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	<title>Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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	<title>Neodemos</title>
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		<title>Morti per disperazione: l’Europa non è l’America. E l’Italia lo dimostra</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Carlo Giovanni Camarda]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 30 Oct 2026 07:46:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Le “morti per disperazione”, o deaths of despair, legate a suicidi e all’abuso di alcol e droghe hanno raggiunto dimensioni considerevoli negli Stati Uniti. Ma ... <a title="Morti per disperazione: l’Europa non è l’America. E l’Italia lo dimostra" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/30/morti-per-disperazione-leuropa-non-e-lamerica-e-litalia-lo-dimostra/" aria-label="Per saperne di più su Morti per disperazione: l’Europa non è l’America. E l’Italia lo dimostra">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Le “morti per disperazione”, o deaths of despair, legate a suicidi e all’abuso di alcol e droghe hanno raggiunto dimensioni considerevoli negli Stati Uniti. Ma cosa succede in Europa? Il fenomeno ha attraversato l’atlantico? Carlo giovanni Camarda e Florian Bonnet ci mostrano che nel nostro continente la mappa della disperazione non è uniforme prendendo forma solo in focolai circoscritti come quelli della Scozia settentrionale alle pianure della Polonia. Altre popolazioni, come quella italiana, sembrano finora risparmiate da questa nuova emergenza sociale.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Negli Stati Uniti, la crescita dell’aspettativa di vita si è arrestata negli anni Dieci del Duemila, ben prima della pandemia di Covid-19, e il divario con l’Europa si è ampliato.&nbsp;</p>



<p>Gli economisti Anne Case e Angus Deaton (2020) hanno coniato l’espressione «morti per disperazione» (<em>deaths of despair</em>) per descrivere una componente importante di questa tendenza: i decessi per suicidio, overdose e cause legate all’alcol, aumentati drasticamente dall’inizio del XXI secolo soprattutto tra gli americani di mezza età con un basso livello di istruzione. Il fenomeno sta seguendo la stessa traiettoria anche in Europa? Dove si concentra e quali regioni sembrano finora esserne rimaste al riparo?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Uno studio europeo su 400 milioni di persone</strong></h3>



<p>A queste domande ha cercato di rispondere uno studio pubblicato su The Lancet Regional Health – Europe, che ha messo a confronto i dati di mortalità di 169 regioni distribuite in 23 Paesi europei andando a coinvolgere quasi 400 milioni di persone con più di 15 anni (Bonnet et al., 2026). L’analisi copre il periodo 2002-2019 e utilizza gli Stati Uniti come termine di paragone. Per mettere insieme dati provenienti dagli istituti nazionali di statistica e dall’OMS sono serviti diversi anni di raccolta e un complesso lavoro di armonizzazione. I risultati sono raccolti anche in una visualizzazione interattiva online, che consente di esplorare le mappe e seguire l’andamento regionale della mortalità per disperazione (<a href="https://histdemo.shinyapps.io/DeathsOfDespair_EuRegions/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><em>histdemo.shinyapps.io/DeathsOfDespair_EuRegions</em></a>). L’analisi è stata poi estesa al 2020-2022 per i 16 Paesi europei per i quali erano disponibili dati, così da cogliere anche l’impatto della pandemia.</p>



<p>Ma cosa comprende esattamente la «mortalità per disperazione»? Tre grandi categorie: i suicidi, i decessi legati a droghe e sostanze tossiche e quelli associati all’alcol. Per questi ultimi, sono state distinte due componenti: le intossicazioni acute da alcol e le malattie epatiche, come la cirrosi e altre patologie del fegato, che riflettono soprattutto gli effetti di un consumo prolungato.</p>



<p>Per rendere più immediato il peso di queste morti premature, possiamo esprimerlo in termini di perdita di aspettativa di vita: quanti anni di aspettativa di vita verrebbero guadagnati, in media, se i decessi dovuti a suicidi, droghe e alcol non si verificassero. Più alto è il numero di morti e più giovane è l’età alla quale avvengono, maggiore sarà la perdita di aspettativa di vita.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un’Europa divisa tra Nord-Est e Sud</strong></h3>



<p>Prima della pandemia, nel periodo 2017-2019, la mortalità per disperazione comportava una perdita media di 12 mesi di aspettativa di vita in Europa, contro i 22 mesi negli Stati Uniti. Tra le donne, erano 4 mesi contro 10. Il fenomeno colpisce inoltre molto più duramente gli uomini, che perdono ovunque quasi tre volte più mesi di vita rispetto alle donne.</p>



<p>Come mostra la Figura 1, la media europea nasconde però forti differenze regionali: da una regione all’altra, la perdita può variare fino a sette volte. Tra gli uomini, i valori più elevati si concentrano nel Nord e nell’Est Europa, con oltre due anni persi in alcune regioni della Polonia e un massimo di 26 mesi a Łódź. Livelli superiori a quelli statunitensi si registrano anche in Lituania e Scozia.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity is-style-dots"/>



<p style="font-size:15px">Figura 1.<strong> </strong>Perdita (in mesi) di aspettativa di vita dovuta alla mortalità per disperazione in Europa, per sesso (2017-2019).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1.-Perdita-in-mesi-di-aspettativa-di-vita-dovuta-alla-mortalita-per-disperazione-in-Europa-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-24871" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1.-Perdita-in-mesi-di-aspettativa-di-vita-dovuta-alla-mortalita-per-disperazione-in-Europa-1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1.-Perdita-in-mesi-di-aspettativa-di-vita-dovuta-alla-mortalita-per-disperazione-in-Europa-300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1.-Perdita-in-mesi-di-aspettativa-di-vita-dovuta-alla-mortalita-per-disperazione-in-Europa-768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1.-Perdita-in-mesi-di-aspettativa-di-vita-dovuta-alla-mortalita-per-disperazione-in-Europa.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p style="font-size:15px">Note: le due mappe utilizzano scale diverse. A parità di colore, la perdita è due volte maggiore negli uomini rispetto alle donne. Dati non disponibili per la Norvegia.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity is-style-dots"/>



<p>Tra le donne emerge lo stesso gradiente Nord-Sud, ma in forma più attenuata: spiccano Scozia, Finlandia meridionale e Lituania, mentre le perdite più contenute si concentrano soprattutto nel Sud Europa.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Trend diversi, cause diverse</strong></h3>



<p>Nel complesso, il quadro europeo resta molto diverso da quello americano: tra il 2002 e il 2019, la mortalità per disperazione è diminuita del 15% in Europa, mentre negli Stati Uniti è aumentata del 75%. Ma una regione europea su tre ha visto il fenomeno stagnare o crescere.</p>



<p>Le aree in controtendenza si concentrano in tre focolai: le Isole Britanniche, le Fiandre e i Paesi Bassi; un’ampia fascia dell’Europa orientale, dalla Polonia alla Repubblica Ceca e alla Slovacchia; e gran parte della Svezia. Non un’ondata continentale, dunque, ma focolai circoscritti a specifici contesti regionali.</p>



<p>Anche le cause cambiano a seconda dell’età. L’overdose tra gli adulti in età lavorativa è aumentata soprattutto in Svezia e nelle Isole Britanniche: la Scozia è l’unica regione europea a raggiungere livelli paragonabili alla recente impennata americana. Su scala continentale, però, la mortalità per overdose resta otto volte inferiore a quella statunitense.</p>



<p>Tra gli over 65, il quadro è più preoccupante: la mortalità per alcolizzazione acuta cresce in quasi una regione europea su due e supera i livelli statunitensi in sei regioni su dieci. Qui, dunque, l’Europa non è più in vantaggio.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La pandemia cambia lo scenario</strong></h3>



<p>Il Covid-19 introduce un ulteriore elemento di preoccupazione. Nel 2020-2022, tra i 16 Paesi con dati disponibili, il peso della mortalità per disperazione è aumentato nel 55% delle regioni.</p>



<p>Gli incrementi più marcati si osservano ancora nelle Isole Britanniche e nei Paesi Bassi, dove proseguono tendenze già sfavorevoli, ma anche in Finlandia, Estonia, Ungheria e nel Nord della Germania. La Svezia fa eccezione: nonostante fosse già uno dei principali focolai prima della pandemia, nella maggior parte delle sue regioni la mortalità per disperazione è invece diminuita, in controtendenza rispetto al resto del continente.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’Italia, un’eccezione virtuosa</strong></h3>



<p>Secondo lo studio di Bonnet et al. (2026), Italia e Spagna mostrano i livelli più bassi di mortalità per disperazione in Europa. Nel 2017-2019, mentre la media europea è di 12 mesi di aspettativa di vita persa, le regioni italiane non superano i 5 mesi e mezzo della Valle d’Aosta. È una situazione che si mantiene per tutto il periodo analizzato: si parte da livelli già bassi e il fenomeno continua a diminuire, in linea con quanto osservato anche da Lanfiuti Baldi et al. (2026). Calabria e Sicilia, insieme all’Estremadura spagnola, registrano il minimo europeo, con appena un mese e mezzo di vita persa.</p>



<p>La Figura 2 approfondisce il caso italiano, concentrandosi su due delle quattro cause di morte per disperazione: le malattie epatiche e i suicidi. I decessi correlati all’alcol e ad altre sostanze, compresi quelli dovuti ad avvelenamenti accidentali, hanno invece un peso marginale. Per entrambe le cause rappresentate nella figura, i livelli sono nettamente inferiori a quelli osservati nel resto d’Europa, ma non trascurabili, e delineano due gradienti geografici opposti. Le malattie epatiche seguono un gradiente sud-nord, con i valori più elevati nel Mezzogiorno. I suicidi mostrano invece un gradiente nord-sud: è nelle regioni settentrionali che si registrano i valori più alti, fino a 163 giorni per gli uomini in Valle d’Aosta.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity is-style-dots"/>



<p style="font-size:15px">Figura 2. Perdita (in giorni) di aspettativa di vita dovuta a malattie epatiche e suicidi in Italia, per sesso (2017-2019).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="884" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2.-Perdita-in-giorni-di-aspettativa-di-vita-dovuta-a-malattie-epatiche-e-suicidi-in-Italia-1024x884.jpg" alt="" class="wp-image-24873" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2.-Perdita-in-giorni-di-aspettativa-di-vita-dovuta-a-malattie-epatiche-e-suicidi-in-Italia-1024x884.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2.-Perdita-in-giorni-di-aspettativa-di-vita-dovuta-a-malattie-epatiche-e-suicidi-in-Italia-300x259.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2.-Perdita-in-giorni-di-aspettativa-di-vita-dovuta-a-malattie-epatiche-e-suicidi-in-Italia-768x663.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2.-Perdita-in-giorni-di-aspettativa-di-vita-dovuta-a-malattie-epatiche-e-suicidi-in-Italia.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p style="font-size:15px">Note: le mappe utilizzano scale diverse per sesso. A parità di colore, la perdita è tre volte maggiore negli uomini rispetto alle donne. I valori, in giorni, sono riportati all’interno di ciascuna regione.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity is-style-dots"/>



<p>In definitiva, è proprio guardando alle differenze tra regioni, e non soltanto tra Paesi, che si possono cogliere le specificità territoriali del fenomeno e capire perché alcune aree siano più colpite di altre. Individuare tempestivamente le aree a rischio e comprendere i fattori che spiegano queste differenze è fondamentale per orientare la prevenzione e impedire che il fenomeno raggiunga in Europa dimensioni simili a quelle osservate negli Stati Uniti.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h3>



<p>Bonnet, F., Alliger I., Camarda, C. G., Klüsener, S., Meslé, F., Mühlichen, M., Perdrix, E. &amp; Grigoriev P. (2026). Divergent trajectories of the Deaths of Despair-associated Mortality across Subnational Regions in 23 European countries: a Population-based Study. <em>The Lancet Regional Health – Europe. </em>XXX. DOI: XXX</p>



<p>Case A. &amp; Deaton A. (2020). <em>Deaths of despair and the future of capitalism</em>. Princeton, NJ: Princeton University Press. DOI: <a href="https://doi.org/10.2307/j.ctvpr7rb2">https://doi.org/10.2307/j.ctvpr7rb2</a></p>



<p>Lanfiuti B. G., Nigri A., Trias-Llimós S. &amp; Barbi, E. (2026). The decline of “deaths of despair” in Italy: unveiling this phenomenon in a new context. <em>Population Health Metrics</em>; 24: 2. DOI: <a href="https://doi.org/10.1186/s12963-025-00430-9">https://doi.org/10.1186/s12963-025-00430-9</a></p>
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		<title>Pensioni povere e &#8220;intrappolamento&#8221;: l’invecchiamento delle lavoratrici migranti nel settore della cura</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/10/27/pensioni-povere-e-intrappolamento-linvecchiamento-delle-lavoratrici-migranti-nel-settore-della-cura/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=pensioni-povere-e-intrappolamento-linvecchiamento-delle-lavoratrici-migranti-nel-settore-della-cura</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Antonio Sanguinetti]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 27 Oct 2026 09:19:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[caregiver]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[invecchiamento]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[pensioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Una ricerca qualitativa condotta a Roma tra migranti ucraine, rumene, peruviane e filippine mostra come il sistema previdenziale italiano, formalmente universale, produca per le lavoratrici ... <a title="Pensioni povere e &#8220;intrappolamento&#8221;: l’invecchiamento delle lavoratrici migranti nel settore della cura" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/27/pensioni-povere-e-intrappolamento-linvecchiamento-delle-lavoratrici-migranti-nel-settore-della-cura/" aria-label="Per saperne di più su Pensioni povere e &#8220;intrappolamento&#8221;: l’invecchiamento delle lavoratrici migranti nel settore della cura">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Una ricerca qualitativa condotta a Roma tra migranti ucraine, rumene, peruviane e filippine mostra come il sistema previdenziale italiano, formalmente universale, produca per le lavoratrici domestiche e di cura un accesso profondamente diseguale alla pensione, fino a impedire, paradossalmente, il ritorno nel paese d&#8217;origine.</em></p>



<p class="has-drop-cap">In Italia il lavoro di cura degli anziani è, in larghissima misura, lavoro di donne migranti. Secondo l&#8217;Istat, nel 2022 il 39,3% del settore dei servizi alla persona era ancora irregolare; i dati Adapt indicano che solo il 44,2% delle lavoratrici ha superato le 50 settimane di lavoro annuo. Sono numeri che raccontano carriere discontinue, spesso sommerse: esattamente il profilo che il sistema pensionistico contributivo, introdotto con la riforma Dini del 1995 e consolidato dalle riforme successive, penalizza maggiormente, perché lega l&#8217;assegno futuro a salario medio e continuità contributiva.</p>



