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	<title>italiani &#8226; Neodemos</title>
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	<title>italiani &#8226; Neodemos</title>
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		<title>Italiani all’estero e referendum: Tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Livi Bacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 12 May 2026 08:35:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel recente referendum sulla giustizia, gli italiani all’estero hanno votato in maggioranza in modo opposto rispetto ai residenti in Italia. Ma il dato più interessante ... <a title="Italiani all’estero e referendum: Tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/05/12/italiani-allestero-e-referendum-tra-appartenenza-senza-presenza-e-presenza-senza-appartenenza/" aria-label="Per saperne di più su Italiani all’estero e referendum: Tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza">Leggi</a></p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Nel recente referendum sulla giustizia, gli italiani all’estero hanno votato in maggioranza in modo opposto rispetto ai residenti in Italia. Ma il dato più interessante è forse un altro: mentre nei paesi europei prevale il No, in molte realtà extraeuropee vince il Sì. Una frattura che rinvia a storie migratorie diverse e a differenti modi di vivere il legame con l’Italia. Ma che solleva anche una tensione sempre più evidente: fino a che punto l’appartenenza giuridica può prevalere sull’esperienza concreta di chi vive, lavora e partecipa ogni giorno alla vita di un paese?</em></p>



<p class="has-drop-cap">Il voto degli italiani all’estero in occasione del recente referendum costituzionale merita probabilmente più attenzione di quanta ne abbia ricevuta finora. Non solo per il risultato complessivo, ma soprattutto per la sua distribuzione geografica, che sembra delineare una configurazione tutt’altro che casuale.</p>



<p>In contrasto con quanto accaduto tra i residenti in Italia, la maggioranza&nbsp; degli elettori italiani all’estero ha sostenuto la riforma della giustizia proposta dal governo di Giorgia Meloni. Questo orientamento non è stato sufficiente a modificare l’esito finale della consultazione, eppure merita di essere analizzato.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Un altro voto dentro il voto: gli italiani all’estero</strong></h3>



<p>Nel voto estero, il “Sì” ha infatti ottenuto il 56,3% dei voti validi (803.632), contro il 43,7% del “No” (622.652 voti), con un’affluenza del 28,5%. La partecipazione è risultata più elevata in America Latina (33,7%), seguita dall’Europa (27%), mentre si attesta su livelli più bassi in Nord e Centro America (22,5%) e nelle aree di Africa, Asia, Oceania e Antartide (22,2%).<br>Al di là dei dati aggregati, è però la loro distribuzione territoriale a meritare particolare attenzione: i paesi europei sono infatti gli unici in cui il “No” alla riforma della giustizia proposta dal governo prevale con sistematicità (vedi tabella).<br>Preso isolatamente, questo elemento potrebbe apparire come una semplice variazione geografica. E tuttavia, la relativa coerenza di questa configurazione suggerisce una lettura più esigente: essa potrebbe rinviare a una frattura più profonda, non solo territoriale, ma anche storica, sociale e politica, all’interno dell’elettorato italiano all’estero.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Fig.-1-Il-voto-degli-italiani-allestero-nel-referendum-costituzionale-22-23-marzo-2026.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="934" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Fig.-1-Il-voto-degli-italiani-allestero-nel-referendum-costituzionale-22-23-marzo-2026-1024x934.jpg" alt="" class="wp-image-24104" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Fig.-1-Il-voto-degli-italiani-allestero-nel-referendum-costituzionale-22-23-marzo-2026-1024x934.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Fig.-1-Il-voto-degli-italiani-allestero-nel-referendum-costituzionale-22-23-marzo-2026-300x274.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Fig.-1-Il-voto-degli-italiani-allestero-nel-referendum-costituzionale-22-23-marzo-2026-768x701.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/05/Fig.-1-Il-voto-degli-italiani-allestero-nel-referendum-costituzionale-22-23-marzo-2026.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Storie migratorie, diaspore differenti e comportamenti elettorali</strong></h3>



<p>Una prima pista interpretativa riguarda la pluralità delle traiettorie migratorie che compongono oggi l’Italia fuori d’Italia. Le collettività italiane nel mondo non costituiscono un insieme omogeneo: sono il prodotto di ondate migratorie differenti, maturate in contesti economici, politici e culturali diversi. Queste storie continuano a incidere sulle forme di appartenenza nazionale, sui legami mantenuti con il paese d’origine e, verosimilmente, anche sui comportamenti politici.<br>In diversi paesi europei, la presenza italiana è in larga misura il risultato di mobilità relativamente recenti, spesso intensificatesi dopo la crisi del 2008. Si tratta frequentemente di persone più giovani, con livelli di istruzione medio-alti, inserite in percorsi professionali qualificati e in spazi transnazionali. Per una parte di esse, il rapporto con l’Italia resta diretto e aggiornato: seguono il dibattito pubblico, confrontano le istituzioni, mantengono relazioni regolari con il paese e ne condividono, almeno in parte, i conflitti politici.<br>Nei paesi segnati da una più antica immigrazione italiana – Stati Uniti, Canada e soprattutto America Latina – il corpo elettorale comprende invece una quota più ampia di discendenti di emigrati appartenenti a generazioni successive. In questi contesti, l’italianità può trasmettersi meno attraverso l’esperienza immediata delle istituzioni e più attraverso la memoria familiare, le reti comunitarie, i racconti migratori e la valorizzazione simbolica delle origini.<br>Questa distinzione richiama, almeno in parte, un’ipotesi formulata in un lavoro precedente: quella di una tensione tra due volti dell’emigrazione italiana nel mondo. Da un lato, una componente più cosmopolita, caratterizzata dalla mobilità, dalla pluralità delle appartenenze e dall’inserimento in universi sociali transnazionali. Dall’altro, una componente più identitaria, nella quale il legame con l’Italia si esprime soprattutto attraverso l’eredità familiare, la continuità simbolica e il richiamo alle radici.<sup>1</sup><br>Non si tratta, evidentemente, di contrapporre due blocchi omogenei né di ridurre le scelte elettorali a questa sola chiave di lettura. Le situazioni individuali restano molteplici, le generazioni si sovrappongono e ogni paese presenta propri clivages sociali e politici. Tuttavia, questa prospettiva consente di formulare un’ipotesi plausibile: a seconda delle storie migratorie, il voto può radicarsi diversamente — talvolta in un’esperienza concreta e comparativa delle politiche pubbliche, talvolta in rappresentazioni più simboliche della nazione, dell’ordine istituzionale o dell’identità collettiva.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’effetto della distanza politica</strong></h3>



