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	<title>Svizzera &#8226; Neodemos</title>
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	<description>Popolazione, società e politica</description>
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		<title>Meno persone, più sostenibiltà? I rischi della Svizzera dei 10 milioni</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Caterina Livi Bacci]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 Jun 2026 05:52:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[referendum]]></category>
		<category><![CDATA[Svizzera]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>C’è sempre una soluzione semplice a un problema complesso. Peccato sia quasi sempre sbagliata. Laura Bernardi, docente di demografia a Losanna, illustra tutte le carenze ... <a title="Meno persone, più sostenibiltà? I rischi della Svizzera dei 10 milioni" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2026/06/12/meno-persone-piu-sostenibilta-i-rischi-della-svizzera-dei-10-milioni/" aria-label="Per saperne di più su Meno persone, più sostenibiltà? I rischi della Svizzera dei 10 milioni">Leggi</a></p>
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<p><em>C’è sempre una soluzione semplice a un problema complesso. Peccato sia quasi sempre sbagliata. Laura Bernardi, docente di demografia a Losanna, illustra tutte le carenze teoriche e pratiche dell’idea di limitare a un numero fisso (10 milioni) la popolazione svizzera. Questa proposta politica sarà sottoposta a referendum federale il 14 giugno 2026</em>.</p>



<p class="has-drop-cap">L’idea di controllare la popolazione in Svizzera è ricorrente, ma oggi si fa un passo ulteriore: introdurre una soglia massima come leva diretta per limitare l’immigrazione e la residenza. <a href="https://www.fedlex.admin.ch/eli/fga/2026/17/it" target="_blank" rel="noreferrer noopener">L’iniziativa sulla sostenibilità </a>dell’Unione Democratica di Centro, in votazione il 14 giugno 2026, propone di modificare la Costituzione per attivare restrizioni se la popolazione dovesse raggiungere i 10 milioni prima del 2050, con prime misure già a 9,5 milioni. Tra queste: i limiti all’asilo e al ricongiungimento familiare e, in ultima istanza, la fine della libera circolazione con l’UE. L’idea è semplice&nbsp;: meno persone, meno pressione. Tuttavia i dati indicano il contrario: una risposta troppo semplificata a problemi che sono, in realtà, strutturali e complessi.</p>



<p>Oggi la Svizzera conta circa 9,1 milioni di abitanti, e cresce di circa 70.000 persone all’anno: due terzi risultano dal saldo migratorio positivo, mentre il saldo tra nascite e morti (anch’esso positivo) è responsabile del terzo restante. Le previsioni dello scenario demografico di riferimento indicano che, di questo passo, la soglia dei 9,5 milioni verrebbe raggiunta intorno al 2032, mentre dal 2035, l’aumento della popolazione dovrebbe dipendere solo dal saldo migratorio, anche perché la fecondità svizzera è molto bassa, attorno a 1,3 figli per donna. Stabilizzare la popolazione sotto i 10 milioni richiederebbe quindi una riduzione della migrazione di circa il 50%, portandola da 50.000 a circa 24.000 persone all’anno. Un voto favorevole all’iniziativa sulla sostenibilità implica dunque un intervento massiccio per ridurre le immigrazioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Migrazioni asilo politico e ricongiungimento familiare</strong></h3>



<p>Non tutti i canali migratori contribuiscono allo stesso modo alla crescita (vedi grafico). Sebbene le immigrazioni per motivi di lavoro e familiari siano di gran lunga le componenti principali, il dibattito politico tende a concentrarsi in modo sproporzionato sulle richieste di asilo politico.</p>



<p>Un giro di vite sull’asilo avrebbe effetti minimi, oltre a rompere con una tradizione consolidata della Svizzera. I numeri parlano chiaro: tra il 2020 e il 2025 le richieste sono state in media 22.000 l’anno, con meno della metà accolte (43,8% nel 2024). Nel complesso, l’intero sistema dell’asilo rappresenta appena l’1,7% della popolazione, a cui si aggiunge circa lo 0,8% dei permessi S legati alla guerra in Ucraina. Anche azzerando completamente le concessioni d’asilo, l’impatto sulla crescita demografica resterebbe del tutto marginale.</p>



