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Una possibile riforma del sistema previdenziale. (Seconda puntata)

Alessandro Cigno
Prima parte : I sistemi previdenziali deprimono la fecondità. In teoria, un sistema di incentivi potrebbe sostenerla ma, a quel punto, si potrebbero porre problemi di qualità: i genitori potrebbero non “curare” a sufficienza figli che hanno messo al mondo, almeno in parte, per mero tornaconto economico. Che fare, allora?
Una proposta alternativa per il sistema previdenziale
In un libro appena pubblicato[1] propongo l’introduzione, accanto ad un sistema pensionistico “alla Bismarck” (cioè tale che le pensioni individuali dipendano dai contributi individuali), come quello vigente in Italia e un po’ dappertutto nell’Europa continentale, di uno schema innovativo che offra a ciascun partecipante una pensione crescente con la capacità reddituale dei propri figli. Ambedue gli schemi dovrebbero contenere, come del resto quello esistente, elementi sia assicurativi che redistributivi. Ciascun cittadino in età lavorativa dovrebbe essere libero di combinare i due schemi nelle proporzioni che ritiene più conveniente, cioè scegliere attraverso l’allocazione del proprio tempo nel corso della propria vita attiva quanta parte della propria pensione far dipendere dai propri contributi previdenziali (quindi dal proprio reddito) e quanto dal reddito dei propri figli. Questo non penalizzerebbe coloro che hanno difficoltà a trovare un partner o non possono avere figli, perché avrebbero ancora la possibilità di guadagnarsi una buona pensione lavorando e pagando contributi come nel sistema vigente, ma le persone relativamente più brave ad allevare figli sarebbero incoraggiate a dedicare più tempo a questa attività.
Tanto per fare esempio, una persona potrebbe scegliere di lavorare dall’età di 19 all’età di 25 anni, ritirarsi poi dal mercato del lavoro poniamo per allevare i figli e rientrarvi all’età di 34 anni. Durante i periodi di occupazione questa persona pagherebbe contributi previdenziali in relazione ai propri guadagni. Nel periodo dedicato ai figli, invece, non pagherebbe alcunché. Arrivata l’età del pensionamento, questa persona riceverebbe una pensione calcolata in parte in base ai contributi versati, e in parte in base ad una stima dei redditi vitalizi dei suoi figli. Dato che questi ultimi avrebbero a questo punto fra 30 e 40 anni non sarebbe difficile per lo Stato stimare i loro redditi potenziali sulla base di variabili osservabili, come ad esempio titolo di studio conseguito, settore di attività, guadagni effettivamente realizzati fino a questo momento, ecc. Legando una parte della pensione al reddito dei figli, questo schema restaurerebbe l’incentivo, indebolito dai sistemi pensionistici convenzionali, non solo ad avere figli, ma anche a fare in modo che ciascuno di essi sia capace di produrre reddito quando diventa grande.
Un elemento di tutto ciò esiste già in alcuni paesi europei. La majoration de durée d’assurance pour enfants del sistema pensionistico francese, la extrapension för barn di quello svedese e il Kindererziehungszeiten tedesco sono esempi di schemi che accreditano al genitore contributi pensionistici fittizi per un certo numero di anni a partire dalla data di nascita di un figlio. Il problema è che tali schemi fanno dipendere il credito pensionistico soltanto dal numero dei figli, e non dalla loro capacità di produrre reddito. Lo schema tedesco teneva inizialmente conto in qualche modo dell’investimento effettuato dai genitori in ciascun figlio perché il contributo, calcolato in base al salario medio, veniva accreditato soltanto a condizione che la madre si ritirasse dal mercato del lavoro. Ma dal 1996 il contributo viene accreditato anche se la madre continua a lavorare, e il Kindererziehungszeiten è quindi diventato, come gli altri schemi, soltanto un incentivo ad avere figli.
Una simulazione

Per illustrare l’effetto di uno schema che stimoli i genitori a produrre base contributiva futura, e non semplicemente ad avere più figli, riporto le simulazioni effettuate mediante un modello econometrico della Germania occidentale[2].La Figura 2 mostra come sia effettivamente variato il tasso di fecondità (TFR) fino al 1995 e come sarebbe variato da allora in poi in presenza di diversi pacchetti (“scenari”) di politiche economico-sociali.


[1] Cigno, A. and M. Werding (2007), Children and Pensions, MIT Press.

 

[2] Le simulazioni sono descritte in dettaglio nel già citato Children and Pensions.
Cfr. anche dibattito in corso sul blog di Flavia Amabile, giornalista de “La Stampa” (http://www.lastampa.it/amabile)
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