<p>Una ricerca qualitativa condotta a Roma tra il 2024 e il 2025 nell&#8217;ambito del progetto Age-It finanziato dal PNRR, ha permesso di osservare da vicino come questo meccanismo si traduca in vite concrete. Le protagoniste vengono dai quattro paesi più rappresentati nel lavoro domestico italiano: Ucraina, Romania, Perù, Filippine.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un doppio svantaggio: l&#8217;ingresso irregolare e il &#8220;nero&#8221; che continua.</strong></h3>



<p>Il primo ostacolo è quasi sempre lo status giuridico dei primi anni. Tutte le intervistate sono arrivate in Italia in condizione di irregolarità, senza possibilità di un contratto regolare fin dal principio. &#8220;Quando sei immigrata irregolare accetti tutti i lavori che trovi&#8221;, racconta una lavoratrice romena, che ha potuto mettersi in regola solo con la sanatoria del 1999.</p>



<p>Ma l&#8217;irregolarità non finisce con il permesso di soggiorno: si trasferisce nelle ore di lavoro dichiarate. Una lavoratrice ucraina lo spiega con crudezza: chi lavora 54 ore a settimana, l&#8217;orario tipico del lavoro domestico &#8220;h24&#8221;, spesso si vede mettere in busta paga solo 25 ore, perché nessuno vuole pagare i contributi pieni. &#8220;Per raccogliere questi contributi che servono per la pensione, per avere un anno pieno di contributi io devo lavorare due anni.&#8221; Una lavoratrice peruviana, dopo 25 anni di lavoro, ne conta solo 14 in regola.</p>



<p>A questo si somma un deficit informativo strutturale: molte lavoratrici scoprono solo a ridosso della pensione che gli anni di lavoro svolti non hanno generato un&#8217;anzianità contributiva sufficiente. E spesso l&#8217;unica fonte di informazione disponibile è il datore di lavoro stesso che ha un interesse diretto a pagare meno contributi possibile.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il paradosso: pensioni troppo basse, e allora si resta.</strong></h3>



<p>Il dato più significativo emerso dalle interviste è che, anche dopo decenni di lavoro in Italia, la pensione contributiva maturata spesso non raggiunge l&#8217;importo dell&#8217;assegno sociale (circa 500 euro mensili). Un rappresentante sindacale lo riassume così: &#8220;la pensione di lavoro arrivava a 300€, 280€, e l&#8217;assegno sociale supera i 500€. L&#8217;assegno sociale però è una trappola.&#8221;</p>



<p>È qui che il meccanismo si ribalta rispetto a quanto ci si aspetterebbe. La letteratura sul cosiddetto welfare bordering descrive politiche pensate per scoraggiare l&#8217;arrivo o la permanenza dei migranti. Nel caso delle pensioni, invece, accade l&#8217;opposto: l&#8217;assegno sociale è vincolato a un requisito di residenza stabile in Italia (oltre che a specifiche condizioni di permesso di soggiorno e a dieci anni di residenza). Chi dipende da quell&#8217;assegno per sopravvivere non può tornare nel paese d&#8217;origine senza perderlo. &#8220;Siamo intrappolati&#8221;, dice una delle intervistate.</p>



<p>Non tutte le porte sono chiuse: a 71 anni l&#8217;assegno sociale può essere convertito in una pensione di vecchiaia, esportabile anche se di importo ancora più basso (circa 400 euro). Ma per molte, dopo trent&#8217;anni di vita costruita in Italia, amicizie, legami, una quotidianità, il ritorno resta comunque difficile, anche quando formalmente possibile. A questo si aggiunge un altro ancoraggio potente: l&#8217;accesso alle cure sanitarie gratuite, un motivo esplicito, per alcune, della richiesta di cittadinanza italiana.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una discriminazione senza esclusione esplicita</strong></h3>



<p>Ciò che rende interessante questo caso, dal punto di vista sociologico, è che non si tratta di discriminazione dichiarata: nessuna norma esclude formalmente le lavoratrici migranti dal sistema pensionistico. Lo svantaggio si accumula silenziosamente, attraverso l&#8217;interazione fra regole apparentemente neutre, il metodo contributivo, i requisiti di residenza per l&#8217;assegno sociale, e condizioni di partenza strutturalmente diseguali: regime migratorio, segregazione occupazionale, informalità.</p>



<p>Il risultato è un caso di policy failure: non il mancato raggiungimento degli obiettivi dichiarati dalle riforme, ma un effetto collaterale opposto a quello che ci si aspetterebbe da politiche di &#8220;sciovinismo del welfare&#8221;. Norme pensate per garantire protezione sociale finiscono per trattenere sul territorio, in condizioni di vulnerabilità economica, proprio la popolazione che meno risorse ha per gestirla.</p>



<p>Il caso delle lavoratrici della cura è un caso limite, ma illuminante, di un problema più generale: un sistema contributivo &#8220;puro&#8221;, costruito sul modello della carriera stabile e continuativa, fatica a proteggere chi ha attraversato percorsi lavorativi discontinui, informali o segnati da mobilità internazionale. Con l&#8217;invecchiamento della popolazione migrante in Italia, un fenomeno destinato a crescere nei prossimi decenni, la domanda posta da questa ricerca diventa via via più urgente: come garantire che l&#8217;accesso &#8220;formalmente uguale&#8221; alla pensione non produca, nei fatti, esiti sistematicamente diseguali nella vecchiaia?</p>
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		<title>In piena recessione demografica, il Giappone teme l’immigrazione</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/10/23/in-piena-recessione-demografica-il-giappone-teme-limmigrazione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=in-piena-recessione-demografica-il-giappone-teme-limmigrazione</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Livi Bacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Oct 2026 07:45:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Giappone]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[natalità]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Con una demografia gemella di quella italiana, il Giappone non&#160; cambia la sua tradizionale diffidenza verso l’immigrazione. Ce ne parla Massimo Livi Bacci, in margine ... <a title="In piena recessione demografica, il Giappone teme l’immigrazione" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/23/in-piena-recessione-demografica-il-giappone-teme-limmigrazione/" aria-label="Per saperne di più su In piena recessione demografica, il Giappone teme l’immigrazione">Leggi</a></p>
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<p><em>Con una demografia gemella di quella italiana, il Giappone non&nbsp; cambia la sua tradizionale diffidenza verso l’immigrazione. Ce ne parla Massimo Livi Bacci, in margine all’intervista della Premier Giapponese Takaichi durante la sua recente visita in Italia. La parola d’ordine del governo consiste nel puntare su una “coesistenza ordinata” tra stranieri e nativi, difficile da conseguire poiché ai primi si rende sempre più difficile una stabile residenza, puntando sempre più su forme di immigrazione temporanea.&nbsp;</em></p>



<p class="has-drop-cap">In assenza di immigrazione, la popolazione del Giappone – in diminuzione, come quella dell’Italia, da oltre un decennio – perderebbe nel prossimo quarto di secolo 18 milioni di abitanti (-15%), scendendo dai 123 milioni attuali ai 105 del 2050. Non troppo diversa la prospettiva dell’Italia, che da 59 scenderebbe, alla stessa data, a 52 milioni, e con le stesse modifiche strutturali per il fortissimo aumento degli anziani e il forte regresso di giovani e adulti. Tuttavia, la situazione giapponese è più seria, sia per il relativo isolamento geografico e sociale – se non altro il nostro paese è integrato in una (relativamente solida) unione continentale – sia per la profonda e diffusa avversione all’arrivo di migranti portatori di diverse culture. Mentre sono fortemente sviluppate le politiche sociali per la popolazione anziana e si stanno avviando (con una certa lentezza) quelle a favore delle famiglie, si mantengono e rafforzano i filtri all’immigrazione.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un’intervista alla Primo Ministro Takaichi</strong></h3>



<p>In una lunga intervista<sup>1</sup> durante la recente visita in Italia, la premier giapponese Takaichi ha affrontato il tema della contrazione della forza di lavoro, riconoscendone gli aspetti negativi ma rimanendo sul generico sulle misure di contrasto o adattamento: “Per affrontare questa sfida, è innanzitutto importante impegnarsi con costanza per aumentare il tasso di partecipazione alla forza lavoro nazionale e migliorare la produttività attraverso l’automazione e altri mezzi.” Sull’immigrazione Takaichi afferma: “Per quanto riguarda i lavoratori stranieri, la politica del Giappone consiste nell’accogliere attivamente cittadini stranieri nei settori professionali e tecnici, poiché ciò contribuisce al rilancio dell’economia e della società giapponesi”. Ma attenzione: “Se è vero che l’accoglienza di un numero elevato di cittadini stranieri potrebbe in una certa misura frenare il calo della forza lavoro nazionale causato dal calo della natalità, tuttavia, l’arrivo di un gran numero di cittadini stranieri senza adeguate misure di accoglienza e nell’ambito di sistemi non in grado di far fronte a un aumento dei residenti stranieri, potrebbe causare confusione e attriti in vari ambiti, tra cui la società, l’economia, l’occupazione, l’istruzione, l’assistenza sanitaria, il welfare, le comunità locali e la sicurezza pubblica.”. In altre parole: sì all’immigrazione di qualità. No, o quasi no,  a quella generica della quale, peraltro, il paese ha necessità. “ In prospettiva futura, il Governo giapponese sta quindi conducendo analisi approfondite, da molteplici punti di vista, tra cui la previdenza sociale e l’istruzione, sui vantaggi derivanti dall’accoglienza dei cittadini stranieri e sulle sfide ad essa associate, e sta portando avanti una riflessione sull’approccio di base da adottare per definire la forma di accoglienza più adeguata per il Giappone.” Eppure la popolazione straniera regolarmente dimorante<sup>2</sup> in Giappone è relativamente modesta (meno di 4 milioni, assai meno dell’Italia, che ha popolazione pari alla metà), costituita da Coreani, Cinesi, Filippini e anche Brasiliani e Peruviani (Figura 1). Questi ultimi arrivarono a seguito di una fallimentare convenzione volta a far rientrare i discendenti di immigrati giapponesi in Brasile e in Perù, ritenendoli facilmente assimilabili: la realtà ha clamorosamente smentito le aspettative. Fino agli anni ’80, la collettività straniera era composta quasi esclusivamente dai Coreani, discendenti da lavoratori deportati forzosamente in Giappone, soprattutto negli anni di guerra, quando la Corea era una colonia giapponese.</p>



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<p class="has-text-align-left" style="font-size:15px">Figura 1 – Stranieri dimoranti in Giappone secondo la provenienza, 1950-2023</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Stranieri-dimoranti-in-Giappone-secondo-la-provenienza-1950-2023-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="317" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Stranieri-dimoranti-in-Giappone-secondo-la-provenienza-1950-2023--1024x317.jpg" alt="" class="wp-image-24839" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Stranieri-dimoranti-in-Giappone-secondo-la-provenienza-1950-2023--1024x317.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Stranieri-dimoranti-in-Giappone-secondo-la-provenienza-1950-2023--300x93.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Stranieri-dimoranti-in-Giappone-secondo-la-provenienza-1950-2023--768x237.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Stranieri-dimoranti-in-Giappone-secondo-la-provenienza-1950-2023-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="has-text-align-left" style="font-size:15px">Fonte: Randall S. Jones, <em><a href="https://www.oecd.org/content/dam/oecd/en/publications/reports/2024/04/addressing-demographic-headwinds-in-japan-a-long-term-perspective_85b9a67f/96648955-en.pdf">Addressing demographic headwinds in Japan: A long-term perspective</a></em>,&nbsp; Oecd Economics Department WP No. 1792, p. 44</p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Aprire il paese, una predica inutile</strong></h3>



<p>&nbsp;Già nel 2010, in un influente rapporto<sup>3</sup> si affermava: “Il Giappone ha necessità di internazionalizzarsi, aprendo le porte a nuove risorse umane. Molte sono le imprese giapponesi multinazionali e dobbiamo ammettere apertamente che il nostro sistema manifatturiero non può rimanere esclusivamente basato sul lavoro autoctono. La politica attuale di non ammettere manodopera non qualificata è irrealistica e deve essere modificata.”&nbsp; E per ottenere questo, “… occorre iniziare una vasta campagna educativa per cambiare quegli atteggiamenti ristretti di superiorità connaturati ad una società chiusa e preparare il terreno per lo sviluppo di una società armoniosa e multiculturale”. Da allora, la situazione si è aggravata, la demografia si è ulteriormente indebolita, e la politica sta stringendo i freni a fronte delle pressioni migratorie..&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una politica migratoria disorganica</strong></h3>



<p>In realtà, il Giappone non ha una vera e propria politica migratoria: si limita, infatti, a gestire i flussi di breve termine. Citiamo una significativa sintesi della situazione:<sup>4</sup> “Il governo giapponese ha varato politiche che incoraggiano attivamente l’afflusso di cittadini stranieri come lavoratori e ha anche previsto percorsi che consentono loro di prolungare legalmente il soggiorno. Tuttavia, non ha mai rilasciato visti finalizzati all’insediamento permanente. Questo è il motivo per cui il governo giapponese afferma di non avere una “politica di immigrazione” (imin seisaku) in senso stretto.” L’aumento dei residenti stranieri (Figura 1)&nbsp; deriva da un afflusso di lavoratori ammessi su base temporanea (in linea con la politica ufficiale di “non immigrazione” del governo giapponese). Nella Figura 2, si riportano le domande di residenza permanente avanzate dagli immigrati: il loro numero diminuisce nel tempo, mentre aumentano le domande rifiutate, e cresce di conseguenza il numero degli immigrati con permessi di residenza temporanei. Insomma, una politica simile a quella dei “lavoratori ospiti” in voga in Europa qualche decennio addietro, ma che si rivelò assai poco adatta a governare le pressioni migratorie dell’epoca.&nbsp;&nbsp;</p>



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<p class="has-text-align-left" style="font-size:15px">Figura 2 – Domande di residenza permanente degli immigrati, approvate e respinte,&nbsp;2006-2024.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2-–-Domande-di-residenza-permanente-degli-immigrati-approvate-e-respinte-2006-2024.--1024x540.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="540" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2-–-Domande-di-residenza-permanente-degli-immigrati-approvate-e-respinte-2006-2024.--1024x540.jpg" alt="" class="wp-image-24841" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2-–-Domande-di-residenza-permanente-degli-immigrati-approvate-e-respinte-2006-2024.--1024x540.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2-–-Domande-di-residenza-permanente-degli-immigrati-approvate-e-respinte-2006-2024.--300x158.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2-–-Domande-di-residenza-permanente-degli-immigrati-approvate-e-respinte-2006-2024.--768x405.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-2-–-Domande-di-residenza-permanente-degli-immigrati-approvate-e-respinte-2006-2024.-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="has-text-align-left" style="font-size:15px">Fonte: <a href="https://www.nippon.com/en/in-depth/d01206/">https://www.nippon.com/en/in-depth/d01206/</a></p>



