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	<title>Mutamenti &#8226; Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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	<title>Mutamenti &#8226; Neodemos</title>
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		<title>Esiste ancora una popolazione agricola?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Massimo Livi Bacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 18 Sep 2026 07:59:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mutamenti]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[immigrati]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In una fase di regressione demografica, i pochi giovani non rimpiazzano i vecchi e si parla spesso di crisi del “ricambio generazionale”. Soprattutto in agricoltura, che si sostiene con una popolazione attiva molto invecchiata, il cui ricambio, osserva Massimo Livi Bacci, si affida sempre più all’immigrazione.</p>
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<p><em>In una fase di regressione demografica, i pochi giovani non rimpiazzano i vecchi e si parla spesso di crisi del “ricambio generazionale”. Soprattutto in agricoltura, che si sostiene con una popolazione attiva molto invecchiata, il cui ricambio, osserva Massimo Livi Bacci, si affida sempre più all’immigrazione.</em><sup>1</sup></p>



<p class="has-drop-cap">Nel prossimo trentennio il paese diventerà meno popoloso e molto più vecchio; le nuove generazioni non riusciranno a “sostituire” quelle dei loro genitori e quelle dei loro nonni, e solo flussi di immigrazione assai più numerosi di quelli attuali potranno rallentare, ma non arrestare, il regresso demografico. La società e l’economia dovranno adattarsi a una situazione di scarsità di risorse umane, mediamente assai più anziane ma dotate di migliori risorse conoscitive e intellettuali. L’intera società dovrà adattarsi, riformandosi e ristrutturandosi. Anche il settore agricolo!</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>C’era una volta la popolazione agricola&#8230;</strong></h3>



<p>Nel 1861, data del primo censimento dell’Italia Unita, il 70% della popolazione attiva era impegnata nel settore agricolo; all’inizio del secolo scorso la percentuale era leggermente diminuita al 62%, e bisognò arrivare alla seconda guerra mondiale perché scendesse sotto il 50% (Figura 1). Fino ad allora, quella italiana era una popolazione in maggioranza dipendente dal lavoro agricolo e dimorante in contesti rurali: piccoli proprietari, fittavoli, mezzadri, braccianti, giornalieri. Inoltre, gli attivi in agricoltura erano in genere membri di famiglie più o meno estese che traevano il loro reddito dal lavoro agricolo. C’era dunque una popolazione che potremmo definire agricola, strutturata in nuclei familiari, dimorante in contesti prevalentemente rurali, poco protetti da un debole stato sociale. In questa popolazione il ricambio generazionale era assicurato da una riproduttività esuberante, contrastata dalla forte emigrazione verso l’interno e verso l’estero. Dall’Unità d’Italia, e fino all’ultimo dopoguerra, la demografia della popolazione agricola ha generato cospicui eccedenti e sospinto abbondanti flussi di emigrazione e di riconversione verso attività nei settori secondario e terziario.&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Popolazione-attiva-in-agricoltura_Livi_Bacci.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="445" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Popolazione-attiva-in-agricoltura_Livi_Bacci-1024x445.jpg" alt="" class="wp-image-24524" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Popolazione-attiva-in-agricoltura_Livi_Bacci-1024x445.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Popolazione-attiva-in-agricoltura_Livi_Bacci-300x130.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Popolazione-attiva-in-agricoltura_Livi_Bacci-768x333.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-1-Popolazione-attiva-in-agricoltura_Livi_Bacci.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>&#8230;che oggi, nel mondo sviluppato, non esiste quasi più</strong></h3>



<p>A partire dagli anni ’50, la natalità delle popolazioni rurali è andata convergendo con quella del resto della popolazione, diventando fattore di regresso demografico. Nella popolazione agricola e contadina, il ricambio generazionale avveniva all’interno della famiglia, al netto dei componenti che per scelta o necessità si spostavano in altri settori e ambienti di vita.&nbsp;</p>



<p>Oggi, come nel resto del mondo sviluppato, la popolazione agricola, come entità demografica e sociale, non esiste quasi più. La UE stima che nel periodo 2022-35 l’occupazione agricola dei 27 paesi membri sia destinata a diminuire del 30% in media, e del 40% in Italia. Secondo l’Istat gli attivi (non gli occupati) in agricoltura valgono appena il 3 per cento del totale degli attivi, e questa quota è in diminuzione. Gli occupati in agricoltura sono valutati attorno al milione anche se le stime sono imprecise e molte persone coinvolte lo sono parzialmente e irregolarmente. Le tendenze in atto sono state così riassunte: “una manodopera sempre più matura, con un’età media in costante aumento, una presenza maschile in crescita a scapito di quella femminile e una componente straniera di lavoratori nati all’estero che assume un ruolo sempre più determinante per la tenuta produttiva del settore.” Secondo l’INPS, nel 2024, su poco più di un milione di operai agricoli dipendenti, gli anziani oltre i 60 anni erano il 13,4%, una proporzione in netto aumento negli ultimi anni. I lavoratori tra i 20 e i 40 anni, un tempo in maggioranza nei campi, continuano a diminuire, suggerendo che i più giovani abbiano migliori prospettive in altri settori di attività, mentre i più anziani restano nei campi per necessità, integrando redditi e pensioni insufficienti. Un’indagine sulla “permanenza” di giovanissimi nel lavoro agricolo nel periodo 2017-24 ha trovato che “dopo un solo anno, quasi la metà dei giovanissimi aveva già abbandonato il settore, e nel 2024 meno di un quinto continuava a lavorare. Potrebbe essere il segnale di un’agricoltura percepita come un rifugio temporaneo e non come una carriera”<sup>2</sup>.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Sempre più stranieri</strong></h3>



<p>La trasformazione più interessante riguarda gli stranieri, la cui quota è in continuo aumento (Fig. 2). Nel 2024 era pari al 42%, rispetto al 35% del 2014. “Chi arriva da fuori l’Italia, infatti, lavora ormai mediamente più a lungo e con maggiore continuità, diventando spesso una componente fondamentale per interi comparti produttivi. L’agricoltura italiana sembra faticare sempre più ad attrarre manodopera locale, un fenomeno spiegabile con l’invecchiamento della popolazione e una crescente preferenza, soprattutto tra i giovani, per lavori percepiti come meno faticosi, più stabili o con maggiori tutele”.&nbsp;</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura_2_incidenza_lavoratori_salariati_stranieri_Livi_Bacci.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="445" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura_2_incidenza_lavoratori_salariati_stranieri_Livi_Bacci-1024x445.jpg" alt="" class="wp-image-24525" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura_2_incidenza_lavoratori_salariati_stranieri_Livi_Bacci-1024x445.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura_2_incidenza_lavoratori_salariati_stranieri_Livi_Bacci-300x130.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura_2_incidenza_lavoratori_salariati_stranieri_Livi_Bacci-768x333.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura_2_incidenza_lavoratori_salariati_stranieri_Livi_Bacci.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>A questo quadro manca un comparto tanto rilevante quanto sconosciuto: quanti sono gli immigrati irregolari che lavorano nel comparto agricolo? L’Ismu (2026) stima che gli irregolari in Italia siano 339mila (una cifra troppo precisa per un fenomeno per sua natura poco conoscibile) e una parte importante lavora al nero in agricoltura; cifre tra i 200 e i 300mila irregolari sono ricorrentemente citate dai responsabili del settore.</p>



<p>Di loro si hanno notizie episodiche e confuse, mancano informazioni attendibili su età, genere, provenienze, lavoro, mobilità, durata del soggiorno in situazione di irregolarità, e altre informazioni utili, se non essenziali, per efficienti azioni politiche.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Autonomi e coltivatori diretti</strong></h3>



