Questi sono numeri indicativi, perché le storie individuali sono diverse e molti sono morti prima di giungere alla pensione, ma suggeriscono che gli anni dedicati al lavoro sono diminuiti da quasi tre quinti di quelli mediamente vissuti per le classi maschili del decennio Dieci a meno della metà per quelle del decennio Quaranta[3].</p>
<h3>Non solo reddito</h3>
<p>La crescita del reddito è una buona misura del progresso economico: le condizioni di vita delle persone dipendono crucialmente dalla disponibilità materiale di beni e servizi. Il dibattito sul “declino” che si è avviato in Italia nei primi anni Duemila ha preso spunto dalla constatazione che l’economia non appariva più in grado di crescere come in passato, o come in altri paesi avanzati. Allo stesso modo, è oggi diffusa la preoccupazione che il reddito reale pro capite degli italiani sia tornato ai livelli della fine degli anni Ottanta. Non v’è dubbio, tuttavia, che il reddito sia solamente uno strumento “per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. I dati citati sui tempi di lavoro ci rammentano la necessità di considerare altri aspetti nel valutare il benessere.</p>
<p>Nonostante la sua rilevanza per le nostre vite, il reddito non può dar conto di tutte le molteplici sfumature della qualità della vita. Essenzialmente esso ne riduce la valutazione a ciò che le persone possono acquistare, senza tener conto che esse differiscono per la capacità di “convertire” i beni nelle cose che realmente valgono per loro: è del tutto plausibile che questo processo di conversione sia diverso per un giovane e per un anziano, che sia più dispendioso per un disabile che per una persona in buona salute. D’altro canto, il benessere che deriva dal consumo di una certa quantità di beni non dipende solo da quanto contribuisce alla sopravvivenza fisica, ma anche dal processo decisionale che porta a quel risultato. Come ci ricorda Amartya Sen, vi è una profonda differenza tra chi non mangia perché non ha la possibilità di comprare il cibo e chi invece ha liberamente scelto di digiunare[4]. Infine, numerosi altri aspetti, non economici, hanno grande importanza, come lo stato di salute o la rete di relazioni interpersonali.</p>
<p>Che il benessere umano vada concepito come multidimensionale è un’opinione ormai largamente condivisa, anche se tutt’altro che condivisi sono i metodi per giungere a una misurazione convincente[5]. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) ha avviato il progetto “Better Life” per descrivere gli ingredienti essenziali che costituiscono il benessere delle persone e ha raccolto un insieme di statistiche relative ad aspetti materiali, come reddito e abitazione, e immateriali, come salute, istruzione, ambiente o impegno civico[6]. Un’analoga iniziativa è stata lanciata in Italia dall’Istat e dal CNEL con il progetto “BES: benessere equo sostenibile”[7]. Un primo problema che si pone in un approccio multidimensionale è la definizione delle dimensioni rilevanti del benessere e dei relativi indicatori statistici. Un secondo problema è se sia opportuno giungere a una misura sintetica, che sacrifichi la varietà e ricchezza dell’informazione a favore dell’immediatezza del messaggio, e quale sia in questo caso il peso da dare a ciascuna dimensione. Il “Better Life Index” risolve il problema proponendo una pagina interattiva sul sito dell’OSCE in cui si permette all’utilizzatore delle statistiche di pesare 11 diverse dimensioni secondo la propria scala di valori[8]. L’Italia si colloca al 23° posto tra i 36 paesi considerati quando si attribuisca identico peso a tutte le dimensioni, ma salirebbe al 21° se si desse la massima importanza alla dimensione “salute”, in cui presenta risultati relativamente migliori.</p>
<h3>Non solo valori medi</h3>
<p>La valutazione del benessere di una comunità non può ignorare che le risorse materiali e immateriali non sono distribuite equamente e che questa distribuzione varia nel tempo. Il progresso del reddito pro capite in Italia dagli anni Trenta si è associato, per esempio, a una forte riduzione della disuguaglianza della sua distribuzione. L’indice di Gini, una misura che varia tra 0 quando vi è perfetta uguaglianza e 1 quando tutto il reddito è concentrato nelle mani di una sola persona, si è ridotto da 0,45 nel 1931 a circa 0,35 negli anni più recenti[9]. Questa diminuzione della disuguaglianza amplifica la portata del progresso economico, perché segnala come esso abbia beneficiato in misura relativamente maggiore le classi meno abbienti. Se si considera una distribuzione diseguale dei redditi come una perdita di benessere, il prodotto del reddito medio pro capite per il coefficiente (1–Gini) rappresenta un indicatore sintetico di benessere sociale che guarda non solo alla media. Secondo questo indicatore, dagli anni Trenta il benessere economico è aumentato in Italia di 7 volte invece delle 6 indicate dal reddito pro capite. Nell’ultimo quarto di secolo questo progresso di lungo periodo è tuttavia venuto meno, sia per la frenata dell’economia sia per l’aumento della disuguaglianza dagli anni Ottanta, pur avvenuto in misura meno pronunciata che in altri paesi avanzati.</p>
<h3>In sintesi</h3>
<p>La nozione di benessere è complessa. Non è certamente riducibile ai soli indicatori monetari, nonostante che il reddito e la ricchezza ne siano determinanti fondamentali. Anche altre cose sono importanti “per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”. Nello stesso tempo, occorre dar conto di come tutti i cittadini partecipino del benessere collettivo. Il dibattito su come misurare il benessere è intenso: negli istituti di statistica, nelle organizzazioni internazionali, nel mondo accademico, nelle agenzie del terzo settore, spesso tra i semplici cittadini[10]. I prossimi anni ci diranno se altre metriche riusciranno a scalfire la preminenza che il PIL ha avuto per oltre mezzo secolo.</p>
<p>[1] “Prospettive economiche per i nostri pronipoti (1930)”, in <em>Esortazioni e profezie</em>, Milano, 1975.</p>
<p>[2] A. Maddison, “Historical Statistics of the World Economy: 1-2008 AD, 2010” e The Conference Board Total Economy Database™, January 2015.</p>
<p>[3] Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie e Istat, Tavole di mortalità.</p>
<p>[4] <em>La diseguaglianza. Un riesame critico</em>, Bologna, 2010.</p>
<p>[5] S.S. Morgan, <a href="http://www.neodemos.info/misurare-il-benessere-indici-e-giocattoli/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Misurare il benessere: indici e giocattoli”</a>, <em>Neodemos,</em> 7 luglio 2015,</p>
<p class="ip-title">[6] www.oecd.org <a href="http://www.oecd.org/statistics/better-life-initiative.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Better Life Initiative: Measuring Well-Being and Progress</a></p>
<p>[7] <a href="http://www.misuredelbenessere.it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">www.misuredelbenessere.it</a></p>
<p>[8] <a href="http://www.oecdbetterlifeindex.org" target="_blank" rel="noopener noreferrer">www.oecdbetterlifeindex.org</a></p>
<p>[9] A. Brandolini e G. Vecchi, “Il benessere degli Italiani”, in <em>L’Italia e l’economia mondiale. Dall’Unità a oggi</em>, a cura di G. Toniolo, Venezia, 2013.</p>
<p>[10] A. Rinaldi e R. Zelli, <em>Misurare il benessere. La sfida degli indicatori alternativi al Pil</em>, Roma, 2014; R. Aaberge e A. Brandolini, “Multidimensional Poverty and Inequality”, in <em>Handbook of Income Distribution, Volume 2A</em>, a cura di A.B. Atkinson e F. Bourguignon, Amsterdam, 2015.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*Testo apparso in <a href="http://smartinocampo.it/wp-content/uploads/2012/10/il-Punto-66_bisSpeciale.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“Il benessere possibile”</a>, supplemento speciale al numero 66 de <i>il punto</i>, periodico della Comunità di San Martino al Campo, Trieste, marzo 2016.<br />
