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Una possibile riforma del sistema previdenziale (Prima Puntata)

Alessandro Cigno

Il fenomeno della riduzione del tasso di fecondità e dell’innalzamento della durata media della vita che si sta verificando, in Italia come in altre parti del mondo industrializzato, può essere visto come una fase di transizione verso un nuovo equilibrio demografico in cui nascono meno persone, che però “durano”, cioè restano in vita, mediamente più a lungo Le transizioni sono sempre problematiche ed è quindi naturale che ci si preoccupi della difficoltà, nel breve periodo, di convertire scuole materne in residenze per anziani e pediatri in geriatri.

Esiste una fecondità ideale?
Ma, nel lungo periodo, è un bene o un male che nascano meno bambini? Se la risposta è “bene”, ciò implica che esista un’esternalità negativa, cioè che una parte del costo di avere un figlio in più ricade sulla società piuttosto che sui genitori. Se la risposta è “male”, ciò implica un’esternalità positiva, cioè che una parte del beneficio va alla società piuttosto che ai genitori.
Semplifichiamo un po’ la questione assumendo che la speranza di vita alla nascita sia indipendente dalle scelte dei singoli. Questo non è completamente vero perché la durata della vita di una persona è influenzata dal trattamento ricevuto da piccolo e dallo stile di vita adottato da grande. Ma la durata della vita media di una collettività è un dato essenzialmente esogeno per il singolo, perché dipende in larghissima misura dai progressi della scienza medica e dalle politiche socio-sanitarie adottate dallo Stato.
Quali sarebbero i costi e i benefici di una nascita in più in assenza di welfare state? Per i genitori essa comporterebbe spese aggiuntive e perdita di reddito, almeno per i primi anni. I benefici sarebbero in parte immateriali, come il piacere di vedere crescere un bambino o la vanità di far sopravvivere i propri tratti. Ma, in seguito, vi sarebbero anche benefici più concreti, perché un figlio adulto può dare ai propri genitori anziani sia sostegno personale che aiuto materiale[1]. Per il resto della società, il beneficio consisterebbe nelle tasse che il nuovo cittadino pagherebbe allo Stato. L’eventuale costo sarebbe quello di una maggiore congestione.
Il welfare state modifica tutto ciò. I trasferimenti e gli sconti fiscali alle famiglie con bambini e i sussidi ai servizi educativi, sanitari e ricreativi per l’infanzia e l’adolescenza trasferiscono parte del costo di avere un figlio dai genitori al resto della società. Un altro pezzo di stato sociale – il sistema pensionistico pubblico – riduce il beneficio per i genitori di avere un figlio perché provvede ad almeno una parte dei loro bisogni futuri attraverso l’erogazione di una pensione, ma potrebbe anche generare un beneficio o un costo per il resto della società, a seconda che il nuovo nato paghi in contributi più o meno di quanto incassa di pensione. Da un canto, il welfare state riduce quindi il costo privato; dall’altro, potrebbe aumentare o ridurre il beneficio pubblico netto. Non è quindi ovvio se l’effetto complessivo del welfare state sia quello di indurre i genitori ad avere troppi figli, o troppo pochi.
Più welfare, meno figli?
L’unica cosa che sappiamo per certo è che li induce ad averne meno. Come illustrato dalla Figura 1, la fecondità (qui misurata attraverso il tasso di fecondità totale, o TFT) è negativamente correlata al peso della spesa sociale e, in particolare, alla sua componente previdenziale[2].

Per la Germania è stato stimato che il beneficio netto di una nascita per le casse del sistema pensionistico sia in media di circa 139 mila euro[3].Possiamo dedurre da questo che lo Stato dovrebbe pagare ai genitori una tale somma per ogni nuovo figlio? Non necessariamente, perché non sappiamo se il numero attuale di nascite è troppo alto o troppo basso. Inoltre la cifra in questione rappresenta il contributo atteso di una nuova nascita ferma restando l’attuale struttura degli incentivi (tasse e sussidi alle famiglie). L’annunzio di un nuovo e così alto sussidio legato puramente al numero di figli potrebbe indurre i genitori a privilegiare la quantità a scapito della qualità e quindi a ridurre la spesa ed il tempo dedicati a ciascun di essi e, a quel punto, il beneficio sociale netto di una nuova nascita sarebbe sicuramente inferiore a 139 mila euro.


[1] I genitori non possono fare un contratto con i loro bambini del tipo “ti mantengo e mando a scuola adesso, ma in cambio tu ti curerai di me, quando sarò vecchio”, ma si può dimostrare l’esistenza di accordi intrafamiliari tali che sia nell’interesse di ciascun adulto fornire ai propri figli giovani e genitori anziani almeno una certa quantità di beni o servizi. Vedasi Cigno, A. (2006), “A constitutional theory of the family”, Journal of Population Economics 19, pp. 259-283; Cigno, A, G. C. Giannelli, F. C. Rosati and D. Vuri (2006), “Is there such a thing as a family constitution? A test based on credit rationing”, Review of Economics of the Household 4, 183-204.

 

[2] Il grafico è riprodotto da Puhakka, M. and M. Viren (2006), “Is the fertility decline a consequence of the growth of the welfare state? Evidence from historical data”, European Papers on the New Welfare 6, pp. 46- 52. Correlazione non implica necessariamente causalità, ma l’analisi econometrica indica che, almeno nel lungo andare, il comportamento delle famiglie è effetto delle politiche; vedasi Cigno, A. and F. C. Rosati (1992), “The effects of financial markets and social security on saving and fertility behaviour in Italy”, Journal of Population Economics 5, pp. 319-341, per l’Italia e Cigno, A., L. Casolaro and F. C. Rosati (2003), “The impact of social security on saving and fertility in Germany”, FinanzArchiv 59, pp. 189-211, per la Germania.
[3] Vedasi Werding, M. and H. Hofmann (2005), Die fiskalische Bilanz eines Kindes im deutschen Steuer- und Sozialsystem. Ifo Forschungsbericht, No. 27.
Cfr. anche dibattito in corso sul blog di Flavia Amabile, giornalista de “La Stampa” (http://www.lastampa.it/amabile)
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