<p>Il ricongiungimento familiare vale circa un quarto degli arrivi (45.000 persone l’anno), ed è quindi il canale potenzialmente più rilevante. Restringerlo non è una scelta neutra: significherebbe violare impegni giuridici internazionali, colpendo direttamente famiglie già inserite nel mercato del lavoro, con costi sociali ed economici significativi (fig. 1).</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large is-resized"><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Ragione-principale-dellultima-immigrazione-in-Svizzera-2024-.jpg" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="442" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Ragione-principale-dellultima-immigrazione-in-Svizzera-2024--1024x442.jpg" alt="" class="wp-image-24211" style="width:920px;height:auto" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Ragione-principale-dellultima-immigrazione-in-Svizzera-2024--1024x442.jpg 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Ragione-principale-dellultima-immigrazione-in-Svizzera-2024--300x130.jpg 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Ragione-principale-dellultima-immigrazione-in-Svizzera-2024--768x332.jpg 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2026/06/Figura-1-Ragione-principale-dellultima-immigrazione-in-Svizzera-2024-.jpg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></a></figure></div>


<h3 class="wp-block-heading"><strong>Invecchiamento, economia e pensioni</strong></h3>



<p>Più del volume complessivo, è la composizione della popolazione a risultare determinante. I nuovi flussi migratori sono in larga parte costituiti da individui in età attiva (63% tra i 16 e i 39 anni), che contribuiscono direttamente alla capacità produttiva. In un contesto di fecondità stabilmente bassa, una restrizione dell’immigrazione accelererebbe il processo di invecchiamento: il rapporto di dipendenza passerebbe da 33 a 49 over 65 ogni 100 attivi entro il 2050, con una riduzione stimata di circa 300.000 persone nella forza lavoro.</p>



<p>Gli effetti sul sistema economico sono già evidenti. Anche senza introdurre ulteriori restrizioni all’immigrazione, le stime indicano un deficit di manodopera compreso tra 220.000 e 250.000 unità entro il 2030, fino a 460.000 nel 2050. Le carenze riguardano settori essenziali come la sanità, edilizia, servizi alla persona, che sono difficilmente sostituibili, almeno nel breve periodo, dall’automazione. Limitare l’immigrazione, in questo contesto, significa comprimere ulteriormente l’offerta di lavoro, con ripercussioni sulla crescita, sull’innovazione e sulla capacità produttiva.</p>



<p>Anche il sistema previdenziale ne risentirebbe direttamente. In caso di accettazione dell’iniziativa, le entrate previdenziali si ridurrebbero dell’8,3% entro il 2075. Ciò riflette il contributo strutturalmente positivo dell’immigrazione, poiché – in Svizzera come altrove – i lavoratori stranieri tendono, in media, a versare più contributi di quanto percepiscano in prestazioni<strong>.</strong></p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Quali alternative?&nbsp;</strong></h3>



<p>In assenza di nuovi ingressi di giovani, il rapporto di dipendenza può essere corretto solo agendo sul denominatore: innalzando l’età pensionabile oppure aumentando la partecipazione al mercato del lavoro. Si tratta, tuttavia, di leve non prive di costi nel breve periodo. L’estensione della vita lavorativa implica infatti una ricomposizione della forza lavoro, con un aumento dell’età media e un rallentamento del ricambio generazionale, con possibili effetti sulla dinamica dell’innovazione e sull’accesso dei giovani alle posizioni qualificate. Inoltre, il prolungamento dell’attività riduce il tempo disponibile per funzioni sociali essenziali ma non contabilizzate perché non retribuite, quali la cura intergenerazionale e il sostegno familiare.</p>



