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In Memoriam

La Redazione

Gli oltre trecentocinquanta migranti morti a poche centinaia di metri da Lampedusa, all’alba del 3 ottobre, nel naufragio del barcone che li trasportava dalla Libia, impongono all’Italia e all’Europa di andare oltre la retorica del cordoglio, guardando in faccia i fatti e predisponendo azioni concrete. Neodemos segnala 10 punti essenziali per evitare equivoci, doppiezze e facili scorciatoie.

1) Siamo, in Europa, in tempi di pace, ma nel Mar Mediterraneo muoiono migliaia di persone inermi, in cerca di sopravvivenza.

2) I morti di Lampedusa erano, quasi tutti, in cerca di protezione e asilo che, quasi tutti,  avrebbero ottenuto. Erano in fuga da Somalia e Eritrea: uno stato fallito in preda alla violenza, il primo, e uno stato tiranno e oppressivo, il secondo.

3) Ci sono pochi e chiari principi di portata universale che governano queste gravi situazioni. Quelli che fanno capo alla legge del mare, che impone il salvataggio di chi è in difficoltà – chiunque, e dovunque ciò possa essere umanamente possibile. E quelli che hanno solennemente assunto i firmatari della Convenzione di Ginevra: chi è perseguitato o in grave pericolo deve essere accolto e protetto quando “bussa” alle porte di uno Stato.

4) Ma questi principi hanno un macroscopico vuoto: come si fa a “bussare” ad una porta che è lontana migliaia di chilometri e ha il mare di mezzo? Si intraprende un lungo e rischioso viaggio, per terra e per mare, assumendo costi, sopportando traversie, sfidando la sorte e rischiando la morte.

5) L’Europa ha il dovere di trovare un rimedio a questo vuoto. Eccone uno: si creino dei “presidi” di garanzia nei paesi di transito (oggi soprattutto la Libia), dove il migrante possa presentare domanda di asilo e dove possa trovare sostegno e protezione in attesa che la domanda venga esaminata, e la sua destinazione decisa. “Presidi” di questo genere devono derivare da accordi con i paesi di transito, sotto l’ombrello giuridico e politico della Unione Europea, delle Nazioni Unite, dell’Organizzazione degli Stati Africani.

6) I “presidi” potrebbero anche essere creati ad hoc, o addirittura trasformarsi in corridoi umanitari, nelle situazioni di emergenza più gravi.

7) Si pretenda una riforma radicale del “Dublino” 2, il trattato che impone al richiedente asilo di rimanere nello Stato dove tale domanda viene presentata. Questo è ingiusto e irrazionale; rende difficile la sistemazione del protetto – che sarebbe assai più facile se potesse andare dove, ad esempio, ha parenti, o amici, o maggiori probabilità di trovare lavoro adeguato alle sue capacità.

8) Molti Paesi – soprattutto del Nord Europa – si oppongono alla riforma del “Dublino 2” ricordando, tra l’altro, che l’Italia ha – in rapporto alla popolazione o al PIL – una quota di rifugiati assai inferiore alla media europea. E’ vero: debbono perciò essere studiati ed avviati meccanismi di equa ripartizione degli oneri, sostenuti da un fondo perequativo ad hoc della UE.

9) Si rafforzino i pattugliamenti, e si potenzi FRONTEX – che non ha mezzi propri, ma si avvale di quelli temporaneamente messi a disposizione dei vari paesi, assicurando nel contempo la sua “responsabilizzazione” politica, oggi carente, ma necessaria per i delicati interventi che opera in mare. Ricordiamo però che il pattugliamento è l’ultima “ratio” e che il suo rafforzamento ha anche controindicazione perché invita i piloti dei natanti a itinerari più rischiosi.

10) I “mercanti di morte”, i “nuovi negrieri”, i “trafficanti criminali” vanno arrestati e puniti e le loro organizzazioni (spesso però sono imprese individuali) vanno smantellate. Ma essi sono solo lo strumento – perverso – del quale si avvale la massa di coloro che vogliono uscire da situazioni di inaccettabile pericolo. E’ inutile scaricare sdegno e retorica su di loro senza affrontare le ragioni della loro esistenza.

C’è infine un appello finale a Parlamento e Governo suggerito dalla grottesca iscrizione dei sopravvissuti al naufragio nel “registro degli indagati”: abolire subito il reato di immigrazione clandestina. Una norma “simbolo”, introdotta per ragioni solamente  ideologiche, che colpisce chi già è vittima, ostacola la soluzione dei problemi degli immigrati e  e non contribuisce in alcun modo a contrastare il fenomeno che formalmente dichiara di voler combattere.

 

Per saperne di più

Potosì: FRONTEX e le frontiere dell’Europa (neodemos 17/11/2010)

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