Le opinioni qui espresse sono esclusiva responsabilità dell’autore e non impegnano la Banca d’Italia.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2016/06/03/il-benessere-umano-non-solo-reddito-non-solo-medie/">Il benessere umano: non solo reddito, non solo medie*</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Misurare il benessere: indici e giocattoli</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Filippo Bonechi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 07 Jul 2015 13:04:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Come si misura il benessere? In occasione di un recente Convegno¹, ho avuto modo di fare qualche riflessione in merito, alcune delle quali possono interessare ... <a title="Misurare il benessere: indici e giocattoli" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2015/07/07/misurare-il-benessere-indici-e-giocattoli/" aria-label="Per saperne di più su Misurare il benessere: indici e giocattoli">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Come si misura il benessere? In occasione di un recente Convegno¹, ho avuto modo di fare qualche riflessione in merito, alcune delle quali possono interessare i lettori di Neodemos. Statistici ed economisti hanno fatto un ottimo lavoro nel descrivere e sintetizzare il complesso funzionamento dell’economia. Da William Petty a François Quesnay, a Vassili Leontiev ed a Simon Kuznets, la descrizione dei sistemi economici si è arricchita di concetti e modelli teorici, di dati statistici e di schemi empirici, che a partire dalla metà del secolo scorso si sono, standardizzati, ufficializzati e diffusi in tutto il mondo. Ma in parallelo all’incoronazione dell’indicatore sintetico supremo – il PIL, con le relative conversioni in dollari, a prezzi correnti, a prezzi costanti o a parità di potere d’acquisto, spesso servito in salsa pro-capite &#8211; si sono moltiplicate le riserve e le critiche, nonché le proposte di nuove vie per descrivere non solo l’economia, ma anche il benessere. Il Better Life Index (BLI), elaborato dall’OECD è l’ultimo di questi tentativi.</p>
<p><strong>Il denaro non è tutto!</strong></p>
<p>Le critiche, del tutto legittime e fondate, non si rivolgono al PIL e ai complessi paradigmi che lo sostengono e generano (che pur posso essere migliorati), ma all’utilizzo che di questo si fa come indicatore di benessere, del livello di vita, se non della qualità della vita stessa. Concorrono a determinare l’ammontare del PIL attività sgradevoli o dannose, come la produzione e la vendita di armi, i proventi di azioni criminali, gli stipendi dei dipendenti disonesti che scansano il lavoro, le attività che producono il deterioramento ambientale che verrà pagato dalle generazioni future…La critica più citata è quella che fece Robert Kennedy in un discorso durante la tragica campagna presidenziale del 1968: “Il PIL non include la bellezza e la poesia o la forza dei nostri matrimoni, l’integrità dei pubblici ufficiali. Non misura la nostra arguzia e il nostro coraggio, non misura la nostra saggezza né la nostra compassione o devozione al nostro paese. In breve, misura tutto tranne ciò che rende la vita degna di essere vissuta”. Ben detto! Anche se con sovrabbondante retorica. Ma che il benessere, e tanto meno la felicità, non li dia il denaro lo avevano già detto, qualche migliaio d’anni prima, Budda, Confucio e Gesù e, con loro, la saggezza popolare.</p>
<p><strong>Dalle critiche alle proposte</strong></p>
<p>Se il denaro non misura la felicità, e se il PIL non misura il benessere, che fare? Negli ultimi decenni si sono moltiplicati i tentativi e le proposte: per censirli e descriverli tutti non basterebbe un ponderoso volume. Forse il più noto è l’Indice di Sviluppo Umano (HDI, Human Development Index), adottato ufficialmente dalle Nazioni Unite, nato da una intuizione del Nobel Amartya Sen, e calcolato e pubblicato annualmente per i vari paesi del Mondo dal 1990. Nella sua formulazione originale (in seguito raffinata), l’indice è la media (geometrica) di tre indicatori che sono anche robusti pilastri sui quali si fonda il capitale umano ed il benessere della società: il denaro, la salute e la conoscenza. Tre indicatori facilmente misurabili: il PIL pro-capite, appunto; la speranza di vita alla nascita; il numero medio di anni d’istruzione. Con i successivi raffinamenti, questo indice, calcolato da un quarto di secolo, adempie bene e con semplicità e modestia, la sua funzione di esprimere se non il benessere la solidità dei pilastri sui quali si fonda una società. Nella graduatoria del 2013, l’Italia si trovava al 26° posto, dietro Finlandia e Slovenia e precedendo Spagna e Repubblica Ceca.</p>
<p><strong>Il gioco si complica</strong></p>
<p>Per quanto significativo, l’indice dello sviluppo umano non coglie altri elementi importanti del benessere collettivo. Va solo ricordato che stiamo trattando di indici medi, che non tengono conto del grado di disuguaglianza nella distribuzione, all’interno della società, dei fenomeni che misura. Certo è che le persone apprezzano non solo il denaro, la salute o la conoscenza, ma anche la sicurezza, la qualità dell’ambiente, le condizioni abitative, l’efficienza dei servizi pubblici, la solidarietà familiare e sociale, e molte altre cose ancora, con scale di preferenza che variano da paese a paese, da cultura a cultura. E più si approfondisce, e più aumentano le dimensioni da valutare e misurare, poiché ciascuna di esse concorre a determinare una frazione sia pur piccola del benessere sociale. Ma come aggregare in un semplice e significativo indice la pluralità di eterogeni indicatori? E’ certo che anche gli indicatori del prodotto, come il PIL, sono una sintesi di centinaia, anzi di migliaia, di indicatori statistici: ma la sintesi può farsi perché esiste una metrica monetaria comune che lo permette. Non altrettanto può dirsi quando scendono in campo concetti astratti o difficilmente definibili, come la sicurezza, l’ambiente, la solidarietà. La questione si è ulteriormente complicata quando negli anni ’70, il Sovrano del Bhutan ha proposto di introdurre il concetto di “felicità”, ontologicamente indefinibile, come componente del benessere, che ha condotto (tra l’altro) alla costruzione di un indice della felicità globale (GNH, o Global National Happiness): l’Italia si classifica al 45° posto, tra Slovenia e Slovacchia, tra 150 paesi analizzati. GNH è una sintesi di 33 indicatori appartenenti a 5 domini, che spaziano dal reddito alla immaterialità degli stati d’animo delle persone. Nel 2008, con rullo di tamburi e sotto l’ala protettiva del Presidente Sarkozy, fu insediata una Commissione sotto la guida di Amartya Sen, Joseph Stiglitz e Jean-Paul Fitoussi, con finalità analoghe (andare “oltre il PIL”), portata poi avanti con ricco impiego di mezzi, dall’OCSE. E’ così nato (2011) il Better Life Index (<a href="http://www.oecdbetterlifeindex.org/it/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">BLI</a>).</p>
<p><strong>Better Life Index e “il gioco dell’Ocse”</strong></p>