<p>Un secondo elemento riguarda l’effetto della distanza. È possibile che l’allontanamento geografico – e, in parte, biografico – contribuisca a modificare il modo in cui le questioni istituzionali vengono percepite. Le riforme della giustizia, per esempio, non sono oggetti neutri: richiedono una certa familiarità con il funzionamento concreto dello Stato, con i suoi equilibri e con le sue tensioni. In assenza di questa esperienza diretta, il dibattito può tendere a semplificarsi, a polarizzarsi, a essere ricondotto a categorie più generali: ordine, efficienza, stabilità, leadership.<br>Naturalmente, queste ipotesi non esauriscono la complessità del fenomeno. Le comunità italiane all’estero sono tutt’altro che omogenee e, all’interno di ciascun paese, esistono differenze significative per classe sociale, generazione, livello di istruzione, partecipazione sociale e inserimento professionale. Allo stesso modo, sarebbe riduttivo spiegare le divergenze di voto unicamente in termini di informazione più o meno elevata.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una questione democratica più ampia</strong></h3>



<p>Resta tuttavia una domanda, che questo voto sembra rendere più visibile: in che modo si configura oggi la cittadinanza politica quando viene esercitata a distanza? E come si articolano – o si disarticolano – il diritto di partecipare alle decisioni collettive e l’esperienza concreta dei loro effetti? Non si tratta, evidentemente, di mettere di colpo in discussione il principio del voto degli italiani all’estero, che rappresenta in sé una conquista importante. Si tratta piuttosto di riconoscere che esso apre anche una serie di tensioni che meritano di essere nominate e analizzate.<br>In particolare, questo risultato elettorale invita a interrogare – senza semplificazioni – la pertinenza di un dispositivo che attribuisce pieni diritti di partecipazione politica anche a persone che, in alcuni casi, non hanno mai avuto un rapporto diretto e vissuto con le istituzioni del paese, mentre quegli stessi diritti restano negati a molte persone che in quel paese vivono, crescono, lavorano e contribuiscono ogni giorno.<br>Emerge così un paradosso difficilmente ignorabile. In molti contesti, appare quasi scontato richiedere a una persona immigrata una certa conoscenza delle istituzioni – talvolta persino della Costituzione – come condizione per accedere alla cittadinanza politica nel paese di residenza. Ma, nello stesso tempo, il diritto di voto a un referendum costituzionale può essere esercitato da persone che, in alcuni casi, non conoscono – o conoscono solo in modo molto indiretto – il funzionamento concreto del paese al quale sono giuridicamente legate.<br>La questione non è soltanto teorica. È una contraddizione concreta tra appartenenza senza presenza e presenza senza appartenenza.<br>Si delinea così uno scarto tra differenti definizioni della cittadinanza politica: da un lato, una cittadinanza fondata sull’appartenenza identitaria; dall’altro, una cittadinanza ancorata alla presenza effettiva, alla partecipazione sociale e al contributo concreto alla vita collettiva.</p>



<h2 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h2>



<p><sup>1</sup>Caldarini C., et al., <em>L&#8217;associazionismo dell&#8217;emigrazione italiana in transizione</em>. Edizioni Futura, 2022 (<a href="https://www.futura-editrice.it/prodotto/lassociazionismo-dellemigrazione-italiana-in-transizione/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’associazionismo dell’emigrazione italiana in transizione &#8211; Futura Editrice</a>).</p>
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		<title>Cittadinanza per discendenza cambiano le regole</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Corrado Bonifazi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 29 Apr 2025 07:48:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Nel Consiglio dei Ministri dello scorso 28 marzo sono stati approvati un decreto legge e due disegni di legge con cui il Governo è intervenuto sulle modalità di concessione della cittadinanza ai discendenti degli emigrati italiani. Viene così cambiata una normativa che si basava sui criteri stabiliti nel 1912 in un contesto migratorio completamente diverso da quello attuale e che presentava ormai vistosi limiti.</em></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Il contesto</strong></h3>



<p class="has-drop-cap">La legge sulla cittadinanza del 1992, riprendendo i criteri della norma del 1912, non poneva vincoli di generazione alla naturalizzazione per <em>ius sanguinis </em>e non prevedeva test di lingua o di conoscenza della cultura nazionale. Il diritto alla naturalizzazione veniva così a riguardare anche la sesta o la settima generazione di discendenti dei nostri emigranti. Un diritto senza limiti temporali, esigibile <em>on demand</em> e che, con il passare delle generazioni, ha inevitabilmente interessato una platea sempre più numerosa che, specie in alcuni paesi, ha ampiamente sfruttato in questi anni tale opportunità<sup>1</sup>. Secondo una stima del <em>Sole 24 Ore</em> nel 2023 le concessioni per discendenza dovrebbero essere state almeno 190 mila<sup>2</sup>, una cifra quasi 20 volte superiore alle circa 10 mila iscrizioni per acquisizione di cittadinanza che risultano per lo stesso anno dagli archivi dell’Aire secondo le stime della Fondazione Migrantes<sup>3</sup>. Una situazione fuori controllo, che ha sollevato la preoccupazione di diversi osservatori e, in particolare, del Ministero degli Esteri e che ha determinato in alcuni paesi, come vedremo più avanti, uno scarto rilevantissimo tra il numero effettivo di “emigrati” italiani e quello dei “cittadini” italiani residenti.&nbsp;</p>