<p>Non esistendo più una popolazione agricola, ma un aggregato di persone socialmente molto eterogenee, non si può parlare di un vero e proprio ricambio: chi entra normalmente non ha legami con chi esce. Se non, forse, per parte di quell’aggregato di famiglie di autonomi (in gran parte coltivatori diretti) che traggono una parte rilevante del loro reddito dal lavoro agricolo. Anche in questi casi (come in tutta la UE, Fig. 3) la distribuzione per età del capo azienda è fortemente spostata verso le età anziane: più della metà (52%, 2024) ha più di 55 anni, e le generazioni più giovani sono nettamente sguarnite numericamente (appena il 12,5% ha meno di 35 anni). Le probabilità che riescano a sostituire i più anziani sono scarse, non solo per questioni numeriche ma anche, e soprattutto, per l’attrattività di altre professioni. Un’indagine sulle famiglie rurali condotta dall’ISMEA,pubblicata nel 2014 e sfortunatamente non più ripetuta, oltre all’aspetto negativo dell’isolamento fisico delle aziende, segnalava che “secondo i figli degli agricoltori, per incentivare un giovane ad intraprendere l’attività di imprenditore agricolo bisognerebbe favorire l’accesso al credito e le attività di formazione tecnica agronomica, di impresa e quella indirizzata alla creazione e sviluppo di attività connesse”. Sono inoltre necessarie “informazioni su finanziamenti e normativa, sui mercati e su innovazioni e buone prassi. Sostegno alla genitorialità, servizi di cura per l’infanzia, scuole, ospedali insieme con maggiori servizi sostitutivi nel lavoro rappresentano le tipologie di sostegno che più delle altre aiuterebbero i giovani a sviluppare il proprio progetto di vita lavorativo e familiare in un’area rurale”. Le diagnosi sulla situazione attuale non sarebbero presumibilmente troppo diverse, e mostrano i tanti ostacoli che si frappongono al ricambio tra giovani e anziani.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-_distribuzione_per_eta_Livi_Bacci.jpg" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" width="1024" height="463" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-_distribuzione_per_eta_Livi_Bacci-1024x463.jpg" alt="" class="wp-image-24527" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-_distribuzione_per_eta_Livi_Bacci-1024x463.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-_distribuzione_per_eta_Livi_Bacci-300x136.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-_distribuzione_per_eta_Livi_Bacci-768x348.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/09/Figura-3-_distribuzione_per_eta_Livi_Bacci.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<p>Nel medio lungo-periodo, l’occupazione agricola è destinata a ridursi (del 40% nel 2022-2035, secondo la UE), ma i responsabili del settore parlano di una domanda insoddisfatta di due o tre centinaia di migliaia di lavoratori. Una riduzione nel lungo periodo è del tutto plausibile, come dimostra la storia di molti paesi avanzati nei quali meno dell’1% degli occupati lavora in agricoltura. Ma nel breve-medio periodo? Teniamo presente che i giovani stanno diventando merce sempre più rara: tra il 2026 e il 2056, i giovani tra i 15 e i 24 anni (già pochi oggi) diminuiranno del 30% (come in Spagna e in Grecia), e saranno probabilmente sempre più attratti da altri percorsi lavorativi. Delle giovani generazioni degli autonomi ho già detto. L’immigrazione è, certamente, una strada percorribile, ma non dall’Europa, dove il pool dei giovani possibili migranti si sta rapidamente restringendo per la debolissima demografia dei maggiori paesi di provenienza (Polonia, Romania, Bulgaria&#8230;) (Fig.4). Restano ovviamente i paesi che un tempo si chiamavano “in via di sviluppo”, alcuni dei quali –come la Tailandia – sono corteggiati dal nostro governo, ma è aperta la “questione migratoria”, oggetto di feroci scontri politici in Italia e altrove nel mondo. Scontri che orientano le politiche in senso restrittivo e rendono la migrazione regolare un percorso a ostacoli per i migranti, e per la società che di migranti ha bisogno (imprese, famiglie, istituzioni).</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Contiamo sugli immigrati!</strong></h3>



<p>La regressione demografica si accompagna, inevitabilmente, con la regressione delle giovani generazioni. Nel lungo periodo, lo sviluppo economico e tecnologico e l’evoluzione della produttività determineranno una riduzione della quantità di lavoro nel settore agricolo. Ma nel breve-medio periodo è presumibile che la domanda di lavoro del comparto continui ad eccedere l’offerta, accentuando il deficit strutturale del ricambio generazionale. Solo l’immigrazione può attenuare questo deficit, inclusa la graduale emersione della massa di irregolari. Ma occorrerà una profonda revisione della politica migratoria, nelle modalità di reclutamento, di accoglienza, di formazione e di integrazione degli immigrati. Nel contempo, occorre operare perché, per le nuove generazioni, l’agricoltura venga percepita non come “un rifugio temporaneo” ma come una carriera. Già questo avviene in alcuni settori, come nella vinicoltura, divenuta attività prestigiosa. E, nel contempo, all’azione politica spetterà di contenere l’illegalità, lo sfruttamento, l’evasione, il caporalato: fenomeni che allontanano le giovani generazioni da attività potenzialmente attrattive. E di rimuovere quegli ostacoli sociali –ed economici- che tengono lontani i giovani dall’agricoltura.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong>ù</h3>



<p><sup>1</sup> Questo testo è parte dell’intervento “Agricoltura, senza famiglia” da me tenuto al Convegno di Sidea, Siea e Ceset “Territori rurali in transizione: politiche, innovazioni e futuri possibili” (Firenze, il 1° settembre 2026)</p>



<p><sup>2</sup> UILA, <em>Bollettino agricolo</em>, Ottobre 2025</p>
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		<item>
		<title>Un discorso sulla Montagna: 2) Occorre una nuova organizzazione</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/04/28/un-discorso-sulla-montagna-2-occorre-una-nuova-organizzazione/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=un-discorso-sulla-montagna-2-occorre-una-nuova-organizzazione</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Breschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:48:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mutamenti]]></category>
		<category><![CDATA[calo demografico]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Nel secondo dei tre articoli dedicati alla Montagna, Marco Breschi rinnova l’idea che, per quanto riguarda la montagna, ‘Piccolo può essere bello’, e afferma che un nuovo paradigma è imprescindibile. Occorre, cioè, riconoscere che ‘piccolo’ non è sinonimo di vetusto o, ancor peggio, di sconfitta. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/04/28/un-discorso-sulla-montagna-2-occorre-una-nuova-organizzazione/">Un discorso sulla Montagna: 2) Occorre una nuova organizzazione</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Nel secondo dei tre articoli dedicati alla Montagna, Marco Breschi rinnova l’idea che, per quanto riguarda la montagna, ‘Piccolo può essere bello’, e afferma che un nuovo paradigma è imprescindibile. Occorre, cioè, riconoscere che ‘piccolo’ non è sinonimo di vetusto o, ancor peggio, di sconfitta. Il ‘rimpicciolimento’ può essere un’occasione per ripensare il modello di crescita e, soprattutto, un’opportunità per uno sviluppo di qualità.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Da un punto di vista della meccanica demografica, la minaccia della desertificazione nelle terre alte e marginalizzate può essere scongiurata nell’immediato (vale a dire nei prossimi decenni) soltanto attraverso la leva dell’immigrazione. L’arrivo di giovani, di nuovi potenziali genitori, di coppie con figli, di pensionati con pezzi delle loro famiglie, oltre a infondere nuova linfa in territori asfittici, aiuterebbe a trattenere coloro che in queste terre vivono e vogliono mettere su famiglia, e permetterebbe alle attività economiche di sopravvivere e, perché no, anche di crescere e prosperare, come sta succedendo in pochi casi da analizzare, però, con grande attenzione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una rivoluzione amministrativa</strong></h3>



<p>Il risvolto demografico è la malattia più incombente nella Montagna fragile, e la leva demografica dell’immigrazioni da sola non basta. Prioritario è, innanzitutto, avere ben presente il ruolo fondamentale dei Comuni per il Paese, come è spesso richiamato dal Presidente della Repubblica, Mattarella. “La democrazia dei Comuni, la più vicina ai cittadini, è la radice basilare della democrazia del nostro Paese. Costituisce la prima linea delle istituzioni della Repubblica […]. I Comuni sono importanti per la tenuta sociale ed economica dei territori; rappresentano l’emblema delle diversità, ma anche la libertà e l’unità su cui si basa il nostro Paese. Investire su di loro significa investire sul futuro”.</p>



<p>Ecco alcune chiare e valide ragioni per evitare la scomparsa dei Comuni, anche di quelli più piccoli, e, all’opposto, agire per dare una conformazione più efficace e sostenibile al sistema dei comuni attraverso unioni, gestioni associate e convenzioni. Lo strumento tecnico-amministrativo offerto dalla fusione tra comuni non è la soluzione: riduce la democrazia, cancella la storia e, non ultimo, allontana ancor più i servizi dai cittadini. Più stimolante e promettente è, a prescindere dalla forma, fare le cose insieme. La grande politica (nazionale e regionale) sproni, anche con risorse ad hoc, i Comuni a fare gioco di squadra e a superare piccole e grandi rivalità. Attraverso lo stare insieme nella propria autonomia si avrebbe sinergia su servizi e infrastrutture, condivisione di competenze e conoscenze, capacità di guardare al futuro oltre i ristretti territori, opportunità di risparmio, di reperimento di personale qualificato e di ottimizzazione delle risorse. Nondimeno sarebbe di grande beneficio dare vita ad agili centri di competenze a sostegno degli enti locali della Montagna. Centri che, in stretta collaborazione con le Università e i vari operatori del territorio, potrebbero rilevare e analizzare i fabbisogni, supportare i processi di sviluppo locale e rafforzare la capacità di spesa, in particolare per quanto riguarda i fondi europei, statali e regionali. Potrebbero inoltre offrire affiancamento e formazione negli ambiti amministrativo, gestionale e tecnico, promuovere il miglioramento organizzativo degli enti e favorire l’adozione di tecnologie innovative nei processi di lavoro e nei servizi ai cittadini.</p>