<p>Ben conoscendo le difficoltà degli esercizi di sintesi, l’OCSE ha proceduto con prudenza, individuando 11 domini (abitazione, reddito, lavoro, comunità, istruzione, ambiente, governo, salute, soddisfazione e felicità, sicurezza, equilibrio vita-lavoro) e da 1 a 3 indicatori per ciascuno di essi (in totale 24), alcuni di natura immateriale e desunti da indagini di opinione. Ciascun dominio da luogo ad un indice (da 0 a 10), mediando gli indicatori che lo compongono. Ma l’OCSE non “sintetizza” in un indice globale le 11 votazioni ottenute da ciascun indicatore, perché tale sintesi è lasciata ad ogni singolo utente che può, in un simpatico esercizio o gioco interattivo, assegnare il peso che vuole (massimo 0,5) a ciascun indicatore (ci sarà chi dà massimo peso ai soldi, chi alla salute, chi alla sicurezza…). Ma, suggerisce l’OCSE all’utente: “inizia dando peso uguale a tutti gli 11 domini (cioè fai la media semplice), e poi modifica a piacere…”. E dando peso uguale, l’Italia si posiziona verso metà classifica tra i 36 paesi dell’OCSE (che include però paesi relativamente poveri, come Turchia, Messico, Cile, Brasile). Poi, incita il sito, continua pure il “gioco dell’ocse”, variando i pesi secondo le tue preferenze individuali. E infatti, “scopo di questo indice è coinvolgere i cittadini nel dibattito e dare loro i mezzi per essere più informati e partecipi rispetto alle decisioni che influiscono sulla vita di tutti noi….”. Inoltre l’indagine “ci consentirà di capire in che misura l&#8217;importanza accordata al sistema sanitario è legata o meno alla qualità obiettiva di tale sistema nei vari Paesi. Grazie ai risultati di questo sondaggio, sarà più facile per l&#8217;OCSE fornire raccomandazioni ai decisori di ogni Paese sulle questioni alle quali dare priorità per assicurare una vita migliore ai propri cittadini.” Nella presentazione dell’indice, nel Convegno citato, il relatore si è spinto a dire che “Il Better Life Index alimenta e potenzia il benefico circolo virtuoso della Buona Politica: è, insieme, un efficace feedback sulle politiche attuali e un prezioso spunto per quelle future. Tale doppia dimensione aiuta i politici a identificare migliori politiche pubbliche, con lo scopo ultimo di migliorare la vita dei cittadini.” In quale modo le opinioni individuali (centinaia di migliaia o milioni) dei partecipanti al gioco possano aiutare i decisori politici rimane difficile da comprendere. Ma è davvero utile questo gioco? Molti degli indicatori sono fortemente correlati tra loro, ed alcuni si sovrappongono (spese per l’abitazione, stanze pro-capite, servizi dell’abitazione; reddito disponibile e ricchezza finanziaria ecc); altri derivano da indagini socio-psicologiche che dipendono dalle culture di appartenenza; altri ancora sono poco discriminanti tra paese e paese. Mancano, poi, indicatori che rivelano gli aspetti negativi della vita, e che possono trascinare verso una “worse life” e che non possono certo trascurarsi in una valutazione generale del benessere: il tasso di suicidio, l’incidenza della popolazione incarcerata, l’incidenza di patologie depressive, dei disordini alimentari, del consumo di droghe, dei fallimenti, delle insolvenze…</p>
<p><strong>Utensili e giocattoli</strong></p>
<p>Si può andare “oltre il PIL”? Sicuramente si può migliorare il PIL adattandolo ad una finalità aggiuntiva – oltre a quella di sintetizzare un risultato economico. Ma i tentativi di “andare oltre”, sintetizzando una pluralità di indicatori, rischiano di naufragare nell’irrilevanza, o sugli scogli delle difficoltà metodologiche (di misura e di sintesi) o filosofiche (che cosa sono il benessere e la felicità?). Non si possono sostituire gli indicatori sintetici allo studio di fenomeni complessi. Essi rischiano di tradursi nel gioco della costruzione di graduatorie tra paesi o popolazioni: graduatorie secondo il livello di corruzione, della libertà d’informazione, del funzionamento del mercato, della qualità delle università, della vivibilità urbana…e di altri innumerevoli aspetti del vivere sociale. Utili per i media, credenziali dei <em>think thank</em> per attrarre finanziamenti internazionali, o campo di esercitazione per statistici, econometrici, sociometri. D’altro canto, la volontà di andare “oltre il PIL”, produce risultati positivi, perché spinge alla costruzione di migliori e più numerosi indicatori di natura non economica (sociale, ambientale…), trascurati non poco negli ultimi decenni. L’Istat, con i suoi rapporti annuali sul BES (<a href="http://www.istat.it/it/files/2014/06/Rapporto_Bes_2014.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Benessere Equo e Sostenibile</a>), sta facendo un lavoro meritorio. Purché non si azzardi nell’impresa, tanto faticosa quanto poco utile, di costruire un indice di sintesi dei 134 indicatori di base raccolti. Insomma, costruiamo utensili, non giocattoli.</p>
<p>¹Si tratta del Convegno “Reforms for Growth”, organizzato presso il Senato all’OCSE e dal Parlamento italiano, gli scorsi 25 e 26 Giugno. Il tema della prima sessione “New politics, new policies? OECD Better Life Index”, della quale era <em>discussant </em>un promotore di Neodemos, mi ha suggerito le riflessioni qui riportate.</p>
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		<title>Si fa presto a dire &#8220;Culturalmente simili&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo De Santis]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Apr 2014 07:55:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[salute]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Tendiamo spesso a formare gruppi di paesi sulla base di un qualche criterio, nostro o altrui, più o meno fondato: i paesi mediterranei, quelli est-europei, ... <a title="Si fa presto a dire &#8220;Culturalmente simili&#8221;" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2014/04/10/si-fa-presto-a-dire-culturalmente-simili/" aria-label="Per saperne di più su Si fa presto a dire &#8220;Culturalmente simili&#8221;">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Tendiamo spesso a formare gruppi di paesi sulla base di un qualche criterio, nostro o altrui, più o meno fondato: i paesi mediterranei, quelli est-europei, quelli musulmani, ricchi, con la famiglia forte, con welfare corporativo, ecc. Ma quanto sono affidabili queste tassonomie? E su cosa sono basate? I criteri prevalenti sono tre: geografici (di vicinanza), “istituzionali” (es. la forma di governo, attuale o prevalente fino a un recente passato), o quantitativi, basati su valori modali (es. religione prevalente) o medi (es. PIL pro capite). Con la crescente diffusione di banche dati individuali, però, può valere la pena tentare una classificazione basata anche sullo sfruttamento di questa fonte di informazione, che non si limiti a ragionare sulle medie ma guardi invece alle distribuzioni.</p>
<p><strong>Il WVS (World Value Survey)</strong></p>
<p>Il <a href="http://www.worldvaluessurvey.org" target="_blank" rel="noopener noreferrer">WVS</a> si presta abbastanza bene a questo tipo di applicazione. Nel corso delle sue cinque <em>waves</em>, dal 1984, ha riproposto (quasi) le stesse domande a gruppi di cittadini di vari paesi del mondo, per valutare non solamente le differenze tra paesi, ma anche l’evoluzione della mentalità nel corso del tempo. Qui, però, consideriamo solamente i 21 paesi europei dell’indagine, e ci limitiamo al periodo 1994-2007 (ultime tre <em>waves</em>) e ai confronti tra paesi, ignorando gli aspetti dinamici.</p>
<p>I campioni nazionali sono relativamente piccoli (tipicamente un migliaio di osservazioni in ogni occasione), ma le domande sono numerose e focalizzate su aspetti di tipo latamente culturale e valoriale: si indagano aspetti quali famiglia, religione, ruolo della donna, etica, ecc. Insomma, si cerca di capire se i valori “postmaterialisti” di cui tanto si parla (Inglehart 1971, 2008) stanno effettivamente emergendo (nel tempo) o sono comunque diversamente rilevanti in contesti diversi.</p>
<p>Bene, usiamo questi indicatori (di attitudini, opinioni e valori), per vedere quali paesi europei sono più vicini tra di loro, e concentriamoci su tre aree: i paesi Mediterranei (in pratica solo Italia e Spagna: gli altri non sono nell’indagine), i paesi Baltici (Estonia, Lettonia e Lituania) e i paesi Nordici (Norvegia, Svezia e Finlandia).</p>
<p><strong>Il metodo: gruppi (cluster) e distanze euclidee sulle distribuzioni.</strong></p>
<p>Il metodo di analisi (nuovo, a quanto ci risulta) funziona così.<br />
<a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a09.51.10.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="size-medium wp-image alignright" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a09.51.10.png" width="300" /></a><br />
1) si sceglie un ambito (es. felicità e benessere soggettivi) e si selezionano gli indicatori adatti (quattro, nel caso di felicità e benessere)[1];</p>
<p>2) si formano gruppi omogenei (cluster) di rispondenti sulla base delle risposte fornite;</p>
<p>3) per ogni paese si calcola la distribuzione dei rispondenti tra i vari cluster; e</p>
