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Vajont, 1963-2013

Fiorenzo Rossi

Il disastro
La sera del 9 ottobre 1963, alle 22.39, una frana di 260 milioni di metri cubi si staccò dal monte Toc e precipitò nel lago artificiale che si era formato con la costruzione di una diga sul torrente Vajont, affluente del Piave, per la produzione di energia elettrica. L’onda provocata dalla frana si riversò sul fianco opposto, travolgendo le case più in basso del comune friulano di Erto e Casso, e verso valle, superando la diga e spandendosi nella valle del Piave, in provincia di Belluno. Il mattino seguente una spianata di fango e macerie apparve ai soccorritori dove c’erano gli abitati di Castellavazzo e Longarone. Per spiegare la catastrofe, Dino Buzzati scrisse nel Corriere della Sera (11 ottobre 1963): “Un sasso è caduto in un bicchiere colmo d’acqua e l’acqua è traboccata sulla tovaglia. Tutto qui. Solo che il bicchiere era alto centinaia di metri e il sasso grande come una montagna e di sotto, sulla tovaglia, stavano migliaia di creature umane che non potevano difendersi.” I morti accertati furono 1.910, dei quali 1.456 residenti a Longarone, 112 a Castellavazzo, 158 a Erto e Casso, e 184 residenti altrove, tra cui 54 dipendenti della SADE, costruttrice e proprietaria dell’impianto idroelettrico. In occasione del 50° anniversario, qualche mese fa, tutti i giornali ricordarono la catastrofe, ricostruendo sia le vicende legate alla costruzione della diga e alle controverse analisi geologiche del sito, sia le tragedie umane vissute dai superstiti, sia infine le conseguenze giudiziarie, penali e civili, che si trascinarono a lungo. Ci soffermiamo qui su alcuni aspetti demografici, raramente studiati, ma non meno interessanti, limitando le osservazioni al solo comune di Longarone.[i]

Longarone
Capoluogo naturale della zona, Longarone aveva all’epoca circa 4.700 abitanti residenti. Analogamente al resto della Provincia, flussi migratori temporanei ma anche definitivi, facevano sì che la popolazione variasse relativamente poco negli ultimi decenni, ma con un numero di presenti ai censimenti sempre largamente inferiore ai residenti. Negli ultimi anni, una natalità sul 7‰ e una mortalità sul 15‰ assicuravano un saldo naturale positivo, non sufficiente tuttavia a bilanciare il saldo migratorio negativo. La struttura per età era ancora giovane, con un indice di vecchiaia[ii] simile a quello regionale, e pari nel 1961 a 39%.

I morti
L’elenco dei deceduti nel disastro, relativamente sicuro perché frutto di accertamenti giudiziari, con l’indicazione per ciascuno del luogo di residenza e della data di nascita, è noto:[iii] i 1.456 caduti residenti a Longarone appartenevano a tutte le classi di età: nel complesso, la mortalità sfiorò 1/3 dei residenti, raggiungendo il 312‰ (330 tra le donne, 294 tra gli uomini).[iv]

Una stima della popolazione residente di Longarone alla vigilia della catastrofe, suddivisa per età e sesso, è possibile, partendo dal dato censuario dell’ottobre 1961: basta “invecchiare” di due anni, usando opportune Tavole di mortalità, i residenti, inserire i nati nel biennio (già noti), e correggere il risultato con una stima per età del saldo migratorio nei due anni. In questo modo si può avere il denominatore, e, avendo già i decessi, costruire tassi di mortalità per età per questa sola causa. La figura 1 mostra i tassi (in percentuale) per sesso e classe decennale di età: sono colpite tutte le età, ma, sembrerebbe, di meno quelle dei giovani adulti maschi. Tuttavia, stimando con ragionevoli ipotesi la popolazione presente per età – ricordiamo che al censimento 1961 furono contati molti meno presenti dei residenti – si ottengono i risultati della figura 2, dove accanto all’ipotesi di 568 assenti (come nel 1961), è stata fatta anche quella di circa 300 (come nei due censimenti del 1951 e 1971). I tassi di mortalità si alzano nelle età adulte giovani e centrali, portando il tasso generale a 356‰ e a 334‰ nelle due ipotesi. Drammatico infine è il grafico della piramide delle età stimata all’epoca della tragedia (figura 3), che riporta anche in colore più scuro ai margini di ciascuna classe di età, i deceduti nel Vajont. Dei 4.663 residenti stimati prima del disastro, rimasero 3207 superstiti, con una struttura per età paradossalmente un po’ più giovane.

Dopo la tragedia
È interessante vedere cosa successe dopo. Alla disperazione dei superstiti che piangevano familiari morti, la confusione dei primi giorni, i provvedimenti immediati per governare la situazione drammatica, le recriminazioni per la ricerca delle colpe, seguì con il passare degli anni un lento recupero della popolazione. E ciò avvenne nei modi con cui ogni popolazione si riprende dopo una catastrofe: incremento delle nascite e immigrazione. Nei due quinquenni successivi[v] il tasso di natalità salì a 18 e 21‰, per poi tornare ai livelli precedenti. Per quanto riguarda gli spostamenti migratori, pur mantenendosi elevato il tasso delle uscite (20 e 31‰ nei due quinquenni e ancora 25‰ nel successivo), le immigrazioni, sostenute da incentivi governativi per chi avviasse o riprendesse un’attività economica, si alzarono tanto da portare il saldo a 10, a 21 e ancora 10‰ nei tre quinquenni successivi. Le provenienze erano in grandissima parte da altri comuni italiani, e pochissime dall’estero.