<p>Un aumento del tasso di occupazione è teoricamente perseguibile attraverso una maggiore mobilitazione del lavoro femminile, tuttora concentrato nel tempo parziale. Tale strategia richiede però una profonda riallocazione del lavoro domestico e di cura, che dovrebbe essere trasferito dalle famiglie al mercato o allo Stato. In un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita della domanda di servizi alla persona, ciò genera una tensione strutturale tra espansione dell’offerta di lavoro e sostenibilità dell’organizzazione quotidiana delle famiglie, con il rischio di alimentare ulteriormente il calo della fecondità. Le opzioni disponibili non sono dunque indipendenti, ma configurano scelte interconnesse che redistribuiscono tempo, risorse e responsabilità tra generazioni.</p>



<h3 class="wp-block-heading"><strong>Altri aspetti da non trascurare&nbsp;</strong></h3>



<p>Il contesto internazionale rafforza ulteriormente questa dinamica. L’Europa e molte economie avanzate sono già entrate in una fase di rapido invecchiamento e rallentamento della crescita demografica, che rende la popolazione giovane una risorsa sempre più scarsa e contesa. In questo scenario, la Svizzera beneficia ancora di un afflusso netto di migranti in età attiva, ma si troverà sempre più esposta a una competizione internazionale crescente per attrarli, in particolare nei settori ad alta intensità di competenze come sanità e tecnologie. Limitare l’immigrazione significa dunque ridurre anticipatamente l’accesso a una risorsa strategica, proprio nel momento in cui la sua scarsità ne accresce il valore economico e sociale.</p>



<p>Inoltre,<strong> </strong>la competitività della Svizzera dipende dalla sua integrazione internazionale. Episodi recenti hanno mostrato che tensioni con l’Unione europea possono comportare esclusioni temporanee da programmi di ricerca come Horizon Europe, con effetti negativi su università, giovani ricercatori e settori tecnologici. Limitare la mobilità delle persone significa indebolire uno dei principali fattori di successo del Paese.</p>



<p>Ancora:<strong> </strong>le tensioni su alloggi e trasporti sono reali, ma non uniformi. Le grandi città sono sotto pressione, mentre molte regioni periferiche registrano spopolamento, chiusura di servizi e difficoltà ad attrarre residenti. Questo indica che il problema riguarda la distribuzione della popolazione e l’organizzazione del territorio più che il numero totale di abitanti.</p>



<p>Infine, anche la dimensione ambientale – sollevata dai sostenitori della decrescita demografica a lungo termine – non può essere ridotta esclusivamente al fattore popolazione. L’impatto dipende in larga parte dai modelli di consumo. In Svizzera, le emissioni legate ai consumi sono circa il doppio della media europea e fino a tre volte quelle francesi. Intervenire su produzione, energia e abitudini di consumo avrebbe quindi effetti assai più rilevanti che limitare il numero di abitanti.</p>



<p>L’idea di fissare un limite numerico alla popolazione è ricorrente. Già nell’antichità, Tertulliano evocava un mondo sovraccarico; nel XVIII secolo, Malthus temeva crisi inevitabili dovute allo squilibrio tra popolazione e risorse. Nel XX secolo, politiche di controllo delle nascite su larga scala — alimentate dalla retorica della “bomba demografica”, come nel caso della Cina — hanno prodotto effetti persistenti, tra cui rapido invecchiamento e squilibri difficili da riequilibrare. La lezione è chiara: i limiti rigidi tendono a rispondere a urgenze percepite, ma generano conseguenze strutturali spesso non anticipate.</p>