<p>4) si usano queste distribuzioni per giudicare della vicinanza/lontananza tra paesi.</p>
<p>Quest’ultimo passaggio si fonda su due ipotesi: che gli individui che ricadono in uno stesso gruppo (cluster) siano simili tra di loro e che due paesi possano essere considerati simili tra loro se hanno una simile distribuzione di cittadini tra i vari gruppi (che &#8211; importante &#8211; non è necessario identificare: es “molto felici” o “poco felici”. Basta la prima ipotesi, che siano gruppi omogenei).</p>
<p>Prendiamo ad esempio la Tab.1 fatta su tre cluster, per l’ambito felicità e benessere. Essa  dice che, il 45% degli italiani ricade nel primo cluster, l’8,6% nel secondo e il 46,4% nel terzo. Questa distribuzione è simile a quella spagnola (55%, 9%, 36%), ma lontana, ad es., da quella della Norvegia (31%, 5%, 64%). Traducendo questa “impressione di vicinanza” in una misura oggettiva, la distanza euclidea [2], si ottiene la parte inferiore della Tab. 1 (distanze), il cui contenuto si può sintetizzare come nella tab.2.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a09.49.58.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="size-medium wp-image alignleft" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a09.49.58.png" width="300" /></a> Mentre la distanza media tra paesi europei è 0.336 (e questo numero in sé non significa nulla), la distanza tra Italia e Spagna è solo 0.144 (meno della metà), e quella media tra paesi Baltici e, separatamente, tra paesi Nordici è circa 0.060: si tratta, insomma, di gruppi omogenei, con paesi vicini tra di loro.</p>
<p><strong>Oh, quanto siamo felici!</strong></p>
<p>In alcuni casi, come quello della felicità, si giunge più o meno agli stessi risultati cercando anche di tradurre in “misure”, un po’ arbitrarie, le risposte alle 4 domande di questo ambito, perché il benessere soggettivo è alto nei paesi Nordici, basso in quelli Baltici e intermedio in quelli mediterranei. Ma questo è un ambito “fortunato”, in cui i valori medi (quelli della Fig.1), che appiattiscono l’informazione su un solo numero, portano a conclusioni analoghe a quelle cui si giunge guardando la distribuzione (Tab. 2). Ma in generale non è così, e considerare tutta la distribuzione, che è un’informazione più ricca, appare un procedimento migliore.</p>
<p>Migliore, ma non perfetto, perché in alcuni casi (non questo della felicità) al variare del numero dei cluster cambiano un po’ anche le conclusioni sull’omogeneità o l’eterogeneità dei gruppi. In mancanza di un criterio oggettivo di preferibilità, è bene quindi fare numerose prove, e trarre conclusioni solo sugli ambiti “robusti”, cioè quelli che danno sostanzialmente gli stessi risultati, indipendentemente dal numero di cluster.</p>
<p><strong>Tutti insieme, appassionatamente</strong></p>
<p>Oltre che sulla felicità, con i dati WVS si può lavorare su diversi altri ambiti: noi ne abbiamo individuati altri otto: 1. Etica; 2. Famiglia (visione moderna/tradizione della); 3. Amici e vita sociale (importanza attribuita a); 4. Ruoli di genere (visione moderna/tradizione dei); 5. Politica (importanza attribuita e posizione personale conservatore/progressista); 6. Religione; 7. Se stessi (cura di sé e autostima); 8. Lavoro.</p>
<p>In alcuni casi i raggruppamenti si rivelano omogenei, in altri meno, e sarebbe lungo, adesso, considerare i casi uno per uno (ma v. De Santis, Maltagliati, Salvini 2014). Si possono però considerare tutti gli ambiti insieme (creando cioè uno spazio a 58 dimensioni &#8211; tante quante sono le variabili considerate) e, sfruttando il Multidimensional Scaling (MDS), “schiacciare” questo spazio in uno spazio a due sole dimensioni, rappresentabile sul piano. Questa operazione di schiacciamento deforma la figura, ovviamente, ma in alcuni casi, tra cui questo, la deformazione è limitata, e la Figura 2, che ne risulta, rende bene l’idea delle distanze relative tra paesi.<br />
<a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a09.51.45.png" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="size-medium wp-image alignright" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a09.51.45.png" width="300" /></a><br />
In conclusione: il metodo (cluster prima, distanze euclidee poi), sembra sensato, nella logica e nei risultati. E i paesi che “dovrebbero” risultare vicini risultano in effetti “abbastanza” vicini, ma forse non tanto quanto ci si poteva aspettare, e comunque anche con altri paesi vicini al gruppo: l’Olanda, per esempio, appare vicina ai paesi Nordici; Ungheria e Slovacchia sembrano molto simili ai paesi Baltici, ecc.</p>
<p>Stranezze dovute al campione piccolo, al metodo, o forse alla non coincidenza tra le nostre idee (in parte preconcette) e la realtà dei fatti? Aspettiamo nuove applicazioni del metodo per dirlo.</p>
<p><strong>Per saperne di più</strong></p>
<p>De Santis Gustavo, Maltagliati Mauro, Salvini Silvana (2014) <a href="http://kolegia.sgh.waw.pl/pl/KAE/struktura/ISiD/publikacje/Documents/Working_Paper/ISID_WP_38_2014.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">“How close? An attempt at measuring the cultural distance between countries”, ISID, WP 38<br />
</a></p>
<p>Inglehart R. (1971) <a href="http://costa.wustl.edu/teaching/IntroComp/Reading/inglehart1971.pdf." target="_blank" rel="noopener noreferrer">The silent revolution in Europe: Intergenerational change in post-industrial societies, <em>The American Political Science Review</em>, 65(4):</a> 991–1017,</p>
<p>Inglehart R. (2008) <a href="http://www.worldvaluessurvey.org/wvs/articles/folder_published/publication_559." target="_blank" rel="noopener noreferrer">Changing values among western publics from 1970 to 2006, <em>West European Politics</em>, 31(1–2): 130–146,<br />
</a><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a10.07.53.png" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="size-medium wp-image alignleft" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/04/schermata2014-04-10a10.07.53.png" width="300" /></a></p>
<hr size="1" width="33%" />
<p>[1] Le domande sono: <strong>a)</strong> Come ti definiresti? (Molto felice; Felice; Non troppo felice; Infelice); <strong>b)</strong> Come definiresti il tuo stato di salute? (Ottimo; Buono; Accettabile; Scarso); <strong>c)</strong> Sei soddisfatto della vita? (1=No, per niente; &#8230;; 10=Sì, pienamente); <strong>d)</strong> Sei soddisfatto della tua situazione economica? (1=No, per niente; &#8230;; 10=Sì, pienamente).</p>
<p>[2] vedi immagine sotto</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2014/04/10/si-fa-presto-a-dire-culturalmente-simili/">Si fa presto a dire &#8220;Culturalmente simili&#8221;</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Quanto sei felice, da 1 a 10?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2012/04/11/quanto-sei-felice-da-1-a-10/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=quanto-sei-felice-da-1-a-10</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Filippo Bonechi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 12:08:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Misure del benessere alternative al PIL ce ne sono ormai tante: per es. l’ISU (Indice di Sviluppo Umano). Fra queste, strumenti che danno poca importanza ... <a title="Quanto sei felice, da 1 a 10?" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2012/04/11/quanto-sei-felice-da-1-a-10/" aria-label="Per saperne di più su Quanto sei felice, da 1 a 10?">Leggi</a></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2012/04/11/quanto-sei-felice-da-1-a-10/">Quanto sei felice, da 1 a 10?</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Misure del benessere alternative al PIL ce ne sono ormai tante: per es. l’ISU (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Indice_di_sviluppo_umano" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Indice di Sviluppo Umano</a>). Fra queste, strumenti che danno poca importanza alle variabili economiche e più spazio al vissuto soggettivo, al fine di misurare la “felicità” di un paese come livello medio di soddisfazione degli abitanti. A tale riguardo si chiedeva Gustavo De Santis (cfr. l’ <a title="Benessere" href="http://www.neodemos.info/?p=1742" target="_blank" rel="noopener noreferrer">articolo</a> ):    (1) se abbiano senso e quanto siano attendibili le autovalutazioni della felicità; (2) se non siano influenzate in negativo da quelli che una canzone di De Gregori chiama i “martiri professionali”.</p>