<p>Il meccanismo di trasmissione automatica, senza verifiche della persistenza di legami di altro tipo, e i problemi economici e sociali di diversi paesi dell’America Latina hanno contribuito a determinare questa situazione. Come è stato evidenziato per il caso uruguayano, «chi sceglie di iniziare la pratica di cittadinanza lo fa perché intenzionato a lasciare aperta la possibilità a se stesso o ai propri figli di emigrare in Europa o negli Stati Uniti»<sup>4</sup>, ma, come viene notato nello stesso articolo, nel nostro continente non è certo l’Italia la principale destinazione di un’emigrazione che, per affinità linguistiche e politiche sociali, preferisce di gran lunga la Spagna. Uno stato di cose comune agli altri paesi dell’America meridionale che hanno attratto nei secoli scorsi la nostra emigrazione: grazie allo spazio offerto dalla legislazione italiana si è infatti avviata una vera e propria «caccia alla cittadinanza o, come viene detto dagli argentini di origine italiana, alla ricerca del “passaporto italiano”»<sup>5</sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La nuova normativa</strong></h3>



<p>Il decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri<sup>6</sup> ed entrato in vigore il 29 marzo introduce forti limitazioni alla trasmissione automatica della cittadinanza <em>iure sanguinis</em>, che viene circoscritta alle ultime due generazioni con la condizione che uno dei genitori o dei nonni sia nato in Italia. Resta automatica per i figli di italiani nati in Italia o se prima della loro nascita un genitore vi ha risieduto almeno due anni. Per non creare apolidi, i nuovi limiti valgono solo per chi ha un’altra cittadinanza.&nbsp;</p>



<p>L’obiettivo del provvedimento è di conciliare le esigenze di mantenere i legami con l’Italia e di incoraggiare il trasferimento nel nostro paese dei discendenti degli emigrati, assicurando al contempo l’allineamento della normativa a quella degli altri paesi dell’Unione, anche per rimuovere possibili fattori di distorsione nel funzionamento della libera circolazione. Non mancano preoccupazioni per la sicurezza nazionale, dato che la mancanza di legami reali «con la Repubblica in capo a un crescente numero di cittadini, che potrebbe raggiungere una consistenza pari o superiore alla popolazione residente nel territorio nazionale, costituisce un fattore di rischio serio ed attuale»<sup>7</sup>.&nbsp;</p>



<p>Nei due disegni di legge approvati viene delineato il quadro di riferimento complessivo della materia e la revisione dei servizi forniti all’estero ai cittadini e alle imprese<sup>8</sup>. Viene così introdotto nella normativa il principio del “legame effettivo” e posto il requisito di una “residenza qualificata” pari ad almeno due anni continuativi. Si stabilisce, inoltre, che per ottenere la naturalizzazione l’atto di nascita deve essere registrato prima del venticinquesimo compleanno e si introduce il principio della perdita di cittadinanza per “desuetudine” nel caso in cui manchino vincoli con il paese per almeno 25 anni.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>I numeri recenti</strong></h3>



<p>Alcune cifre provenienti da due fonti distinte, una italiana e l’altra internazionale, consentono di tracciare un quadro di sfondo all’interno del quale si collocano le nuove disposizioni. L’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE) contabilizza lo stock dei nostri connazionali che vivono stabilmente al di fuori dei confini nazionali. Da alcuni anni le statistiche diffuse dalla Fondazione Migrantes nel Rapporto italiani nel Mondo contengono anche le informazioni sui flussi annui che determinano la variazione degli stock da un anno all’altro. Ad inizio 2024 gli iscritti all’AIRE sono più di 6,1 milioni. Le stime delle Nazioni Unite<sup>9</sup> (UN – <em>United Nations</em>) riguardano invece i migranti internazionali che generalmente sono conteggiati considerando i residenti in paesi diversi da quelli di nascita. Le valutazioni più recenti, che si riferiscono a metà del 2024, stimano in 304 milioni i migranti internazionali nel Mondo, di cui poco più di 2,9 milioni sono gli italiani (cioè i nati in Italia).&nbsp;</p>



<p>Naturalmente, si tratta di due fonti distinte che colgono collettivi differenti. Appare però chiaro che alla data più recente gli emigrati italiani sono meno della metà (il 48% per l’esattezza) dei cittadini italiani residenti all’estero. D&#8217;altronde era già noto come tra questi ultimi i nati in Italia sono meno di 2 milioni (meno di un terzo). Il divario tra le due fonti si è via via accresciuto nel corso degli ultimi vent’anni visto che gli emigrati italiani, secondo i dati delle Nazioni Unite, sono cresciuti dal 2010 di circa 200 mila unità mentre i cittadini italiani iscritti all’AIRE sono praticamente raddoppiati (Fig. 1).</p>



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<p>Le due fonti forniscono una differente distribuzione della comunità italiana all’estero: gli iscritti all’AIRE sono nel 54% dei casi in un paese europeo e nel 33% in un paese latinoamericano; le stime degli emigrati italiani collocano in Europa oltre i due terzi del collettivo e nel Nord America un altro 18,5% (Tab. 1). Evidente è la discrepanza tra i dati delle due fonti nel caso dei paesi dell’America Latina, dove i cittadini italiani sono oltre 2 milioni e gli immigrati italiani meno di 200 mila, cioè neanche il 10% delle persone con passaporto del nostro paese. Particolarmente ampia è la differenza in Argentina e in Brasile, i due principali paesi di destinazione della grande emigrazione transoceanica di fine Ottocento e inizio Novecento, ma anche in Cile e Uruguay, che hanno comunque un numero di cittadini italiani iscritti all’AIRE notevolmente minore rispetto ai primi due paesi.&nbsp;</p>