<p>Con il gioco di squadra tra i comuni, salendo sui rispettivi campanili per guardare lontano, si crea anche una nuova e partecipata risposta alla complessità delle nuove sfide. Nel nuovo millennio le profonde crisi del sistema produttivo e del lavoro hanno spinto verso una riorganizzazione sociale complessiva. Sono emerse con chiarezza precarietà lavorativa e incertezza sul futuro. Senza un governo pubblico capace di garantire risorse e opportunità per tutti, i singoli e le famiglie hanno trovato soluzioni e strategie in ambito privato. Ne è derivato un accrescimento delle diseguaglianze sociali con un rischio maggiore di marginalizzazione e di esclusione sociale per coloro che non dispongono di risorse economiche, né di capitali relazionali.</p>



<p>Questo percorso sembra avere trovato una strana alleanza con il declino demografico. Laddove il declino è più forte, le conseguenze risultano evidenti. Guardiamo al pluridecennale calo delle nascite da una prospettiva non solo demografica. Le conseguenze di questa tendenza sono ben note in particolare a chi, giorno dopo giorno, lavora in settori che hanno a che fare con nascite, infanti, bambini e alunni. Pur tra resistenze, i reparti di neonatologia e di ginecologia, il sistema integrato di educazione dell’infanzia, l’intero ciclo della scuola primaria (le elementari) così come quello della scuola secondaria di primo grado (le medie) hanno vissuto processi di accorpamento e riorganizzazione. Le riduzioni hanno colpito soprattutto i territori meno abitati accentuando la disparità tra aree urbane, rurali e montane. La chiusura di presidi medici, di asili, di scuole elementari e medie hanno prima tolto posti di lavoro e hanno poi reso sempre più difficile la vita alle popolazioni dei tanti piccoli paesi dell’Italia.</p>



<p>Meno nati (in prospettiva: meno popolazione) significa, alla luce di un modello improntato alla concentrazione, solo diseguaglianza. Il declino è, però, così marcato che ha investito anche le zone forti: i processi di riorganizzazione stanno ormai colpendo alcune aree urbanizzate al punto che si impone un ripensamento negli stessi modelli utilizzati per fornire prestazioni e servizi ai cittadini.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una diversa erogazione dei servizi</strong></h3>



<p>Per vedere ripartire il nostro Paese si deve rifuggire dalla logica aziendale, secondo cui per dare un servizio è necessario un numero minimo di utenti o ancor peggio di clienti. Alcuni servizi, su tutti istruzione e sanità, non sono un costo ma un investimento: incredibile è che bisogna dirlo oggi più di ieri.</p>



<p>Con il grande e innegabile successo dello strabordante e luccicante modello incentrato sul binomio città-industria, senza accorgersene è passato anche un altro paradigma dello sviluppo confacente al processo d’accentramento e alla logica dei numeri. Si è, infatti, radicato il principio che ‘grande’ è bello e funzionale. All’opposto, tutto ciò che era ‘piccolo’ voleva dire inefficiente e scarso. Una scuola primaria di paese, spesso con le sue pluriclassi, non poteva rivaleggiare con il vasto plesso scolastico e la nuova moderna organizzazione dell’insegnamento. L’ambulatorio medico di paese, vetusto emblema del processo ottocentesco di diffusione delle conoscenze sanitarie, non era in grado di competere con il grande ospedale tecnologico e superspecializzato. Eppure, avrebbe fatto molto comodo, in epoca Covid.</p>



<p>La visione ‘grande è meglio’ ha trovato un irresistibile alleato nel minore costo. Una logica diventata stringente quando, sotto l’incalzare di una spesa pubblica fuori controllo, è stata attuata una politica-amministrativa distorta con il risultato che i servizi essenziali si sono allontanati dai cittadini, trascurando il dettato costituzionale. La chiusura dei servizi primari ha accelerato il processo di spopolamento dei comuni più piccoli. Un’emorragia a tutto tondo, in parallelo agli sportelli bancari che continuano a chiudere, i telefonini che non prendono, la banda larga che resta un miraggio, la tv di Stato e non che ‘sfarfalla’, i bar, i negozi e le edicole che tirano giù la serranda e pure le pompe di benzina spariscono creando seri problemi ai residenti. Poi ci si stupisce se i piccoli comuni si spopolano e sembrano destinati a morire.</p>



<p>L’efficienza, l’efficacia, l’equità non sono però correlate all’ampiezza. Sempre più numerosi sono, infatti, gli esempi, che ‘Piccolo è bello’. Un nuovo paradigma è, dunque, imprescindibile.</p>



<p>Il riconoscimento che ‘piccolo’ non è sinonimo di vetusto o, ancor peggio, di sconfitta. Il ‘rimpicciolimento’ può essere un’occasione per ripensare il modello di crescita e, soprattutto, un’opportunità per puntare verso l’alto e la qualità. Bisogna abbandonare la dittatura dei numeri e degli algoritmi che oggi è alla base di ogni scelta politico-amministrativa, altrimenti si distrugge la coesione sociale e si marginalizzano sempre più fino a farle scomparire culture millenarie che hanno sostenuto e arricchito per secoli il nostro Paese.</p>



<p>La vera e più difficile sfida è far sì che tutti, diciamo tutti, i nati dei prossimi decenni (un quarto in meno di quelli di oggi in tutta Italia) beneficino di un reale, vero, uguale ascensore sociale e culturale.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La Costituzione calpestata</strong></h3>



<p>Utilizzare il declino demografico per ridurre le diseguaglianze non è un cambio di orizzonte, bensì un ritorno all’origine. I nostri padri costituenti ci avevano, infatti, dato un programma, un impegno, un lavoro da compiere ma non ci siamo riusciti. L’articolo 3 dovrebbe essere sicuramente quello che rende la Costituzione viva e attuale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ecco, in molti comuni dell’Appennino, si è ben lontani da averlo raggiunto. Non a caso, la stessa Costituzione (art. 44) riconosce implicitamente la fragilità della Montagna nel disporre provvedimenti legislativi a favore delle zone montane. Resta, comunque, centrale il punto di “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare cure sanitarie a tutti, dare a tutti gli uomini e a tutte le donne la dignità di uomini e di donne. Il punto cardine è, dunque, arrivare al 2050 con una popolazione che vive in Montagna o, meglio, vive della Montagna. Tale possibilità è, ancora una volta, nelle parole della Costituzione.</p>



<p>Proviamo a calarle operativamente nella realtà. La Politica, anche la Buona Politica, non è stata in grado di attivare interventi efficaci per ridurre le diseguaglianze individuali e territoriali. Partendo da questa sconfitta, dalla complessità della sfida e dal ridotto tempo a disposizione ci sono strade possibili da percorrere.</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="390" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--1024x390.jpg" alt="" class="wp-image-24077" style="width:814px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--1024x390.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--300x114.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--768x292.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


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		<title>Terra e cibo: l’inizio di una rivoluzione?</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/04/10/terra-e-cibo-linizio-di-una-rivoluzione-2/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=terra-e-cibo-linizio-di-una-rivoluzione-2</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Massimo Livi Bacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 14:09:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mutamenti]]></category>
		<category><![CDATA[agricoltura]]></category>
		<category><![CDATA[ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[inquinamento]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>L’adeguamento della produzione di cibo alla crescita della popolazione è avvenuto, nel tempo, con lo sviluppo della produttività e l’estensione delle terre poste a coltura e a pascolo. Massimo Livi Bacci sottolinea l’inversione di tendenza avvenuta dall’inizio del secolo, con la sensibile riduzione delle superfici a pascolo, che forse prelude ad una vera e propria rivoluzione del rapporto tra agricoltura e ambiente.</p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>L’adeguamento della produzione di cibo alla crescita della popolazione è avvenuto, nel tempo, con lo sviluppo della produttività e l’estensione delle terre poste a coltura e a pascolo. Massimo Livi Bacci sottolinea l’inversione di tendenza avvenuta dall’inizio del secolo, con la sensibile riduzione delle superfici a pascolo, che forse prelude ad una vera e propria rivoluzione del rapporto tra agricoltura e ambiente.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Se si escludono i periodi di gravi calamità, imputabili alla natura o alla dissennatezza umana – peraltro numerosi, e spesso prolungati – la Madre Terra è stata in grado di sfamare i suoi ospiti umani: qualche milione all’inizio dell’agricoltura, oltre otto miliardi oggi, in avvicinamento ai dieci miliardi previsti tra qualche decennio. O forse sarebbe più corretto dire che gli umani sono riusciti a sfamarsi con le risorse messe a disposizione dalla Madre Terra. Ma, in ogni epoca e in ogni luogo, una quota importante dell’umanità ha sofferto la fame col suo carico di malattie e di morti causate più dalle iniquità sociali che dalla mancanza di cibo. Oggi, nonostante la disponibilità di risorse conoscitive, scientifiche, e tecniche enormemente accresciute rispetto al passato, un abitante del pianeta su dodici soffre la fame o è malnutrito. La tecnologia è capace di colonizzare lo spazio, ma non di garantire un piatto di lenticchie a chi soffre la fame.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Meglio nutriti, ma non basta</strong></h3>