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<p class="has-text-align-left" style="font-size:15px">Figura 3 – Domande di naturalizzazione, approvate e rifiutate, 1989-2024&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-3-–-Domande-di-naturalizzazione-approvate-e-rifiutate-1989-2024-.jpg" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="540" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-3-–-Domande-di-naturalizzazione-approvate-e-rifiutate-1989-2024--1024x540.jpg" alt="" class="wp-image-24842" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-3-–-Domande-di-naturalizzazione-approvate-e-rifiutate-1989-2024--1024x540.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-3-–-Domande-di-naturalizzazione-approvate-e-rifiutate-1989-2024--300x158.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-3-–-Domande-di-naturalizzazione-approvate-e-rifiutate-1989-2024--768x405.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-3-–-Domande-di-naturalizzazione-approvate-e-rifiutate-1989-2024-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p class="has-text-align-left" style="font-size:15px">Fonte: <a href="https://www.nippon.com/en/in-depth/d01206/">https://www.nippon.com/en/in-depth/d01206/</a></p>



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<h3 class="wp-block-heading"><strong>Amare prospettive</strong></h3>



<p>La domanda insoddisfatta di lavoro sta già influendo negativamente in diversi settori produttivi, e un numero crescente di piccole e medie imprese risulta in sofferenza e a rischio chiusura. Le professioni che forniscono servizi sociali e pubblici, come insegnanti, medici e operatori sanitari; l’agricoltura e alcuni settori manifatturieri, stanno affrontando una grave carenza di manodopera. Ė stato affermato che<sup>5</sup> “il calo demografico del Giappone rende i lavoratori stranieri più indispensabili che mai – specialmente nell’agricoltura, nelle strutture di assistenza agli anziani e in altri settori operai. Tuttavia, in un paese da tempo abituato all’omogeneità etnica, anche coloro che riconoscono l’importanza della manodopera straniera per far fronte alla carenza di forza lavoro si sentono sotto pressione a causa delle norme sociali e dell’attuale clima politico, che impediscono loro di esprimere apertamente il proprio sostegno.” Ciò riflette un conflitto interno nell’opinione pubblica tra il riconoscimento delle realtà demografiche e l’attaccamento a convenzioni di lunga data.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Intervista del Corriere della Sera del 19 Giugno 2026.</p>



<p><sup>2</sup>Si includono però anche i lavoratori stranieri ammessi su base temporanea.</p>



<p><sup>3</sup>Council of Population Education and Akashi Research Group, <em>&nbsp;Seven Proposals for Japan to Reestablish Its Place as a Respected Member of the International Community: Taking a Global Perspective on Japan’s Future</em>, Tokyo, 2010. Yasushi Akashi, ispiratore del documento, era un personaggio molto influente, già <em>Under-Secretary</em> delle Nazioni Unite.</p>



<p><sup>4</sup>Nagayoshi Kikuko<em>, <a href="https://www.nippon.com/en/in-depth/d01206/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Japan’s “Foreigner Policy” Skirts Key Issues: No Orderly Coexistence Without Plan for Immigration</a>, </em>27 febbraio 2026. </p>



<p><sup>5</sup>Peter Chai<strong>&nbsp;e&nbsp;</strong>Willy Jou. <em><a href="https://thediplomat.com/2026/01/the-paradox-of-japans-anti-immigrant-sentiments-and-demand-for-foreign-labor" target="_blank" rel="noreferrer noopener">The Paradox of Japan’s Anti-Immigrant Sentiments and Demand for Foreign Labor</a></em>.</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/10/23/in-piena-recessione-demografica-il-giappone-teme-limmigrazione/">In piena recessione demografica, il Giappone teme l’immigrazione</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>Centosessanta anni di lavoro femminile: osservare il fenomeno da una certa distanza per comprendere il caos</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/10/20/centosessanta-anni-di-lavoro-femminile-osservare-il-fenomeno-da-una-certa-distanza-per-comprendere-il-caos/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=centosessanta-anni-di-lavoro-femminile-osservare-il-fenomeno-da-una-certa-distanza-per-comprendere-il-caos</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimiliano Scarnà]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 20 Oct 2026 08:17:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[donne]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Analizzando le serie storiche dell’ISTAT, emerge un’interessante evoluzione del mercato del lavoro femminile in Italia, dal 1861 a oggi: a fronte di straordinarie conquiste sociali, ... <a title="Centosessanta anni di lavoro femminile: osservare il fenomeno da una certa distanza per comprendere il caos" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/20/centosessanta-anni-di-lavoro-femminile-osservare-il-fenomeno-da-una-certa-distanza-per-comprendere-il-caos/" aria-label="Per saperne di più su Centosessanta anni di lavoro femminile: osservare il fenomeno da una certa distanza per comprendere il caos">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Analizzando le serie storiche dell’ISTAT, emerge un’interessante evoluzione del mercato del lavoro femminile in Italia, dal 1861 a oggi: a fronte di straordinarie conquiste sociali, giuridiche ed educative, il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro dall’Unità d’Italia ai giorni nostri è rimasto sostanzialmente invariato; il gap di genere, dal punto di vista quantitativo, è ancora un problema attuale come emerge dall’analisi di Massimiliano Scarnà.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Introduzione</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Nel film <em>I soliti sospetti</em> uno dei protagonisti osserva che, per comprendere un fenomeno apparentemente caotico (nello specifico sta parlando della sua scrivania), occorre guardarlo &#8220;da una certa distanza&#8221;. L&#8217;evoluzione del lavoro femminile in Italia sembra rispondere alla stessa logica. Se ci si concentra su singoli periodi storici emergono profonde trasformazioni: il riconoscimento di nuovi diritti, l&#8217;accesso all&#8217;istruzione, l&#8217;ingresso nelle professioni, la progressiva emancipazione economica e sociale.</p>



<hr class="wp-block-separator has-alpha-channel-opacity is-style-dots"/>



<p style="font-size:15px">Figura 1 – Donne in condizione professionale per settore economico (valori % sul totale) </p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="466" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Donne-in-condizione-professionale-per-settore-economico-1024x466.jpg" alt="" class="wp-image-24787" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Donne-in-condizione-professionale-per-settore-economico-1024x466.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Donne-in-condizione-professionale-per-settore-economico-300x137.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Donne-in-condizione-professionale-per-settore-economico-768x349.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/10/Figura-1-–-Donne-in-condizione-professionale-per-settore-economico.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p style="font-size:15px">Fonte: nostre elaborazioni su dati ISTAT</p>



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<p>La letteratura economica e sociologica ha ampiamente documentato questi cambiamenti. Tuttavia, osservando la storia della presenza femminile nel mercato del lavoro lungo un arco temporale di oltre 160 anni (vedi Figura 1) affiorano regolarità meno evidenti. Il quadro che emerge, infatti, è diverso da quello che si percepisce osservando soltanto singole fasi storiche. Usando i dati dei censimenti e i valori delle rilevazioni annue dell’ISTAT, abbiamo preso in considerazione la popolazione femminile attiva in condizione professionale sul totale. Essa comprende gli occupati e i disoccupati ed esclude dal computo le persone in cerca di prima occupazione. Dal 1861 al 1961 i dati sulla popolazione attiva fanno riferimento alle persone di 10 anni e più, dal 1971 al 1991 a quelle di 14 anni e più e dal 2001 a quelle di 15 anni e più. Fino al 1961 viene ripresa la ricostruzione effettuata dall’ISTAT nel 1965 (cfr. Annali Statistici, 1965). Per gli anni successivi si fa riferimento ai dati censuari, così come pubblicati. L’apparente paradosso per cui i disoccupati “hanno un settore”, dipende dalla logica di fondo dei censimenti fino al 1961: il settore economico non veniva assegnato alla persona in base al lavoro che stava svolgendo nel momento del censimento, ma in base alla sua &#8220;condizione professionale&#8221; principale, che tiene conto del suo passato lavorativo o della sua ricerca di lavoro. Ecco perché, senza le persone in cerca di prima occupazione, ha senso parlare di un settore economico di chi cerca lavoro. L’indicatore misura la percentuale di donne nel mercato del lavoro e dunque fornisce una proxy del gender gap.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Alcuni trend di lunghissimo periodo</strong></h3>



<p>Dalla figura e dai dati emergono alcuni elementi&nbsp; che meritano di essere analizzati brevemente.<br>Un primo aspetto riguarda l&#8217;industria, che non diventa mai il principale sbocco occupazionale femminile. Nella serie storica raggiunge il valore&nbsp; di circa il 10% nel 1981 per poi diminuire. Diversamente da quanto avvenuto in molti paesi dell&#8217;Europa nord-occidentale, l&#8217;industrializzazione italiana fu relativamente tardiva e inizialmente concentrata nel Triangolo industriale (Piemonte, Liguria e Lombardia), estendendosi al resto del Paese solo nel secondo dopoguerra (cfr. Zamagni, 2007). Questo suggerisce che, nel caso italiano, l&#8217;aumento dell&#8217;occupazione femminile sia stato sostenuto soprattutto dall&#8217;espansione del settore terziario più che dalla manifattura industriale. Inoltre, una parte importante della produzione tessile continuò a svolgersi a domicilio o in forme protoindustriali, limitando l&#8217;assorbimento delle donne nella grande fabbrica (cfr. De Bernardi e Ganapini, 2010).&nbsp; I servizi, dunque, sono il settore che ha davvero dato alle donne una possibilità per ciò che riguarda la loro vita lavorativa.&nbsp; anche perché si sviluppano in concomitanza con l&#8217;espansione dello Stato sociale: (scuola di massa, sanità pubblica, assistenza, burocrazia, commercio)&nbsp; e&nbsp; non sono in concorrenza con quello maschile, ma complementari. È nei servizi che le donne hanno trovato una collocazione &#8220;accettabile&#8221; socialmente.</p>



<p>In conclusione, se la quota di partecipazione femminile al mercato del lavoro è cresciuta di appena il 2,1% in oltre un secolo e mezzo, ciò non significa che le donne siano rimaste ai margini dell&#8217;economia, ma che il tipo di lavoro è radicalmente cambiato. Come evidenziato dai dati ISTAT e dalla ricostruzione storica di Vera Zamagni, nel 1861 le donne erano massicciamente impiegate nell&#8217;agricoltura e nella protoindustria tessile, ma in condizioni che oggi definiremmo di sfruttamento: salari di sussistenza, nessuna tutela sociale, altissima mortalità infantile e un carico di lavoro domestico insostenibile. Il lieve incremento percentuale odierno non riflette quindi un&#8217;emancipazione quantitativa, ma una trasformazione qualitativa: il lavoro femminile si è spostato dai campi e dalle fabbriche ai servizi e agli impieghi qualificati, con diritti e tutele un tempo impensabili. Tuttavia, la persistenza di un divario di genere e la difficoltà di conciliare carriera e famiglia dimostrano che la strada verso una piena parità è ancora lunga,</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Annali di Statistica. Sviluppo della popolazione italiana dal 1861 al 1961. ISTAT, Roma, 1965</p>



<p>De Bernardi, Alberto; Ganapini, Luigi. Storia dell&#8217;Italia Unita. Garzanti Libri, Milano, 2010</p>



<p>De Panizza, A. (a cura di). Storia demografica dell’Italia dall’Unità a oggi. Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), 2023.</p>



<p>Olivetti Claudia. The Female Labor Force and Long-run Development: The American Experience in Comparative Perspective.&nbsp; Boston University and NBER, 2012</p>



<p>Tedoldi, Leonida. Storia dello Stato italiano: Dall&#8217;Unità al XXI secolo. Editori Laterza, 2018.</p>



<p>Zamagni, Vera. Introduzione alla storia economica d&#8217;Italia. Il Mulino, 2007.</p>



<p>Storie di dati &#8211; Le trasformazioni dell’italia. ISTAT, Roma, 2026</p>
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		<title>La grande fuga: geografia e demografia delle migrazioni forzate</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Neodemos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 07:32:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Eventi Mutamenti]]></category>
		<category><![CDATA[eventi]]></category>
		<category><![CDATA[eventi neodemos]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>11 novembre 2026 – Un incontro per comprendere le cause e le rotte dei rifugiati oggi I conflitti, le crisi umanitarie, i cambiamenti climatici e ... <a title="La grande fuga: geografia e demografia delle migrazioni forzate" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/16/la-grande-fuga-geografia-e-demografia-delle-migrazioni-forzate/" aria-label="Per saperne di più su La grande fuga: geografia e demografia delle migrazioni forzate">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<h3 class="wp-block-heading"><strong>11 novembre 2026</strong> – Un incontro per comprendere le cause e le rotte dei rifugiati oggi</h3>



<p>I conflitti, le crisi umanitarie, i cambiamenti climatici e le profonde disuguaglianze stanno alimentando un numero senza precedenti di <strong>persone costrette</strong> a lasciare le proprie terre di origine.</p>



<p>Comprendere le dinamiche delle migrazioni forzate significa analizzare non solo le loro dimensioni globali, ma anche le <strong>conseguenze demografiche, sociali e politiche</strong> che interessano i Paesi di origine, di transito e di destinazione.</p>



<p>L’incontro, promosso nell’ambito del ciclo <strong>Mutamenti</strong> di Neodemos in collaborazione con Fondazione Invernizzi, propone una riflessione sui principali scenari delle<strong> migrazioni forzate nel mondo</strong>: la distribuzione dei rifugiati, le aree di maggiore crisi, il ruolo delle istituzioni internazionali e le prospettive delle politiche europee e italiane.</p>



<p>Ad arricchire il confronto sarà la partecipazione di <strong>Filippo Grandi</strong>, già Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), che insieme ad altri esperti e studiosi del settore porterà una testimonianza diretta sulle sfide operative e istituzionali dell’accoglienza su scala globale.</p>



<p>Dalla <strong>prospettiva internazionale, </strong>l’attenzione si sposterà successivamente sul <strong>contesto italiano</strong> per analizzare nel dettaglio le caratteristiche della presenza straniera e illustrare i risultati delle più recenti indagini sul profilo dei rifugiati nel nostro Paese.</p>



<p>L’iniziativa si inserisce nel percorso di approfondimento che <strong>Mutamenti</strong> dedica ai grandi cambiamenti demografici contemporanei, offrendo strumenti di lettura per comprendere le trasformazioni che stanno ridefinendo le società del XXI secolo.</p>



<p>Per info e prenotazioni scrivere a: <strong>comunicazione@fondazioneinvernizzi.it</strong></p>