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<p>Il confronto di queste due fonti consente quindi di notare la crescita straordinaria nell’ultimo ventennio dei cittadini italiani residenti all’estero e lo scarso collegamento di questa dinamica con la recente emigrazione italiana. Una parte importante della crescita dei cittadini italiani residenti all’estero è legata all’accesso al passaporto del nostro paese da parte di discendenti di terza, quarta e seguenti generazioni di italiani emigrati anche più di un secolo fa. Caso questo abbastanza frequente tra quelli che vivono nei paesi dell’America latina.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>In conclusione&nbsp;</strong></h3>



<p>Nel complesso il Decreto legge e i due Disegni di legge dovrebbero riuscire a mettere un freno a un meccanismo che, come si è cercato di mostrare, ha prodotto alcune situazioni decisamente fuori controllo. Il rischio, paventato nel decreto, che i residenti all’estero possano addirittura diventare più numerosi degli abitanti del paese appare alquanto remoto, ma non c’è dubbio che in America Latina si è oltrepassata da tempo la soglia di guardia. Basti considerare come il rapporto tra emigrati e cittadini nel complesso di questi paesi sia appena del 9,6% contro il 60% che si registra in Europa, il 92,7% in Oceania e il 117% nell’America del Nord.&nbsp;</p>



<p>Non mancheranno sicuramente resistenze per conservare nel nostro ordinamento un canale di naturalizzazione che più di un secolo fa venne adottato per difendere il legame con gli emigranti, messo in discussione dallo <em>ius soli</em> dei paesi d’arrivo. Il partito del “passaporto facile” si è in questi anni radicato attorno a tangibili interessi economici, come lascia intuire il fatto che nel tribunale di Venezia «alla data del 30.03.2025 i procedimenti in materia di riconoscimento della cittadinanza iscritti a partire dal 22 giugno 2022 ammontavano a 36.299»</p>



<p>Sarebbe infine auspicabile che il principio del legame effettivo con l’Italia, che ha condotto alla revisione in senso restrittivo dell’accesso alla cittadinanza per discendenza, trovi applicazione in altre parti della legge, consentendo di ridurre le condizioni temporali richieste per quanti, pur non essendo di origine italiana, hanno un evidente e consolidato rapporto con il nostro paese essendo nati e/o vivendo e lavorando stabilmente sul territorio nazionale.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>C. Bonifazi, “Italiani all’estero, una realtà complessa”, <em>Neodemos, </em>5 novembre 2024.</p>



<p><sup>2</sup>M. Finizio, V. Maglione e B. L. Mazzei, “Nuovi cittadini italiani, nel 2023 per 190mila via libera per discendenza”, <em>Sole 24 Ore</em>, 28 ottobre 2024.</p>



<p><sup>3</sup>Cfr. D. Licata, “Italiani e italiane all’estero nel 2024: una presenza in crescita, articolata ed eterogena”, in Fondazione Migrantes, <em>Rapporto Italiani nel Mondo 2024, </em>Editrice Tau, Todi, 2024, p. 12.</p>



<p><sup>4</sup>G. Ampollini ed E. Bravin, “Uruguay. Analisi dell’eredità migratoria italiana e risvolti attuali”, in Fondazione Migrantes, op. cit., p. 519.</p>



<p><sup>5</sup>M. Basti, “Argentina. Dalla cittadinanza come “optional” alla “corsa al passaporto””, in Fondazione Migrantes, op. cit., p. 292.</p>



<p><sup>6</sup><em><a href="https://www.integrazionemigranti.gov.it/Ricerca-news/Dettaglio-news/id/4212/Cittadinanza-per-discendenza-giro-di-vite-dal-governo" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Cittadinanza per discendenza, giro di vite dal governo</a></em>  e <em>Decreto-Legge&nbsp;28 marzo 2025, n. 36.&nbsp;<a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/03/28/25G00049/sg" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Disposizioni urgenti in materia di cittadinanz</a></em><a href="https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2025/03/28/25G00049/sg">a</a>.</p>



<p>&nbsp;<sup>7</sup>Cfr. <em>Decreto-Legge, </em>cit..</p>



<p><sup>8</sup> <em>Disposizioni in materia di cittadinanza</em> e <em>Disposizioni per la revisione dei servizi per i cittadini e le imprese all’estero.</em></p>



<p><sup>9</sup>United Nations (2025), <em>International migration stock 2024</em>.</p>



<p><sup>10</sup>Di questi quelli definiti erano 7.254 e 29.045 quelli pendenti.&nbsp;</p>



<p><sup>11</sup>S. Laganà, “Contributo in ordine alla conversione in legge del decreto-legge n. 36 del 2025”, <a href="https://www.senato.it/application/xmanager/projects/leg19/attachments/documento_evento_procedura_commissione/files/000/432/917/Dott._Salvatore_LAGANA_.pdf" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Audizione alla Commissione Affari Costituzionali del Senato della Repubblica</a>.</p>
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		<title>Italiani d’Europa: Quanti sono, dove sono? Una nuova stima sulla base dei profili di Facebook</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Ettore Recchi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 16 Apr 2021 07:46:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Geodemografia]]></category>
		<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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		<category><![CDATA[geodemos]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Secondo le statistiche ufficiali, gli Italiani all’estero iscritti negli speciali registri anagrafici, residenti nella Unione Europea, sono 2,2 milioni. Secondo Recchi, Gabrielli e Baglioni, gli ... <a title="Italiani d’Europa: Quanti sono, dove sono? Una nuova stima sulla base dei profili di Facebook" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2021/04/16/italiani-deuropa-quanti-sono-dove-sono-una-nuova-stima-sulla-base-dei-profili-di-facebook/" aria-label="Per saperne di più su Italiani d’Europa: Quanti sono, dove sono? Una nuova stima sulla base dei profili di Facebook">Leggi</a></p>
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<p><em>Secondo le statistiche ufficiali, gli Italiani all’estero iscritti negli speciali registri anagrafici, residenti nella Unione Europea, sono 2,2 milioni. Secondo Recchi, Gabrielli e Baglioni, gli italiani che effettivamente si trovano nella UE sono quasi un milione in più. E’ questo il risultato delle stime che gli autori fanno usando in modo innovativo le statistiche degli utenti di Facebook</em>.</p>