<p>Queste considerazioni non debbono oscurare il fatto che almeno a livello globale si sono fatti notevoli progressi nonostante che le disuguaglianze tra paesi, o tra strati sociali, continuino ad essere rilevanti. Al lordo degli sprechi, le disponibilità caloriche pro-capite giornaliere, nel 2024, sono prossime a 3000 kcal nella media mondiale, con un minimo in Africa (2500) e un massimo in America del nord (oltre 3500). Valori in sensibile crescita rispetto al 2000, quando erano rispettivamente pari a 2700, 2400 e 3400. Il progresso è confermato da una misura più sofisticata, denominata «indice di adeguatezza calorica della dieta» (Adesa), o il rapporto tra l’energia calorica contenuta dalla dieta effettiva ed il fabbisogno della popolazione considerata. Un rapporto pari al 100% implica che la dieta effettiva è sufficiente solo nell’astratto caso di perfetta uguaglianza di consumi dei componenti della popolazione, ma data la distribuzione asimmetrica delle risorse caloriche (a causa delle forti disuguaglianze tra persone), un rapporto del 100% implica che una notevole parte di questa rimane affamata<sup>1</sup>, e questo vale, di norma, anche per rapporti superiori, ma inferiori al 120%. A livello globale il rapporto è cresciuto da 113 nel 2003-05 a 125 nel 2022-2024, denotando un notevole progresso, ma l’indicatore rimane sensibilmente inferiore a 120 nell’Africa Sub-Sahariana e nell’Asia meridionale.</p>



<p>Dai dati emerge un graduale miglioramento dei livelli medi di alimentazione, ma con il permanere di forti disuguaglianze tra paesi e nei paesi, e un’incidenza ancora molto elevata degli affamati e dei malnutriti. Non basterà perciò che i sistemi agroalimentari producano un 20-25% di alimenti in più nei prossimi trent’anni, al ritmo della crescita demografica: dovranno fare di più per migliorare i livelli nutritivi là dove sono tuttora insufficienti, e abbassare le disuguaglianze.</p>



<p>Dall’inizio del secolo scorso ad oggi, nonostante che la popolazione sia quintuplicata di numero e sia meglio nutrita, i prezzi reali dei cereali (grano, mais e riso) – da cui proviene la maggior parte dell’apporto calorico dell’umanità– hanno tracciato un percorso discendente. L’andamento dei prezzi di queste derrate è una buona spia delle tensioni dei mercati, dell’abbondanza e della scarsità: con diverse oscillazioni, la discesa ha portato gli indici, nel 2020, a livelli tra un quarto e un terzo di quelli d’inizio ‘900. Proseguirà questo favorevole andamento nel futuro? Riusciranno i sistemi agroalimentari a soddisfare la domanda crescente? Continuerà a crescere la produttività del sistema?</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Tre opzioni per il futuro</strong></h3>



<p>Le tendenze del passato illustrano le opzioni aperte per il futuro. La Figura 1 riporta – per il mezzo secolo appena trascorso – l’andamento dell’indice di produzione dei cereali (quadruplicato), quello dell’input di fertilizzanti (cresciuto di nove volte), e la superficie coltivata, praticamente invariata. Le stesse opzioni sono aperte per il futuro: l’espansione della produzione di cereali potrà essere ottenuta sia espandendo la terra da coltivare, sia attraverso l’intensificazione produttiva della terra già coltivata. Le due opzioni hanno però effetti potenziali diversi sull’ambiente. L’estensione delle coltivazioni accresce l’antropizzazione dello spazio, ma non occorre citare Malthus per comprendere che questo processo non può continuare per sempre; invero in molti paesi – in Bangladesh, per esempio – i limiti sono già stati raggiunti.&nbsp;</p>



<p>La seconda opzione – intensificazione della produzione &#8211; dipende da molti fattori, ma soprattutto dal maggior uso sia di fertilizzanti e di prodotti chimici, sia di acqua per l’irrigazione. Generando così maggiore inquinamento dei suoli e delle acque, con le ben conosciute conseguenze negative.&nbsp;&nbsp;</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1-Produzione-di-cereali-consumo-di-fertilizzanti.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="679" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1-Produzione-di-cereali-consumo-di-fertilizzanti-1024x679.jpg" alt="" class="wp-image-24296" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1-Produzione-di-cereali-consumo-di-fertilizzanti-1024x679.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1-Produzione-di-cereali-consumo-di-fertilizzanti-300x199.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1-Produzione-di-cereali-consumo-di-fertilizzanti-768x509.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-1-Produzione-di-cereali-consumo-di-fertilizzanti.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una rivoluzione in vista?&nbsp;</strong></h3>



<p>Dall’inizio di questo millennio, sia pure molto lentamente, una nuova tendenza sembra affermarsi. La quota di superficie terrestre abitabile dedicata all’agricoltura ha smesso di crescere e ha iniziato un lento declino. Si produce più cibo utilizzando meno spazio. Una rivoluzione rispetto alla tendenza storica lunga millenni, durante i quali conflitti, esplorazioni, bonifiche, deforestazione hanno messo a coltura e a pascolo porzioni sempre maggiori della superficie terrestre. La Figura 2 dà conto di questa storica inversione. Che però è la conseguenza di una sensibile diminuzione delle terre a pascolo, poiché l’allevamento oggi si fa sempre più nei ristretti spazi delle aziende agricole e sempre meno nei pascoli liberi. Mentre continua ad aumentare la superficie a coltura, ma in misura assai inferiore alla diminuzione della superficie dei pascoli. Hannah Ritchie e Max Roser hanno&nbsp; scritto:<sup>2</sup> “La tendenza storica a lungo termine all’espansione dei terreni agricoli non è destinata a continuare. Esistono modi per ridurre considerevolmente l’uso del suolo a fini agricoli. Infatti, passando a diete base vegetale, risparmieremmo grandi quantità di terreno grazie alla riduzione dei pascoli e dei terreni coltivati destinati all’alimentazione animale. Abbandonando i biocarburanti, libereremmo terreni attualmente utilizzati per la coltivazione di cereali, oli vegetali e altre materie prime. Migliorando la produttività dell’uso del suolo — sia utilizzando pascoli più efficienti sia aumentando le rese dei raccolti — possiamo continuare a produrre più cibo utilizzando meno terra. Si tratterebbe di un risultato straordinario se vogliamo preservare la biodiversità mondiale. La produzione alimentare è il principale fattore di perdita di biodiversità in tutto il mondo. Questo è stato vero per gran parte della nostra storia ed è vero ancora oggi.” In prospettiva, negli ultimi decenni del secolo, la popolazione mondiale arresterà la sua crescita e la domanda di cibo è destinata a rallentare.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-2-–-Produzione-agricola-e-superficie-della-terra-dedicata-alle-colture-e-ai-pascoli-.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="679" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-2-–-Produzione-agricola-e-superficie-della-terra-dedicata-alle-colture-e-ai-pascoli--1024x679.jpg" alt="" class="wp-image-24297" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-2-–-Produzione-agricola-e-superficie-della-terra-dedicata-alle-colture-e-ai-pascoli--1024x679.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-2-–-Produzione-agricola-e-superficie-della-terra-dedicata-alle-colture-e-ai-pascoli--300x199.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-2-–-Produzione-agricola-e-superficie-della-terra-dedicata-alle-colture-e-ai-pascoli--768x509.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/07/Figura-2-–-Produzione-agricola-e-superficie-della-terra-dedicata-alle-colture-e-ai-pascoli-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>1</sup>Questo indicatore esprime la Disponibilità Energetica della Dieta (in inglese: Des, o Dietary Energy Supply, e cioè la disponibilità energetico-calorica pro capite per persona) in percentuale dell’indicatore Ader (che esprime il fabbisogno energetico-calorico di una determinata popolazione).</p>



