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Un freno all’emigrazione del Nord Africa?

La Redazione

L’immigrazione dal Nord Africa riveste, per il nostro Paese, un significato particolare. Una regione vicina, con antiche relazioni e contatti, con una demografia esuberante e con economie povere. I flussi dalla Tunisia sono stati i primi, di una qualche consistenza, a raggiungere l’Italia negli anni ’70; l’immigrazione dal Marocco è poi diventata predominante e oggi è la collettività straniera, non comunitaria, più numerosa nel nostro paese. Negli anni più recenti, le rivoluzioni in Tunisia, Libia ed Egitto hanno creato situazioni di eccezionalità con forti afflussi di irregolari e richiedenti asilo. Tra gli immigrati regolari, i nord-africani rappresentano il 70 per cento circa degli africani, e quasi un terzo dei “non comunitari e non europei”. L’intera regione nord-africana, nel ventennio 1990-2010, ha avuto una emigrazione netta di circa 6 milioni di persone, in grande maggioranza fornita dall’Egitto e dal Marocco.

La pressione migratoria dal Nord-Africa continuerà, sicuramente, a farsi sentire nel futuro prossimo e le comunità immigrate, oramai ben radicate, continueranno a costituire un richiamo per nuovi arrivi. Tuttavia il fattore di spinta demografico si è ormai sensibilmente allentato, rispetto ai decenni passati.

Una crescita esuberante, in frenata

Secondo le stime delle Nazioni Unite, la popolazione del Nord Africa (Egitto, Sudan, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco e Sahara Occidentale), tra il 1950 e il 2010, si è moltiplicata per quattro (da 49 a 200 milioni), ma con un ritmo decrescente che dovrebbe ulteriormente moderarsi nei prossimi decenni. Ciò che più rileva, per quanto riguarda la migrazione, è l’andamento della popolazione giovane,  in particolare quella compresa tra i 20 e i 40 anni, che fornisce il nucleo forte dei flussi, e che porta al suo seguito bambini e adolescenti e – assai più raramente – anziani.

Ebbene, nei prossimi vent’anni (2015-35), secondo le proiezioni delle Nazioni Unite, e al netto delle migrazioni, la popolazione di questa fascia di età crescerà del 19%, contro una diminuzione del 21% per l’insieme dei paesi del sud Europa che si affacciano sul Mediterraneo. Si tratta di un aumento considerevole, che continuerà a generare esuberi di forza lavoro, anche se un sostenuto sviluppo potrebbe agevolmente assorbire una popolazione giovane attiva in espansione di meno dell’1% all’anno. Aggiungiamo che si tratta di un aumento di gran lunga inferiore rispetto a quello determinatosi nel ventennio precedente (1995-2015) che fu quasi triplo (+56%), e di quello del ventennio ancora precedente (1975-95) che fu quasi quintuplo (+91%).

La crescita della popolazione giovane in età attiva nel prossimo ventennio, inoltre, non è uniforme nei vari paesi. Rispetto alla media del 19%, l’Egitto – il paese più popoloso – vedrà aumentare questa fascia di età del 21% ed il Sudan, peraltro assai meno connesso (per ora) con il Mediterraneo e assai più arretrato, addirittura del 55%. In Tunisia invece la fascia 20-40 diminuirà addirittura del 12%, in Algeria del 2% e in Marocco l’amento sarà moderato e pari all’8%. Insomma la molla demografica è praticamente scarica per i paesi del Maghreb, mentre è ancora assai tesa per le popolazioni della valle del Nilo.

La discesa della natalità

La ragione delle prospettive differenziate della dinamica della popolazione giovane sta, evidentemente, nell’evoluzione della fecondità. La Tabella 1 riporta il numero di figli per donna di Egitto, Libia, Tunisia, Algeria e Marocco, dal 1950-55 in poi. In tutti questi paesi, che attorno al 1970 avevano una fecondità non controllata e pari ad almeno 6 figli per donna, il declino è stato molto forte fino all’inizio dello scorso decennio. Solo in Egitto, nel 2000-05, il tasso di fecondità totale non è sceso sotto la soglia di 3; in Tunisia si è addirittura toccata quota 2. Buona parte della discesa, nella prima parte della fase qui considerata, è da attribuirsi al forte aumento dell’età al primo matrimonio delle donne, che oramai tocca, o supera, il livello di 30 anni in Tunisia, Algeria e Libia. La diffusione del controllo delle nascite ha fatto il resto.
Negli ultimi anni però, la discesa si è arrestata, e c’è stata anche una inversione in Marocco e Algeria. Questo fatto ha sorpreso gli esperti che si attendevano ragionevolmente una ulteriore flessione dato che molte fasce della popolazione mantengono propensioni e comportamenti tradizionali che la “modernizzazione” avrebbe dovuto scalfire (almeno in teoria). Tuttavia i livelli di fecondità raggiunti, molto moderati rispetto al passato, hanno già permesso di rallentare la crescita delle fasce giovanili più disposte ad emigrare.

Per saperne di più

Zahia Quadah-Bedidi, Jacques Vallin e Ibtihel Bouchoucha, La féconditè au Maghreb: nouvelle surprise, “Population & Société”, n. 496, Febbraio 2012.

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