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Ricercatori e badanti

Ouejdane Mejri

Sempre più atenei italiani stanno investendo nell’internazionalizzazione e nell’attrazione di studenti stranieri, in particolare verso le scuole di specializzazione e i dottorati di ricerca. Borse di studio e agevolazioni vengono offerte ai più meritevoli; spesso questi studenti stranieri dimostrano di essere all’altezza della fiducia loro accordata: vincono premi nazionali e internazionali e pubblicano su riviste scientifiche o letterarie di spicco. Sempre meno raramente, il nome delle università italiane viene accostato a cognomi stranieri sulla scena internazionale, anche se questi cognomi non compaiono mai nell’elenco dei docenti strutturati di tali atenei. Il blocco delle assunzioni e la mancanza di risorse per la ricerca non distinguono tra le origini.

 

Fino al 2009, e indipendentemente dalla rarità dei concorsi universitari, la speranza di carriera accademica per chi è arrivato in Italia provenendo da un paese extra-comunitario si è comunque arrestata davanti a una barriera insuperabile: la legge Bossi-Fini, infatti, non prevedeva per chi aveva ottenuto una laurea specialistica o un dottorato di ricerca in Italia la possibilità di convertire il permesso di soggiorno per studio in un permesso per motivi di lavoro. Quale soluzione è stata dunque proposta a una mia amica tunisina, che aveva conseguito con lode la sua tesi di dottorato in Italia? I colleghi di una nota Università le hanno candidamente suggerito di richiedere un permesso di soggiorno utilizzando la sanatoria per badanti e colf. Posso assicurare che il senso di impotenza e di frustrazione di chi non può più continuare a studiare, perché il suo percorso è arrivato al suo culmine, e non può neanche ambire a lavorare se non facendosi assumere come finta badante, è stato immenso.

 

Mortificata, offesa, delusa, la mia amica decide di accettare l’offerta di assunzione di una prestigiosa università tunisina che sta accrescendo la sua area linguistica, e se ne torna all’amata patria. La Provvidenza manzoniana sembra però anch’essa voler prendere parte a questa storia: dopo due anni, una mail portatrice di buone nuove attraversa da sud a nord il Mediterraneo. La famosa dottoranda, diventata professore associato, offre ai suoi colleghi italiani rimasti in stallo, in attesa di un miracoloso sblocco delle assunzioni che non arriva mai, alcuni posti da ricercatore nella sua nuova università tunisina. Poiché l’utopia non è nemica della Provvidenza, alcuni hanno risposto positivamente e oggi ricoprono ruoli nel mondo della ricerca, seppur in un contesto al quale non avevano mai pensato, confermando che forse questo mondo non dovrebbe avere confini.

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