<p><sup>2</sup> &nbsp;Hannah Ritchie&nbsp;and&nbsp;Max Roser, <a href="https://ourworldindata.org/global-land-for-agriculture#article-citation">Half of the world’s habitable land is used for agriculture</a>. </p>
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		<title>Un discorso sulla Montagna: 1) Invertire un erroneo paradigma culturale</title>
		<link>https://www.neodemos.info/2026/04/10/un-discorso-sulla-montagna-1-invertire-un-erroneo-paradigma-culturale-2/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=un-discorso-sulla-montagna-1-invertire-un-erroneo-paradigma-culturale-2</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[Marco Breschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 14:08:44 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mutamenti]]></category>
		<category><![CDATA[calo demografico]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[paesi montani]]></category>
		<category><![CDATA[popolazione]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Lo spopolamento della montagna è un fenomeno oramai secolare, inarrestabile fino ad oggi, minacciosa per le risorse ambientale, culturali ed economiche di vasta parte del territorio, e per l’equilibrio dello sviluppo dell’intero Paese. Ce ne parla, nel primo di tre articoli, Marco Breschi, che alla sua esperienza di studioso1 aggiunge quella di sindaco di un piccolo comune di montagna. </p>
<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/04/10/un-discorso-sulla-montagna-1-invertire-un-erroneo-paradigma-culturale-2/">Un discorso sulla Montagna: 1) Invertire un erroneo paradigma culturale</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<p><em>Lo spopolamento della montagna è un fenomeno oramai secolare, inarrestabile fino ad oggi, minacciosa per le risorse ambientale, culturali ed economiche di vasta parte del territorio, e per l’equilibrio dello sviluppo dell’intero Paese. Ce ne parla, nel primo di tre articoli, Marco Breschi, che alla sua esperienza di studioso<sup>1</sup> aggiunge quella di sindaco di un piccolo comune di montagna. E che sostiene la necessità di una osmosi tra Città e Montagna perché, in futuro, l’una avrà sempre più bisogno dell’altra, e viceversa.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Quasi tutti i Paesi europei, in primis quelli mediterranei, hanno raggiunto livelli di natalità così bassi che, senza immigrazioni, porteranno al dimezzamento del numero di abitanti entro la fine del secolo, come certificano i quadri prospettici elaborati da numerosi Centri statistici nazionali e internazionali.&nbsp;</p>



<p>Esistono, però, in tutta Europa vasti territori dove il futuro demografico è il presente. Nel nostro Paese è sufficiente salire verso le montagne, soprattutto nelle numerose valli del lungo Appennino e delle aree interne delle due isole maggiori. Lassù la proporzione di anziani è quella attesa verso il 2100, un quarto di nonni sono figli, gli adulti in deciso calo, i bambini quasi un’eccezione, le famiglie numerose una rarità. Queste valli, pari ad oltre un terzo dell’intera superficie nazionale, stanno andando incontro alla desertificazione demografica nel pressoché generale disinteresse della grande politica e del governo, che fa poco o nulla per cercare di invertire la direzione.</p>



<p>Ancora oggi, soprattutto nel Meridione e nelle valli più lontane dell’Appennino settentrionale e centrale, continua la fuga degli abitanti, stanchi di non essere ascoltati e sempre più privi di servizi fondamentali (su tutti, sanità, scuola e trasporti). Emigrazione e bassa natalità conducono all’inevitabile declino della popolazione. Il sistema Paese non può rinunciare ad un terzo del suo territorio, non foss’altro che per motivi semplicemente egoistici. Le metropoli, le città, le pianure, la prima collina avrebbero intorno un territorio vuoto e abbandonato destinato a “franare” verso il basso con le acque non più controllate, i declivi sempre più fragili, i boschi inaccessibili e incombenti, gli animali selvatici di ogni tipo, ma anche con la drammatica perdita di un patrimonio umano, storico e ambientale.</p>



<p>Il tempo a disposizione per evitare il tracollo prima demografico e poi totale è poco, il breve torno di una-due generazioni. Soluzioni facili non esistono, tuttavia il futuro non è un destino prefissato, ma un risultato delle nostre azioni nel presente.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La necessità di un deciso cambio di rotta</strong></h3>



<p>In Italia, la situazione è critica in molti dei numerosissimi piccoli comuni dell’entroterra, ormai vicini alla desertificazione. E, in mancanza di misure adeguate, ben oltre la metà del territorio nazionale rischia di svuotarsi. In epoca moderna, non ci sono molti esempi di popolazioni in declino che possano permetterci di comprenderne le cause, di valutarne le conseguenze, di suggerire rimedi. Qualche interessante spunto lo possiamo trarre dai numerosi casi di società duali, cioè con ampie zone in declino o in ristagno demografico, per l’emigrazione verso l’estero o verso la parte più sviluppata del paese. Le vaste terre alte e marginalizzate dell’Appennino, con tutte le regioni del Mezzogiorno, ognuna con le sue ben note peculiarità, sono parte di questo mondo duale. La montagna ha fortemente contribuito ai flussi di emigrazione verso le Americhe; verso l’Europa nel secondo dopoguerra; verso il Centro-Nord più sviluppato negli anni ’50 e ’60; verso larga parte delle città e pianure negli ultimi decenni. Tuttavia, nei centosessantacinque anni dall’Unità, il divario dal resto dell’Italia non si è colmato, contrariamente a quanto è avvenuto in Paesi duali dove i flussi migratori hanno contribuito a moderare il distacco delle regioni di partenza da quelle di arrivo. All’opposto, le valli degli Appennini sono entrate in una spirale di profonda decrescita. Se nel passato la parte più debole del Paese era dotata di un ampio numero di abitanti, oggi e soprattutto domani, è destinata a fare i conti con un vuoto demografico amplificato da un continuo stillicidio di giovani che, ancora, lasciano la montagna: indubitabile riflesso del distacco delle terre alte e remote dalla frontiera della innovazione socio-economica.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una strategia insufficiente</strong></h3>



<p>La Strategia nazionale per le aree interne (Snai), comparsa per la prima volta nel 2014, ha sottolineato la necessità di una politica territoriale ad hoc per migliorare la qualità dei servizi e creare condizioni favorevoli anche nei territori più marginali. Da allora queste aree sono state oggetto di varie analisi e attenzioni che però, almeno finora, non sono servite a mettere in campo politiche vincenti. Indubbiamente ci vogliono tempi lunghi e politiche durature. Investire nei territori non vuol dire dare un po’ di assistenzialismo, spesso in termini di risorse finanziarie poco più che briciole, ma garantire opportunità in più. Chi vive in Montagna ha la netta sensazione che la strada intrapresa sia ben diversa come, del resto, ha certificato di recente l’attuale Governo in un documento ufficiale. L’ultimo Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne, prendendo atto dell’irreversibilità del processo di spopolamento di alcune aree emarginate, ha puntualizzato che non possono essere però abbandonate a sé stesse, anzi “hanno bisogno di un piano mirato che le possa assistere in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento in modo da renderlo socialmente dignitoso per chi ancora vi abita<sup>2</sup>”<sup>&nbsp;</sup>. Le terre alte e marginalizzate con il loro scarso valore intrinseco sono ritenute pressoché improduttive e fonte, anzi, di oneri per la comunità per cui l’alta politica, facendo poco o nulla, sembra essersi arrogata il diritto di sopprimerle, mentre la protesta della gente di montagna si perde nel vuoto, e la politica dice a chiare lettere a chi vive nelle aree più fragili che, al più, li accompagnerà, come si fa ad un funerale, ad una dipartita socialmente dignitosa. La gente di Montagna ha però il diritto di dissentire, di ricordarsene agli appuntamenti elettorali e, soprattutto, di sognare e lavorare per un destino diverso dalla irreversibilità del processo di spopolamento sfuggendo alle narrazioni semplificate di quanto sta succedendo in Montagna.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Fig.-1.-Relazione-tra-altitudine-dei-comuni-metri-slm-e-variazione-della-popolazione-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="592" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Fig.-1.-Relazione-tra-altitudine-dei-comuni-metri-slm-e-variazione-della-popolazione--1024x592.jpg" alt="" class="wp-image-24053" style="width:839px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Fig.-1.-Relazione-tra-altitudine-dei-comuni-metri-slm-e-variazione-della-popolazione--1024x592.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Fig.-1.-Relazione-tra-altitudine-dei-comuni-metri-slm-e-variazione-della-popolazione--300x174.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Fig.-1.-Relazione-tra-altitudine-dei-comuni-metri-slm-e-variazione-della-popolazione--768x444.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Fig.-1.-Relazione-tra-altitudine-dei-comuni-metri-slm-e-variazione-della-popolazione-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>

<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Tasso-di-incremento-totale-per-1.000-abitanti-.jpg" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="412" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Tasso-di-incremento-totale-per-1.000-abitanti--1024x412.jpg" alt="" class="wp-image-24054" style="width:766px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Tasso-di-incremento-totale-per-1.000-abitanti--1024x412.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Tasso-di-incremento-totale-per-1.000-abitanti--300x121.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Tasso-di-incremento-totale-per-1.000-abitanti--768x309.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Tasso-di-incremento-totale-per-1.000-abitanti-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>È urgente un nuovo sistema normativo</strong>&#8230;<strong>l’esempio del pellet</strong></h3>



<p>Chi scrive vede in nuce interessanti e nuovi fermenti. Il punto è far sì che attecchiscano senza trascurare alcune esigenze stringenti da parte di chi vive oggi in Montagna, e sono spesso anziani. Quassù si percepiscono con forza alcune contraddizioni che possono sembrare piccole, quasi insignificanti, ma che, se non corrette, complicano inutilmente la vita quotidiana e il precario equilibrio tra necessità e risorse. Un semplice esempio, frutto del vissuto diretto: il pellet.</p>