<p>L’iniziativa referendaria rappresenta quindi una scelta politica più che una soluzione tecnica. I dati indicano che limitare la popolazione non elimina le pressioni strutturali, ma rischia di spostarle nel tempo, e addirittura di amplificarle. In una società che invecchia e in un contesto internazionale competitivo, chiudersi comporta costi significativi. La sfida non è fissare una soglia numerica, ma governare la crescita. Ciò implica politiche territoriali più efficaci, investimenti nelle infrastrutture, adattamento del sistema sociale e mantenimento della capacità di attrarre capitale umano. La questione centrale non è quante persone vivono in Svizzera, ma come la società organizza la convivenza tra economia, demografia e welfare.</p>
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		<item>
		<title>In Switzerland, fertility does not rhyme with happiness*</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Malgorzata Mikucka]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 10:10:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Famiglie e Riproduzione]]></category>
		<category><![CDATA[donne genere]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Diventare genitori tende a migliorare la soddisfazione della vita delle persone, sebbene solo nel breve termine. Sorprendentemente, invece, Malgorzata Mikucka trova che una seconda nascita ... <a title="In Switzerland, fertility does not rhyme with happiness*" class="read-more" href="https://www.neodemos.info/2019/11/15/in-switzerland-fertility-does-not-rhyme-with-happiness/" aria-label="Per saperne di più su In Switzerland, fertility does not rhyme with happiness*">Leggi</a></p>
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]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Diventare genitori tende a migliorare la soddisfazione della vita delle persone, sebbene solo nel breve termine. Sorprendentemente, invece, Malgorzata Mikucka trova che una seconda nascita abbia un effetto negativo, per quanto temporaneo, sulla soddisfazione della vita delle madri svizzere. Ciò può dipendere dalla pressione sociale ad avere figli,unita a politiche che non supportano la genitorialità.</em></p>
<p>In a recent paper (Mikucka and Rizzi, 2019) we analyse how parenthood affects life satisfaction in Switzerland. We use data of the Swiss Household Panel for the years 2000-2016: this is a longitudinal study that records, among others, individual trajectories of life satisfaction. We analyse the life satisfaction of parents, i.e. people who were observed in the waves directly preceding or following a birth, and whose (first or second) child was aged 15 or younger. Although we were theoretically able to follow respondents for up to a maximum of 17 consecutive years, no respondent was observed over the whole period (see also note to Figure 1).</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.17.43.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11418" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.17.43.png" alt="" width="1716" height="1548" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.17.43.png 1716w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.17.43-300x271.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.17.43-1024x924.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.17.43-768x693.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.17.43-1536x1386.png 1536w" sizes="(max-width: 1716px) 100vw, 1716px" /></a></p>
<p>Two interesting patterns emerge. First, surprising as it may seem, fertility does not necessarily improve life satisfaction. In fact, it may even reduce it, albeit temporarily. Second, the decline in life satisfaction during parenthood seems specific to Switzerland and may be driven by the poor state support for families with children. Indeed, work-family conflict and economic costs of parenthood appear to play a prominent role on this outcome.</p>
<h3><strong>The parenthood paradox (when you take decisions that make you less happy)</strong></h3>
<p>We know from past studies that parents’ (and especially mothers’) life satisfaction increases, albeit only temporarily, in the year preceding and following the birth of the first child (e.g. Myrskylä and Margolis, 2014). This is true also in Switzerland (2000 to 2016), according to our data, but not for the second child: when they are between 1 and 4 years old, the life satisfaction of their mothers declines to below the pre-birth level (Figure 1).</p>
<p>This pattern is unexpected for three reasons. First, similar analyses for other countries (e.g., Myrskylä and Margolis, 2014, for Germany and the UK) consistently show that parenthood improves life satisfaction, even if only temporarily. This suggests that the worsening of life satisfaction following parenthood may be specific to Switzerland.</p>