<p>Domande sensate. Siamo sicuri che basti fare la media per trasformare la felicità da soggettiva in oggettiva? E poi: se gli scontenti di professione esistono, non è detto che siano equamente distribuiti. Pertanto, come fidarsi del dato soggettivo per paragonare la felicità effettiva di comunità diverse?</p>
<p><strong>Happy days, happy years</strong></p>
<p>C’è chi propone di ponderare la media delle autovalutazioni con l’indice di longevità, onde paragonare fra loro gli “anni felici” di ciascun paese. Così fa per es. il <a href="http://worlddatabaseofhappiness.eur.nl/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">WDH</a> (<em>World Database of Happiness</em>), di cui s’incarica un sociologo di Rotterdam: Ruut Veenhoven, della Erasmus University. Un po’ diverso <a href="http://www.happyplanetindex.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">l’HPI</a> (<em>Happy Planet Index</em>) proposto dalla New Economics Foundation di Londra, che nel calcolo precedente integra (in negativo) il c.d. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Impronta_ecologica" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>ecological footprint</em></a>  ovvero l’impatto ambientale che ogni paese infligge all’intero pianeta (inquinamento, consumo di risorse non rinnovabili). Soluzioni interessanti, ma ciò che nel complesso viene così misurato non è, dunque, la felicità media degli abitanti, bensì il contributo relativo che quel paese dà alla felicità del mondo.</p>
<p>Peraltro colpisce che, nonostante la diversa concezione, in testa ad entrambi gli indici stia inaspettatamente il Costa Rica, paese dove l’autovalutazione della felicità raggiunge il livello più alto del mondo (specie dopo che, sciolto l’esercito, è molto cresciuta la spesa per l’istruzione).</p>
<p><strong>Benessere oggettivo e felicità percepita</strong></p>
<p>Va pur detto che l’autovalutazione della felicità resta un dato a dir poco discutibile. La “felicità soggettiva” sta alla scienze sociali un po’ come la “temperatura percepita” sta alla meteorologia. La questione è complicata: coinvolge aspetti di psicologia cognitiva, psicologia sociale e perfino di psicobiologia e genetica delle popolazioni.</p>
<p>A livello individuale, la felicità soggettiva <em>a parità di circostanze</em> è influenzata in maniera significativa dal <em>temperamento</em> (disposizioni psicofisiche del soggetto). Qui intervengono fattori genetici. Infatti: la vulnerabilità allo stress diminuisce rispettivamente dell’8,5% e del 17,3% se l’individuo dispone di uno o due alleli particolarmente “efficienti” del gene che codifica la proteina 5-HTT (<em>5-Hydroxytryptamine Transporter</em> o proteina <em><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Serotonin_transporter">SerT</a></em> , responsabile del “trasporto della serotonina”); aumenta, invece, se in esso è presente la variante c.d. “corta”.<a name="_ftnref"></a><a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Serotonin_transporter" target="_blank" rel="noopener noreferrer">[1] Ora, è plausibile che la presenza di questi alleli (varianti nella sequenza genica) vari da popolazione a popolazione e che la loro distribuzione geografica, non del tutto nota, influisca sul dato aggregato della felicità soggettiva localmente dichiarata (risultante da una media delle dichiarazioni individuali). Se così fosse, per un’analisi multivariata di come incidono le condizioni sociali sulla felicità soggettiva, bisognerebbe prima depurare i dati (relativi a popolazioni diverse) di quanto deriva da differenze genetiche. </a></p>
<p>Seconda complicazione. Prima di essere un numero compreso fra 1 e 10 (come vogliono i questionari) la “felicità soggettiva” è un sentimento preconscio di minore o maggiore benessere; ma l’appercezione e l’autovalutazione di tale sentire sono a loro volte influenzate da circostanze socio-culturali. In particolare, spiega Bernard Van Praag (2010), esse dipendono dalla percezione personale dell’ineguaglianza soggettiva rispetto a un insieme di persone note al soggetto, da lui giudicate versare in condizioni analoghe e perciò assunte come gruppo di riferimento. In altri termini: il soggetto si dirà tanto più felice se ritiene di stare meglio del gruppo di riferimento, e tanto più infelice se ritiene di stare peggio di loro. Ma questo paragone – ingrediente importante dell’autovalutazione – dipende da tante cose: in particolare, dalla frequenza e dalla facilità dei confronti, dal livello di trasparenza di ogni società, dal grado d’invidia che ne caratterizza la cultura.</p>
<p>Inoltre – osserva Daniel Kahneman (2007) – la felicità autovalutata non misura la felicità esperita dal vivo (<em>the experiencing self’s</em> <em>objective wellbeing</em>), bensì concerne il ricordo di essa (<em>the remembering self’s subjective wellbeing</em>). E sappiamo quanto poco ci si possa fidare delle valutazioni retrospettive! Le quali restano per giunta eterogenee e insuscettibili di aggregazione, se la domanda (<em>quanto</em> sei felice) non chiarisce <em>quando</em>. In questo momento? In questa fase della tua vita? Nel complesso della tua vita finora? A tal fine Kahneman (2005) ha elaborato una intervista detta <a href="http://sitemaker.umich.edu/norbert.schwarz/files/drm_documentation_july_2004.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">DRM (<em>Day Reconstruction Method</em>)</a> che ricostruisce i livelli autentici di felicità vissuti dal singolo soggetto <em>nell’arco di un certo giorno, molto vicino</em>.</p>
<p>Infine: sia nel presente che retrospettivamente, l’autovalutazione è fortemente influenzata da fattori collettivi: <em>in primis</em> il <a href="http://ccr.sagepub.com/content/38/1/52.full.pdf" target="_blank" rel="noopener noreferrer">carattere nazionale</a>, nozione che la psicologia sociale oggi riconsidera con attenzione, dopo averla liquidata come non-scientifica Basta paragonare la “felicità secondo gli abitanti” (misurata per mezzo del WDH) con la “felicità secondo le Nazioni Unite” (misurata per mezzo dell’ISU): non stupirà leggere che l’Italia, popolo di brontoloni, si auto-colloca al 31° posto della graduatoria mondiale, mentre viene collocata al 18° nella classifica dell’ONU.</p>
<p>Insomma: chiedere alla gente quanto sia felice è, sì, utile, ma il dato ottenuto non è immediatamente aggregabile né immediatamente utilizzabile a fini comparativi. Rielaborarlo esige un grosso lavoro.</p>
<p><strong>Per saperne di più</strong></p>
<p>Van Praag B. (2010) <em>Well-being Inequality and Reference Groups. <a href="http://ideas.repec.org/p/ces/ceswps/_2984.html" target="_blank" rel="noopener noreferrer">An Agenda for New Research</a> </em>, CESifo Working Papers No. 2984, Munich.</p>
<p>Kahneman D. (2005), “Economia e felicità”, <em>lectio magistralis</em> tenuta nell’Università di Milano/Bicocca in occasione del conferimento di una laurea <em>honoris causa</em> in Economia, il 6 aprile 2005 (v., <em>Domenica</em>, supplem. del <em>Sole 24 Ore</em>, 3 aprile 2005, p. 31).</p>
<p>Kahneman D. (2007), <em>Economia della felicità</em>, Il Sole 24 Ore, Milano 2007</p>
<p>&nbsp;</p>
<div>
<hr size="1" width="33%" />
<div id="ftn">