<p>Un’insistita propaganda, che ha trovato effettivi riscontri pratici tra le famiglie, ha facilitato la diffusione delle stufe a pellet come sistema di riscaldamento e di produzione di acqua calda sanitaria a svantaggio della tradizionale stufa a legna. Un cambio tra l’altro incentivato attraverso bonus e sovvenzioni (quali, ad esempio, il Conto Termico) per accelerare la sostituzione di impianti obsoleti con modelli più efficienti e a biomassa. Lungo un simile percorso volto a contenere il ricorso a energie fossili (gas e gasolio) è ritenuto del tutto incomprensibile avere riportato (dal 1° marzo 2024) l’IVA sul pellet dal 10% al 22%. Una scelta subita dalla popolazione di Montagna, in particolare laddove non è disponibile il gas metano che, seppur più inquinante, beneficia di un livello d’IVA al 10% (e, prima, al 5%). Si tratta indubbiamente di una piccola questione che, oltre a comportare un esborso aggiuntivo (non trascurabile per una famiglia di anziani con una sola pensione), è percepita come una prova provata del ridotto interesse della “politica” nei confronti della popolazione che vive in alto. Questo piccolo esempio è il pretesto per segnalare un’occorrenza sentita quotidianamente da chi vive in montagna, ovvero che molti interventi e molte norme sono calate dall’alto senza alcuna reale conoscenza dei problemi locali, quando invece occorrerebbe un sistema normativo calibrato sulle esigenze reali della gente che oggi è costretta a convivere con norme penalizzanti e assurde in ogni settore.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Lo scambio tra Montagna e non-Montagna e un nuovo paradigma culturale</strong></h3>



<p>Col tempo la Montagna è stata relegata ad una sorta di marginalità politica, economica, sociale e persino culturale. Si è affermato, lento ma inesorabile, un senso di subalternità fra le comunità delle aree marginalizzate che è chiaramente avvertito da chi continua ancora a viverci. Un turismo mordi e fuggi, che toglie più di quanto lasci, una sottrazione sistematica di prodotti del bosco e del sottobosco (funghi, mirtilli, lamponi e castagne) priva di adeguate forme di compensazione, legislazioni punitive e bizantine che penalizzano chi vi abita in nome di un errato senso di rispetto ambientale, un uso irrispettoso della proprietà privata, una tassazione che non avvantaggia in alcun modo aziende e privati, un abbandono generalizzato degli ambienti forestali, hanno reso le aree appenniniche poco appetibili agli investimenti ed ai progetti rigenerativi e le hanno trasformate in parchi giochi e terre di libero accesso per metropolitani stressati.</p>



<p>Eppure la Montagna vanta crediti incommensurabili: risorse energetiche ed ecosistemiche, ambienti incontaminati, di cui ci sarà un gran bisogno per il futuro, nonché valori estetici, ricreativi e culturali. Tutti questi beni e benefici, materiali e immateriali, dovrebbero costituire una immensa risorsa per il sistema metropolitano, sempre meno attrattivo e vivibile, e dovrebbero essere valorizzati e non sviliti o usati impropriamente.</p>



<p>Non esiste alternativa seria ad una potente inversione culturale, che abbandoni l’idea meramente strumentale delle terre appenniniche e le consideri nuove opportunità di vita e di sviluppo, in nome di un rinnovato patto di coesistenza rispettosa e costruttiva. Questo nuovo patto dovrebbe condurre ad una coscienza e ad un processo sempre più serrati di osmosi tra città e Montagna perché in futuro l’una avrà sempre più bisogno dell’altra e viceversa. Della necessità di un tale nuovo processo culturale, che sempre più distintamente viene percepito e sostenuto dal basso, cioè dalla gente comune, dovrà farsi carico, ad ogni livello, una politica più responsabile che abbandoni l’elettoralismo e le leggi dei grandi numeri, con i connessi algoritmi, e che guardi al futuro ed al bene collettivo.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Note</strong></h3>



<p><sup>&nbsp;1</sup>I tre articoli sono una rielaborazione del saggio di Marco Breschi e Giovanna Gonano, <em>Resistere per il futuro degli Appennini</em>, Forum, Udine, 2025</p>



<p><sup>&nbsp;2</sup>Presidenza del Consiglio dei Ministri, <em>Piano Nazionale Strategico per le aree interne</em> (PNSAI), marzo 2025, p. 46</p>



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		<title>Centralità ambientale della Montagna</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Breschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 14:08:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mutamenti]]></category>
		<category><![CDATA[calo demografico]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Montagna]]></category>
		<category><![CDATA[paesi montani]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>In questo terzo e ultimo contributo, Marco Breschi completa il suo discorso sulla Montagna, avanzando proposte e idee utili per frenare lo spopolamento e rivitalizzare le aree montane. Tra queste preminenti l’idea di una “fiscalità di svantaggio”, e la rivalutazione del criterio di prossimità per i servizi sanitari, educativi e altri presidi sociali, per attenuare le difficoltà del vivere in montagna.</p>
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<p><em>In questo terzo e ultimo contributo, Marco Breschi completa il suo discorso sulla Montagna, avanzando proposte e idee utili per frenare lo spopolamento e rivitalizzare le aree montane. Tra queste preminenti l’idea di una “fiscalità di svantaggio”, e la rivalutazione del criterio di prossimità per i servizi sanitari, educativi e altri presidi sociali, per attenuare le difficoltà del vivere in montagna.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Una soluzione per invertire la crisi nelle zone della Montagna fragile e spopolata è l’adozione di una Zona Franca Montana (ZFM), peraltro contemplata dall’Unione Europea: un modo concreto per riportare un po’ di equità a queste terre dimenticate. Almeno finora, le azioni dei governi italiani per colmare il divario territoriale sono state a dir poco timide, anche quelle formulate nella recente Legge sulla Montagna (L. 131/2025) che, se va bene, sarà al più un’altra occasione persa: siamo ancora lontani da una reale fiscalità di riequilibrio il solo e vero intervento per rendere il territorio montano meno svantaggiato e perfino attrattivo. All’interno della ZFM andrebbero poi ricompresi i vantaggi fiscali riconosciuti ai pensionati che, oggi, vanno a risiedere in alcuni paesi esteri. Tra l’altro, un buon numero di pensionati tra i molti scesi a valle dispone ancora di una casa e, pertanto, potrebbe trarre vantaggio da una contrazione delle tasse sulla pensione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Adottare una fiscalità di svantaggio</strong></h3>



<p>Per attuare una compiuta proposta di ZFM, poiché le risorse sono limitate bisogna delimitarne l’ambito con coraggio, e applicarla, in primis, alle zone in grave sofferenza e, verrebbe da dire, a partire proprio da quelle cui l’attuale governo ha garantito solo un bel funerale. Nel tratteggiarne i confini si deve andare oltre la rigida segmentazione amministrativa, estrapolando, se necessario, all’interno di un territorio comunale eventuali zone deboli cui riconoscere i benefici fiscali. Al contempo, per evitare aberrazioni, devono essere attivati attenti protocolli di controllo per verificare le condizioni di effettiva residenza. Il futuro di larga parte degli Appennini è legato ai flussi migratori e la ZFM, oltre ad essere un’operazione di equità in linea con il dettato costituzionale, è lo strumento più istantaneo per evitare che il vuoto demografico dei territori più isolati si estenda anche alle valli più accessibili. Un destino da contrastare in quanto se è vero che la vita di una comunità non è riconducibile alla sola demografia, è altrettanto vero che è difficile prospettare un futuro senza una popolazione.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Le risorse della montagna&nbsp;</strong></h3>



<p>In un mondo sempre più complesso, altre grandi questioni interagiscono con il fattore demografico. La più incalzante è il cambiamento climatico che sembrerebbe aprire inattese prospettive alle terre alte. La ricchezza di alcuni beni materiali primari – acqua, aria, ricambio CO2 – sono asset essenziali che richiedono l’adozione di politiche innovative orientate alla conservazione della biodiversità, degli ecosistemi, del capitale naturale e alla valorizzazione dei benefici offerti dagli ecosistemi alla società nel suo complesso. Non è, dunque, un caso che si stia registrando un crescente interesse verso i metodi di individuazione, classificazione, valutazione dei Servizi Ecosistemici offerti dai territori con interessanti progressi nel campo della ricerca seppure, almeno per ora, con poche ricadute nelle politiche pubbliche.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La prossimità come sistema rigenerante</strong></h3>



<p>È anche nella valorizzazione della prossimità il cuore della svolta culturale volta alla riscoperta dell’immenso patrimonio delle aree montane. Sulla base del principio della prossimità dovranno essere ridisegnati i servizi essenziali per impedire che lo spopolamento diventi irrefrenabile e per consentire a giovani, aziende e famiglie di scegliere un modello alternativo di vita e di lavoro.</p>