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<h3 class="wp-block-heading"></h3>
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		<title>Demografia, lavoro e politica fra le due sponde del Mediterraneo. Parte 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Neodemos]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Oct 2026 07:13:14 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Comitato d&#8217;Azione per il Mediterraneo Nella seconda parte del rapporto del Comité d’Action pour la Méditerranée si sostiene che la frammentazione istituzionale tra gli Stati ... <a title="Demografia, lavoro e politica fra le due sponde del Mediterraneo. Parte 2" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/16/demografia-lavoro-e-politica-fra-le-due-sponde-del-mediterraneo-2/" aria-label="Per saperne di più su Demografia, lavoro e politica fra le due sponde del Mediterraneo. Parte 2">Leggi</a></p>
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<h2 class="wp-block-heading">Comitato d&#8217;Azione per il Mediterraneo</h2>



<p><em>Nella seconda parte del rapporto del Comité d’Action pour la Méditerranée si sostiene che la frammentazione istituzionale tra gli Stati membri, l&#8217;assenza di una logica del mercato del lavoro nelle partnership esistenti, la portata insufficiente dei meccanismi attuali, la mancanza di finanziamenti comuni, e la persistente resistenza politica in diversi Paesi europei, impongono politiche europee sovra-nazionali delle quali si danno alcuni esempi.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il ruolo della politica</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">Come potrebbe funzionare una simile politica di migrazione lavorativa? Il primo passo sarebbe quello di integrare tutti i professionisti già presenti nel paese; il tasso di disoccupazione per gli immigrati è, a livello UE, il doppio di quello della Popolazione generale: 11,8% rispetto al 5,9% della popolazione totale. Nello specifico, in Francia, il tasso di occupazione delle donne immigrate è inferiore di 10 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza un background migratorio, mentre il tasso di occupazione degli uomini immigrati è leggermente superiore a quello degli uomini nati in Francia. Un approccio per promuovere questa integrazione sarebbe quello di evitare a tutti i costi la revoca dei permessi di soggiorno per gli stranieri che lavorano; un secondo approccio potrebbe considerare la regolarizzazione mirata per gli immigrati che lavorano con maggiore regolarità: queste procedure esistono già nella pratica, ma vengono concesse con parsimonia. Infine, l&#8217;aumento del tasso di occupazione degli immigrati già presenti in Europa potrebbe essere raggiunto attraverso iniziative di formazione linguistica e professionale, nonché attraverso misure che facilitino l&#8217;occupazione femminile – un maggiore accesso ai servizi di assistenza all&#8217;infanzia e controlli più rigorosi in materia di non discriminazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Mappare le competenze e accordi bilaterali</strong></h3>



<p>La politica in materia di immigrazione lavorativa deve basarsi su una mappatura precisa delle competenze sia nei paesi di origine che in quelli di accoglienza. Questa mappatura, affidata all&#8217;Autorità europea del lavoro, suddivisa per settore e per regione NUTS-2 e aggiornata annualmente, consentirebbe il rilascio di visti di lavoro senza preclusioni per le professioni interessate, a condizione che il candidato conosca la lingua del paese ospitante e soddisfi determinate soglie di reddito. L&#8217;esempio britannico è illuminante: eliminando tutti i limiti numerici e abbassando le soglie di qualificazione, il Regno Unito ha creato un&#8217;apertura massiccia ma mal mirata, ben lontana dall&#8217;immigrazione organizzata che dichiarava di voler realizzare. Al contrario, il modello tedesco del 2023, che allenta i requisiti di riconoscimento delle qualifiche per le professioni non regolamentate a condizione che il candidato abbia un diploma riconosciuto e due anni di esperienza, avrebbe potuto fungere da punto di riferimento se fosse stato incluso il criterio linguistico. Si propongono strumenti complementari: centri di valutazione accademica nei paesi partner basati sul modello di Nuova Delhi, Med Skills Tracker e passaporti dei talenti.</p>



<p>Un altro punto essenziale è lo sviluppo di canali bilaterali per la migrazione lavorativa. Questo sistema sta producendo risultati eccellenti in alcuni settori. Ad esempio, l&#8217;accordo migratorio tra Germania e India consente l&#8217;ingresso nel Paese a 90.000 lavoratori indiani ogni anno; il loro stipendio mensile medio è superiore di 1.200 euro rispetto a quello dei lavoratori tedeschi e la loro integrazione è agevolata nei settori in cui si registra una carenza di manodopera. Mentre questo settore sta compiendo progressi significativi, le richieste di asilo in Germania si sono dimezzate dal 2021.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Necessarie politiche europee sovra-nazionali</strong></h3>



<p>Questi approcci presentano evidenti limiti strutturali: la frammentazione istituzionale tra gli Stati membri, l&#8217;assenza di una logica del mercato del lavoro nelle partnership esistenti, la portata insufficiente dei meccanismi attuali, la mancanza di finanziamenti comuni, e la persistente resistenza politica in diversi Paesi europei. Proponiamo di affrontare questi limiti con un piano d&#8217;azione strutturato attorno a misure concrete per ciascun settore.</p>



<p>Esistono soluzioni finanziarie e organizzative per migliorare i meccanismi europei di migrazione lavorativa. Ad esempio, un&#8217;ambiziosa politica di conversione del debito in formazione, già attuata su piccola scala, consentirebbe, se il 10% del debito bilaterale detenuto da Germania, Italia, Francia e Spagna venisse cancellato, di finanziare la formazione di ulteriori 16.000 ingegneri marocchini; questi potrebbero essere impiegati in numerosi settori che soffrono di carenza di manodopera, sia in Marocco che sulla sponda settentrionale del Mediterraneo. Le partnership per la formazione e l&#8217;occupazione tra le due sponde del Mediterraneo potrebbero anche ispirarsi al modello FIFA di mobilità dei talenti: ogni laureato potrebbe avere un &#8220;passaporto&#8221; che, in caso di emigrazione verso il Nord, gli darebbe diritto a un risarcimento che finanzierebbe il sistema universitario del Sud, sempre con l&#8217;obiettivo di formare di più e meglio.</p>



<p>Così come la CECA ha basato l&#8217;integrazione europea sulla condivisione di carbone e acciaio, una comunità mediterranea di capitale umano, il carbone e l&#8217;acciaio della nostra modernità, potrebbe costruire una nuova integrazione regionale basata sulla circolazione di talenti, conoscenze e opportunità, a beneficio di entrambe le sponde.</p>



<p>In secondo luogo, una tale strategia non richiede di accogliere più immigrati, ma piuttosto di organizzare meglio il loro arrivo. Secondo i calcoli dell&#8217;Istituto Terra Nova, la Francia dovrebbe accogliere 310.000 nuovi immigrati all&#8217;anno entro il 2040 per mantenere il suo rapporto di sostegno tra adulti in età lavorativa e pensionati – leggermente inferiore ai flussi attuali; l&#8217;Italia dovrebbe accogliere 430.000 immigrati all&#8217;anno – rispetto ai 410.000 di oggi. Si prevede che la Germania manterrà un saldo migratorio netto di 400.000 persone – nonostante la migrazione netta sia diminuita da 660.000 a 430.000 tra il 2024 e il 2025. Pertanto, il mantenimento dei rapporti di sostegno non si traduce necessariamente in un aumento significativo del numero di immigrati che entrano nel paese.</p>



<p>L&#8217;Europa attrae studenti internazionali ma non guida i loro percorsi formativi. Il valore si perde durante la transizione dagli studi al mondo del lavoro, che rimane incerta e varia tra gli Stati membri. Tre misure strutturano la risposta: selezione attiva per ambito di studio prioritario e per regione in collaborazione con i paesi di origine; un coordinamento europeo rafforzato, basato su Erasmus+, delegazioni UE e alleanze universitarie; un percorso accelerato per la conversione dello status di studente in status di lavoratore per i laureati in settori ad alta richiesta, abbinato a un periodo standardizzato di ricerca di lavoro. Formare uno studente internazionale senza pianificarne il futuro contributo è uno spreco; il collegamento tra studi e lavoro è il normale ritorno sull&#8217;investimento per una politica studentesca concepita come una politica basata sulle competenze.</p>



<p>Un altro elemento del piano d&#8217;azione è la co-formazione, che prevede la creazione di partenariati con istituti di formazione nei Paesi del Sud del mondo, l&#8217;attuazione di programmi di formazione professionale europei in Nord Africa allineati alle esigenze industriali, lo sviluppo di programmi congiunti di doppia laurea e dottorato e la mobilitazione delle imprese come co-finanziatori e fornitori di posti di lavoro. La mobilità circolare dovrebbe essere concepita come un ciclo: formazione iniziale nei Paesi del Sud del mondo, esperienza nei Paesi del Nord del mondo e possibile ritorno o spostamento tra diversi hub. Fondi euro-mediterranei dedicati, che combinino banche di sviluppo e investitori privati, e strumenti di sostegno individuali (prestiti agevolati, contratti di mobilità) consentirebbero di raggiungere la scala necessaria, attualmente al di là della portata dei frammentati programmi bilaterali.</p>



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		<title>Demografia, lavoro e politica fra le due sponde del Mediterraneo. Parte 1</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Neodemos]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Oct 2026 07:47:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[mediterraneo]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
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<h2 class="wp-block-heading">Comitato d&#8217;Azione per il Mediterraneo</h2>



<p><em>Il<strong> </strong>Comité d’Action pour la Méditerranée, ha recentemente pubblicato un rapporto sulla questione migratoria, proponendo, per il mediterraneo, una nuova strategia, guidata dall’idea politica di integrazione regionale attraverso i giovani e la formazione, il nostro moderno carbone e acciaio.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Il <em>Comité d’Action pour la Méditerranée</em> è stato fondato nel 2024 per proporre soluzioni lungimiranti per la costruzione della regione euro-mediterranea. Riunendo personalità di spicco provenienti da entrambe le sponde, animate da una visione condivisa di un futuro comune, il Comitato si impegna a costruire un&#8217;entità geografica e politica più integrata, nell&#8217;interesse di tutti, basandosi su un&#8217;idea semplice: è la solidarietà di fatto che rende possibile l&#8217;integrazione politica. Recentemente, il Comitato ha pubblicato in francese il rapporto: <em>Il Mediterraneo attraverso il lavoro: una partnership per il futuro</em>, curato e in gran parte scritto da Hakim El Karoui e François Gaüzère-Mazauric. Pubblichiamo, in due parti, la versione italiana del <em>Résumé exécutif</em><sup><em>1</em></sup>. </p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Migrazioni e demografia</strong></h3>



<p>La questione dell&#8217;immigrazione, tema politicamente delicato, suscita in Europa posizioni che vanno dalla più rigida fermezza al desiderio di aprire le frontiere senza limiti. Un terzo termine ci permetterebbe di uscire da questa disastrosa dialettica e di costruire un&#8217;autentica politica europea di migrazione lavorativa: la demografia. E quindi di concepire, su scala mediterranea, una vera strategia. Costruire il Mediterraneo, attraverso il lavoro. Con l&#8217;idea politica di integrazione regionale, attraverso i giovani e la formazione, il nostro moderno carbone e acciaio.</p>



<p>Di fronte a un invecchiamento demografico accelerato, l&#8217;Europa potrebbe, senza immigrazione, perdere fino al 20% della sua popolazione in età lavorativa entro il 2050. Il fenomeno è ancora più accentuato in Italia, che potrebbe perdere fino al 31% della popolazione in età lavorativa, e in Spagna (-29%). Questo inverno demografico sta ponendo le economie europee di fronte a gravi difficoltà: la carenza di manodopera sta colpendo numerose professioni, dai medici agli operai edili e agli informatici. Inoltre, il calo del tasso di natalità sta incidendo sul numero di laureati, riducendo ulteriormente il numero di professionisti qualificati che entrano nel mercato del lavoro. La robotizzazione, meno efficiente nei lavori del settore dei servizi rispetto all&#8217;industria, così come l&#8217;aumento del tasso di attività di giovani, donne e anziani, non saranno sufficienti a colmare queste carenze. La migrazione lavorativa è quindi oggetto di un attento esame. I paesi europei che hanno sperimentato per primi il declino demografico hanno messo in atto strumenti per affrontarne le conseguenze: la Germania ha implementato una strategia di migrazione di manodopera qualificata, come dimostra il continuo rafforzamento dell&#8217;accordo sulla migrazione con l&#8217;India, firmato nel 2022; il governo spagnolo promuove l&#8217;immigrazione come motore di crescita; e anche in Italia, afflitta da una grave carenza di manodopera, l&#8217;immigrazione è aumentata del 10% da quando Giorgia Meloni guida il governo.</p>



<p>Sulla sponda meridionale del Mediterraneo, la situazione demografica è ben diversa, in particolare in Egitto e Algeria; tuttavia, la crescita demografica presenta anche significative sfide sociali. Mentre in Egitto nasce circa un bambino ogni 50 abitanti all&#8217;anno – rispetto a meno di un bambino ogni 100 abitanti in Francia – i giovani, pur essendo sempre più istruiti, si trovano comunque ad affrontare una disoccupazione significativa. Mentre l&#8217;Europa sperimenta una carenza di manodopera, i mercati del lavoro nordafricani faticano ad assorbire tutti i nuovi flussi. Stanno quindi emergendo interessi convergenti su entrambe le sponde del Mediterraneo: spetta agli Stati della regione coglierli.</p>



<p>Analisi settoriali rivelano il ruolo cruciale della migrazione lavorativa nelle economie europee: nel settore edile, un lavoratore su quattro in Germania e Spagna possiede un passaporto straniero; oltre il 15% dei medici che esercitano in Germania e Francia nel 2025 si è formato all&#8217;estero, rispetto al 40% in Norvegia; il 70% degli operatori dell&#8217;assistenza domiciliare in Italia nel 2025 è di nazionalità straniera. Si potrebbero citare molti altri esempi, soprattutto perché la carenza di manodopera colpisce tutti i livelli di competenza: la quota media di laureati in posti di lavoro richiesti è aumentata in tutta l&#8217;Unione Europea dal 28% nel 2023 a circa il 33% nel 2024. La migrazione lavorativa non è quindi solo un&#8217;esigenza da prevedere; è già una forza strutturante in moltissime professioni qualificate e non qualificate.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Perché le migrazioni per lavoro sono meno del necessario</strong></h3>



<p>Nonostante ciò, i programmi di migrazione lavorativa attuati rimangono insufficienti, per tre motivi.&nbsp;</p>



<p>In primo luogo, da un punto di vista quantitativo, i permessi di soggiorno rilasciati esplicitamente per motivi di lavoro, pur in aumento, rappresentano una minoranza molto esigua: costituiscono l&#8217;11% di tutti i permessi in Italia, il 14% in Germania e il 17% sia in Francia sia in Spagna. Inoltre, la migrazione lavorativa è di competenza dei singoli Stati: il programma europeo di mobilità basato sull&#8217;occupazione ha coinvolto 15.000 professionisti in sei anni, nonostante i milioni di posti di lavoro vacanti si contino ogni anno in tutta Europa.</p>