<p>Second, fertility control in Switzerland is virtually perfect, and couples are free to decide whether and when to have children. Childlessness in Switzerland is among the highest in the world (e.g., above 20% among women born in 1960) and it is socially accepted (Burkimsher and Zeman, 2017). Not surprisingly, people predominantly plan their parenthood: in our sample, for instance, 67% of first children and 81% of second children were planned. Thus, mothers consciously choose to have the child(ren) who will later reduce their life satisfaction.</p>
<p>The third reason why our result is surprising is that two-child families are the dominant family type in Switzerland, which suggests that a majority of families choose a path that, at least in the relatively short run, diminishes their life satisfaction.</p>
<p>Between-group differences do not help to solve the puzzle. For instance, we expected that people with a stronger `taste for children’ would have a second child sooner after the first one and also that they would derive more satisfaction from parenthood. Our results show the opposite. Women who had their second child shortly (one or two years) after the first one had experienced more negative trajectories of life satisfaction with the first child than women who waited longer before having a second child (Figure 2).</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.09.png" data-rel="lightbox-image-1" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11421" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.09.png" alt="" width="1670" height="748" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.09.png 1670w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.09-300x134.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.09-1024x459.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.09-768x344.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.09-1536x688.png 1536w" sizes="(max-width: 1670px) 100vw, 1670px" /></a></p>
<p>While it seems rational to expect that people who want a certain thing (a child, in this case) should be happier once they get it, our analysis suggested that this does not apply to having children in Switzerland. What are the possible explanations? One is that people are incapable of predicting how their fertility decisions will affect their life satisfaction and end up choosing what makes them unhappy. Another possibility is that, when taking important decisions in their lives, people account not only for their expected life satisfaction, but also for some other factors, among which social norms and values (e.g., children should have at least one sibling). In other words, people may willingly make choices that will make their lives harder. Besides, parenthood may be a source of meaning and psychological reward, but it may also conflict with other life goals, such as career or leisure. This brings us to the second interesting pattern in our results, namely the consequences of Swiss policies for parenthood.</p>
<h3><strong>When policies do not help: work-family conflict and the economic cost of parenthood</strong></h3>
<p>Switzerland is an interesting case for the study of parenthood and life satisfaction, because, despite its high standard of living, state support for families with children is low. Childcare in Switzerland is expensive, maternity leave is short, and parental leave does not exist at all (OECD, 2015). In families with small children to be cared for, the mothers predominantly resort to part-time employment. Expensive childcare and the reduced earning capability of mothers likely produce two types of outcomes: work-family conflict and economic pressures.</p>
<p>Our results indeed show that work-family conflict shapes the life satisfaction of mothers in Switzerland. The care-intensive stage of parenthood with the second child is especially challenging, and this is when mothers’ life satisfaction falls below its pre-birth level. Moreover, during the same care-intensive stage with a first child, life satisfaction among higher educated mothers declines more than among lower educated mothers (Figure 3), suggesting that combining parenthood with a career is particularly problematic. No similar pattern shows up for men, who seem to be less affected by time pressures and juggling work and family responsibilities.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.36.png" data-rel="lightbox-image-2" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11420" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.36.png" alt="" width="1662" height="702" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.36.png 1662w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.36-300x127.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.36-1024x433.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.36-768x324.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.18.36-1536x649.png 1536w" sizes="(max-width: 1662px) 100vw, 1662px" /></a></p>
