C’è sempre una soluzione semplice a un problema complesso. Peccato sia quasi sempre sbagliata. Laura Bernardi, docente di demografia a Losanna, illustra tutte le carenze teoriche e pratiche dell’idea di limitare a un numero fisso (10 milioni) la popolazione svizzera. Questa proposta politica sarà sottoposta a referendum federale il 14 giugno 2026.
L’idea di controllare la popolazione in Svizzera è ricorrente, ma oggi si fa un passo ulteriore: introdurre una soglia massima come leva diretta per limitare l’immigrazione e la residenza. L’iniziativa sulla sostenibilità dell’Unione Democratica di Centro, in votazione il 14 giugno 2026, propone di modificare la Costituzione per attivare restrizioni se la popolazione dovesse raggiungere i 10 milioni prima del 2050, con prime misure già a 9,5 milioni. Tra queste: i limiti all’asilo e al ricongiungimento familiare e, in ultima istanza, la fine della libera circolazione con l’UE. L’idea è semplice : meno persone, meno pressione. Tuttavia i dati indicano il contrario: una risposta troppo semplificata a problemi che sono, in realtà, strutturali e complessi.
Oggi la Svizzera conta circa 9,1 milioni di abitanti, e cresce di circa 70.000 persone all’anno: due terzi risultano dal saldo migratorio positivo, mentre il saldo tra nascite e morti (anch’esso positivo) è responsabile del terzo restante. Le previsioni dello scenario demografico di riferimento indicano che, di questo passo, la soglia dei 9,5 milioni verrebbe raggiunta intorno al 2032, mentre dal 2035, l’aumento della popolazione dovrebbe dipendere solo dal saldo migratorio, anche perché la fecondità svizzera è molto bassa, attorno a 1,3 figli per donna. Stabilizzare la popolazione sotto i 10 milioni richiederebbe quindi una riduzione della migrazione di circa il 50%, portandola da 50.000 a circa 24.000 persone all’anno. Un voto favorevole all’iniziativa sulla sostenibilità implica dunque un intervento massiccio per ridurre le immigrazioni.
Migrazioni asilo politico e ricongiungimento familiare
Non tutti i canali migratori contribuiscono allo stesso modo alla crescita (vedi grafico). Sebbene le immigrazioni per motivi di lavoro e familiari siano di gran lunga le componenti principali, il dibattito politico tende a concentrarsi in modo sproporzionato sulle richieste di asilo politico.
Un giro di vite sull’asilo avrebbe effetti minimi, oltre a rompere con una tradizione consolidata della Svizzera. I numeri parlano chiaro: tra il 2020 e il 2025 le richieste sono state in media 22.000 l’anno, con meno della metà accolte (43,8% nel 2024). Nel complesso, l’intero sistema dell’asilo rappresenta appena l’1,7% della popolazione, a cui si aggiunge circa lo 0,8% dei permessi S legati alla guerra in Ucraina. Anche azzerando completamente le concessioni d’asilo, l’impatto sulla crescita demografica resterebbe del tutto marginale.
Il ricongiungimento familiare vale circa un quarto degli arrivi (45.000 persone l’anno), ed è quindi il canale potenzialmente più rilevante. Restringerlo non è una scelta neutra: significherebbe violare impegni giuridici internazionali, colpendo direttamente famiglie già inserite nel mercato del lavoro, con costi sociali ed economici significativi (fig. 1).
Invecchiamento, economia e pensioni
Più del volume complessivo, è la composizione della popolazione a risultare determinante. I nuovi flussi migratori sono in larga parte costituiti da individui in età attiva (63% tra i 16 e i 39 anni), che contribuiscono direttamente alla capacità produttiva. In un contesto di fecondità stabilmente bassa, una restrizione dell’immigrazione accelererebbe il processo di invecchiamento: il rapporto di dipendenza passerebbe da 33 a 49 over 65 ogni 100 attivi entro il 2050, con una riduzione stimata di circa 300.000 persone nella forza lavoro.
Gli effetti sul sistema economico sono già evidenti. Anche senza introdurre ulteriori restrizioni all’immigrazione, le stime indicano un deficit di manodopera compreso tra 220.000 e 250.000 unità entro il 2030, fino a 460.000 nel 2050. Le carenze riguardano settori essenziali come la sanità, edilizia, servizi alla persona, che sono difficilmente sostituibili, almeno nel breve periodo, dall’automazione. Limitare l’immigrazione, in questo contesto, significa comprimere ulteriormente l’offerta di lavoro, con ripercussioni sulla crescita, sull’innovazione e sulla capacità produttiva.
Anche il sistema previdenziale ne risentirebbe direttamente. In caso di accettazione dell’iniziativa, le entrate previdenziali si ridurrebbero dell’8,3% entro il 2075. Ciò riflette il contributo strutturalmente positivo dell’immigrazione, poiché – in Svizzera come altrove – i lavoratori stranieri tendono, in media, a versare più contributi di quanto percepiscano in prestazioni.