<p>Innanzi tutto la formazione scolastica dovrà far crescere i giovani in una scuola radicata nei territori, legata alle comunità di appartenenza e capace di interagire con le esigenze locali di carattere sociale, ambientale, culturale ed economico-imprenditoriale, senza trascurare l’interazione con altre realtà attraverso gli strumenti digitali. Eventuali piccoli numeri degli alunni potranno essere gestiti con il progetto educativo delle pluriclassi che costituiscono, come verificato in più realtà, un presidio territoriale e un cemento sociale infra e intergenerazionale.</p>



<p>Contemporaneamente si dovrà metter mano al modello sanitario. L’invecchiamento della popolazione pone sfide inedite in particolare nelle zone montane: su tutte la difficoltà a destinare alla sanità risorse pari al crescente aumento della domanda di prestazioni anche per il minore numero di potenziali <em>caregiver</em>. Non basta, però, limitarsi a rincorrere la domanda espressa, ma bisogna governarla per garantire equità, sostenibilità e universalismo proclamato e difeso (a parole) da tutti ma contradetto nelle scelte adottate (soprattutto negli ultimi anni) che hanno, di fatto, penalizzato il territorio. Lungo l’Appennino e nelle aree interne delle due isole maggiori, la non autosufficienza cresce più dei sistemi destinata a sostenerla (Residenze sanitarie assistenziali, Assistenza domiciliare integrata); le diseguaglianze territoriali restano profonde (durata e qualità della vita, buona salute, prevenzione); la disponibilità e l’utilizzo dei servizi sanitari varia in modo ingiustificato tra Regioni e all’interno di una stessa Regione. Inoltre l’indispensabile riorganizzazione del servizio socio-sanitario territoriale deve tenere conto che le persone anziane della montagna chiedono di arrivare alla loro fine nel “calore della propria casa”.</p>


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<p>Il creare (come previsto nei vari piani PNRR) ambulatori e Case delle Comunità può, tuttavia, aumentare la frammentazione del servizio. La vera prossimità non è solo vicinanza fisica: significa continuità, multi-canalità e un “interlocutore” stabile, capace di rispondere lungo tutto il percorso assistenziale. Ovviamente il rapporto diretto e umano con il paziente va salvaguardato, però alcune prescrizioni ricorrenti, certificazioni, revisione piani terapeutici, monitoraggio possono essere svolte da remoto o, come sperimentato con successo, mediante le Cliniche mobili, piccoli presidi sanitari itineranti capaci di fornire assistenza medica generale, screening e perfino trattamenti di urgenza.&nbsp;</p>


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<p>Su basi analoghe si regge la Giustizia di prossimità, che mira a portare i servizi giudiziari più vicini ai cittadini che abitano in centri di montagna. Essa si articola su una serie di sportelli locali (in qualche area già presenti) che fanno da tramite con il sistema giudiziario centralizzato e assistono gratuitamente i cittadini per pratiche e istanze semplificando iter dispendiosi. Anche in questo caso si tratta di uno strumento che aiuta a mantenere gli abitanti nei propri territori di origine e salvaguardarli da spostamenti inutili.</p>



<p>Di non minore importanza sono le botteghe di prossimità che si stanno pericolosamente rarefacendo. Chi le gestisce sono prevalentemente anziani, legati al proprio territorio di origine e fra i quali prevale ancora il senso morale di servizio alla cittadinanza. Purtroppo la mancanza di incentivi fiscali a questo tipo di negozi periferici impedisce di fatto il subentro di gestori più giovani, per cui è sempre più frequente imbattersi in paesi privi dei generi alimentari più indispensabili. Nei contesti più marginalizzati, una bottega o un emporio rappresentano veri e propri presidi, non solo commerciali, ma anche di comunità a sostegno delle rare popolazioni residenti. Infine le botteghe di prossimità potrebbero sostenere le filiere alimentari corte, con grandi vantaggi per le piccole aziende agro-silvo-pastorali dislocate nei territori circostanti, con ricadute benefiche sulla sostenibilità ambientale e sulla microeconomia locale.&nbsp;</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Resistere per un nuovo futuro</strong></h3>



<p>Rinnovare non significa dimenticare tradizioni e attività del passato, peraltro forgiate sull’esperienza di generazioni e generazioni di gente appenninica, anzi occorre rimodularle ed adeguarle alle conquiste tecnologiche attuali. Certi lavori antichi sono stati riscoperti ed altri potrebbero essere nuovamente proposti in un connubio di continuità temporale e culturale. Nell’Appennino pistoiese, ad esempio, la castanicoltura ha consentito per secoli la sopravvivenza della gente di quassù; ebbene, nonostante il prezzo delle castagne e della farina dolce sia tutt’altro che basso, le filiere sono prossime al collasso, nel senso che mancano i metati per l’essiccazione delle castagne e i molini che le macinino. Così le castagne rimangono nei castagneti e vanno in pasto agli ungulati e paradossalmente siamo costretti ad importarle dall’estero, fresche o lavorate e spesso di qualità nettamente inferiore.</p>



<p>Stesso discorso vale per l’immenso patrimonio forestale, gestito finora con una logica poco illuminata e bloccato dall’estrema parcellizzazione catastale. A questo proposito urge una legislazione centrale di revisione del Catasto Terreni che si faccia carico del problema complessivo, tenendo conto del fatto che molti proprietari sono irreperibili o emigrati non di rado da oltre un secolo. I boschi hanno, oggi, bisogno di interventi continui e la loro oculata conduzione offrirebbe centinaia di posti di lavoro: a saper leggere a fondo le dinamiche ambientali, quella della gestione forestale è un’attività di sicurezza collettiva, perché abbandonare le aree boscate a sé stesse, compresi i reticoli idrici minori, significa esporre le pianure e, con esse, anche le aree metropolitane a rischi idrogeologici continui visti i cambiamenti climatici degli ultimi decenni.</p>



<p>In ambito agricolo e frutticolo sono ampi i margini di espansione, recuperando granaglie e grani antichi, ricreando frutteti con varietà rustiche e resistenti alle malattie parassitarie, per limitare l’uso degli antiparassitari, riprodurre i castagneti per innesto su polloni selvatici, introdurre una diversificazione delle colture valorizzando i sistemi biologici unitamente all’innovazione tecnologica: insomma considerare davvero l’agricoltura di montagna come una fornitrice di beni ecosistemici al servizio della collettività.&nbsp;</p>



<p>Una vera Rivoluzione Appenninica non potrà prescindere da una considerazione di fondo: qualunque innovazione si voglia fare per avviarci verso una Montagna nuova, non potrà essere mantenuto l’attuale sistema normativo, soffocante e assurdo, che inibisce le volontà più creative e inchioda le terre alte a parco giochi e, contemporaneamente, a museo delle cere. Invece si dovrà legiferare contemperando sapientemente le esigenze dell’ambiente con il laborioso, rispettoso e rigenerativo intervento dell’uomo perché, persistendo lo stato attuale, il declino della Montagna e delle montagne sarà davvero irreversibile e fra qualche decennio intorno alle città prospereranno solo boscaglie inaccessibili e animali selvatici.</p>



<p></p>
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		<title>Un discorso sulla Montagna: 2) Occorre una nuova organizzazione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Marco Breschi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 07:40:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Mutamenti]]></category>
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<p><em>Nel secondo dei tre articoli dedicati alla Montagna, Marco Breschi rinnova l’idea che, per quanto riguarda la montagna, ‘Piccolo può essere bello’, e afferma che un nuovo paradigma è imprescindibile. Occorre, cioè, riconoscere che ‘piccolo’ non è sinonimo di vetusto o, ancor peggio, di sconfitta. Il ‘rimpicciolimento’ può essere un’occasione per ripensare il modello di crescita e, soprattutto, un’opportunità per uno sviluppo di qualità.</em></p>



<p class="has-drop-cap">Da un punto di vista della meccanica demografica, la minaccia della desertificazione nelle terre alte e marginalizzate può essere scongiurata nell’immediato (vale a dire nei prossimi decenni) soltanto attraverso la leva dell’immigrazione. L’arrivo di giovani, di nuovi potenziali genitori, di coppie con figli, di pensionati con pezzi delle loro famiglie, oltre a infondere nuova linfa in territori asfittici, aiuterebbe a trattenere coloro che in queste terre vivono e vogliono mettere su famiglia, e permetterebbe alle attività economiche di sopravvivere e, perché no, anche di crescere e prosperare, come sta succedendo in pochi casi da analizzare, però, con grande attenzione.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una rivoluzione amministrativa</strong></h3>



<p>Il risvolto demografico è la malattia più incombente nella Montagna fragile, e la leva demografica dell’immigrazioni da sola non basta. Prioritario è, innanzitutto, avere ben presente il ruolo fondamentale dei Comuni per il Paese, come è spesso richiamato dal Presidente della Repubblica, Mattarella. “La democrazia dei Comuni, la più vicina ai cittadini, è la radice basilare della democrazia del nostro Paese. Costituisce la prima linea delle istituzioni della Repubblica […]. I Comuni sono importanti per la tenuta sociale ed economica dei territori; rappresentano l’emblema delle diversità, ma anche la libertà e l’unità su cui si basa il nostro Paese. Investire su di loro significa investire sul futuro”.</p>