<p>In secondo luogo, le politiche pubbliche che si basano sull&#8217;immigrazione non organizzano sufficientemente programmi di formazione e partenariati per promuovere l&#8217;occupazione degli immigrati ricevuti. Ad esempio, in Spagna, prima di una legge che ha ulteriormente liberalizzato l&#8217;immigrazione nel 2022, i lavoratori immigrati costituivano il 14,7% della forza lavoro nei settori in cui si registrava carenza di manodopera (2021), rispetto al 17,9% nel 2023, con un aumento di 3,2 punti percentuali. Tuttavia, nei settori con un surplus di manodopera, la percentuale di lavoratori immigrati è aumentata dal 16,1% al 21,5% nello stesso periodo. Ciò significa che, in assenza di canali strutturati per la migrazione lavorativa, l&#8217;immigrazione ha creato più disoccupazione di quanta ne abbia colmata nei posti di lavoro in cui vi era carenza di personale – di fatto, la disoccupazione rimane elevata in Spagna.</p>



<p>Infine, questa inadeguatezza dei programmi di formazione e mobilità crea una dannosa fuga di cervelli per i paesi di origine. Stimiamo che il costo della formazione dei soli medici e ingegneri che emigrano ammonti a 270 milioni di euro all&#8217;anno per la Tunisia, circa 200 milioni di euro per il Marocco e circa 50 milioni di euro per l&#8217;Egitto – questa volta considerando solo gli ingegneri. L&#8217;organizzazione di programmi di formazione richiederebbe che i paesi che accolgono immigrati qualificati siano consapevoli del costo della loro formazione e si impegnino a investire in questo settore, insieme ai paesi di origine. In cambio, potrebbero controllare il flusso di lavoratori qualificati, sviluppare programmi di formazione efficaci per colmare le proprie carenze di manodopera e, soprattutto, essere in grado di investire di più nella formazione, migliorandone la qualità.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong> </h3>



<p><sup>1</sup>La versione integrale del rapporto è liberamente scaricabile in francese da <a href="https://action-med.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://action-med.org/</a>.&nbsp;</p>



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<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="M4kO5SbfZy"><a href="https://www.neodemos.info/2026/10/16/demografia-lavoro-e-politica-fra-le-due-sponde-del-mediterraneo-2/">Demografia, lavoro e politica fra le due sponde del Mediterraneo</a></blockquote><iframe loading="lazy" class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted"  title="&#8220;Demografia, lavoro e politica fra le due sponde del Mediterraneo&#8221; &#8212; Neodemos" src="https://www.neodemos.info/2026/10/16/demografia-lavoro-e-politica-fra-le-due-sponde-del-mediterraneo-2/embed/#?secret=cGGUewO6zM#?secret=M4kO5SbfZy" data-secret="M4kO5SbfZy" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>Quando il diritto allo studio si misura in minuti</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/10/09/quando-il-diritto-allo-studio-si-misura-in-minuti/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=quando-il-diritto-allo-studio-si-misura-in-minuti</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Porcu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Oct 2026 08:26:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[studio]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’offerta di scuole secondarie in Italia non è distribuita uniformemente e la presenza di un istituto in un comune vicino non ne garantisce l’accessibilità. Uno ... <a title="Quando il diritto allo studio si misura in minuti" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/10/09/quando-il-diritto-allo-studio-si-misura-in-minuti/" aria-label="Per saperne di più su Quando il diritto allo studio si misura in minuti">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>L’offerta di scuole secondarie in Italia non è distribuita uniformemente e la presenza di un istituto in un comune vicino non ne garantisce l’accessibilità. Uno studio di Mariano Porcu e Cristian Usala sui 377 comuni della Sardegna, basato sui dati del trasporto pubblico locale, mostra tempi di percorrenza reali nettamente superiori a quelli stradali ISTAT: nei comuni privi di scuola, circa 20’ in più, in media, con picchi oltre gli 80’.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Gli esiti delle traiettorie educative non dipendono soltanto dalle capacità e dalle aspirazioni degli studenti, ma anche dal contesto territoriale in cui vivono (Pitzalis e Porcu, 2019). Sebbene il sistema scolastico italiano sia formalmente unitario e preveda ovunque le stesse tipologie di percorsi, tali percorsi non sono distribuiti in modo uniforme sul territorio. In molti comuni l’offerta è parziale o del tutto assente, il che limita concretamente la libertà di scegliere la traiettoria dei propri studi. Per molti studenti, infatti, la scelta della scuola dipende non solo dalle proprie aspirazioni, ma anche dalla possibilità di raggiungerla ogni giorno.</p>



<p>Per comprendere queste disuguaglianze non basta sapere dove si trovano gli istituti scolastici. Occorre misurare la loro accessibilità effettiva, tenendo conto dei tempi di percorrenza e dei collegamenti garantiti dal trasporto pubblico locale: solo così è possibile valutare se il diritto allo studio sia realmente e pienamente esercitabile.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Quando la scelta dipende dal territorio</strong></h3>



<p>La prima dimensione delle disuguaglianze educative riguarda, quindi, la distribuzione territoriale dell’offerta scolastica. La Figura 1 mostra la presenza delle scuole secondarie di secondo grado nei comuni italiani, distinguendo tra licei, istituti tecnici e istituti professionali. Ne emerge una geografia fortemente eterogenea: accanto ai principali poli urbani, che offrono un’ampia varietà di percorsi, esistono vaste aree del Paese in cui l’offerta è limitata a uno solo dei principali indirizzi di studio o è del tutto assente.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Presenza-della-scuola-secondaria-di-secondo-grado-nei-comuni-italiani-nel-2024.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="664" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Presenza-della-scuola-secondaria-di-secondo-grado-nei-comuni-italiani-nel-2024-1024x664.jpg" alt="" class="wp-image-24738" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Presenza-della-scuola-secondaria-di-secondo-grado-nei-comuni-italiani-nel-2024-1024x664.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Presenza-della-scuola-secondaria-di-secondo-grado-nei-comuni-italiani-nel-2024-300x195.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Presenza-della-scuola-secondaria-di-secondo-grado-nei-comuni-italiani-nel-2024-768x498.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Presenza-della-scuola-secondaria-di-secondo-grado-nei-comuni-italiani-nel-2024.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Questa distribuzione non è priva di conseguenze. Nei territori caratterizzati da una “monocoltura” scolastica, la scelta del percorso formativo è inevitabilmente condizionata dall’offerta disponibile. Gli studenti possono rinunciare all’indirizzo preferito o affrontare lunghi spostamenti quotidiani, poiché nell’ambito dell’istruzione secondaria la scelta di risiedere altrove può considerarsi del tutto marginale. In altre parole, la libertà di scegliere la scuola dipende, almeno in parte, dal luogo in cui si vive. Dove l’offerta è limitata, quanto è realmente possibile raggiungere le scuole nel territorio di prossimità?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Misure dell’accessibilità scolastica?</strong></h3>



<p>Se la distribuzione delle scuole rappresenta il primo livello delle disuguaglianze territoriali, un secondo livello riguarda la loro effettiva accessibilità. Sapere che un istituto è presente in un determinato comune non significa, infatti, che sia facilmente raggiungibile dagli studenti del territorio di prossimità. L’accessibilità dipende dai tempi necessari per gli spostamenti quotidiani, dalla disponibilità dei collegamenti e dagli orari del trasporto pubblico locale.</p>



<p>Per misurare questi aspetti, abbiamo considerato i dati disponibili nel sistema General Transit Feed Specification (GTFS) sul portale <a href="https://mobilitydatabase.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">mobilitydatabase.org</a>. I GTFS raccolgono informazioni su fermate, orari e giorni di servizio della quasi totalità degli operatori del trasporto pubblico locale (TPL) italiani. In questo contributo ci concentriamo sulla Sardegna, dove abbiamo calcolato, per ciascuno dei 377 comuni dell’Isola, i tempi di percorrenza verso ogni scuola secondaria di secondo grado tenendo conto soltanto degli itinerari che consentono di arrivare a scuola entro le 8.30 e di rientrare nel comune di residenza tra le 13.00 e le 14.30.</p>



<p>I risultati di queste elaborazioni sono stati utilizzati su <a href="https://usala.shinyapps.io/iter/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ITER</a> (Interactive Transportation Education Routing), una <em>web application</em> che consente di esplorare l’accessibilità delle scuole secondarie di secondo grado utilizzando i dati del trasporto pubblico locale. Per ogni comune è possibile individuare quali punti di erogazione del servizio siano raggiungibili in un determinato tempo di percorrenza; viceversa, per ciascuna scuola è possibile identificare i comuni da cui essa risulta effettivamente accessibile. <a href="https://usala.shinyapps.io/iter/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ITER</a> offre così una rappresentazione dell’accessibilità scolastica fondata non sulla semplice prossimità geografica, bensì sulle effettive possibilità di spostamento degli studenti. La stessa procedura può essere estesa all’intero territorio italiano, utilizzando i dati relativi agli operatori TPL presenti in ciascuna regione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Quando la misura cambia il risultato</strong></h3>



<p>L’uso dei dati sul trasporto pubblico modifica profondamente la rappresentazione dell’accessibilità scolastica. La Figura 2 confronta i tempi di percorrenza tra ciascun comune sardo e la scuola secondaria di secondo grado più vicina ottenuti con due diverse misure: i tempi di percorrenza stradali elaborati dall’ISTAT e quelli ricostruiti utilizzando gli orari effettivi del trasporto pubblico locale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-Tempi-di-percorrenza-in-auto.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="561" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-Tempi-di-percorrenza-in-auto-1024x561.jpg" alt="" class="wp-image-24739" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-Tempi-di-percorrenza-in-auto-1024x561.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-Tempi-di-percorrenza-in-auto-300x165.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-Tempi-di-percorrenza-in-auto-768x421.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-Tempi-di-percorrenza-in-auto.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Le differenze sono evidenti. Le stime basate sulla percorrenza stradale restituiscono un’immagine del territorio molto più accessibile di quella che emerge considerando gli spostamenti effettivamente possibili con i mezzi pubblici. Molti comuni che appaiono relativamente vicini a una scuola diventano significativamente più distanti quando si tiene conto degli orari, delle coincidenze e dei tempi di attesa del trasporto pubblico.</p>



<p>Il divario è particolarmente marcato nei comuni interni e nelle aree meno densamente popolate, ma non riguarda soltanto le zone più periferiche. In tutti i comuni privi di una scuola secondaria di secondo grado, i tempi di percorrenza aumentano in media di 15 minuti con il trasporto pubblico locale, con picchi superiori a 60 minuti. Le differenze risultano ancora più accentuate se si considerano i singoli indirizzi di studio, dove la differenza media tra ISTAT e trasporto pubblico cresce a circa 23 minuti per i tecnici e professionali e a 21 per i licei, con picchi superiori a 80 minuti.</p>



<p>La Figura 3 illustra questo fenomeno. Rispetto ai tempi di percorrenza calcolati per percorsi stradali in automobile, la distribuzione dei tempi calcolati con il trasporto pubblico si sposta nettamente verso valori più elevati: il tempo mediano aumenta di circa venti minuti e cresce sensibilmente la quota di studenti a oltre un’ora di distanza dalla scuola più vicina. Non si tratta quindi di una semplice differenza di misura, bensì di una diversa rappresentazione delle opportunità educative effettivamente accessibili agli studenti.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-Tempi-di-percorrenza-dalla-scuola-piu-vicina-in-minuti-e-popolazione-residente-tra-i-14-e-19-anni-nel-2025.jpg" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="599" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-Tempi-di-percorrenza-dalla-scuola-piu-vicina-in-minuti-e-popolazione-residente-tra-i-14-e-19-anni-nel-2025-1024x599.jpg" alt="" class="wp-image-24740" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-Tempi-di-percorrenza-dalla-scuola-piu-vicina-in-minuti-e-popolazione-residente-tra-i-14-e-19-anni-nel-2025-1024x599.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-Tempi-di-percorrenza-dalla-scuola-piu-vicina-in-minuti-e-popolazione-residente-tra-i-14-e-19-anni-nel-2025-300x176.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-Tempi-di-percorrenza-dalla-scuola-piu-vicina-in-minuti-e-popolazione-residente-tra-i-14-e-19-anni-nel-2025-768x449.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-Tempi-di-percorrenza-dalla-scuola-piu-vicina-in-minuti-e-popolazione-residente-tra-i-14-e-19-anni-nel-2025.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Misurare meglio per decidere meglio</strong></h3>



<p>Le disuguaglianze educative non dipendono soltanto dalla distribuzione delle scuole sul territorio, ma anche dalla loro effettiva accessibilità. Come mostra il caso della Sardegna, questa accessibilità può essere descritta in modi molto diversi a seconda degli indicatori utilizzati.</p>



<p>La distinzione non è soltanto metodologica. Gli indicatori utilizzati per descrivere un fenomeno orientano la sua interpretazione e, di conseguenza, le politiche concepite per governarlo. Se l’accessibilità viene valutata come se tutti gli studenti potessero spostarsi in automobile, il diritto allo studio appare più uniforme di quanto non sia nella realtà. Al contrario, considerare i tempi e i vincoli del trasporto pubblico consente di individuare con maggiore precisione i territori in cui le opportunità educative risultano effettivamente più limitate.</p>



<p>Misurare l’accessibilità reale significa quindi guardare al sistema scolastico dalla prospettiva degli studenti e delle loro famiglie. È un passaggio necessario per comprendere quanto il luogo di residenza continui a influenzare i percorsi di istruzione e per progettare interventi capaci di ridurre le disuguaglianze territoriali.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p><a href="https://mobilitydatabase.org/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">MobilityDatabase.com</a> (2026), portale che raccoglie e rende disponibili i dati relativi ai GTFS per ogni operatore attivo sul territorio. </p>



<p>Portale unico dei dati della scuola (2026) – Accessibile all’indirizzo: <a href="https://dati.istruzione.it/opendata/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">https://dati.istruzione.it/opendata/&nbsp;</a></p>



<p>Pitzalis M. e Porcu, M. (2019). Tante Italie. Anche a scuola. In <em>Rapporto sulla popolazione. L’istruzione in Italia</em> (pp. 123-139). il Mulino.</p>



<p>Usala C. e Porcu M. (2026), <a href="https://usala.shinyapps.io/iter/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">ITER: Interactive Transportation Education Routing, Shiny App</a>.</p>
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		<title>La Giovane Italia dell’Atletica leggera: multietnica e vincente!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Salvatore Strozza]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Oct 2026 06:40:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[giovani]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Ai campionati europei di Atletica leggera svoltisi a Birmingham (Regno Unito), da lunedì 10 a domenica 16 agosto scorsi, l’Italia ha vinto per la seconda volta consecutiva la classifica a punti per nazioni e quella in base al medagliere, bissando i successi di Roma 2024. Salvatore Strozza oltre a ricordare che si tratta in assoluto dei primi due successi italiani, pertanto senza precedenti nella storia passata, mostra come una parte importante delle medaglie raccolte sia il frutto del successo di atleti italiani con background migratorio, segnale di una società multietnica e multiculturale in crescita. </em></p>