<p><a name="_ftn1"></a>[1] Da tempo si sapeva (grazie agli studi di <a href="http://www.mendeley.com/research/happiness-stochastic-phenomenon-david-lykken-auke-tellegen/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Likken &amp; Tellegen, 1996</a> , su gemelli etero- e omozigoti) che le <em>variazioni</em> nel livello di <em>wellbeing</em> sono largamente dovute a fattori genetici (fino all’80%); non era chiaro però quali fossero tali fattori. Dal 2010 abbiamo una serie di studi che dimostrano il ruolo in ciò tenuto dal gene che, nel cromosoma 17, codifica la proteina SerT; in particolare di due sue varianti: l’allele S (<em>Short</em>) e l’allele L (<em>Long</em>). I portatori dell’allele S mostrano un afflusso sensibilmente minore di serotonina nel sistema limbico; dal che deriva una iperattivazione dell’amigdala, con conseguente intensificazione delle emozioni negative (paura, ansia anticipatoria) e rinforzo dei comportamenti di <em>social avoidance</em>. Il fenomeno è stato studiato nei topi (da <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20371729" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Bartolomucci &amp; altri</a>, all’Univ. di Parma) come pure negli esseri umani (da <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20231323" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Caspi &amp; altri</a> <a href="http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/20231323" target="_blank" rel="noopener noreferrer">,</a> alla Duke Univ. di Durham). Ai maggiori livelli di <em>stress</em> (a parità di <em>stressor</em>) e di evitamento sociale corrisponde, nel caso degli umani, una maggiore probabilità di sviluppare disturbi reattivi d’interesse psichiatrico (stati di ansia, PTSD, depressioni reattive). Ora che la distribuzione geografica degli alleli S ed L comincia finalmente ad essere studiata, <a href="http://rspb.royalsocietypublishing.org/content/early/2009/10/27/rspb.2009.1650.full" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Chiao &amp; Blizinsky</a> hanno cautamente rilevato una qualche sovrapponibilità fra prevalenza di S e regimi collettivistici, da un lato, prevalenza di L e società individualistiche dall’altro. Se questa sovrapposizione fosse confermata (come pare evidente per la Cina), i regimi collettivistici – suggeriscono i due autori – potrebbero essere interpretati in chiave co-evolutiva come un <em>coping</em> collettivo, cioè come una sorta di “autoterapia” che supplisce alla minore disponibilità verso il contatto sociale!</p>
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		<title>Benessere</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2012/03/27/benessere/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=benessere</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Filippo Bonechi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Mar 2012 11:50:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Popolazione]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Il 22 febbraio 2012, di fronte alla Commissione V &#34;Bilancio, tesoro e programmazione&#34; della Camera dei Deputati si &#232; svolta l&#8217;audizione del Presidente dell&#8217;Istat, Enrico ... <a title="Benessere" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2012/03/27/benessere/" aria-label="Per saperne di più su Benessere">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p>Il 22 febbraio 2012, di fronte alla Commissione V &quot;Bilancio, tesoro e programmazione&quot; della Camera dei Deputati si &egrave; svolta l&rsquo;audizione del Presidente dell&rsquo;Istat, Enrico Giovannini, sul tema &ldquo;Indagine conoscitiva sull&rsquo;individuazione di indicatori di misurazione del benessere ulteriori rispetto al PIL&rdquo;. Il titolo in burocratichese fa un po&rsquo; accapponare la pelle, ma il succo &egrave; interessante: in Italia stiamo bene? Non solo economicamente, intendo: siamo felici, ottimisti, sereni, fiduciosi nell&rsquo;avvenire, soddisfatti, e cose simili? E come si fa a dirlo?</p>
<p><strong>Non di solo pane vive l&rsquo;uomo &#8230;</strong></p>
<p>Quelli che si sono occupati della questione &ldquo;benessere&rdquo;, concordano almeno su una cosa: non di solo pane vive l&rsquo;uomo. E anche l&rsquo;audizione di <a href="http://www.istat.it/it/archivio/54481" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giovannini</a>, non a caso, esordisce con l&rsquo;evidenziazione dei limiti delle sole misure economiche, del resto riconosciuti persino da Simon Kuznets, il padre spirituale del moderno Pil, che gi&agrave; nel 1934 osservava &ldquo;The welfare of a nation can scarcely be inferred from a measurement of national income.&rdquo; (&ldquo;Non &egrave; che dal reddito nazionale si possa capire molto del grado di benessere di una nazione&rdquo; &#8211; Traduzione mia). </p>
<p>Perch&eacute; il Pil non basta? Un po&rsquo; perch&eacute; lo si misura solo con notevole approssimazione, soprattutto nella fase postindustriale, quando cresce il peso dei servizi e del settore pubblico; ma soprattutto perch&eacute;, per definizione, al Pil sfuggono elementi rilevanti: &ldquo;<em>ad esempio </em>(cito Giovannini) <em>&nbsp;esso non considera le attivit&agrave; svolte al di fuori del mercato &#8211; come il volontariato o il lavoro domestico -, le esternalit&agrave; negative sociali e ambientali del sistema produttivo, include le spese difensive (come quelle militari), mentre non tiene conto degli elementi distributivi</em>.&rdquo;</p>
<p>Appare quindi opportuno integrarlo con la considerazione anche di altri aspetti importanti della vita. Gi&agrave;, ma quali? Cos&rsquo;altro vogliamo, oltre al pane? E qui, purtroppo, l&rsquo;accordo viene meno, anche nei detti popolari: per i cattolici &ldquo;ogni parola che esce dalla bocca di Dio&rdquo;; per Giovenale, i <em>circenses</em> (insieme al <em>panem</em>); per Marcellino, il vino; per le femministe, le rose; e via dicendo.</p>
<p>Pi&ugrave; nel concreto, quel che si cerca di fare &egrave; costruire indicatori compositi, come si fa, ad esempio, nel <em><a href="http://oecdbetterlifeindex.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Better Life Index</a>&nbsp;</em>, che si basa su 11 aspetti (anche detti &ldquo;dimensioni&rdquo;) del benessere: casa, reddito, lavoro, comunit&agrave;, istruzione, ambiente, governo, salute, soddisfazione, salute, sicurezza, tempo libero. La famosa <a href="http://www.stiglitz-sen-fitoussi.fr/en/index.htm" target="_blank" rel="noopener noreferrer">&ldquo;Commissione Stiglitz-Sen-Fitoussi&rdquo;</a> ne raccomanda otto: benessere materiale, salute, istruzione, attivit&agrave; personali e lavoro, partecipazione politica e governance, relazioni sociali, ambiente, insicurezza economica e fisica. Il da noi non molto noto <a href="http://ciw.ca/en/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Canadian Index of Wellbeing</em> (CIW</a><a href="http://ciw.ca/en/"><span></a>) ne individua ancora otto, ma in parte diversi: comunit&agrave;, partecipazione democratica, istruzione, ambiente, salute, svago e cultura, tenore di vita, uso del tempo. </p>
<p>Il &ldquo;Comitato di indirizzo sulla misura del progresso della societ&agrave; italiana&rdquo;, costituito dal Cnel e dall&rsquo;<a href="http://www.istat.it/it/archivio/44267" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Istat</a>, si focalizza invece su 12 &ldquo;domini (Ambiente, Salute, Benessere economico, Istruzione e formazione, Lavoro e conciliazione dei tempi di vita, Relazioni sociali, Sicurezza personale, Benessere soggettivo, Paesaggio e patrimonio culturale, Ricerca e innovazione, Qualit&agrave; dei servizi, Politica e istituzioni), che, insieme, formano il <a href="http://www.misuredelbenessere.it/index.php?id=40" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>BES</em></a> (Benessere Equo e Sostenibile). Pi&ugrave; o meno, gli ambiti sono sempre quelli, d&rsquo;accordo, ma mai esattamente gli stessi, e mai misurati in maniera perfettamente comparabile.</p>
<p>Ah, e poi c&rsquo;&egrave; la <a href="http://www.isqols.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>International Society for Quality-of-Life Studies</em></a> (ISQOLS) che terr&agrave; a Venezia la sua prossima conferenza, l&rsquo;undicesima, nel novembre 2012 &#8230;<span></p>
<p><strong>Chiedimi se sono felice</strong></p>