Quali alternative?
In assenza di nuovi ingressi di giovani, il rapporto di dipendenza può essere corretto solo agendo sul denominatore: innalzando l’età pensionabile oppure aumentando la partecipazione al mercato del lavoro. Si tratta, tuttavia, di leve non prive di costi nel breve periodo. L’estensione della vita lavorativa implica infatti una ricomposizione della forza lavoro, con un aumento dell’età media e un rallentamento del ricambio generazionale, con possibili effetti sulla dinamica dell’innovazione e sull’accesso dei giovani alle posizioni qualificate. Inoltre, il prolungamento dell’attività riduce il tempo disponibile per funzioni sociali essenziali ma non contabilizzate perché non retribuite, quali la cura intergenerazionale e il sostegno familiare.
Un aumento del tasso di occupazione è teoricamente perseguibile attraverso una maggiore mobilitazione del lavoro femminile, tuttora concentrato nel tempo parziale. Tale strategia richiede però una profonda riallocazione del lavoro domestico e di cura, che dovrebbe essere trasferito dalle famiglie al mercato o allo Stato. In un contesto segnato dall’invecchiamento della popolazione e dalla crescita della domanda di servizi alla persona, ciò genera una tensione strutturale tra espansione dell’offerta di lavoro e sostenibilità dell’organizzazione quotidiana delle famiglie, con il rischio di alimentare ulteriormente il calo della fecondità. Le opzioni disponibili non sono dunque indipendenti, ma configurano scelte interconnesse che redistribuiscono tempo, risorse e responsabilità tra generazioni.
Altri aspetti da non trascurare
Il contesto internazionale rafforza ulteriormente questa dinamica. L’Europa e molte economie avanzate sono già entrate in una fase di rapido invecchiamento e rallentamento della crescita demografica, che rende la popolazione giovane una risorsa sempre più scarsa e contesa. In questo scenario, la Svizzera beneficia ancora di un afflusso netto di migranti in età attiva, ma si troverà sempre più esposta a una competizione internazionale crescente per attrarli, in particolare nei settori ad alta intensità di competenze come sanità e tecnologie. Limitare l’immigrazione significa dunque ridurre anticipatamente l’accesso a una risorsa strategica, proprio nel momento in cui la sua scarsità ne accresce il valore economico e sociale.
Inoltre, la competitività della Svizzera dipende dalla sua integrazione internazionale. Episodi recenti hanno mostrato che tensioni con l’Unione europea possono comportare esclusioni temporanee da programmi di ricerca come Horizon Europe, con effetti negativi su università, giovani ricercatori e settori tecnologici. Limitare la mobilità delle persone significa indebolire uno dei principali fattori di successo del Paese.
Ancora: le tensioni su alloggi e trasporti sono reali, ma non uniformi. Le grandi città sono sotto pressione, mentre molte regioni periferiche registrano spopolamento, chiusura di servizi e difficoltà ad attrarre residenti. Questo indica che il problema riguarda la distribuzione della popolazione e l’organizzazione del territorio più che il numero totale di abitanti.
Infine, anche la dimensione ambientale – sollevata dai sostenitori della decrescita demografica a lungo termine – non può essere ridotta esclusivamente al fattore popolazione. L’impatto dipende in larga parte dai modelli di consumo. In Svizzera, le emissioni legate ai consumi sono circa il doppio della media europea e fino a tre volte quelle francesi. Intervenire su produzione, energia e abitudini di consumo avrebbe quindi effetti assai più rilevanti che limitare il numero di abitanti.
L’idea di fissare un limite numerico alla popolazione è ricorrente. Già nell’antichità, Tertulliano evocava un mondo sovraccarico; nel XVIII secolo, Malthus temeva crisi inevitabili dovute allo squilibrio tra popolazione e risorse. Nel XX secolo, politiche di controllo delle nascite su larga scala — alimentate dalla retorica della “bomba demografica”, come nel caso della Cina — hanno prodotto effetti persistenti, tra cui rapido invecchiamento e squilibri difficili da riequilibrare. La lezione è chiara: i limiti rigidi tendono a rispondere a urgenze percepite, ma generano conseguenze strutturali spesso non anticipate.
L’iniziativa referendaria rappresenta quindi una scelta politica più che una soluzione tecnica. I dati indicano che limitare la popolazione non elimina le pressioni strutturali, ma rischia di spostarle nel tempo, e addirittura di amplificarle. In una società che invecchia e in un contesto internazionale competitivo, chiudersi comporta costi significativi. La sfida non è fissare una soglia numerica, ma governare la crescita. Ciò implica politiche territoriali più efficaci, investimenti nelle infrastrutture, adattamento del sistema sociale e mantenimento della capacità di attrarre capitale umano. La questione centrale non è quante persone vivono in Svizzera, ma come la società organizza la convivenza tra economia, demografia e welfare.