<p class="has-drop-cap">La staffetta 4&#215;400 maschile, ultima gara dei campionati europei di Atletica leggera, svoltasi nella serata del 16 agosto scorso, è stata davvero entusiasmante per almeno due ragioni. Per il finale praticamente al foto-finish con soli 3 centesimi di secondo a distanziare i primi dai secondi classificati, per la circostanza che a contendersi la vittoria erano proprio le due nazionali ancora in lizza per il primato nel medagliere. Sappiamo come è andata a finire. Ha vinto il quartetto italiano (Edoardo Scotti, Luca Sito, Mohamed Soudassi e Lorenzo Benati) che oltre a mettersi al collo la medaglia d’oro ha anche consentito alla squadra italiana di sopravanzare quella britannica nel medagliere. Non poteva esserci finale migliore per tutti gli appassionati di atletica leggera e, in special modo, per quelli italiani che proprio all’ultima gara hanno visto riagguantare dai propri beniamini la prima posizione nel medagliere.&nbsp;</p>



<p>Dopo i successi di Roma 2024, anche ai campionati europei di Atletica leggera svoltisi a Birmingham questa estate (10-16 agosto) la nazionale italiana è risultata prima sia nel medagliere (10 ori, 6 argenti e 6 bronzi) che nella classifica a punti (226 punti). Un successo corale dovuto agli ori di Leonardo Fabbri nel getto del peso, Nadia Battocletti nei 5.000 e nei 10.000 metri, Dariya Derkach ed Andy Díaz Hernández nel salto triplo rispettivamente femminile e maschile, Sofia Fiorini e Massimo Stano nella maratona di marcia femminile e maschile, Larissa Iapichino nel salto in lungo, Giammarco Tamberi nel salto in alto, a cui si è aggiunto a chiusura della manifestazione l’oro di Scotti, Sito, Soudassi e Benati nella già richiamata staffetta 4&#215;400 metri. A cui si sono aggiunti gli argenti di Sara Fantini nel lancio del martello, Francesco Fortunato nella mezza maratona di marcia, Rebecca Lonedo, Sofiia Yaremchuk, Giovanna Epis e Alessia Tuccitto nella maratona a squadre, Alexandrina Mihai nella mezza maratona di marcia, Pietro Riva nella maratona e Zane Weir nel getto del peso, nonché le medaglie di bronzo di Alessandra Bonora, Anna Polinari, Alice Mangione, Eloisa Coiro, Ilaria Accame e Sara Cirillo nella staffetta 4×400 metri, di Andrea Cosi nella mezza maratona di marcia, Fausto Desalu nei 200 metri, Andrea Dallavalle nel salto triplo, Micol Majori nei 5000 metri e Matteo Sioli nel salto in alto. Senza contare i piazzamenti degli altri atleti.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Uno sguardo indietro nel tempo: i successi attuali non hanno eguali nel passato</strong></h3>



<p>I successi degli ultimi anni non hanno eguali nel passato. Abbiamo avuto diversi atleti di punta nel corso del tempo, ma mai un numero così elevato come quello registrato di recente. Basta scorrere il medagliere italiano delle edizioni dei campionati europei svoltisi dal secondo dopoguerra in poi per notare come spesso non abbiamo raggiunto un totale di 10 medaglie, soglia che prima dell’edizione del 2022 è stata raggiunta o superata solo due volte (fig. 1): nei campionati europei di Stoccarda del 1986 (esattamente 10 medaglie) e in quelli di Spalato del 1990 (12 medaglie). A Monaco di Baviera nel 2022 abbiamo ottenuto di nuovo 10 medaglie, superando il bottino di ciascuna delle nove edizioni precedenti, per poi salire a quella successiva di Roma 2024 a ben 24 medaglie (di cui 11 d’oro) e confermarci nell’edizione più recente con 22 medaglie.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-1-–-Medaglie-doro-dargento-e-di-bronzo-vinte-dagli-atleti-italiani-nei-1.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="655" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-1-–-Medaglie-doro-dargento-e-di-bronzo-vinte-dagli-atleti-italiani-nei-1-1024x655.jpg" alt="" class="wp-image-24674" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-1-–-Medaglie-doro-dargento-e-di-bronzo-vinte-dagli-atleti-italiani-nei-1-1024x655.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-1-–-Medaglie-doro-dargento-e-di-bronzo-vinte-dagli-atleti-italiani-nei-1-300x192.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-1-–-Medaglie-doro-dargento-e-di-bronzo-vinte-dagli-atleti-italiani-nei-1-768x491.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-1-–-Medaglie-doro-dargento-e-di-bronzo-vinte-dagli-atleti-italiani-nei-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Naturalmente il confronto nel tempo sconta diversi elementi di eterogeneità tra i quali forse il più importante è dovuto al cambiamento nel numero di specialità previste. Rimane però il fatto che il numero di medaglie nelle ultime due edizioni è più che raddoppiato rispetto al passato e che per la prima volta nel 2024 l’Italia è risultata prima sia nella classifica a punti (il migliore risultato precedente era stato il terzo posto di Monaco 2022) sia nel medagliere (dove al massimo eravamo arrivati quarti a Praga 1978 e a Spalato 1990), successi entrambi bissati nella recentissima edizione di Birmingham del 2026.&nbsp;</p>



<p>Di sicuro sono molteplici i fattori alla base di questi successi che potrebbero trarre origine, ad esempio, da decisioni federali e dalle azioni delle società sportive realizzatesi in un passato più o meno recente. Lascio agli esperti del settore una disamina attenta delle cause di questo importante successo che ci rende tutti estremamente orgogliosi e che probabilmente sta avvicinando diversi giovani alle discipline dell’atletica leggera.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il contributo degli atleti con background migratorio</strong></h3>



<p>Va senza dubbio notato però come una parte delle vittorie sportive per le quali abbiamo gioito è dovuta ad atleti italiani con background migratorio. Il richiamo alle origini delle persone coinvolte nei fatti di cronaca è un modo di fare consolidato, che spesso sembra fatto, anche involontariamente, per rimarcare una distanza o quantomeno un’appartenenza meno forte alla società italiana. In questo caso, mi sembra giusto sottolineare il contributo degli atleti con background migratorio non al fine di fare dei distinguo ma per evidenziare l’apporto positivo che l’immigrazione ha fornito all’evoluzione del movimento sportivo italiano.&nbsp;</p>



<p>Naturalmente non è facile individuare gli atleti italiani con background migratorio. Abbiamo utilizzato un criterio complesso considerando tali sia quelli nati all’estero, sia quelli nati in Italia con almeno un genitore di cittadinanza o di origine straniera. Le informazioni sull’origine familiare non sono puntuali derivando a volte da fonti giornalistiche, inoltre sono considerati con background migratorio anche i figli adottivi con genitori naturali stranieri (adozioni internazionali). Più attendibili sono i dati desumibili dalle schede della Federazione Italiana di Atletica Leggera (FIDAL). Alla luce di queste considerazioni è chiaro che rimane un certo margine di errore.</p>



<p>Non di meno i dati sembrano estremamente interessanti. Fino all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso non c’erano agli europei di atletica leggera medagliati italiani con background migratorio (fig. 2), se si eccettua il caso al limite di Eddy Ottoz (nato in Francia da padre valdostano e madre francese) che ha vinto la medaglia d’oro nei 110 metri a ostacoli nel 1966 a Budapest e nel 1969 ad Atene. Nel corso degli anni ’90 è invece Fiona May, nata nel Regno Unito da genitori di origine giamaicana, a vincere nel salto in lungo la medaglia di bronzo nel 1994 a Helsinki e quella d’argento nel 1998 a Budapest.&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-2-–-Totale-medaglie-vinte-nei-campionati-europei-allaperto-di-Atletica-leggera-per-origine-nazionale-o-migratoria-dagli-atleti-italiani-1.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="618" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-2-–-Totale-medaglie-vinte-nei-campionati-europei-allaperto-di-Atletica-leggera-per-origine-nazionale-o-migratoria-dagli-atleti-italiani-1-1024x618.jpg" alt="" class="wp-image-24675" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-2-–-Totale-medaglie-vinte-nei-campionati-europei-allaperto-di-Atletica-leggera-per-origine-nazionale-o-migratoria-dagli-atleti-italiani-1-1024x618.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-2-–-Totale-medaglie-vinte-nei-campionati-europei-allaperto-di-Atletica-leggera-per-origine-nazionale-o-migratoria-dagli-atleti-italiani-1-300x181.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-2-–-Totale-medaglie-vinte-nei-campionati-europei-allaperto-di-Atletica-leggera-per-origine-nazionale-o-migratoria-dagli-atleti-italiani-1-768x463.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Fig.-2-–-Totale-medaglie-vinte-nei-campionati-europei-allaperto-di-Atletica-leggera-per-origine-nazionale-o-migratoria-dagli-atleti-italiani-1.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>È negli ultimi 10 anni che il numero di medaglie assegnate ad atleti con background migratorio si accresce sensibilmente. Sono 3 ad Amsterdam 2016, 5 a Berlino 2018 e a Monaco di Baviera 2022, diventano 12 a Roma 2024 e 9 a Birmingham 2026. Di fatto il numero di medaglie vinte da atleti italiani con background migratorio nei campionati europei di atletica leggera svoltisi dal 1946 al 2026 sono all’incirca 40 di cui l’80% negli ultimi 10 anni, periodo nel quale circa la metà del totale delle medaglie conquistate vede coinvolti atleti italiani con background migratorio. Tra l’altro, mentre nei rari casi del passato si trattava di atleti figli di coppie miste o di atleti diventati italiani per matrimonio, la realtà più recente vede una forte partecipazione di atleti discendenti di migranti, cioè giovani di seconda generazione o delle generazioni decimali.</p>



<p>Solo per una parte dei 130 atleti della squadra italiana comunicata dalla FIDAL per gli europei di Birmingham (69 uomini e 61 donne) è stato possibile identificare un background migratorio, visto che in molti casi mancavano le informazioni necessarie. Il numero quindi ottenuto può essere probabilmente considerato come un valore di minimo: sono almeno 31 gli atleti italiani nati all’estero o con documentata origine/cittadinanza non italiana di almeno uno dei genitori ad aver fatto parte della nostra spedizione in terra inglese. Si tratta almeno del 24% dell’intera spedizione, una proporzione senza dubbio significativa probabilmente superiore alla quota dei giovani con background migratorio tra i 15 e i 35 anni residenti in Italia. Linfa vitale per la promozione del movimento sportivo italiano, come osservato anche alle olimpiadi e ai mondiali.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni: l’Atletica leggera non è un caso a sé </strong></h3>



<p>Il contributo degli atleti con background migratorio è linfa vitale non solo per la federazione dell’atletica leggera ma anche per tutte le altre federazioni e per le altre attività sportive. Senza passare in rassegna le diverse discipline, basta fare mente locale sui nostri atleti di punta in alcuni dei più seguiti sport di squadra per rendersi conto del loro contributo alla causa dello sport italiano. I ragazzi e i giovani con background migratorio rappresentano una preziosa risorsa aggiuntiva capace di stimolare e rendere più competitivo l’intero movimento. Questo è quanto sembra emergere dalla storia dell’atletica leggera italiana, ma anche di quella di altri paesi di immigrazione.&nbsp;</p>



<p>Il rimando all’origine delle persone o non va utilizzato mai o va utilizzato sempre, evitando di farne uso solo nel caso di comportamenti negativi, per etichettare le persone. Se proprio si vuole richiamare l’origine degli individui, facciamolo anche per comportamenti positivi, e quelli sportivi sono sicuramente tra gli eventi che fanno più notizia. Sarebbe poi opportuno provare a favorire la promozione sportiva dei più giovani rimuovendo gli ostacoli alla partecipazione, ostacoli che, ad esempio, hanno impedito ai giovani atleti, per lo più di origine africana, della squadra Tam Tam Basketball di Castel Volturno di accedere alla serie superiore (per un approfondimento ci vedano le conclusioni di <a href="https://www.mulino.it/isbn/9788815294326?forcedLocale=it">Strozza, Conti e Tucci, 2021</a>).<br></p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/10/06/la-giovane-italia-dellatletica-leggera-multietnica-e-vincente/">La Giovane Italia dell’Atletica leggera: multietnica e vincente!</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<item>
		<title>Procreazione medicalmente assistita in Italia: ieri, oggi, domani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Gustavo De Santis]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 02 Oct 2026 08:02:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Salute e Mortalità]]></category>
		<category><![CDATA[figli]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[sanità]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Il ricorso alla procreazione medicalmente assistita è in rapida crescita in tutto il mondo e anche in Italia, dove riguarda circa il 4% dei parti. Per l’azione congiunta di molti fattori (aumento al ricorso, ritardo nella fecondità, facilitazioni legislative e abbattimento di costi) il fenomeno potrebbe crescere ancora e attestarsi tra l’8 e il 15% verso metà secolo. Forse troppo, come notano Gustavo De Santis, Alessandra Burgio, Cinzia Castagnaro, Daniele Vignoli e Agnese Vitali</em>.</p>



<p class="has-drop-cap">In Italia, il ricorso alla PMA, o procreazione medicalmente assistita, è in crescita, e si stima che ormai interessi oltre il 4% dei parti (fig. 1), con quote ben più alte, ovviamente, per le neo madri più anziane (Burgio et al 2025a,b). Beninteso, la crescita si osserva in tutto il mondo, almeno laddove i dati sono disponibili, pur se i confronti sono difficili, perché non sempre i contesti sono comparabili, le definizioni analoghe, e le rilevazioni esaustive e affidabili. In ogni caso, il fenomeno è globale.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="438" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--1024x438.jpg" alt="" class="wp-image-24657" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--1024x438.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--300x128.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita--768x328.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1.-Percentuale-di-parti-con-lausilio-di-procreazione-medicalmente-assistita-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>I motivi sono tanti, ma i principali sono i seguenti:</p>



<p>1) la posticipazione della procreazione. Con riferimento all’Italia, ad esempio, si può notare nella fig. 1 che l’età media delle madri al parto, che già era elevata nel 2002 (30,5 anni) è da allora ulteriormente cresciuta fino a 32,6 anni nel 2024 (e 32,7 stimati nel 2025), nonostante il bassissimo numero di figli per donna, sceso (stabilmente?) a meno di 1,2. Anche in epoca storica l’età media al parto era relativamente elevata, ma ciò era dovuto al fatto che le donne facevano molti figli, e gli ultimi, di ordini elevati, nascevano forzatamente in età “mature”. La differenza è che oggi si diventa madri in età molto avanzata, con un’età media alla nascita del <em>primo</em> figlio che sfiora ormai i 32 anni (in crescita). Questo ritardo alla partenza rende difficile raggiungere il numero di figli desiderato spingendo sempre più coppie a cercare aiuto nella medicina e nella tecnologia;</p>