<p class="has-drop-cap">Secondo i dati dell’Anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero (AIRE), l’UE è l’area geopolitica in cui si concentra la maggiore presenza degli emigrati italiani nel mondo: il 41,6% del totale, ossia 2.200.000 persone. I dati di Eurostat, che raccolgono le informazioni sugli immigrati negli stati dell’UE, si fermano a 1.650.000 (dati online al 30.11.2019). Ancora inferiore, 1.176.000, è il computo dall’International Migration Database dell’OECD (dati online al 10.12.2019). Per sensazione diffusa, questi numeri sottostimano l’entità della diaspora italiana – specialmente in uno spazio sovranazionale come l’Unione Europea, caratterizzato dal regime di libera circolazione tra stati. &nbsp;i nuovi metodi di demografia digitale consentono di &nbsp;stimare il numero e le caratteristiche sociodemografiche degli italiani che vivono nei principali paesi europei attraverso una ricognizione dei profili Facebook in italiano effettuata tra novembre 2019 e giugno 2020. Il nostro censimento degli italiani in UE attraverso Facebook (UE28 immediatamente prima del Brexit, nel dicembre 2019) ne stima poco più di 3.100.000, una cifra dunque ben superiore ai residenti in forma ufficiale<sup>1</sup>. Questa stima si basa sul numero effettivo di profili che indicano l’italiano come lingua principale dell’utente Facebook, ponderato per il tasso di penetrazione di Facebook per fasce d’età, genere e livello di istruzione (laurea o diploma inferiore).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Italiani in Europa: più numerosi di quanto dicono le statistiche ufficiali</strong></h3>



<p>La presenza italiana in Europa non appare ripartita uniformemente tra i paesi che ne fanno parte, ma mostra concentrazioni differenziate, con tutta probabilità imputabili a presenze diasporiche consolidate, a legami preferenziali di tipo culturale e a opportunità di studio e di lavoro ritenute più appetibili di quelle domestiche. Come nelle rilevazioni ufficiali, e considerando la popolazione con più di 15 anni, il paese che accoglie il maggior numero di italiani è la Germania (1.198.032), che concentra più di un terzo delle presenze rilevate in Europa. A distanza, seguono la Gran Bretagna (14%)&nbsp; la Francia (13%)), la Spagna (10%) e il Belgio (6%) (tab. 1).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="418" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/la-dimensione-demografica-degli-italiani-2020-1024x418.jpg" alt="" class="wp-image-16339" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/la-dimensione-demografica-degli-italiani-2020-1024x418.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/la-dimensione-demografica-degli-italiani-2020-300x123.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/la-dimensione-demografica-degli-italiani-2020-768x314.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/la-dimensione-demografica-degli-italiani-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>In termini di genere, gli italiani-europei non riflettono la composizione della popolazione italiana di riferimento, con una sovrarappresentazione della presenza maschile, ma il dato aggregato maschera una situazione che varia da paese a paese. In Francia e Spagna la composizione per genere è esattamente uguale a quella che si ritrova in Italia, mentre tra i grandi paesi di immigrazione italiana è in Gran Bretagna che la connotazione maschile risulta più marcata (gli uomini sono il 51,3%).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Più anziani che giovani</strong></h3>



<p>La divergenza con il profilo demografico della popolazione italiana è ancora più cospicua – e sorprendente – in termini di distribuzione per classi di età (fig. 1). Nell’aggregato degli italiani-europei prevale la coorte degli anziani, mentre sia la proporzione di adulti che di giovani risulta inferiore a quella nazionale. Purtroppo, la natura dei nostri dati ci impedisce di distinguere in che misura questi migranti sono anziani anche in termini di esperienza migratoria e in che misura invece riflettono partenze recenti da un paese che invecchia e che riflette questo invecchiamento anche nella sua popolazione mobile. Una distribuzione simile all’aggregato europeo si rileva in Spagna e Germania, anche se in quest’ultima risulta un po’ più ampia la coorte centrale. I paesi francofoni riproducono in forma estremizzata la distribuzione aggregata europea: sia in Belgio che in Francia la quota di anziani supera la metà delle presenze e si riduce ulteriormente la proporzione di giovani (12,5% in Belgio e 16,5% in Francia). Del resto, Belgio e Francia sono anche paesi di tradizionale migrazione italiana negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento; quelle ondate migratorie hanno costituito comunità stabili e integrate, ormai in età avanzata. Fa eccezione a questo modello la Gran Bretagna, dove l’equilibrio tra le coorti è quasi perfetto, evidenziando la proporzione di giovani più alta tra quelle rilevate (15-34 anni: 33,4%), a testimonianza di una migrazione più recente e che è presumibilmente orientata verso la formazione e l’occupazione.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Giovani-adulti-e-anziani-della-diaspora-italiana-in-Europa-2020-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-16340" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Giovani-adulti-e-anziani-della-diaspora-italiana-in-Europa-2020-1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Giovani-adulti-e-anziani-della-diaspora-italiana-in-Europa-2020-300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Giovani-adulti-e-anziani-della-diaspora-italiana-in-Europa-2020-768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Giovani-adulti-e-anziani-della-diaspora-italiana-in-Europa-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>L’istruzione dei migranti: maggiore nel Regno Unito, minore in Germania</strong></h3>