<p>Economic pressure should not be downplayed. The trajectories of life satisfaction among mothers of school-age children depend on their incomes: mothers with higher (above-median) household incomes experience more positive changes of life satisfaction than mothers with lower (below-median) household incomes (Figure 4). No similar pattern shows up for men.</p>
<p><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.19.02.png" data-rel="lightbox-image-3" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img loading="lazy" decoding="async" class="alignright size-full wp-image-11419" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.19.02.png" alt="" width="1736" height="1090" srcset="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.19.02.png 1736w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.19.02-300x188.png 300w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.19.02-1024x643.png 1024w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.19.02-768x482.png 768w, https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2019/11/Schermata-2019-11-08-alle-10.19.02-1536x964.png 1536w" sizes="(max-width: 1736px) 100vw, 1736px" /></a></p>
<p>Overall, our results suggest that the low state support for families that characterizes the Swiss context worsens the experience of parenthood, especially for mothers. Public opinion seems to be aware of this: in a recent study, about half of the respondents stated that paid leave should be longer than the current four months, and about 80% agreed that part of the leave should be reserved for the father (Valarino et al. 2017). In the light of our analysis, such changes might plausibly improve the day-to-day experience of parenthood.</p>
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<h3><strong>References:</strong></h3>
<p>Burkimsher, M., &amp; Zeman, K. (2017). Childlessness in Switzerland and Austria. In M. Kreyenfeld &amp; D. Konietzka (Eds.), <em>Childlessness in Europe: Contexts, causes, and consequences, demographic research monographs (A series of the Max Planck Institute for Demographic Research)</em>. Cham: Springer.</p>
<p>Mikucka, M., &amp; Rizzi, E. (2019). The Parenthood and Happiness Link: Testing Predictions from Five Theories. <em>European Journal of Population</em>, 1-25.</p>
<p>Myrskylä, M., &amp; Margolis, R. (2014). Happiness: Before and after the kids. <em>Demography</em>, <em>51</em>(5), 1843–1866.</p>
<p>OECD. (2015). <em>Family database</em>. Paris: Electronic Database.</p>
<p>Valarino, I., Duvander, A.-Z., Haas, L., &amp; Neyer, G. (2017). Exploring leave policy preferences: A comparison of Austria, Sweden, Switzerland, and the United States. <em>Social Politics: International Studies in Gender, State and Society</em>, <em>25</em>(1), 118–147.</p>
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		<title>Addio Lugano bella?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Filippo Bonechi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Feb 2014 08:24:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Migrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[emigrazioni]]></category>
		<category><![CDATA[immigrazioni]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p> Il 9 febbraio gli elettori svizzeri hanno approvato la proposta referendaria di reintrodurre il sistema delle quote nella gestione dell&#8217;immigrazione dall&#8217;Unione europea, abolito con gli accordi del 2002 tra Berna e Bruxelles. Al di l&agrave; degli effetti diretti, questo risultato rischia di alimentare le campagne contro l&#8217;immigrazione da parte dei partiti della destra populista in vista delle prossime elezioni europee, ma dimostra anche come sia importante il consenso popolare nella gestione delle politiche migratorie. </p>
<p><strong>Il referendum svizzero</strong></p>
<p>Per meno di 20 mila voti i s&igrave; hanno prevalso nel referendum proposto dal partito populista dell&#8217;Unione Democratica di Centro per la reintroduzione di limiti ai flussi di immigrazione provenienti dall&#8217;Unione europea, liberalizzati con l&#8217;accordo del 2002. Lo scarto &egrave; risultato minimo, i s&igrave; rappresentano infatti appena il 50,3% dei votanti contro il 49,7% raccolto dai no, ma la contemporanea vittoria in pi&ugrave; della met&agrave; dei cantoni ha consentito l&#8217;approvazione di una proposta che vedeva contrari il governo, gli imprenditori e i sindacati, tutti preoccupati delle conseguenze negative di questa scelta sulle relazioni con l&#8217;Unione. Nonostante l&#8217;appoggio di questa ampia, ma forse poco determinata compagine, la proposta &egrave; stata approvata con un esito per altro identico a quello che nel 1992 bocci&ograve; il referendum sull&#8217;integrazione della Svizzera nello Spazio economico europeo. </p>
