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I dati che vorremmo (e che gli altri paesi hanno)

Alessandro Rosina

In Francia sta per partire un’indagine, condotta da Ined e Inserm, che seguirà 20 mila bambini a partire dalla nascita fino al raggiungimento dell’età adulta. Questo progetto, denominato Elfe (Étude longitudinale française depuis l’enfance) nasce con lo scopo di “meglio comprendere i cambiamenti che riguardano le nuove generazioni”.

 
Le indagini longitudinali che seguono nel tempo le persone raccogliendo informazioni sui loro comportamenti, sulle scelte, sugli atteggiamenti, sul contesto nel quale vivono, sono uno strumento imprescindibile per analizzare come i percorsi di vita dei singoli mutano e si adattano in funzione dei nuovi rischi e delle nuove opportunità che emergono dalle grandi trasformazioni sociali, economiche e del quadro normativo. Sono, inoltre, cruciali per il monitoraggio e la valutazione dell’efficacia delle politiche.

 
La Gran Bretagna è tra i paesi precursori in materia. La stessa strada è stata intrapresa da molti altri paesi avanzati interessati (davvero) a capire come stanno mutando le condizioni delle nuove generazioni e quali siano le politiche più adatte per favorirne un ingresso pieno e soddisfacente nell’età adulta.
Perché in Italia non esiste (ancora) un’indagine simile? Si è scritto molto sull’incapacità del nostro paese nel riorientare le risorse a beneficio dei giovani, a favore degli strumenti che potenzino il loro ruolo attivo nella società. Rispetto agli altri paesi investiamo meno in formazione terziaria, in ricerca e sviluppo, in welfare pubblico contro la precarietà. Possiamo aggiungere a queste voci anche un minor investimento in indagini adeguate per conoscere le problematicità della loro realtà.

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