<p>Anche sul terreno dell’istruzione i dati enfatizzano la specificità degli italiani-europei (fig. 2), come precedenti studi lasciavano del resto ipotizzare (Assirelli et al. 2019). La quota di laureati tra gli italiani che vivono nell’insieme dei paesi UE è nettamente superiore a quella degli italiani stanziali (il 21,9% contro il 14,9%), il che è tanto più notevole considerato che il profilo anagrafico degli espatriati, in cui le coorti mature hanno un peso cospicuo, farebbe piuttosto presumere un livello di istruzione inferiore. I laureati sono particolarmente sovrarappresentati in Gran Bretagna (25,9%) e Spagna (25,2%), mentre all’estremo opposto si situa la Germania (17,3%), dove si registra la quota più bassa, ma comunque superiore a quella del paese d’origine. Se ne evince la continuità di modelli migratori di lunga durata, in cui la Germania attrae soprattutto una manodopera italiana a bassa qualificazione, mentre la Gran Bretagna attinge più marcatamente a profili altamente qualificati (per esempio, nei settori finanziario e della ricerca).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="512" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Laureati-e-non-laureati-nella-diaspora-italiana-in-Europa-2020-1024x512.jpg" alt="" class="wp-image-16341" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Laureati-e-non-laureati-nella-diaspora-italiana-in-Europa-2020-1024x512.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Laureati-e-non-laureati-nella-diaspora-italiana-in-Europa-2020-300x150.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Laureati-e-non-laureati-nella-diaspora-italiana-in-Europa-2020-768x384.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/04/Laureati-e-non-laureati-nella-diaspora-italiana-in-Europa-2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una diaspora stabile, nonostante lo shock pandemico</strong></h3>



<p>Le variazioni della dimensione demografica della diaspora risultano minime tra fine 2019 e metà 2020. Persino l’esperimento naturale della pandemia, durante la quale si è creato un incentivo sanitario al rientro in patria dei migranti non iscritti al sistema previdenziale del paese ospite (cioè quelli meno radicati), non ha intaccato la taglia complessiva della popolazione degli italiani-europei. Anche le variazioni nei principali paesi risultano marginali, tenendo conto dei limiti di sensibilità statistica delle stime di Facebook (il sistema arrotonda il dato alle diecimila unità). L’unico paese in cui si registra una diminuzione degna di attenzione è il Regno Unito: il numero di italiani cala progressivamente in aprile, maggio e giugno 2020, mese in cui si contano circa un dieci per cento in meno di presenze rispetto alle rilevazioni dell’inverno precedente. Nel caso inglese, l’emergenza sanitaria si è sovrapposta all’incipiente Brexit, che destabilizza i diritti futuri dei cittadini europei – e quindi anche l’accesso al sistema sanitario pubblico. La pandemia ha quindi probabilmente rinforzato un’inclinazione al ritorno che era già latente tra gli italiani d’oltremanica.</p>



<p>In conclusione, dalle nostre stime emerge una popolazione di italiani-europei superiore di circa il 50% rispetto ai dati <a>dell’Anagrafe dei cittadini italiani residenti all’estero (AIRE) </a>e di circa il 100% rispetto ai dati Eurostat. Le disparità rispetto ai dati ufficiali risultano più o meno marcate a seconda dei paesi e del profilo demografico della diaspora. Nel suo complesso, la diaspora italiana in Europa mostra una presenza leggermente più alta di uomini, prevale la classe di età degli ultra 64enni rispetto a quella dei 35-64enni e si verifica una maggior presenza di laureati. Si rileva inoltre una forte stabilità della dimensione demografica di questa diaspora, che non subisce sostanziali variazioni nemmeno al momento della serrata per la pandemia Covid-19. Da ciò si deduce che la diaspora italiana in Europa è strutturata nella forma di comunità migranti a prevalente sedentarietà, con un profilo non del tutto assimilabile a quello degli italiani in patria, e in cui la componente di migrazione temporanea sembra avere un peso più ridotto di quanto finora ritenuto (ad esempio, Dubucs et al. 2017).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Riferimenti bibliografici</strong></h3>



<p>Assirelli, G., Barone, C., &amp; Recchi, E. (2019) “You Better Move On”: Determinants and Labor Market Outcomes of Graduate Migration from Italy. <em>International migration review</em>, <em>53</em>(1), 4-25.</p>



<p>Bonifazi, C. (2018) Da dove si parte, dove si va. <em>Il Mulino,</em> 6, 49-57.</p>



<p>Dubucs, H., Pfirsch, T., Recchi, E., &amp; Schmoll, C. (2017) ‘Je suis un Italien de Paris’: Italian migrants’ incorporation in a European capital city. <em>Journal of Ethnic and Migration Studies</em>, <em>43</em>(4), 578-595.</p>



<p>Spyratos, S., Vespe, M., Natale, F., Weber, I., Zagheni, E., &amp; Rango, M. (2018) <em>Migration data using social media: A European perspective</em>. Lussemburgo: Publications Office of the European Union.</p>