<p> Al momento risulta impossibile stabilire le conseguenze pratiche della votazione, visto che il testo proposto assegna al governo tre anni di tempo per definire i criteri operativi e vista anche la decisa reazione da parte dell&#8217;Unione europea. Quest&#8217;ultima ha infatti immediatamente chiarito che una limitazione alla circolazione delle persone avrebbe conseguenze dirette anche sui movimenti di merci, servizi e capitali liberalizzati anch&#8217;essi con gli accordi del 2002. Tali limitazioni avrebbero evidenti e dirette conseguenze negative per l&#8217;economia elvetica, strettamente connessa con quella dell&#8217;Unione, effetti che per&ograve; non risparmierebbero neanche i partner della Svizzera.</p>
<p> Il voto referendario rischia per&ograve; di avere conseguenze politiche pi&ugrave; dirette ed immediate alimentando, in prossimit&agrave; delle elezioni europee, le campagne dei numerosi partiti populisti che hanno fatto della lotta all&#8217;immigrazione uno dei loro principali cavalli di battaglia. Dichiarazioni in tal senso non sono mancate, neanche nei casi, come quello italiano, in cui pi&ugrave; direttamente colpite dalle limitazioni dovrebbero essere proprio le zone di confine dove pi&ugrave; numeroso &egrave; l&#8217;elettorato della Lega.</p>
<p> <strong>Il contesto migratorio svizzero</strong><br /><a href="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/02/schermata2014-02-13a09.29.23.png" data-rel="lightbox-image-0" data-rl_title="" data-rl_caption="" title=""><img decoding="async" class="size-medium wp-image alignright" src="https://www.neodemos.info/wp-content/uploads/2014/02/schermata2014-02-13a09.29.23.png" width="300" /></a><strong><br /></strong> Per valutare appieno i risultati del referendum appare per&ograve; necessario inquadrare il caso elvetico nelle sue reali dimensioni quantitative. Infatti, la Svizzera &egrave; in termini relativi, escludendo il piccolo Lussemburgo, il maggior paese d&#8217;immigrazione del continente (Fig. 1): quasi il 23% della popolazione residente &egrave; composto da stranieri e un residente su quattro &egrave; un immigrato di prima generazione nato all&#8217;estero. Sono valori decisamente superiori a quelli che si registrano negli altri paesi d&#8217;immigrazione del continente: la quota di nati all&#8217;estero, ad esempio, si ferma al 9% in Italia, all&#8217;11,3% in Francia, al 12,1 in Germania, al 14,2 in Spagna e al 15,8% in Austria. Agli 1,8 milioni di stranieri residenti (di cui il 60% &egrave; comunitario) vanno poi aggiunti i 277 mila frontalieri, tra cui 57 mila sono i tedeschi, 65 mila gli italiani e 145 mila i francesi. <br /> Non bisogna poi sottovalutare che dalla crisi in poi la Svizzera &egrave; diventato il paese con il saldo migratorio pi&ugrave; elevato all&#8217;interno dell&#8217;area di libera circolazione (Fig. 2), scalzando decisamente i paesi dell&#8217;Europa meridionale in forte calo e sopravanzando decisamente anche Germania e Regno Unito.&nbsp; &nbsp; <br /> <strong><br /></strong>Politiche migratorie e consenso</p>
<p>&Egrave; inevitabile che processi sociali di queste dimensioni determinino, oltre a un generale beneficio economico, anche conseguenze negative, soprattutto per le fasce pi&ugrave; deboli della popolazione dei paesi d&#8217;arrivo. Nel caso svizzero, ad esempio, &egrave; stato evidenziato l&#8217;impatto negativo dell&#8217;immigrazione sul sistema di welfare e i casi di dumping salariale. In generale, &egrave; chiaro che in tempi di globalizzazione e di crisi economica la presenza di potenziali o effettivi concorrenti nel mercato del lavoro e nell&#8217;uso dei servizi sociali pu&ograve; creare preoccupazioni pi&ugrave; o meno fondate. Il risultato del referendum svizzero dimostra che in un paese democratico queste preoccupazioni non vanno sottovalutate o peggio ignorate, ma vanno invece affrontate con determinazione, intervenendo sui problemi reali e rimuovendone le cause. Anche per le politiche migratorie &egrave; infatti fondamentale raccogliere un ampio consenso tra la popolazione, se non si vuole correre il rischio di lasciare troppo spazio alle iniziative di populisti e demagoghi.<strong> </strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; &nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; <br /><strong><br /></strong> </p>
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