<p>Su questa scia, nel febbraio 2011 l&#8217;Istat ha chiesto a un campione di 45 mila persone residenti in Italia di fornire un punteggio da 0 a 10 a una lista di 15 (eh, s&igrave;, ora sono 15) condizioni che corrispondono ad altrettante possibili <a target="_blank" href="http://www.istat.it/it/archivio/44214" rel="noopener noreferrer">dimensioni del benessere</a> : Essere in buona salute, Poter assicurare il futuro dei figli dal punto di vista economico e sociale, Avere un lavoro dignitoso di cui essere soddisfatto, Un reddito adeguato, Buone relazioni con amici e parenti, Sentirsi sicuri nei confronti della criminalit&agrave;, Essere felici in amore, Vivere in una societ&agrave; in cui ci si possa fidare degli altri, Un buon livello di istruzione, Il presente e il futuro delle condizioni dell&#8217;ambiente, Istituzioni pubbliche in grado di svolgere bene la loro funzione, Servizi di pubblica utilit&agrave; accessibili e di buona qualit&agrave;, Tempo libero adeguato e di buona qualit&agrave;, Poter influire sulle decisioni dei poteri locali e nazionali, Partecipare alla vita della comunit&agrave; locale. L&rsquo;ordine con cui sono qui elencati corrisponde anche all&rsquo;importanza a essi attribuita dagli stessi rispondenti: dal 9,7 (medio) della salute gi&ugrave; gi&ugrave; fino al 7,1 della partecipazione alla vita della comunit&agrave; locale. Il reddito &egrave; importante (9,1), ma &egrave; solo quarto nella lista: &ldquo;non di solo pane &#8230;&rdquo;, appunto. Il futuro dei nostri figli ci sta molto a cuore (9,3): anche dei figli ipotetici per&ograve;, perch&eacute; la domanda &egrave; rivolta anche a chi i figli non li ha, o li ha gi&agrave; grandi, e con un futuro economico e sociale ormai, tipicamente, ben delineato. Il &ldquo;profilo della felicit&agrave;&rdquo; (cio&egrave;: quali cose sono pi&ugrave; o meno importanti per avere un alto benessere) &egrave; praticamente identico a chiunque lo si chieda: maschi o femmine, giovani o vecchi, residenti al nord, al centro o al sud. &ldquo;Grande affidabilit&agrave; degli indicatori&rdquo;, suggerisce l&rsquo;Istat. &ldquo;Forse stereotipi&rdquo;, sospetta il maligno.<span></p>
<p>Ma fidiamoci per un momento di questi indicatori: chi &egrave; pi&ugrave; felice in Italia? Per il vero, c&rsquo;&egrave; <a href="http://www.istat.it/it/archivio/44575" target="_blank" rel="noopener noreferrer">poca variabilit&agrave;</a>: la felicit&agrave; decresce monotonicamente con l&rsquo;et&agrave; (da 7,8 per i 14-17enni a 6,7 per chi ha 75+ anni), &egrave; un po&rsquo; pi&ugrave; alta tra i maschi che non tra le femmine (7,2 contro 7,1), cala con il titolo di studio (dal 7,4 dei laureati al 6,7 di chi ha solo la licenza elementare), e cala man mano che si scende verso sud: dal 7,7 del Trentino Alto Adige si arriva al 6,9 del Lazio e della Campania. Ma non &egrave; tanto chiaro che cosa, esattamente, si stia misurando qui: forse, in prevalenza, lo stato di salute? O forse la propensione a lamentarsi (i &quot;martiri professionali&rdquo; dei &ldquo;<a target="_blank" href="http://www.youtube.com/watch?v=3-thTYvR66Q" rel="noopener noreferrer">Viaggi e Miragg</a> i&rdquo; di De Gregori)?</p>
<p>E nei confronti internazionali, come sta l&rsquo;Italia? Se riprendiamo il <a href="http://oecdbetterlifeindex.org/" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><em>Better Life Index</em></a> scopriamo che &#8230; non si pu&ograve; dire: perch&eacute; le 11 dimensioni selezionate sono incomparabili tra loro, e, in funzione dell&rsquo;importanza che, soggettivamente, si attribuisce a ciascuna di esse, la graduatoria pu&ograve; variare. Ma se, come prima approssimazione, si immagina di attribuire lo stesso peso a tutte le dimensioni, si vede che l&rsquo;Italia non &egrave; messa benissimo: &egrave; intorno alla 20^ posizione in un gruppo di 34 paesi OCSE, meglio di Turchia, Messico e Cile (gli ultimi della lista) ma peggio assai di Australia, Canada e Svezia, i leader della graduatoria della felicit&agrave;.</p>
<p><strong>Ma sono domande da farsi? </strong></p>
<p>&ldquo;Chiedimi se sono felice&rdquo; &egrave; il titolo di un celebre film di Aldo Giovanni e Giacomo &#8211; in cui, incidentalmente, la risposta implicita alla domanda &egrave; che per essere felici bisogna avere amici, l&rsquo;amore, e realizzare i propri sogni: ma va?</p>
<p>Ma &egrave; anche il titolo di un <a href="http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=41&amp;ID_articolo=1078&amp;ID_sezione=56" target="_blank" rel="noopener noreferrer">blog del nov. 2011</a>, in cui di Massimo Gramellini prende garbatamente in giro il sondaggio, fortemente voluto da David Cameron, per cercare di misurare la felicit&agrave; degli inglesi (ne parla anche <a href="http://www.istat.it/it/archivio/54481)" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Giovannini</a> , nella sua audizione. [1]<span></p>
<p> Gramellini contesta il procedimento alla radice: ci sono cose, sostiene, che non si possono misurare, e la felicit&agrave; &egrave; una di queste. Non sono sicuro di condividere l&rsquo;opinione del vicedirettore de &ldquo;La Stampa&rdquo;, in questo caso. Sospetto per&ograve; che abbia ragione quando (non troppo) scherzosamente risponde alla prima domanda del sondaggio inglese (&ldquo;Siete soddisfatti della vostra vita?&rdquo;) con un caustico &ldquo;A ondate, come tutti, finch&eacute; non arriv&ograve; un questionario a chiedermelo: l&igrave; entrai in crisi&rdquo;. Se il nostro umore muta rapidamente, le risposte che diamo a domande soggettive come questa rischiano di avere risposte molto instabili, se non del tutto casuali. O stereotipate, appunto.</p>
<div> </p>
<hr width="33%" size="1" />
<div id="ftn">
<p>[1] Un&rsquo;altra simpatica presa in giro dello stesso sondaggio si trova qui: http://timharford.com/2012/03/sex-shopping-and-the-statistics-of-happiness/.</p>
</p></div>
</p></div>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2012/03/27/benessere/">Benessere</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Il benessere economico in Italia: il ruolo dell&#8217;insicurezza economica e della disuguaglianza intergenerazionale</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2010/07/21/il-benessere-economico-in-italia-il-ruolo-dellinsicurezza-economica-e-della-disuguaglianza-intergenerazionale/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=il-benessere-economico-in-italia-il-ruolo-dellinsicurezza-economica-e-della-disuguaglianza-intergenerazionale</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Gabriella Berloffa]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Jul 2010 17:09:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[Bes]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[welfare]]></category>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div>La definizione del benessere economico e l&#8217;individuazione di un indicatore sintetico che lo rappresenti sono al centro degli obiettivi di studiosi e politici per la rilevanza che assumono per la società nel suo insieme. In passato, e in parte anche oggi, lo sviluppo è stato identificato con la crescita del Pil, quindi con la capacità di un sistema economico di fornire beni e servizi. La correttezza e l’insufficienza del Pil come misura di benessere sono state però da tempo messe in discussione. È emersa l&#8217;esigenza di spostarsi verso indicatori che permettano di considerare un insieme più ampio di elementi, per tener conto della multidimensionalità del fenomeno.</div>
<div>A nostro avviso la misurazione del benessere di una società non può prescindere dalla specificità di ciascun contesto economico e sociale, che presenta caratteristiche e problematiche proprie. In Italia i mutamenti strutturali avvenuti nel corso degli ultimi due decenni e le modalità con cui la crisi ha avuto effetti sulle diverse coorti inducono ad approfondire la condizione dei giovani.</div>
<div><strong>La questione giovanile</strong></div>