<p>2) il miglioramento delle tecniche mediche, un po’ meno invasive per le donne rispetto al passato, seppur ancora impegnative, e più efficaci, caratterizzate da tassi di successo mediamente crescenti (v. ad es. Cozzani et al 2025);</p>



<p>3) la crescente accettabilità e democratizzazione tra gruppi sociali e territori di interventi di questo tipo, dovuta in parte alla loro stessa crescente diffusione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Diritti, costi e definizioni</strong></h3>



<p>Almeno altri tre elementi giocano un ruolo importate in questo campo. Il primo è ciò che è consentito. In Italia, la PMA è regolata dalla legge 40 del 2004, le cui maglie, inizialmente molto strette, sono state successive allargate da sentenze della Corte Costituzionale, che, ad esempio, hanno rimosso il limite di produrre al massimo tre embrioni e consentito la crioconservazione degli embrioni, la fecondazione eterologa e la diagnosi genetica preimpianto.&nbsp;</p>



<p>Il secondo è legato al costo dell’operazione. In Italia, dal 31 dicembre 2024, la PMA è inserita nei Livelli Essenziali di Assistenza: i trattamenti omologhi sono gratuiti, quelli eterologhi calmierati a circa 1.500€, e l’accesso è garantito fino ai 46 anni della donna. Al di fuori di questa rete “protetta” (ma limitata, e con lunghe file d’attesa, come ormai in tutti i campi della sanità pubblica), il costo degli interventi è decisamente più alto, stimabile a circa 5.000€, pur se con altissima variabilità, in funzione dei centri cui ci si rivolge e del tipo di intervento.</p>



<p>Infine, bisogna prestare attenzione alle definizioni: qui intendiamo PMA in senso ampio, riferendoci a qualunque intervento volto a favorire le nascite, e quindi non solo trattamenti di riproduzione assistita (ART) come la fecondazione in vitro (FIV), l&#8217;iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI), la diagnosi genetica preimpianto e la crioconservazione di embrioni e gameti, ma anche l&#8217;inseminazione assistita e i trattamenti ormonali come ad esempio l&#8217;induzione dell&#8217;ovulazione.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>E in futuro?</strong></h3>



<p>Alla luce della crescita recente del fenomeno, che in Italia è documentabile con un minimo di precisione solo dal 2013, in una recente pubblicazione ci siamo chiesti che cosa ci fosse da attendersi per il prossimo futuro (Burgio et al 2026). In tale esercizio di proiezione ci sono almeno tre componenti da tenere sotto controllo.</p>



<p>Il primo è l’evoluzione della propensione a usare la PMA, che, come è intuibile e come mostra la fig. 2, dipende molto dall’età della donna (e anche da altri fattori, come ad es. l’ordine di nascita, che però, per semplicità, abbiamo ignorato). Per le nostre previsioni abbiamo introdotto tre scenari evolutivi (linearmente) fino al quinquennio 2045–49:</p>



<p><strong>N</strong>: nessuna crescita della propensione (mantenimento dei valori osservati/stimati nel 2023)</p>



<p><strong>M</strong>: crescita, ma moderata, e cioè rallentata rispetto alla crescita del periodo 2013–23</p>



<p><strong>R</strong>: crescita rapida, agli stessi ritmi del periodo 2013–23</p>



<p>Il secondo elemento è l’evoluzione dell’età media al parto: come si intuisce dalla fig. 2, più le future madri in Italia ritarderanno la loro fecondità, più il fenomeno della PMA si diffonderà. Anche in questo caso abbiamo previsto gli stessi tre scenari di crescita: N (nessuna), M (moderata) e R (rapida).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="460" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-1024x460.jpg" alt="" class="wp-image-24658" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-1024x460.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-300x135.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia-768x345.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2.-Quota-di-nascite-PMA-per-eta-in-Italia.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Il terzo elemento è la distribuzione per età delle future donne in età riproduttiva: più saranno mature, più a far figli saranno donne di età elevata e quindi con forte probabilità di ricorso alla PMA. In questo caso ci siamo basati sulle <a href="https://demo.istat.it/app/?i=PPR&amp;l=it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">previsioni Istat della popolazione residente</a>.<br>I risultati di questo esercizio sono riassunti nella tab. 1.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="283" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-1024x283.jpg" alt="" class="wp-image-24659" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-1024x283.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-300x83.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio-768x212.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Tabella-1.-Quota-di-nascite-con-PMA-in-Italia-previste-nel-quinquennio.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Quel che emerge è che l’invecchiamento della popolazione (cioè, delle potenziali madri) dovrebbe pesare poco o nulla, perché la struttura per età delle donne in età riproduttiva è già oggi molto anziana. In questo scenario “NN” (nessuna crescita dei due fattori considerati, età media al parto e propensione al ricorso alla procreazione medicalmente assistita) la quota delle nascite con PMA al 2045–49 dovrebbe essere intorno al 4,3%, praticamente come oggi.</p>



<p>Gli altri due fattori considerati, però, ragionevolmente non resteranno costanti ai livelli osservati nel 2023, ma continueranno a crescere. I loro effetti dovrebbero essere comparabili, come si vede al di fuori della diagonale principale della tabella. Nel caso di scenario “MM”, e cioè di crescita moderata di entrambi, la quota delle nascite PMA potrebbe raddoppiare rispetto a oggi, e arrivare all’8%. E nel caso “RR” di crescita rapida di entrambi (età media al parto e ricorso alla PMA), globalmente, i nati con PMA potrebbero salire fino al oltre il 15%.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong><strong>PMA: opportunità o incentivo al rinvio?</strong></strong></h3>



<p>Questi risultati vanno presi con molta cautela, evidentemente. Ma ci dicono che siamo avviati su una strada di crescente medicalizzazione delle nascite, conseguente anche al patologico ritardo dell’entrata in gravidanza. Questo comporta aumento di costi, di stress individuale, di pressione sul sistema sanitario (pubblico e privato), e, a causa dell’età genitoriale avanzata, anche di rischi per la salute, per la madre e per il bambino (a questo fine, le età ideali per la gravidanza pare che siano quelle tra 26 e 30 anni, almeno secondo Huang et al 2025). Lo stesso inserimento della PMA nei Livelli Essenziali di Assistenza può rappresentare un’arma a doppio taglio, soprattutto se non è accompagnato da adeguate campagne informative sulla salute riproduttiva e sugli effetti dell’età sulla fertilità, sia femminile sia maschile. Da un lato, infatti, garantire l’accesso alla PMA è fondamentale per aiutare le coppie con problemi di infertilità ad avere i figli desiderati; dall’altro, presentarla implicitamente come una soluzione sempre disponibile ed efficace potrebbe alimentare una falsa rassicurazione e favorire ulteriori rinvii: «tanto c’è la PMA». Ma la PMA non annulla i limiti biologici legati all’età. La letteratura medica mostra che, nelle donne, la fertilità comincia a diminuire già verso la fine dei vent’anni, cala più rapidamente dopo i 35 e si riduce in modo particolarmente marcato intorno ai 37-38 anni; negli uomini, il declino inizia verso la fine dei trent’anni e diventa più significativo tra i 40 e i 45 anni.</p>



<p>Aiutare i casi singoli di difficile conseguimento della genitorialità è un conto, ma il sostegno della fecondità in Italia, se lo si vuole attuare, richiede un cambio di direzione, a cominciare dall’età al primo figlio, che, con le giuste condizioni e prospettive di vita per i giovani, dovrebbe cominciare a scendere, e non di poco.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>Burgio A, Castagnaro C, De Santis G, Vignoli D, Vitali A (2026) The future of births via medically assisted reproduction in Italy: Scenarios to 2050, <em>PLoS One</em> 21(7): e0354135. <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0354135">https://doi.org/10.1371/journal.pone.0354135</a></p>



<p>Burgio A, Castagnaro C, Vignoli D, Vitali A (2025a) The contribution of medically assisted reproduction to total, age-, and parity-specific fertility in Italy. <em>Human Reproduction</em> 40(10):1972–1979. <a href="https://doi.org/10.1093/humrep/deaf137">https://doi.org/10.1093/humrep/deaf137</a></p>



<p>Burgio A, Castagnaro C, Vignoli D, Vitali A (2025b) <a href="https://www.neodemos.info/2025/10/21/la-procreazione-medicalmente-assistita-una-via-aperta-alla-genitorialita/">La procreazione medicalmente assistita: una via aperta alla genitorialità</a>, <em>Neodemos</em>, </p>



<p>Cozzani M et al (2025) Socioeconomic differences in ART treatment success: Evidence from Italy. <em>Demographic Research</em> 53(20): 611–628. <a href="https://doi.org/10.4054/DemRes.2025.53.20">https://doi.org/10.405.4/DemRes.2025.53.20</a></p>



<p>Huang L, Sauve R, Birkett N, Fergusson D, van Walraven C (2014) Risk Assessment of Adverse Birth Outcomes in Relation to Maternal Age. PLOS ONE, 9(12): e114843. <a href="https://doi.org/10.1371/journal.pone.0114843">https://doi.org/10.1371/journal.pone.0114843</a>&nbsp;</p>
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		<title>Espulsioni e deportazioni: Trump mantiene le promesse</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/09/29/espulsioni-e-deportazioni-trump-mantiene-le-promesse/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=espulsioni-e-deportazioni-trump-mantiene-le-promesse</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Steve S. Morgan]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Sep 2026 06:02:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[MAGA]]></category>
		<category><![CDATA[migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[USA]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In campagna elettorale Trump aveva promesso espulsioni di massa dei migranti irregolari: sta mantenendo la promessa, calpestando diritti umani e danneggiando il paese, come commenta ... <a title="Espulsioni e deportazioni: Trump mantiene le promesse" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/09/29/espulsioni-e-deportazioni-trump-mantiene-le-promesse/" aria-label="Per saperne di più su Espulsioni e deportazioni: Trump mantiene le promesse">Leggi</a></p>
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<p><em>In campagna elettorale Trump aveva promesso espulsioni di massa dei migranti irregolari: sta mantenendo la promessa, calpestando diritti umani e danneggiando il paese, come commenta Steve Morgan.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Delle millanterie, fandonie, minacce e promesse mirabolanti di Donald Trump esiste un elenco sterminato cui attingere. Nessuno oramai presta credito o attenzione al flusso inesauribile delle sue dichiarazioni. Ma è un errore: in campagna elettorale, aveva promesso di compiere la “più grande operazione di deportazione nella storia del paese”. E così, nell’anno e mezzo trascorso dalla sua elezione, sta tenendo fede alla sua parola, per sventura del suo paese. Nella logica MAGA – purtroppo diffusa in gran parte del mondo &#8211;&nbsp; l‘immigrazione compromette l’identità del paese, corrode le fondamenta della società, insidia la coesione. Niente di più antistorico e falso per un paese che si è formato con un flusso secolare di immigrati, fattori di crescita, dinamismo e innovazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Regolari e irregolari</strong></h3>



<p>Le statistiche USA definiscono “immigrati” tutti coloro che sono nati all’estero (foreign born) che rappresentano una quota molto alta, il 15% circa, dell’intera popolazione. Nella Figura 1, i 52 milioni di immigrati sono suddivisi a seconda del loro status giuridico: quasi tre quarti (73%) sono “lawful”, cioè, diremmo noi, “regolari”, anche perché in gran maggioranza (il 46% dei foreign born) sono cittadini americani. Il residuo dei regolari (il 27%) sono residenti, tra temporanei e permanenti, con le carte in regola. Oltre un quarto (il 27%) degli immigrati sono irregolari (unauthorized), per un totale di 14 milioni; di questi, 6 milioni godono di una qualche forma di protezione (richiedenti asilo, minori, rifugiati da Haiti, dall’Afghanistan e da altre provenienze): tuttavia la protezione non è assoluta e questi immigrati non sono esenti dal rischio di espulsione, come subito si dirà. Residuano 8 milioni che non hanno alcuna forma di protezione, e sono la collettività sulla quale si concentra l’azione di rastrellamento e espulsione di massa architettata e posta in opera con abbondanza di mezzi e pari determinazione, dall’amministrazione Trump. Si noterà che in questa collettività una quota maggioritaria ha un lavoro regolare, paga le tasse, manda i figli a scuola, ha una patente di guida, una fedina penale pulita e conduce – o, meglio, conduceva &#8211; una vita normale. E, fatto non secondario, è forza lavoro indispensabile per molti settori di attività.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--1024x735.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="735" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--1024x735.jpg" alt="" class="wp-image-24594" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--1024x735.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--300x215.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023--768x551.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-–-Immigrati-secondo-il-titolo-giuridico-regolari-lawful-e-irregolari-unauthorized-2023-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Crescono enormemente i rischi di espulsione</strong></h3>



<p>Abbiamo ricordato che circa 6 milioni di irregolari godevano di qualche forma di protezione, che ne impediva l’espulsione. Per esempio, lo<br>Status di Protezione Temporanea (TPS) consente di lavorare e risiedere legalmente per un certo periodo di tempo a cittadini di determinate nazionalità rimasti bloccati negli Stati Uniti a causa di disastri naturali o politici nei loro paesi d’origine. L’amministrazione Trump ha sistematicamente smantellato tali protezioni, così come altre che erano in vigore da decenni. A giugno, la Corte Suprema ha stabilito che l’amministrazione possa porre fine alle protezioni per i titolari di TPS provenienti dalla Siria e da Haiti. “Oltre un milione di persone provenienti da 13 paesi hanno ormai perso il TPS. Molti di loro non possono più lavorare, sono soggetti a espulsione per ordine del tribunale e, a differenza di alcune persone prive di documenti, sono particolarmente esposti perché il governo sa esattamente dove si trovano. «TUTTE le revoche del TPS sono ora IN VIGORE», ha pubblicato il&nbsp; (Department of Home Security) su X, un social media. «Chi ha subito la revoca del TPS dovrebbe andarsene SUBITO. Se non lo farà, lo ESPELLEREMO». Altri 170.000 salvadoregni con il TPS perderanno il loro status a settembre; alcuni di loro vivono in America da 25 anni”<sup>1</sup>.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il braccio armato di Trump</strong></h3>