<p>Ecco alcune chiare e valide ragioni per evitare la scomparsa dei Comuni, anche di quelli più piccoli, e, all’opposto, agire per dare una conformazione più efficace e sostenibile al sistema dei comuni attraverso unioni, gestioni associate e convenzioni. Lo strumento tecnico-amministrativo offerto dalla fusione tra comuni non è la soluzione: riduce la democrazia, cancella la storia e, non ultimo, allontana ancor più i servizi dai cittadini. Più stimolante e promettente è, a prescindere dalla forma, fare le cose insieme. La grande politica (nazionale e regionale) sproni, anche con risorse ad hoc, i Comuni a fare gioco di squadra e a superare piccole e grandi rivalità. Attraverso lo stare insieme nella propria autonomia si avrebbe sinergia su servizi e infrastrutture, condivisione di competenze e conoscenze, capacità di guardare al futuro oltre i ristretti territori, opportunità di risparmio, di reperimento di personale qualificato e di ottimizzazione delle risorse. Nondimeno sarebbe di grande beneficio dare vita ad agili centri di competenze a sostegno degli enti locali della Montagna. Centri che, in stretta collaborazione con le Università e i vari operatori del territorio, potrebbero rilevare e analizzare i fabbisogni, supportare i processi di sviluppo locale e rafforzare la capacità di spesa, in particolare per quanto riguarda i fondi europei, statali e regionali. Potrebbero inoltre offrire affiancamento e formazione negli ambiti amministrativo, gestionale e tecnico, promuovere il miglioramento organizzativo degli enti e favorire l’adozione di tecnologie innovative nei processi di lavoro e nei servizi ai cittadini.</p>



<p>Con il gioco di squadra tra i comuni, salendo sui rispettivi campanili per guardare lontano, si crea anche una nuova e partecipata risposta alla complessità delle nuove sfide. Nel nuovo millennio le profonde crisi del sistema produttivo e del lavoro hanno spinto verso una riorganizzazione sociale complessiva. Sono emerse con chiarezza precarietà lavorativa e incertezza sul futuro. Senza un governo pubblico capace di garantire risorse e opportunità per tutti, i singoli e le famiglie hanno trovato soluzioni e strategie in ambito privato. Ne è derivato un accrescimento delle diseguaglianze sociali con un rischio maggiore di marginalizzazione e di esclusione sociale per coloro che non dispongono di risorse economiche, né di capitali relazionali.</p>



<p>Questo percorso sembra avere trovato una strana alleanza con il declino demografico. Laddove il declino è più forte, le conseguenze risultano evidenti. Guardiamo al pluridecennale calo delle nascite da una prospettiva non solo demografica. Le conseguenze di questa tendenza sono ben note in particolare a chi, giorno dopo giorno, lavora in settori che hanno a che fare con nascite, infanti, bambini e alunni. Pur tra resistenze, i reparti di neonatologia e di ginecologia, il sistema integrato di educazione dell’infanzia, l’intero ciclo della scuola primaria (le elementari) così come quello della scuola secondaria di primo grado (le medie) hanno vissuto processi di accorpamento e riorganizzazione. Le riduzioni hanno colpito soprattutto i territori meno abitati accentuando la disparità tra aree urbane, rurali e montane. La chiusura di presidi medici, di asili, di scuole elementari e medie hanno prima tolto posti di lavoro e hanno poi reso sempre più difficile la vita alle popolazioni dei tanti piccoli paesi dell’Italia.</p>



<p>Meno nati (in prospettiva: meno popolazione) significa, alla luce di un modello improntato alla concentrazione, solo diseguaglianza. Il declino è, però, così marcato che ha investito anche le zone forti: i processi di riorganizzazione stanno ormai colpendo alcune aree urbanizzate al punto che si impone un ripensamento negli stessi modelli utilizzati per fornire prestazioni e servizi ai cittadini.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Una diversa erogazione dei servizi</strong></h3>



<p>Per vedere ripartire il nostro Paese si deve rifuggire dalla logica aziendale, secondo cui per dare un servizio è necessario un numero minimo di utenti o ancor peggio di clienti. Alcuni servizi, su tutti istruzione e sanità, non sono un costo ma un investimento: incredibile è che bisogna dirlo oggi più di ieri.</p>



<p>Con il grande e innegabile successo dello strabordante e luccicante modello incentrato sul binomio città-industria, senza accorgersene è passato anche un altro paradigma dello sviluppo confacente al processo d’accentramento e alla logica dei numeri. Si è, infatti, radicato il principio che ‘grande’ è bello e funzionale. All’opposto, tutto ciò che era ‘piccolo’ voleva dire inefficiente e scarso. Una scuola primaria di paese, spesso con le sue pluriclassi, non poteva rivaleggiare con il vasto plesso scolastico e la nuova moderna organizzazione dell’insegnamento. L’ambulatorio medico di paese, vetusto emblema del processo ottocentesco di diffusione delle conoscenze sanitarie, non era in grado di competere con il grande ospedale tecnologico e superspecializzato. Eppure, avrebbe fatto molto comodo, in epoca Covid.</p>



<p>La visione ‘grande è meglio’ ha trovato un irresistibile alleato nel minore costo. Una logica diventata stringente quando, sotto l’incalzare di una spesa pubblica fuori controllo, è stata attuata una politica-amministrativa distorta con il risultato che i servizi essenziali si sono allontanati dai cittadini, trascurando il dettato costituzionale. La chiusura dei servizi primari ha accelerato il processo di spopolamento dei comuni più piccoli. Un’emorragia a tutto tondo, in parallelo agli sportelli bancari che continuano a chiudere, i telefonini che non prendono, la banda larga che resta un miraggio, la tv di Stato e non che ‘sfarfalla’, i bar, i negozi e le edicole che tirano giù la serranda e pure le pompe di benzina spariscono creando seri problemi ai residenti. Poi ci si stupisce se i piccoli comuni si spopolano e sembrano destinati a morire.</p>



<p>L’efficienza, l’efficacia, l’equità non sono però correlate all’ampiezza. Sempre più numerosi sono, infatti, gli esempi, che ‘Piccolo è bello’. Un nuovo paradigma è, dunque, imprescindibile.</p>



<p>Il riconoscimento che ‘piccolo’ non è sinonimo di vetusto o, ancor peggio, di sconfitta. Il ‘rimpicciolimento’ può essere un’occasione per ripensare il modello di crescita e, soprattutto, un’opportunità per puntare verso l’alto e la qualità. Bisogna abbandonare la dittatura dei numeri e degli algoritmi che oggi è alla base di ogni scelta politico-amministrativa, altrimenti si distrugge la coesione sociale e si marginalizzano sempre più fino a farle scomparire culture millenarie che hanno sostenuto e arricchito per secoli il nostro Paese.</p>



<p>La vera e più difficile sfida è far sì che tutti, diciamo tutti, i nati dei prossimi decenni (un quarto in meno di quelli di oggi in tutta Italia) beneficino di un reale, vero, uguale ascensore sociale e culturale.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>La Costituzione calpestata</strong></h3>



<p>Utilizzare il declino demografico per ridurre le diseguaglianze non è un cambio di orizzonte, bensì un ritorno all’origine. I nostri padri costituenti ci avevano, infatti, dato un programma, un impegno, un lavoro da compiere ma non ci siamo riusciti. L’articolo 3 dovrebbe essere sicuramente quello che rende la Costituzione viva e attuale: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Ecco, in molti comuni dell’Appennino, si è ben lontani da averlo raggiunto. Non a caso, la stessa Costituzione (art. 44) riconosce implicitamente la fragilità della Montagna nel disporre provvedimenti legislativi a favore delle zone montane. Resta, comunque, centrale il punto di “rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare cure sanitarie a tutti, dare a tutti gli uomini e a tutte le donne la dignità di uomini e di donne. Il punto cardine è, dunque, arrivare al 2050 con una popolazione che vive in Montagna o, meglio, vive della Montagna. Tale possibilità è, ancora una volta, nelle parole della Costituzione.</p>



<p>Proviamo a calarle operativamente nella realtà. La Politica, anche la Buona Politica, non è stata in grado di attivare interventi efficaci per ridurre le diseguaglianze individuali e territoriali. Partendo da questa sconfitta, dalla complessità della sfida e dal ridotto tempo a disposizione ci sono strade possibili da percorrere.</p>


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<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="390" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--1024x390.jpg" alt="" class="wp-image-24077" style="width:814px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--1024x390.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--300x114.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna--768x292.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/04/Tab.-1.-Comuni-della-zona-altimetrica-Montagna-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


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<p>L'articolo <a href="https://www.neodemos.info/2026/04/10/un-discorso-sulla-montagna-2-occorre-una-nuova-organizzazione-2/">Un discorso sulla Montagna: 2) Occorre una nuova organizzazione</a> proviene da <a href="https://www.neodemos.info">Neodemos</a>.</p>
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