<div>La questione giovanile in Italia si pone sempre più con urgenza, richiamando l’attenzione di studiosi, policy maker e di tutta la società civile. La combinazione dei mutamenti avvenuti negli anni ’90 nel sistema previdenziale, nel mercato del lavoro e delle abitazioni ha peggiorato la situazione dei giovani i quali si trovano con bassi livelli di reddito, tutele inadeguate, carriere discontinue e prezzi elevati delle case. “Da tempo vanno ampliandosi in Italia le differenze di condizione lavorativa tra le nuove generazioni e quelle che le hanno precedute, a sfavore delle prime. I salari d’ingresso in termini reali ristagnano da quindici anni” (Banca d’Italia 2010). Tutto questo sullo stesso gruppo che avrà pensioni basse in futuro e dovrà quindi lavorare più a lungo e risparmiare una quota maggiore del reddito corrente per assicurarsi una pensione complementare (Berloffa, Villa 2010).</div>
<div>La recente crisi ha acuito il disagio giovanile: da un lato, infatti, gran parte dell’onere dell’aggiustamento dell’input di lavoro si è concentrato sull’occupazione precaria, diffusa soprattutto fra i giovani (il 30% della popolazione 18-29enne ha un lavoro atipico, Istat 2010), dall’altro si è assistito ad un blocco del turnover con la conseguenza di un ritardo significativo dei giovani nell’avvio di una carriera lavorativa (Banca d’Italia 2010).</div>
<div><strong>L’Indice di Benessere Economico (IEWB) per l&#8217;Italia</strong></div>
<div>L’urgenza della questione giovanile induce a includere nella misurazione del benessere economico italiano anche indicatori di sicurezza lavorativa e di rischio di povertà futura. Per far questo, ampliando l&#8217;IEWB, o Index of Economic Well-being, sviluppato dal Centre for the Study of Living Standards (Osberg, Sharpe 2009), costruiamo un nuovo indice di <em>economic well-being</em>, che chiameremo NIEWB e che aggrega quattro dimensioni: flussi di consumo, stock di risorse produttive, sicurezza economica e disuguaglianza e povertà (vedi Tabella 1 e Berloffa, Modena 2010).</div>
<div><strong>Tabella 1: Dimensioni del NIEWB</strong></div>
<table width="606" cellspacing="0" cellpadding="0" border="1" class="MsoTableGrid" style="border-collapse: collapse; height: 228px; border: medium none">
<tbody>
<tr>
<td valign="top" style="padding: 0cm 5.4pt; width: 645px; border: 1pt solid windowtext">
<div><strong>Consumi</strong></div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Spese finali per beni di consumo corrette per la dimensione familiare e per l’aspettativa di vita</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Spese pubbliche correnti</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Lavoro domestico e volontariato</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Meno: spese difensive (costi del pendolarismo e costi degli incidenti stradali)</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div><strong>Stock di risorse produttive</strong></div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Capitale fisico</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>R&amp;D</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Capitale umano</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div><strong>Sicurezza lavorativa</strong></div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Tasso di disoccupazione (*)</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Tasso di precarietà (atipici e irregolari su forza lavoro) (+)(*)</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div><strong>Uguaglianza</strong></div>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2010/07/fig.2_niewb_modenaberloffa.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="size-medium wp-image alignright" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2010/07/fig.2_niewb_modenaberloffa.jpg" width="300"></a></td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Intensità della povertà (*)</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Disuguaglianza nella distribuzione dei redditi (indice di Gini) (*)</div>
</td>
</tr>
<tr>
<td valign="top" style="border-width: medium 1pt 1pt; border-style: none solid solid; border-color: -moz-use-text-color; padding: 0cm 5.4pt; width: 645px">
<div>Uguaglianza intergenerazionale (quota del reddito dei giovani sul reddito degli adulti) (+)</div>
</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<div><strong>Note</strong>. Le dimensioni consumi e stock di risorse produttive sono ottenute sommando le variabili che le compongono. La sicurezza lavorativa è data dalla somma di disoccupati e precari sulla forza lavoro. Tutte le dimensioni sono sotto forma di numeri indice, in base 1995=100. La dimensione uguaglianza aggrega i numeri indice delle tre componenti attribuendo dei pesi soggettivi (0.5 alla povertà e 0.25 alle altre due componenti). NIEWB è ottenuto aggregando i numeri indice delle quattro dimensioni a cui viene attribuito lo stesso peso (0.25)<a name="_ftnref1"></a>[1].</div>
<div>(*) Variabili trasformate in componenti “positive” attraverso una trasformazione lineare (per es. 1-Gini)</div>
<div>(+) Variabili che il NIEWB ha in più rispetto all’IEWB.</div>
<div>In particolare, nella componente disuguaglianza e povertà aggiungiamo agli indici utilizzati dall’IEWB (intensità della povertà e indice di Gini) una misura della disuguaglianza intergenerazionale (quota del reddito dei giovani sul reddito degli adulti). La dimensione sicurezza economica include il tasso di disoccupazione e un indice di precarietà (quota di lavoratori atipici e irregolari sul totale della forza lavoro).</div>
<div>I risultati mostrano come la disuguaglianza intergenerazionale e l&#8217;incertezza economica siano aumentati in Italia dal 1995 al 2007. Il rapporto fra i salari medi dei giovani (sotto i 35 anni) e degli adulti (sopra i 35 anni) si è ridotto di 7 punti percentuali (da 0.78 a 0.71). L&#8217;incidenza del lavoro precario è cresciuta del 40% (dal 15% nel 1995 al 21% nel 2007) portando ad un leggero peggioramento della dimensione sicurezza lavorativa nonostante una significativa riduzione del tasso di disoccupazione nello stesso periodo.</div>
<div>L’andamento delle dimensioni dell’indice è mostrato in Figura 1, mentre la Figura 2 presenta l’evoluzione dell’indice di benessere economico (NIEWB) e il confronto con il Pil pro-capite. Il benessere economico in Italia è cresciuto del 5.8% dal 1995 al 2007, contro una crescita del Pil pro-capite del 14%. Ignorando le nuove dimensioni che abbiamo aggiunto all&#8217;indice di benessere economico (abbiamo quindi l’IEWB) otteniamo una crescita maggiore dell&#8217;intero indice (8.2%), e in particolare un aumento della sicurezza economica e della dimensione eguaglianza.</div>
<div>
<hr size="1" width="33%">
<div id="ftn1">
<div><a name="_ftn1"></a>[1] Cambiando il peso relativo di una dimensione rispetto alle altre si modifica l’intero indice. Si veda Berloffa e Modena (2010) per l’analisi di sensitività.&nbsp;&nbsp;&nbsp;</div>
<div><strong>Bibliografia</strong></div>
<div>Banca d’Italia (2010) <em>Relazione annuale sul 2009</em>, Roma.</div>
<div>Berloffa, G., Villa, P. (2010) “Differences in equivalent income across cohorts of households: evidence from Italy,” <em>Review of Income and Wealth</em>, forthcoming.</div>
<div>Berloffa, G., Modena, F. (2010) “Economic well-being in Italy: the role of income insecurity and intergenerational inequality”, ECINEQ WP 2010 – 168.</div>
<div>Istat (2010) <em>Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2009</em>, Roma.</div>
<div>Osberg, L., Sharpe, A. (2009) “New Estimates of the Index of Economic Well-being for Selected OECD Countries, 1980-2007,” <em>CSLS Research Report</em>, n. 11.</div>
</div>
</div>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2010/07/21/il-benessere-economico-in-italia-il-ruolo-dellinsicurezza-economica-e-della-disuguaglianza-intergenerazionale/">Il benessere economico in Italia: il ruolo dell&#8217;insicurezza economica e della disuguaglianza intergenerazionale</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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