<p>L’Immigration and Customs Enforcement (ICE) degli Stati Uniti è un’agenzia federale di polizia che fa capo al Department of Home Security. La sua missione dichiarata è quella di condurre indagini penali, far rispettare le leggi sull’immigrazione, salvaguardare la sicurezza nazionale e proteggere la sicurezza pubblica. L’ICE è stato istituito nell’ambito dell’Homeland Security Act del 2002, a seguito degli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle. Ha assorbito le precedenti funzioni dell’Immigration and Naturalization Service e dello United States Customs Service. E’ divisa in due rami, HSI (Homeland Security Investigation) e ERO (Enforcement and Removal Operations). Il bilancio, con i finanziamenti recenti, sfiora i 90 miliardi di dollari, 8-9 volte i livelli del decennio precedente. Il governo federale spende di più per l’ICE che per il Dipartimento di Giustizia, FBI inclusa. I dipendenti dell’ICE sono cresciuti da 10 a 22mila, e il reclutamento di nuovi agenti procede a pieno ritmo. Si progetta un forte ampliamento dei centri di detenzione, programmando una capacità di 100mila detenuti (per confronto, il sistema carcerario federale ha una capacità di 150mila). L’obbiettivo è l’espulsione di un milione di irregolari all’anno. I giudici dell’immigrazione, che lavorano per il Dipartimento di Giustizia, stanno emettendo provvedimenti di espulsione nei confronti dei migranti a un ritmo di gran lunga senza precedenti (Figura 2). Oltre 1,6 milioni di migranti sono ora soggetti a provvedimenti di espulsione (removal) che li espongono al rischio di essere deportati al primo contatto con l’ICE.</p>



<p>Le cronache hanno ampiamente descritto le durissime modalità di azione degli agenti dell’ICE, fermi e arresti brutali, violenze sboccate in alcuni omicidi che hanno profondamente colpito l’opinione pubblica, raid e intimidazioni. Episodi di agenti mascherati che hanno fermato e caricato persone “sospette” in veicoli non targati. Si è creato un clima di sospetto, che semina sconcerto e timore tra gli immigrati e riprovazione dei cittadini.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Accelerano le operazioni dell’ICE</strong></h3>



<p>Nonostante un’opinione pubblica sconcertata e contrariata – anche nell’elettorato trumpiano &#8211; dall’azione dell’ICE, l’Amministrazione Trump accelera la sua azione. La Figura 2 riporta l‘andamento delle ordinanze giudiziarie di espulsione durante questa prima fase del Trump 2, di gran lunga superiori a quelle delle amministrazioni precedenti, da Bush a Biden. I dati ufficiali dicono che “L&#8217;ICE ha espulso 356.389 persone nei primi 9,5 mesi circa dell&#8217;anno fiscale 2026 (iniziato il 1° ottobre 2025). Si tratta di una media di circa 1.260 espulsioni al giorno. A questo ritmo, l’anno fiscale 2026 si concluderebbe con circa 460.000 espulsioni, superando il record di 438.421 registrato dall’amministrazione Obama nell’anno fiscale 2013.<sup>2</sup>”</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="629" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--1024x629.jpg" alt="" class="wp-image-24595" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--1024x629.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--300x184.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026--768x472.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-2-–-Ordinanze-di-espulsione-2005-2026-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>La Figura 3 riporta l’andamento in rapida ascesa degli arresti compiuti dall’ICE: nel luglio scorso hanno sfiorato i 50mila, 1.600 al giorno, con l’obbiettivo di arrivare a una media giornaliera di 2mila. Si tenga conto che in Italia il numero giornaliero medio di persone arrestate supera di poco 400, ma per tutte le tipologie di reato, e non solo quelli legati all’irregolarità migratoria! Alla metà dell’anno corrente erano ben 65mila i migranti detenuti nelle “facilities” sparse in tutto il paese (una cifra identica a quella del totale dei detenuti in Italia alla fine dello scorso agosto, per tutte le forme di reato; ancora per confronto, negli Stati Uniti i detenuti sono quasi 2 milioni).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026-.jpg" target="_blank" rel="noreferrer noopener" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="629" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--1024x629.jpg" alt="" class="wp-image-24596" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--1024x629.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--300x184.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026--768x472.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figure-3-–-Arresti-dellICE-dati-mensili-2022-2026-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il duro giudizio di un giornale moderato</strong></h3>



<p>The Economist è una voce autorevole e moderata. Trascriviamo il duro giudizio di un suo recente editoriale<sup>3</sup>: “Respingere i nuovi arrivati è relativamente semplice. Rintracciare milioni di persone entrate clandestinamente decenni fa e che ora hanno un lavoro, una vita e una famiglia americana è difficile, costoso e causa enormi disagi alle imprese e alle comunità americane. Ciononostante, Trump ci sta provando. Per placare l’opinione pubblica, ha smorzato i toni della brutalità teatrale mostrata dagli agenti dell’ICE all’inizio di quest’anno, ma la campagna si è silenziosamente intensificata, anziché attenuarsi. Infine, e soprattutto, Trump sta rendendo l’America meno accogliente per i futuri migranti, anche per quelli più brillanti. Secondo una stima, il numero di nuovi visti per studenti rilasciati nel 2025 è sceso del 29% rispetto all’anno precedente, e l’amministrazione vuole che le aziende che necessitano di visti H-1B per personale altamente qualificato sborsino più di 100.000 dollari a persona solo per presentare la domanda.” Aggiungiamo un aspetto cui gli americani sono particolarmente sensibili: ogni espulsione costa al contribuente 17mila $, cui va aggiunto il “lucro cessante”, per un lavoratore in meno!</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup><a href="https://www.npr.org/2026/01/21/nx-s1-5674887/ice-budget-funding-congress-trump">  </a>Npr.org &#8211; <a href="https://www.npr.org/2026/01/21/nx-s1-5674887/ice-budget-funding-congress-trump" target="_blank" rel="noreferrer noopener">How ICE grew to be the highest-funded U.S. law enforcement agency</a></p>



<p><sup>2</sup> Si trattò di espulsioni di irregolari arrivati da poco tempo e di autori di reati</p>



<p><sup>3</sup> <em>The Economist</em>, 27 agosto 2026</p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/09/29/espulsioni-e-deportazioni-trump-mantiene-le-promesse/">Espulsioni e deportazioni: Trump mantiene le promesse</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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		<title>PISA 2025. La scuola italiana e le trappole della media</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/09/25/pisa-2025-la-scuola-italiana-e-le-trappole-della-media/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=pisa-2025-la-scuola-italiana-e-le-trappole-della-media</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Mariano Porcu]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 25 Sep 2026 08:07:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Istruzione e Lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[invalsi]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>I risultati di PISA 2025 mostrano una scuola italiana che mantiene sostanzialmente stabili i propri risultati in un contesto internazionale in peggioramento. Dietro questa stabilità ... <a title="PISA 2025. La scuola italiana e le trappole della media" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/09/25/pisa-2025-la-scuola-italiana-e-le-trappole-della-media/" aria-label="Per saperne di più su PISA 2025. La scuola italiana e le trappole della media">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>I risultati di PISA 2025 mostrano una scuola italiana che mantiene sostanzialmente stabili i propri risultati in un contesto internazionale in peggioramento. Dietro questa stabilità però, avverte Mariano Porcu, persistono forti differenze tra gli studenti e una debolezza nelle competenze computazionali, sempre più importanti nell’epoca dell’intelligenza artificiale.</em></p>



<p>Nelle ultime settimane sono stati pubblicati due importanti rapporti sugli apprendimenti nella scuola italiana: i risultati delle prove INVALSI 2026 e quelli dell’indagine OCSE-PISA 2025. Le prove INVALSI seguono gli studenti nei diversi passaggi del percorso scolastico e ne mostrano le differenze regionali e tra gli indirizzi; PISA valuta invece, su un campione di quindicenni, la capacità di utilizzare ciò che si è appreso e consente di confrontare l’Italia con gli altri sistemi di istruzione.<br>La prima cosa che tutti guardano sono le graduatorie, come, ad esempio, quella della tab. 1.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Porcu_Pisa.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="762" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Porcu_Pisa-1024x762.png" alt="" class="wp-image-24727" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Porcu_Pisa-1024x762.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Porcu_Pisa-300x223.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Porcu_Pisa-768x572.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Porcu_Pisa.png 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<p>Ma la rilevanza di PISA va oltre. La qualità delle procedure statistiche e la ricchezza delle informazioni raccolte consentono di mettere in relazione le competenze con le condizioni sociali degli studenti e con le caratteristiche delle scuole. I risultati devono essere interpretati tenendo conto della loro significatività statistica e senza trasformare le associazioni in rapporti causali. Da una prima lettura emerge, per l’Italia, un quadro apparentemente semplice: mentre gli apprendimenti peggiorano in media tra i paesi OCSE, quelli degli studenti italiani rimangono sostanzialmente stabili.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Stabili mentre la media scende</strong></h3>



<p>PISA esprime le competenze degli studenti come punteggi su una scala standardizzata: non sono voti né percentuali, ma consentono di misurare le differenze tra i paesi e le variazioni nel tempo nei diversi ambiti di valutazione. Tra il 2022 e il 2025, nella media dei paesi OCSE, i punteggi sono diminuiti significativamente di 14 punti in lettura e di 9 in matematica, mentre in scienze la flessione non è risultata significativa. In Italia, invece, nessuna delle variazioni osservate nei tre ambiti è statisticamente significativa. Nel 2025, il punteggio italiano è significativamente superiore alla media OCSE in lettura e non se ne discosta in modo significativo in scienze e matematica. È una tenuta da considerare, soprattutto in un quadro internazionale in cui i risultati medi hanno raggiunto i livelli più bassi mai registrati da PISA.</p>



<p>Tuttavia, con una lettura di questo tipo si rischia di cadere nelle trappole della media: se il termine di confronto si abbassa, restare fermi può apparire un avanzamento. La media OCSE continua a essere un riferimento indispensabile, ma non può diventare l’asticella con cui misurare la qualità del nostro sistema scolastico. Raggiungerla o superarla assume infatti un significato diverso se quella stessa media è in crescita o, come oggi, in arretramento.</p>



<p>La tenuta italiana si concentra soprattutto nella parte centrale della distribuzione. La quota di studenti classificati ai livelli più bassi in tutti e tre gli ambiti è significativamente inferiore alla media OCSE, 15,8% contro 19,7%; ma è inferiore anche quella degli studenti ai livelli più elevati in almeno un ambito, 10,1% contro 11,9%. La scuola italiana sembra dunque più capace di contenere la fragilità estrema che di promuovere l’eccellenza.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Ciò che la media nasconde</strong></h3>



<p>Ma il confronto con la media OCSE rappresenta soltanto la prima trappola. La seconda emerge quando si guarda dentro il risultato nazionale. Il punteggio medio riassume infatti le competenze di studenti molto diversi, rendendo meno visibili i loro differenti punti di forza e il peso delle condizioni di partenza sugli apprendimenti.</p>



<p>Le differenze di genere ne offrono l’esempio più immediato. In scienze ragazze e ragazzi conseguono risultati equivalenti, ma in lettura le ragazze superano i ragazzi di 28 punti, mentre in matematica sono i ragazzi ad avere un vantaggio di 17 punti. Ancora più ampio è il divario associato alle condizioni sociali: in scienze, 80 punti separano il quarto più avvantaggiato da quello più svantaggiato della distribuzione per condizione socioeconomica. La distanza non è significativamente diversa da quella media dell’OCSE, ma essere in linea con gli altri paesi non rende meno grave il peso delle risorse culturali ed economiche delle famiglie. Anche il background migratorio continua a contare: gli studenti senza background migratorio precedono gli altri di 46 punti.</p>



<p>Queste differenze non possono essere sommate né ricondotte a un’unica spiegazione. Mostrano però quanto poco il dato medio nazionale riesca a raccontare la pluralità delle esperienze scolastiche. La seconda trappola della media consiste proprio in questo: il valore aggregato nasconde che le opportunità di apprendere e le competenze acquisite rimangono profondamente diseguali.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La scuola alla prova del digitale</strong></h3>



<p>La stabilità dei risultati italiani deve essere valutata anche alla luce delle trasformazioni tecnologiche. PISA 2025 ha introdotto la valutazione del <em>problem solving</em> computazionale, ossia della capacità di affrontare problemi attraverso la modellizzazione e l’impiego di strumenti computazionali. In questo nuovo ambito il punteggio italiano è significativamente inferiore alla media OCSE: la tenuta nelle competenze tradizionali non sembra dunque estendersi a quelle più direttamente legate al digitale.</p>



<p>A questa debolezza non corrisponde una scarsa familiarità con le nuove tecnologie. Quasi la metà degli studenti italiani utilizza strumenti di intelligenza artificiale generativa almeno una volta alla settimana per apprendere; il 73,7% dichiara inoltre di avere valutato a scuola la qualità dei contenuti generati dall’IA, contro il 62,6% nella media OCSE. Tuttavia, soltanto il 28,4% afferma di non essere distratto dai dispositivi digitali durante le lezioni, contro il 39,2% nell’OCSE. Il 63,2% frequenta scuole nelle quali i cellulari sono vietati, mentre le linee guida specifiche sull’impiego didattico delle tecnologie sono meno diffuse che nella media OCSE: 59,1% contro 71,2%.</p>



<p>I dati descrivono una scuola sospesa tra due strategie: allontanare la tecnologia dall’aula per difendere l’attenzione oppure integrarla nell’apprendimento. Il divieto può avere una funzione, ma non basta. Poiché gli studenti utilizzano comunque l’intelligenza artificiale, la scuola deve (o almeno dovrebbe) insegnare loro a comprendere un problema prima di delegarne la soluzione, verificare le fonti, riconoscere risposte plausibili ma false e conservare l’autonomia del giudizio.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le competenze per il futuro</strong></h3>



<p>Le graduatorie di scienze, matematica e <em>problem solving</em> computazionale sono dominate dai sistemi di istruzione dell’Asia orientale: B-S-J-Z (le province cinesi di Beijing, Shanghai, Jiangsu e Zhejiang), Singapore, Macao, Taipei, Giappone e Corea. In scienze l’Estonia è l’unico paese non asiatico tra i primi sette. La loro distanza dalla media OCSE mostra che risultati molto più elevati sono possibili proprio nelle competenze decisive per l’innovazione scientifica e tecnologica.</p>



<p>Non si tratta di importare modelli educativi nati in contesti diversi, né di leggere le graduatorie come classifiche sportive. Ma la familiarità dei giovani con il digitale e l’intelligenza artificiale non può sostituire la capacità di comprendere la scienza, ragionare matematicamente e affrontare problemi con strumenti computazionali. La scuola italiana ha dimostrato di saper resistere. Ora deve trasformare questa tenuta in capacità di avanzare, riducendo le disuguaglianze e investendo nelle competenze necessarie per comprendere il mondo in continua trasformazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Per saperne di più</strong></h3>



<p>OECD (2026), <em>OECD PISA 2025 Results (Volume I): Future-ready students, </em>OECD Publishing, Paris, <a href="https://doi.org/10.1787/73451bc5-en">https://doi.org/10.1787/73451bc5-en</a> .</p>
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