Qualche informazione ulteriore è fornita del censimento del 1971, in occasione del quale alcune domande furono elaborate su un campione del 20%. In particolare, esaminando, tra i residenti a Longarone nel 1971, le risposte ai quesiti su matrimonio e figli avuti e su residenza 5 e 10 anni prima, si ottengono risultati interessanti; anche se si lavora su poche centinaia di casi, c’è motivo di ritenere che essi ripecchino la situazione dell’universo[vi].

Dividiamo anzitutto la popolazione tra nati e sempre residenti a Longarone o comunque già residenti nel 1961 (il 75%), e immigrati tra il 1961 e il 1971 (il 25%; di questi, uno su sette era nato a Longarone). Degli immigrati, l’81% erano arrivati nel 1966-71, e, per le provenienze, il 44% dalla provincia di Belluno e il 18% da altra provincia del Veneto. Gli immigrati, favoriti anche dalla struttura per età particolarmente favorevole, sperimentarono dal 1963 una nuzialità elevatissima (che con misure trasversali avrebbe superato ampiamente, in termini di nuzialità totale, il 100%) mentre rimase piuttosto normale tra i vecchi residenti[vii]. Nello stesso modo, la fecondità risultava crescente, da 2 figli per donna nel 1964 fino a 3,3 ed oltre nel 1968-69 tra le immigrate, mentre stazionava negli stessi anni sui 2,3 figli (circa il livello del Veneto) per le residenti da prima del 1961. La popolazione censita nel 1971 era salita a 4036 residenti, e a 4.481 nel 1981 (figura 4). L’indice di vecchiaia, che era sceso a 38% nel 1971, risaliva a 52% dieci anni dopo. Nel seguito la popolazione iniziava un calo, che portava gli abitanti a 3.878 alla fine del 2012, accompagnato da un progressivo invecchiamento (I.V. 172%), dinamica peraltro comune al resto della provincia, alla regione e all’intero paese; la dimensione media delle famiglie è di 2,3; non mancano residenti stranieri, che sono il 7,3%.

Longarone oggi
Questi e altri indicatori mostrano che Longarone ha ripreso una vita (quasi) normale. Con l’incremento della natalità e delle immigrazioni è stata recuperata in pochi anni l’entità della popolazione, che era stata decimata, ma è stato anche ricostruito il tessuto sociale, che era uscito sconvolto dalla tragedia. La ripresa è avvenuta con le inevitabili tensioni che ogni processo migratorio di una qualche consistenza produce nella comunità di arrivo, sicuramente acuito in questo caso dalle particolari condizioni psicologiche dei sopravvissuti. Longarone ovviamente non è più la stessa di prima. Difficile dire come sarebbe oggi la sua popolazione senza la tragedia del Vajont. Secondo le memorie di alcuni dei sopravvissuti, «l’elemento umano è stato distrutto, le trame dei rapporti umani (…) a Longarone non si ricostruiranno purtroppo mai più (…)».[viii] Forse l’intensità dei rapporti umani si sarebbe attenuata più lentamente, come è successo altrove. La catastrofe ha fatto precipitare la situazione e percepire come avvenuto in pochi minuti un processo che era probabilmente già in atto.
 

 


[i] La maggior parte delle informazioni qui riportate sono riprese da F. Rossi, La popolazione di Longarone, 1951-2001, in M. Reberschak, I. Mattozzi, Vajont dopo il Vajont. 1963-2000, Marsilio, Venezia, 2009. Le fonti utilizzate sono quelle ufficiali ISTAT, oltre a dati forniti dall’Ufficio anagrafe, Comune di Longarone.

[ii] I.V.: sessantacinquenni e oltre per 100 persone fino a 14 anni.

[iii] L’elenco è riportato nel volume di M. Reberschak, Il grande Vajont, Cierre, Verona, 2008.

[iv] Ma si stima una percentuale dell’80% per il capoluogo e le due frazioni di Pirago-Rivalta e Villanova-Faè (I. Mattozzi, Per una storia di Longarone, in Il grande Vajont, op. cit.).

[v] I due quinquenni sono: 1962-66, 1967-71; il primo comprende dunque il 1962 e il 1963, che precedono praticamente la catastrofe.

 [vi] I risultati che seguono sono tratti dalla tesi di laurea di L. Zanotto, Dopo la strage: la ricostruzione di Longarone 1961-1971, A.A. 2008-2009, Facoltà di Scienze statistiche, Università di Padova, relatore prof. F. Rossi. Il file del campione al 20% è stato gentilmente fornito dall’IRSEV, Istituto Regionale per lo Sviluppo Economico del Veneto.

[vii] Per le misure di nuzialità, come per quelle successive di fecondità, è stata calcolata la media mobile a tre termini dei risultati per i singoli anni.

[viii] I. Mattozzi, Per una storia di Longarone, in Il grande Vajont, op. cit.

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