<p>Zagheni, E., Weber, I., &amp; Gummadi, K. (2017) Leveraging Facebook’s advertising platform to monitor stocks of migrants. <em>Population and Development Review</em>, <em>43</em>(4), 721-734.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><sup>1</sup>Dalla stima si sono espunti i dati di Malta e Romania riducendone il dato ai minimi termini delle indicazioni Eurostat, poiché le stime Facebook risultano probabilmente poco attendibili e approssimate per eccesso. Si è riscontrato questo inconveniente anche in tutti quegli stati che hanno un forte rapporto di prossimità storico-geografica con l’Italia (Albania e Svizzera).</p>
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		<title>Italiani nel Regno Unito prima della Brexit</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2021/03/02/italiani-nel-regno-unito-prima-della-brexit/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=italiani-nel-regno-unito-prima-della-brexit</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Stefania Marino]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 02 Mar 2021 09:08:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[brexit]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazione]]></category>
		<category><![CDATA[ISTAT]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[italiani]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[Regno Unito]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>L’immigrazione italiana nel Regno Unito è notevolmente cresciuta nello scorso decennio, attratta da una domanda di lavoro espressa da settori caratterizzati da un’ampia flessibilità contrattuale, come la ristorazione, che offre &nbsp;bassi salari, elevato turnover, scarsa formazione professionale e limitate opportunità di carriera. Stefania Marino e Giuseppe d’Onofrio osservano che l’indebolimento della legislazione e la minor forza dei sindacati, abbiano allargato le aree a forte flessibilità occupazionale &nbsp;che continueranno ad esprimere una forte domanda di lavoro immigrato,&nbsp; frustrando le promesse della Brexit di limitare l’immigrazione. &nbsp;</em></p>



<p class="has-drop-cap">La ripresa dell’emigrazione italiana verso il Regno Unito diventa un fenomeno degno di nota a partire dal &nbsp;2007 e nel decennio successivo<sup>1</sup> il Regno Unito diventa la principale destinazione degli immigrati italiani<sup>2</sup>. La letteratura accademica ha descritto il fenomeno migratorio italiano principalmente in termini di <em>brain drain</em>, cioè in termini di mobilità di giovani italiani altamente qualificati alla ricerca di migliori opportunità di crescita professionale. Meno attenzione è stata prestata all’analisi della crescente presenza di giovani immigrati italiani in settori e occupazioni a bassa qualifica, caratterizzati da inquadramenti contrattuali flessibili e bassa retribuzione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Caratteristiche e composizione</strong></h3>



<p>Nell’ultimo decennio protagonisti dell’emigrazione italiana nel Regno Unito sono stati giovani dai 18 ai 39 anni, provenienti principalmente dalle regioni del Nord. Dai dati Istat però emerge un elemento di discontinuità rispetto al dibattito sulla giovane migrazione italiana: i flussi verso il Regno Unito tendono sempre più a caratterizzarsi per una massiccia presenza di emigranti con un titolo di studio pari e inferiore al diploma di scuola secondaria di secondo grado. La componente dei laureati quindi, per quanto crescente nel tempo, costituisce una componente minoritaria sul totale dei flussi migratori (vedi tabella 1).</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="352" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/02/brexit_cancellazioni_anagrafiche_residenza_regno_unito_2020-1024x352.jpg" alt="" class="wp-image-16172" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/02/brexit_cancellazioni_anagrafiche_residenza_regno_unito_2020-1024x352.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/02/brexit_cancellazioni_anagrafiche_residenza_regno_unito_2020-300x103.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/02/brexit_cancellazioni_anagrafiche_residenza_regno_unito_2020-768x264.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2021/02/brexit_cancellazioni_anagrafiche_residenza_regno_unito_2020.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>L’elemento relativo ai livelli di scolarizzazione fornisce informazioni importanti sulla collocazione dei lavoratori italiani nel mercato del lavoro inglese e suggerisce l’emergere di un quadro più’ complesso del fenomeno migratorio italiano di “nuova generazione”. Tale complessità’ trova conferma in una nostra ricerca<sup>3</sup> svolta nell’area metropolitana di Manchester e condotta tra i lavoratori italiani del settore della ristorazione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>I lavoratori italiani nella ristorazione</strong></h3>



<p>La ristorazione e l’ospitalità alberghiera rappresenta il settore con il più elevato livello di concentrazione di manodopera straniera, ed è quello che dal 2008 in poi ha registrato la maggiore crescita di lavoratori europei. È proprio in questo settore che lavorano molti dei nuovi emigranti italiani. Dai racconti dei lavoratori emerge una sostanziale convergenza delle loro esperienze di vita e di lavoro rispetto ad alcune dimensioni quali l’inserimento nel mercato del lavoro, le condizioni di lavoro e la mancata progressione occupazionale. Molti degli italiani intervistati sottolineano come la ristorazione rappresenti un facile accesso al mercato del lavoro inglese, soprattutto se non si dispone di un elevato livello di qualificazione. I lavoratori con livelli di scolarizzazione medio-alta spesso considerano queste occupazioni come strategia temporanea di inserimento, rimandendoci in qualche caso “intrappolati” al pari dei lavoratori con qualifiche e livelli di istruzione inferiori.&nbsp;</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>‘Purtroppo chi arriva qui si ritrova a lavorare soprattutto nella ristorazione perché questo è il settore dove è più facile trovare lavoro e dove c’è più richiesta di personale. {&#8230;} È l’ancora di salvezza per la stragrande maggioranza delle persone che decidono di emigrare qui’ (Emilia).</em></p></blockquote>



<p>Le esperienze di lavoro sono caratterizzate da una forte precarietà occupazionale e da un inquadramento contrattuale “a zero ore”, che rende il lavoratore disponibile ad essere chiamato senza che gli sia garantito un numero minimo di ore di lavoro. I ritmi e carichi di lavoro sono elevati:</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p><em>‘Lavoro come cameriera in un fast-food. I miei colleghi sono soprattutto italiani, spagnoli, rumeni e polacchi. Guadagno otto sterline all’ora e ho un contratto a zero ore. Lavoro circa nove ore al giorno per cinque giorni a settimana. Dico circa perché se il manager ha bisogno di manodopera, io mi faccio le mie ore di lavoro stabilite. Se non c’è bisogno, loro sono liberi di mandarti a casa anche dopo due ore. {&#8230;} Il lavoro è molto stancante perché hai dolori ovunque. Specialmente durante la chiusura, a fine serata, si lavora come muli’ (Vanessa).</em></p></blockquote>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Mercato del lavoro e potere di attrazione</strong></h3>



