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Declino demografico e mercato del lavoro in Italia: una finestra sul passato e sul futuro prossimo

Il sintetico richiamo dell’evoluzione demografica degli ultimi vent’anni e del declino atteso per quelli avvenire consente a Salvatore Strozza di introdurre la riflessione su alcune delle misure necessarie per contrastare gli effetti della diminuzione della popolazione in età lavorativa e del suo invecchiamento.

È dalla seconda metà degli anni ’70 che la fecondità in Italia scende al di sotto del livello di sostituzione, cioè di quel valore di 2,1 figli per donna che garantisce il ricambio generazionale. Il declino è stato continuo fino a toccare un minimo di 1,2 figli per donna a metà degli anni ’90 e, nonostante la leggera ripresa nei 15 anni seguenti, il Tasso di Fecondità Totale (TFT) del momento è sempre rimasto al di sotto di 1,5 figli per donna e negli ultimi anni è tornato più o meno ai livelli dei primi anni ‘90. Una fecondità così bassa, tra le più basse al mondo, per un tempo così lungo ha determinato una diminuzione delle nascite che si è accentuata negli ultimi anni per effetto della progressiva diminuzione del numero delle donne in età riproduttiva. Pertanto, se all’inizio dei magnifici anni ’60 i nati erano più di un milione, oggi sono meno di 400.000 all’anno. È questa la causa dell’invecchiamento dal “basso” della popolazione a cui si è aggiunto l’auspicato invecchiamento dall’“alto” dovuto alla diminuzione della mortalità e all’aumento della vita media delle persone. La cosiddetta piramide delle età ha visto pertanto un progressivo restringimento della sua base e l’allargamento del vertice, con una sporgenza in corrispondenza delle generazioni numerose della fine degli anni ’50 e della prima metà del decennio seguente, che con il passare degli anni si è spostata verso l’alto con l’aumentare dell’età dei baby boomer

Vent’anni indietro nel passato …

Limitando il nostro orizzonte temporale ad una finestra di 40 anni, vent’anni indietro e vent’anni avanti nel tempo, è possibile notare come la quota di popolazione di 65 anni e più è passata da poco più del 18% di vent’anni fa a quasi il 24% attuale per superare il 33% tra vent’anni, secondo i valori mediani delle previsioni dell’ISTAT (2022). Nel ventennio passato la popolazione è cresciuta da quasi 57 a oltre 59 milioni di residenti, con un aumento particolarmente forte nel primo decennio e l’avvio nel secondo di un declino destinato a continuare negli anni avvenire. Nel ventennio passato l’immigrazione straniera ha determinato l’aumento del numero dei residenti e rallentato il processo di invecchiamento della popolazione. Al censimento del 2001 gli stranieri residenti erano meno di un milione e mezzo e i nuovi italiani, cioè stranieri che avevano acquisito la cittadinanza italiana, meno di 300.000. Al censimento permanente del 2020 gli stranieri sono quasi 5,2 milioni e i nuovi italiani 1,5 milioni, complessivamente circa 5 milioni in più rispetto al 2001. Un collettivo costituito non solo da immigrati ma anche dai loro discendenti, dalla cosiddetta seconda generazione, non conteggiata in modo completo in questi dati che non considerano i figli di coppie con un genitore straniero e un altro italiano, visto che secondo la nostra normativa sono italiani dalla nascita. Appare comunque evidente l’apporto numerico dell’immigrazione straniera alla componente più giovane della popolazione residente e, soprattutto, a quella in età lavorativa, in particolare nelle prime fasce di età (fig. 1).

Nonostante l’apporto degli immigrati, tra l’inizio e la fine del ventennio passato i minori di 15 anni sono diminuiti di quasi 500.000 unità e la popolazione di 15-64 anni di poco meno di 600.000 persone, con una forte diminuzione dei giovani adulti (oltre 4,2 milioni in meno) e una sensibile crescita degli adulti meno giovani. La popolazione di 40-64 anni è aumentata di 3,6 milioni di persone, per effetto dell’ingresso in questo gruppo delle generazioni numerose dei baby boomer. Sono aumentati di circa 3,3 milioni anche gli anziani, cioè le persone di 65 anni e più (tab. 1).

… e vent’anni avanti nel futuro

I valori mediani delle previsioni dell’ISTAT, che ipotizzano per il prossimo ventennio un leggero innalzamento della fecondità da 1,3 a 1,5 figli per donna, un aumento della vita media di circa tre anni (2,5 per le donne e 3,5 per gli uomini) e un saldo migratorio positivo per circa 130-150 mila persone all’anno, forniscono un quadro sul futuro prossimo degno di grande attenzione. I minori di 15 anni diminuiranno di un milione e 200.000 unità, gli adulti si ridurranno di più di 6 milioni e mezzo, mentre gli over 65 si accresceranno di ulteriori 4,8 milioni di persone. 

Nonostante la previsione di un’immigrazione netta annua di 130-150.000 persone la popolazione in età lavorativa diminuirà in modo davvero rilevante. Sarà necessario pertanto governare le migrazioni ex ante, e non come è stato fatto finora a posteriori, garantendo protezione ai richiedenti asilo e allo stesso tempo riaprendo i canali di accesso per lavoro in funzione della domanda delle imprese e delle famiglie, favorendo anche l’accesso regolare per ricerca lavoro. Sarà necessario garantire un’integrazione effettiva dei nuovi arrivati, tra l’altro consentendo un accesso più rapido alla cittadinanza. Senza dubbio bisognerà guardare alle migrazioni con un occhio diverso da quanto fatto finora.

Alcune azioni ineludibili

Ma non finisce qui. Il ridotto numero di giovani porrà un problema serio di rinnovo delle competenze e sarà necessario introdurre strumenti (più) efficaci per la lotta alla dispersione scolastica, per garantire percorsi professionalizzanti, ridurre i NEET, innalzare i tassi di attività con particolare riferimento alla partecipazione femminile al mercato del lavoro. Sarà opportuno garantire servizi generalizzati per l’infanzia che consentano un accesso precoce alla socializzazione, contribuendo alla costruzione di percorsi formativi di successo per le nuove generazioni, e allo stesso tempo favoriscano per le donne la conciliazione tra il lavoro fuori casa e la cura dei figli, creando le basi per una potenziale ripresa della fecondità. Inoltre, alle giovani generazioni che entrano nel mercato del lavoro sarà necessario garantire condizioni competitive con quelle offerte dagli altri paesi avanzati (per approfondire, si veda ad esempio, il decalogo di misure proposto da Stefano Molina – Winter is coming: prepariamoci all’inverno demografico – neodemos 2022). E in una società che invecchia, e con essa invecchiano le sue competenze, sarà necessario un efficace aggiornamento continuo, anche in risposta alla velocità con la quale, da alcuni decenni a questa parte, si realizzano le innovazioni.

* L’articolo riprende l’intervento nel PdM Talk “Benvenuti nella residenza per anziani Italia” (18 novembre 2022), PAROLE di Management (PdM), Quotidiano di cultura d’impresa.