<p>Se i fattori che nel paese di origine spingono i giovani italiani a migrare rimangono di fondamentale importanza, occorre anche sottolineare come l’elevata domanda di lavoro straniero espressa dal Regno Unito sia un fattore determinante del fenomeno migratorio italiano verso il paese e delle sue caratteristiche. Tale domanda proviene principalmente da settori caratterizzati da un’ampia flessibilità contrattuale, a bassa richiesta di qualifiche professionali, bassi salari, elevato turnover, scarsa formazione professionale e limitate opportunità di carriera. Dalla metà degli anni 2000 questa domanda inizia ad essere soddisfatta in maniera&nbsp; crescente dall’ immigrazione intra-europea, percepita come preferibile a quella extra-europea, soprattutto &nbsp;perché più’ snella da gestire da un punto di vista amministrativo<em>. </em>A partire dal 2008, la modifica in senso più restrittivo delle politiche migratorie inglesi indirizzate ai lavoratori extra-europei contribuisce ulterioremente ad una loro «sostituzione» con i lavoratori europei<sup>4</sup>. Emergono anche, sempre più’ chiaramente, preferenze datoriali per specifiche nazionalità, percepite come «più adeguate» a ricoprire determinate funzioni, contribuendo quindi alla loro concentrazione in determinati settori e occupazioni<sup>5</sup>. L’importanza di queste dinamiche nello spiegare l’immigrazione proveniente dai paesi dell’Europa orientale, di nuovo accesso all’ Unione Europea, si estende anche alla recente emigrazione dei lavoratori italiani<sup>6</sup>. Tali dinamiche infatti aiutano ad interpretare la mobilità dei giovani italiani con bassi livelli di scolarizzazione, ma in parte anche quella di giovani con livello di istruzione medio-alta, verso settori specifici di cui la ristorazione costituisce un importante esempio.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Conclusioni</strong></h3>



<p>L’immigrazione italiana «di ultima generazione» verso il Regno Unito va analizzata anche alla luce dell’ampia domanda di lavoro straniero e a “basso-costo” espressa dal paese. Le preferenze datoriali e le specifiche strategie di reclutamento della manodopera straniera sono state fortemente influenzate dall’operare congiunto di fattori istituzionali, politiche economiche e di welfare e dal contesto sociale. Lo smantellamento progressivo della legislazione a protezione dell’occupazione, il declino del ruolo e della posizione dei sindacati hanno contribuito fortemente ad allargare le aree di flessibilità’ occupazionale creando situazioni al limite dello sfruttamento e dannose per i lavoratori sia stranieri che inglesi. In considerazione dell’importanza del lavoro straniero per il funzionamento di settori chiave dell’economia inglese, che l’attuale pandemia ha ulteriormente confermato, rimane da capire come il Regno Unito affronterà la riduzione sostanziale del bacino di manodopera europea, fino ad oggi offerta dal framework di libera circolazione. E’ difficile credere nelle “promesse” del Brexit di limitare se non “fermare” l’immigrazione verso il paese in mancanza di radicali cambiamenti istituzionali relativi ad esempio al sistema della produzione e della formazione professionale.</p>



<hr class="wp-block-separator"/>



<p><sup>1</sup> Istat, <em>Migrazioni internazionali e interne della popolazione residente </em>(vari anni) «Statistiche Report».</p>



<p><sup>2</sup> Istat, <em>Iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente</em> «Statistiche Report», Gennaio 2021.</p>



<p><sup>3</sup>Marino S., D’Onofrio G. (2017) La Brexit e l&#8217;immigrazione italiana di nuova generazione nel Regno Unito, in S. Boffo, E. Pugliese (a cura di), La nuova emigrazione italiana. Innovazioni e Persistenze, La Rivista delle politiche sociali, n.4, pp. 53-76.</p>



<p><sup>4</sup>Cfr. Menz G., 2009, Political Economy of Managed Migration, Oxford University Press, Oxford.</p>



<p><sup>5</sup> Cfr. MacKenzie R., Forde C. 2009, The rhetoric of the “good worker” versus the realities of employers’ use and the experiences of migrant workers, Work, Employment and Society, Vol. 23, Issue 1, pp. 142-159. Cfr McCollum D., Findlay A. 2015, Flexible workers for flexible jobs? The labour market function of A8 migrant labour in the UK, Work, Employment and Society, Vol. 29, No 3, pp. 427-443.</p>



<p><sup>6</sup>Cfr. D’Angelo A. e Kofman E., 2017, UK: Large-Scale European Migration and the Challenge to EU Free Movement, in Lafleur J.M. e Stanek M. (a cura di), South-North Migration of EU Citizens in Times of Crisis, Springer Link, pp. 175-192;&nbsp; Rienzo C., 2016, Migrants in UK Labour Market: An Overview, The Migration Observatory at the University of Oxford. </p>



<p></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow"><p></p></blockquote>
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		<title>Mobilità internazionale degli italiani: vecchie e nuove motivazioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandro Rosina]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Dec 2020 14:26:00 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Convegno: &#8220;Le migrazioni degli italiani. Le relazioni&#8221; relazione di: Alessandro Rosina: Mobilità internazionale degli italiani: vecchie e nuove motivazioni &#8211; del 29 ottobre 2020</p>
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		<title>Stefania Marino e Giuseppe D&#8217;Onofrio: L’immigrazione italiana nel Regno Unito prima della Brexit</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Neodemos]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Dec 2020 14:13:00 +0000</pubDate>
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